Capitolo quarantaquattro
Quando andava a pranzo fuori detestava sedersi in solitaria, perché occupare un tavolo riservato solo per lei stessa la faceva sentire dannatamente osservata. Sembrava che tutti gli occhi fossero puntati su di lei, e forse lo erano davvero. Così una tranquilla colazione da Strabucks o un pranzo al ristorante diventavano una seduta di gruppo con degli sconosciuti che si sentivano in diritto -quasi in dovere- di scambiare occhiate misericordiose con Camila. Santo cielo, io sto benissimo! Avrebbe voluto urlare all'ennesimo avventore che con lo sguardo più abbattuto del cornetto cencioso che stringeva in mano aveva intercettato quasi forzatamente i suoi occhi, elargendo un sorriso compassionevole. In realtà lei non pensava ci fosse niente di strano a sedere da soli nel mezzo di un locale affollato, era quasi imbarazzante lo scambio di occhiate caritatevoli, quasi come se improvvisamente tutti avessero scordato che stare da soli era un sacrosanto diritto e che non fosse così anomalo saperci stare, ma, al contrario, che fosse anormale non saperci convivere.
Comunque tutta la faccenda degli sguardi tragicamente mortificati si vanificò -Grazie a Dio- quando Lauren entrò nel locale, si guardò attorno con aria un po' scompigliata a causa delle raffiche di vento che soggiogavano New York, e Sorrise incrociando lo sguardo della cubana e andandole incontro con il bavero rovesciato e i capelli imperlati di rugiada.
«Sono in ritardo?» Domandò con un sorriso tenue, accomodandosi.
«No, sono in anticipo io.» Sorrise la cubana, incassando le spalle.
Lauren si alleggerì dal cappotto. Sotto indossava solamente un golf di lana caldo che poggiava sui jeans chiari. Era spontaneamente bella, senza alcun bisogno di doversi agghindare o dover ritoccare il trucco -che per la cronaca non aveva-. Era davvero mozzafiato.
Il cameriere prese la sua ordinazione, non senza scoccarle un'occhiata di troppo. Beh, immagino che sarà sempre così, Rifletté la cubana. Non solo Lauren era una donna avvenente e dal fascino sopraffino, era anche una figura importante e molto conosciuta.
«Come sta tuo padre?» Domandò la cubana, che nell'ultima settimana non aveva avuto modo di fermarsi per una capatina vista l'agenda oberata di incombenze -fra cui rimpinguare la dispensa che Dinah aveva rifornito solamente con alimenti orientali che avevano nomi impronunciabili per una profana come Camila.
Lauren sospirò, avvolgendo in un gesto prostrato la tazza calda sotto al suo naso. «È molto stanco. Lui non lo dice, ma si vede.»
«Mi dispiace tanto. Me lo saluterai?» Chiese la cubana, abbozzando un sorriso mesto.
«Possiamo andare insieme, gli manchi.» Il bagliore negli occhi della corvina sottintese ciò che le parole non ebbero l'audacia di esprimere. Ciò che non viene detto non è comunque inespresso, mai.
«Allora andremo insieme.» Convenne la cubana, registrando il cenno riconoscente del capo dell'altra.
Il cameriere tornò per servire una cioccolata calda ordinata dalla cubana e due brownies in omaggio. Ancora uno sguardo di sottecchi scagliato dal ragazzo col grembiule sganciato e le maniche arrotolate ad esporre i muscoli guizzanti. Camila lo lasciò perdere; Lauren non distoglieva gli occhi da lei, era tutto ciò che importava.
«E come stai tu?» Fu la seguente domanda di Camila quando furono nuovamente sole.
Lauren arginò un sorriso. Sapeva bene ciò che inconsciamente stava facendo Camila: evitando che venisse posta a lei la medesima domanda.
«Sto bene, Camila, grazie.» Prese un sorso del suo caffè, prestando oculata attenzione al minuetto che eseguivano gli occhi della cubana tutt'attorno. «E tu come stai?», domandò infine Lauren.
Camila trasse un respiro profondo, molto profondo, ossigenando anfratti di se si estendevano oltre gli apparati. «Sto... bene.» La realtà era che quella breve pausa fra lo "sto" e il "bene" descriveva tutto ciò che c'era da dire sul suo stato d'animo. Lauren annuì lentamente, senza obiettare. Le faceva male essere la causa del malanimo della cubana, ma era lì per rimediare.
«Camila...» Iniziò la corvina, intavolando l'argomento che stavano brillantemente esonerando.
«Un attimo.» La interruppe la cubana con uno slancio quasi impaurito. «Un attimo e poi parliamo.» Sospirò, sorseggiando il caffè intiepidito.
Solitamente fronteggiava questioni spinose per conto suo, senza render conto a nessuno del suo dolore. Era magistralmente esperta nel sotterrare sofferenze personali sotto strati e strati di sorrisi, ma stavolta non poteva farlo. Stava chiedendo a Lauren impegno nella relazione e lei, a modo suo, anche solo entrando da quella porta quella mattina, ci stava provando. Adesso era il suo turno, perché lo scambio doveva considerarsi equo. Quindi adesso spettava a lei fare un passo, sopratutto perché in un rapporto genuino nessuno tace riguardo le proprie sofferenze.
Quando anche l'ultima goccia di caffè scivolò nel suo stomaco, la cubana emise un suono d'apprezzamento e inchiodò gli occhi a quelli già fissi di Lauren.
«Ora, parliamo.» Sancì risoluta la cubana, trattenendo un respiro che non telegrafasse l'ansia insita nella sua ostentata rigidità.
«Che cosa vuoi sapere?» Glielo Chiese neutralmente, asciutta.
«Voglio sapere perché. Perché, Lauren?» Fu incisiva Camila, senza mai incespicare.
Lauren irrigidì le spalle, ma niente più. Entrambe stavano avanzando passi, ma nessuna delle due aveva ancora avuto il coraggio di sventolarli al vento. Camminavano di soppiatto, ecco.
«Quando ho detto che "mia sorella" era brilla, ho mentito, sì, ma solo in parte. Era brilla davvero, solo che non era mia sorella.» Lo sguardo della corvina si fece più serio, così come le sue labbra, mentre Camila rimase impassibile. «Non sono la sua babysitter, ma so quanto sia sola qua e mi sono sentita in colpa quando l'ho vista da sola, anche perché è un po' responsabilità mia se lo è rimasta, da sola intendo. L'ho portata a casa mia, sembrava una buona idea, non avevo la minima intenzione di fare qualcosa con lei, anche perché non la smettevo di pensare a te... Insomma, è stato tutto molto rapido. Lucy mi è praticamente saltata addosso appena ho chiuso la porta. L'ho respinta, per quanto possa valere, l'ho respinta... fino alla camera da letto. Non so cosa mi sia preso, ma Lucy ha fatto un sacco di storie sul fatto che non fossi più libera, che fossi uno zerbino da relazione, ero diventata i mio peggior incubo e via dicendo.» Lauren fece una pausa, trastullò le dita e riprese. «Ora, so che questa non è una scusa, ma Camila prova soltanto a immedesimarti nei miei panni. Io ho sempre e solo potuto contare sulla mia indipendenza, e niente, niente, è più importante per me della mia libertà. Sono la stessa persona che ha chiuso una storia in prima liceo perché la mia fidanzatina di allora mi recriminò il fatto di non poterci vedere dopo il suo duro turno di lavoro perché volevo farmi una doccia. Era una stupidissima doccia e avrei benissimo potuto farne a meno, ma ai miei occhi era come rinunciare ad un pezzo di libertà, così rinunciai a lei. Lucy mi ha toccato in un punto debole e pur di dimostrare a me stessa che stava mentendo, ho scelto di ferire te. Non mi sto giustificando, voglio ribadirlo, ma tu mi hai chiesto perché e questa è solo la verità.» Sospirò visibilmente sollevata. Si era tolta un peso.
Camila metabolizzò le informazioni appena ricevute e annuì. Capiva perché Lauren avesse tentennato, capiva perché avesse anche ceduto, ciò che non capiva era perché una donna piena di risorse e facoltà avesse tante insicurezze riguardo la propria libertà. Essere libera non
doveva insegnare proprio quello? Ad essere sicuri di se stessi? Le fece la domanda.
«No, Camila. Essere liberi ti insegna ad essere libero, la baldanza non è un effetto collaterale della libertà. Solo perché dirigo un'azienda non significa che sia brava anche a gestire me stessa. Solo perché negozio certezze non significa che sia io stessa una certezza. Camila, non fare l'errore di giudicarmi per ciò che lascio vedere agli altri di me: è tutto ciò che non sono.» Scrollò le spalle e abbozzò una sotto specie di sorriso, nascondendo la sua voglia di scappare dietro la tazza non più fumante.
Camila deglutì e annuì, dopodiché spostò lentamente la tazza su un lato e si sporse esiguamente sul tavolo, verso Lauren. La corvina non si mosse mentre la cubana sfidava con una certa determinazione la sua immutabilità.
«E allora chi sei, Lauren?» Scandì lentamente, senza afflosciarsi contro la sedia prima di qualche secondo.
Lauren inspirò profondamente e non rispose, ma affossò appena la testa, prima di rialzarla appena spavalda. Camila pensava che le avrebbe snocciolato un discorso quasi presidenziale, come era avvezza fare alle riunioni in azienda, ma invece appese al chiodo il travestimento.
«Sono la donna che guarda Friends a tempo perso e canta Mariah Carey mentre cucina. Sono quella che ha voglia di sfrecciare su un'auto da corsa appena ne ha la possibilità, ma che al contempo va a correre con le proprie gambe nelle mattine nebbiose. Sono la donna che adora essere stronza davanti all'obiettivo, ma che ha dannatamente voglia di piangere da quando suo padre è ricoverato in ospedale.» Fece una pausa.
Camila pensò che avesse terminato, così prese parola. «Grazie per...»
«Non ho finito.» La precedette Lauren, con un impeto che non poteva perdere, altrimenti avrebbe rovinato tutto, e non era il momento di tirarsi indietro davanti alla paura, ma di farla accomodare. Continuò.
«Sono la donna che ha sbagliato, ma anche quella che ha perso la testa per te.» Concluse.
Susseguì il silenzio, quando poi Camila lo ruppe in un sorriso che fece più rumore di tutte le parole.
«Ora ho finito, e vorrei tanto avere una pala per potermi sotterrare. Questo posto ha il bagno?» Si asciugò le mani sudate contro i jeans, sospirando accalorata.
«Grazie per aver condiviso con me questo. Tutto questo.» Sottolineò Camila sinceramente. Avrebbe voluto allungare la mano e sfiorare quella di Lauren, ma sapeva anche che sarebbe stato troppo. Nessuno corre prima di camminare, sarebbe incoerente.
Lauren annuì, senza abbassare lo sguardo stavolta. Se avesse potuto tornare indietro nel tempo, avrebbe detto a quella ragazzina agguerrita che era stata che non doveva disperare, che un giorno si sarebbe ritrovata in un bar a parlare a cuore aperto con una bella donna che le avrebbe stravolto la vita. Le avrebbe detto che andava bene fuggire e perdersi, tanto tutti prima o poi non possiamo più scappare, perché non è quando è il momento di restare, ma per chi è il momento di restare. Sono due momenti completamente diversi: il primo lo aspetti, ma probabilmente non arriverà; il secondo non lo aspetti, ma arriverà. Quindi la verità è che non importa aspettare, non c'è bisogno. Aspetta chi si convince che il tempo sia dalla nostra. Ma tutto ciò è superfluo, inconsistente. Magari sarebbe più opportuno dire "ci si aspetta". Ecco, già meglio. Già meglio.
«Che ore sono?» Domandò la cubana, sollevando Lauren dall'imbarazzo del momento.
«Le due, perché?» Replicò dopo un breve consulto all'orologio da polso.
«Andiamo, c'è ancora tempo per salutare tuo padre.» E stavolta, alzandosi, la mano gliela tese eccome.
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Spazio autrice:
Ciao a tutti!
Scusate il ritardo, ma ho cambiato idea all'ultimo e ho scritto questo capitolo tutto d'un fiato, improvvisando sicuramente. Non era previsto che fosse inserito, ma ho deciso di scriverlo perché volevo dare voce agli sbagli di Lauren e alle sue motivazioni. È qualcosa che mi sta molto a cuore perché mi tocca da vicino, e che spero si sia capito nitidamente.
Aspetto le vostre impressioni!
A presto!
Grazie mille a tutti,
Sara.
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