Capitolo diciotto
Sabato mattina iniziò con il piede sbagliato. La sveglia non la svegliò, il caffè era finito, l'acqua calda non volle saperne di collaborare, il dentifricio schizzò più sullo specchio che sullo spazzolino. Insomma, una combinazione di incidenti sventurati che la misero di pessimo umore.
Fortunatamente Normani era diventata ormai un punto cardinale nella sua vita, e anche quella mattina sentire la sua briosità la rallegrò e non poco.
«Niente invito ufficiale, quindi?» Sbuffò Normani, che si era già prodigata per inviarle un succedaneo.
«Niente invito ufficiale.» Sospirò la cubana, lavando via il dentifricio dallo specchio.
«Che strano.» Mugolò soprappensiero Normani «Comunque puoi usare l'altro, quello che ti ho inoltrato online, quello è ovvio.» La rassicurò, riemergendo dagli abissi dei suoi pensieri.
«Già stampato. Grazie Mani.» Sorrise la cubana.
«Figurati, per te questo e altro.» Scherzò -non proprio- l'amica «Senti, ma.. Dinah? Non la vedo da un po', mi chiedevo come stesse.» Si interessò Normani, modulando però il tono su un piano impersonale.
Camila Sorrise, sapendo bene che la Collega aveva un debole per la polinesiana, ma sperava che le sarebbe passato presto, visto che Dinah era completamente eterosessuale.
«Bene, so che ha un appuntamento con Siope. Dita incrociate.» Rispose sinceramente la cubana.
«Dita incrociate. Scappo. Ci sentiamo gringo.» Rise Normani, prima di riattaccare.
Camila si dedicò alle pulizie, chiamò il tecnico per sistemare la doccia e fece un breve pip-stop al supermercato per rifornire la dispensa. Comprò anche un'abbondante riserva di cialde, intenzionata più che mai ad usare la macchinetta automatica. Dopo aver pensato alle incombenze casalinghe e non, chiamò proprio Dinah.
La polinesiana le disse che era felicissima, che le sembrava di toccare il cielo con un dito. Sarebbero andati formalmente a prendere un gelato, ma in realtà Siope si era dilungato dicendole che gli avrebbe fatto piacere anche una passeggiata, un cinema, qualche attività che ritardasse la loro separazione «Ha detto proprio testuali parole.» Sembrava su di giri.
La cubana le raccontò del suo incontro professionale, ma anche dello strano evento dell'invito disperso. Le disse che comunque si era premunita di abito e maschera, e che si sarebbe ugualmente presentata alla festa, come invitata ufficiale di Normani.
«Oh, salutamela. Ogni tanto quella ragazza fa qualcosa di buono.» Ridacchiò.
«In che senso?» Storse il naso Camila.
«Ti ricordi quando sei andata a Miami? Indovina un po' chi ha terminato la tua, anzi la nostra, miniera di caffè.» Insinuò la polinesiana, trattenendo una risata.
«Maledetta!» Imprecò Camila bonariamente, facendo sbellicare Dinah.
Dopo la chiamata Camila pensò ad alcune faccende burocratiche, inviò per email una copia scannerizzato del contratto a Lauren e poi pensò a vestirsi.
Doveva dire la verità: quel vestito le stava d'incanto. Ricadeva morbido sulle sinuosità, disegnandole sublimemente. Le gambe non erano mai del tutto nascoste, e istigavano a scoprirle del tutto. I ricami abbellivano l'abito, conferendogli un aspetto mai volgare ma accattivante ed elegante. Infine le scarpe slanciavano la figura esile, condendo l'aspetto di una altezzosità suadente. La maschera che aveva comprato come tocco finale, non era niente di che. La copriva fino all'altezza del dorso del naso, occhi, labbra e lineamenti erano più che esposti. Sicuramente chiunque l'avrebbe riconosciuta, ma l'intarsiato di perle nere che indoravano la maschera l'aveva convinta fin da subito, anche se la maschera di per se non garantiva l'anonimato.
Quella sera sarebbe passata Normani a prelevarla. Così, quando squillò il telefono, la cubana scese per la tromba delle scale.
Normani fischiò adulatoria «Che bomba.» La elogiò, tenendole la mano per aiutarla a superare gli ultimi scalini.
«Neanche tu scherzi.» Reciprocò la cubana, complimentandosi per il completo da uomo tagliato in forma femminile che aveva scelto. Era di un rosso fuoco, come la maschera.
«Ma grazie, mi sento onorata.» Fece una riverenza Normani, ricevendo un pugno gentile dalla cubana.
Il traffico quella sera non risparmiava sciabolate di smog e concerti di clacson. Solitamente New York si svuotava dopo le ora di punta, ma non sempre era così.
«Andranno tutti alla festa.» Asserì Normani, strappando una risatina a Camila, ma nella ilarità del momento, la previsione non era del tutto scanzonata.
Una miriade di macchine si dirigeva verso l'indirizzo, e quando arrivarono davanti alla reggia che Lauren aveva personalmente scelto per adibire la festa, dovettero aspettare dieci minuti in coda prima che limousine e macchine di ultima generazione avessero superato i controlli.
Quando arrivò il loro turno, il bodyguard chiese i nominativi. Un cipiglio corposo strisciò sulla sua fronte quando la cubana fornì il suo «Che strano.» Commentò l'uomo rigorosamente in smoking «Sei su due liste. Quella di Normani e quella di Lauren.»
Camila si volse verso l'amica al volante, la quale ringraziò ed entrò.
«Ti avevo detto che era impossibile che Lauren non ti avesse messa in lista.» La consolò con un sorriso «Sei proprio sicura l'invito non sia mai arrivato?» Appurò Normani, mentre sterzava per posteggiare in un posto riservato a lei.
«Sicura.» Notificò Camila, annuendo risoluta.
Normani scrollò le spalle «Comunque tutto è bene ciò che finisce bene.» Camila non poteva essere più d'accordo.
Scesero dall'auto e Normani fece da Cicerone, scortando la cubana verso l'ingresso. Era uno spiazzo strapieno di ciottoli è illuminato da appositi faretti colorati che risaltavano la facciata. Le porte erano presidiate da due bodyguard, mentre il protagonista esclusivo dell'ingresso era un tappeto rosso che conduceva direttamente alla sala principale.
Qui si riversava una bolgia di persone, munite di spumante, maschere e papillon. La musica di sottofondo non era assordante, bensì distensiva. Il sound era in armonia con i lampadari di cristallo, i camerieri ossequiosi, le colonne di marmo e il palco regale.
«Wow.» Spirò la cubana, guardandosi attonita attorno.
«Senti, tu concentrati solo su quelle.» Normani additò una schiera di porte disseminate qua e là per l'androne «Sono sale privata. Quel che succede là dentro, rimane là dentro. E ti assicuro che non ci si diverte poco.» Ammiccò Normani, che invece di aprire le porte del paradiso alla cubana, aveva appena apposto una X su quella tentazione. Non ci sarebbe andata nemmeno a pagarla oro.
Normani la introdusse ad alcuni amici, che ancora non avevano la maschera perché non vi era il veto di indossarla prima delle dieci.
Camila stava perlustrando la zona, alla ricerca di chi doveva ancora capirlo. Forse era solo stupefatta da tutto quello sfarzo, niente di più.
Quando il rintocco suonò le dieci, tutti gli ospiti indossarono la maschera e nessuno fu più riconoscile. A quel punto Normani era già mezza brilla, Camila aveva bevuto due o tre bicchieri di champagne e le bollicine stavano fermentando. Non conosceva quasi nessuno, se non qualche collega, ma era impossibile individuarli. Così, quando Normani l'abbandonò per recarsi in una di quelle sale private con due ragazze, Camila si sentì un pesce fuor d'acqua.
Fra la calca intravide il banco degli alcolici e decise di dirottarsi verso di esso. Mentre sgomitava e chiedeva scusa ad ogni ospite che sgarbatamente urtava, avvertì uno strano bruciore alla schiena. Non era solita accreditare la superstizione, ma fu più forte di lei, e si voltò di scatto. In mezzo a tutta a quella pomposa ressa, vi era una figura, femminile sicuramente a giudicare dall'abito. La stava osservando da dietro un calice di champagne, con sguardo penetrante, per quel che Camila potesse registrare da così lontano, e insondabile.
La cubana non riuscì a guardarla più di qualche secondo, e quando la donna portò il calice alla bocca e ne bevve un sorso, Camila si sentì obbligata a voltarsi, perché qualcosa dentro di lei stava galoppando all'impazzata. No, non solo il cuore...
Sopraggiunse al banco degli alcolici e si fece versare qualcosa di più forte. Con il coraggio liquido in mano, ebbe l'ardire di tornare a fissare nel punto dove aveva lasciato la misteriosa donna, ma stavolta nessuno la stava guardando. Inspiegabilmente tirò un sospiro di sollievo.
«Camila, giusto?» Una voce familiare, ma non del tutto riconoscibile a causa dell'attrito con la maschera, la salutò.
«Ehm, si... Tu sei?» Domandò, aggrottando le sopracciglia.
«Chelsea.» Ridacchiò la donna.
«Oh, scusa.» Arrossì la cubana, ridendo di se stessa.
Indossava un vestito argento, sfavillante ed eccentrico, ma molto raffinato. Era un bell'abito, che donava in maniera particolare al suo corpo e alle ciocche bionde che trasparivano dalla maschera.
«Ti stai divertendo?» Chiese Chelsea, ancheggiando appena a suon di musica.
«Beh, si, dai. E tu?» Sorrise, seguendo il ritmo incalzante della musica con la testa.
«Normani è già scomparsa?» Domandò Chelsea, sorseggiando il drink.
«Che dici?» Alzò un sopracciglio la cubana, strappando un sorriso a Chelsea.
«Anche Lauren non si è ancora vista, però..» Non seppe bene perché lo disse, ma agognava di incrociare lo sguardo della corvina. Forse per chiederle della lista, dell'invito, per riferirle a quattr'occhi del contratto... Non lo sapeva.
«Lauren sarà già qui, ma non si fa vedere. Non prima di salire sul palco, ovvio.» Annuì Chelsea, che poi venne affiancata e trascinata via da una donna dalla carnagione scura e gli occhi da rubacuori.
Camila rimase nuovamente sola. Vagò un po' per la sala, riconobbe qualche collega e ci scambiò due chiacchiere, masticò un po' di economia e marketing assieme agli accompagnatori di alcune sue colleghe, poi ispezionò il corridoio circolare che cintava la sala. Vi erano disposti dei divanetti e alcune scale che portavano al piano superiore.
Camila si incuriosì di osservare la "platea" dell'alto, così si inerpicò sulle scale e raggiunse la terrazza a spiovente. Era tutt'altra prospettiva, ed era decisamente migliore. Le sembrava di avere il pieno controllo e la piena visione di ogni azione che avveniva sotto al suo naso.
Mentre teneva in mano il suo drink, non sapendo ancora bene di che ingredienti fosse composto, ecco che incappò nuovamente nella sagoma della donna misteriosa. Il suo sguardo era puntato verso l'alto, su di lei, anche se le sue attenzioni erano riservate ad un gruppetto di uomini che sembravano molto presi dalla conversazione. Il suo abito nero circondava con seducente setosità le forme della donna, in più quello sguardo ti strappava davvero i brividi. I capelli erano raccolti in una crocchia, e sotto le luci a volte sembravano corvini, altre volte castani, o addirittura fulvi. Impossibile classificarli.
Stavolta fu Camila ad osare, bevendo spudoratamente il suo drink senza distogliere lo sguardo dalla donna che indefesse lo sostenne.
Camila percepiva un formicolio ramificarsi sulla schiena, arrampicarsi sulle spalle, affondare nel suo ventre. L'attrazione magnetica era tangibile, impossibile non avvertirla. Un bagliore illuminò lo sguardo della donna, mentre Camila irrigidì le spalle e trattenne il respiro. Improvvisamente quei brividi divennero calore, ed avvampò. Fu di nuovo costretta a deflettere lo sguardo e ad andarsene, perché ogni segmento del suo corpo era in fibrillazione.
Ridiscese al piano inferiore, e calcò il perimetro circolare dell'androne, sorseggiando di tanto in tanto il drink. Il vestito iniziava a pruderle sulla schiena, ma più lo guardava, più era contenta dell'acquisto. Mentre passeggiava spensierata, fece planare lo sguardo attraverso tutta la sala, raggiungendo l'altro capo circolare del corridoio laterale.
Lei era lì.
Camila ebbe un sussulto quando la vide appoggiata alla colonna, che seguiva i suoi passi. Non era inquietante, anche se poteva sembrarlo, era dannatamente eccitante e lei stava assecondando il suo gioco.
Camila si ricompose e prese a camminare più lentamente, più felina. Il suo sguardo non lasciava più la donna che ora la stava imitando, incedendo come due avversari fanno sul ring. Ogni tot metri la visuale era intervallata dalle colonne, che oscuravano la figura della donna per un secondo, poi si materializzava dall'altra parte. Questa pantomima durò un tempo imprecisato. Camila sapeva soltanto che ad ogni passo i loro sguardi si facendo più ardenti ed esigenti, come i loro desideri, ormai innegabili.
Ad un certo punto, quando ormai erano talmente vicine l'un l'altra di poche colonne, la donna scomparve.
Non apparve più, dopo essere stata inghiottita dalla rotondità della colonna di marmo, e Camila rimase perplessa ad osservare il corridoio spoglio.
Era talmente stupita e basita da quella dissoluzione che si domandò se non fosse stata tutta un'allucinazione provocata dall'alcol, e non le sovvenne invece di guardarsi alle spalle.
Ad un tratto avvertì delle mani avvincerla il bacino, un alito caldo vellicarle il collo e delle labbra sfiorarle la pelle. La cubana non si incordò: sapeva bene che era lei.
Il respiro le si mozzò e il cuore palpitò nel petto. La donna la sospinse verso la porta rossa che campeggiava di fronte a loro. Tutte le parole si vanificarono quando la cubana aprì, senza pensarci due volte, l'uscio.
La donna la spinse all'interno, fece girare la toppa nella serratura e Camila ebbe appena il tempo di visualizzare un divano, delle tende, uno specchio e poi la luce si spense, e le mani della sconosciuta furono nuovamente su di lei.
Stavolta le dita scivolarono fra i suoi capelli, i corpi aderirono l'un l'altro contro il muro, e i respiri si mischiarono.
Il profumo della donna le inondava le narici. Era buono, avrebbe anche osato definirlo familiare, ma sicuramente errava. Probabilmente rassomigliava ad uno già sentito, ma non era lo stesso.
Un turbine di emozioni le ribolliva nello stomaco, pizzicava ogni centimetro della sua pelle senza toccarla minimamente, accendeva tutta la luce immaginabile in una stanza buia.
Le mani della donna esploravano il suo corpo attraverso il vestito, mentre le sue le carezzavano il collo, dato che il viso era coperto dalla maschera. Camila avrebbe tanto voluto toglierla, ma quando azzardò raggiungere l'elastico per sfilarla, la donna sibilò un «No» rauco che anche stavolta si combinò con qualche memoria recente.
Camila si soffermò a godere delle emozioni accaloranti che le incendiavano la pelle. Il corpo della donna si schiacciava sempre di più contro di lei, strusciandosi in un ritmo agognante e premeditato.
«Spogliami.» Sussurrò la cubana, meravigliandosi della sua indecenza.
La donna titubò. Nel buio Camila registrò un gesto netto, rapido, quasi spaventato. E la sconosciuta fece un passo indietro.
La cubana tentò di afferrarla, ma raccolse solo il vuoto. Dopo qualche istante avvertì il rumore della porta, una leggera luce filtrò nella stanza, mentre la figura della donna sgusciò all'esterno.
Continua...
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Spazio autrice:
Ciao a tutti!
Scusate il ritardo.
Spero il capitolo vi sia piaciuto.
A presto.
E buon anno!!
RedSara
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