Capitolo cinquanta
«Ti ho preso un flafel.» Dinah porse il sacchetto a Normani, seduta sul sedile posteriore.
«Io ho comprato una brioches.» Scambiò cordialmente, mentre la polinesiana si stava già leccando i baffi. Buongustaia di cornetti com'era, avrebbe volentieri fatto il bis.
«E tu, Ally?» Domandò Dinah, notando le mani vuote della bionda.
«Non ho fatto in tempo a fermarmi al bar. Mi farò perdonare una volta arrivate a destinazione.» Promise solennemente sotto l'occhiata circospetta di Dinah che si legò al dito quel giuramento quasi fosse una vitale questione di stato.
«Ma Camila?» Si informò Normani, scrollando lo sguardo verso il sedile di guida dove vi alloggiava Lauren.
«Non risponde.» Sbuffò la corvina, inoltrando per l'ennesima volta la chiamata alla cubana. E per l'ennesima volta, invano.
«Dannazione, ma è mai possibile che sia sempre in ritardo?» Si risentì Normani, consultando l'orologio che confermò la sua conclamata teoria.
Lauren bofonchiò sommessamente, e tentò di rintracciare telefonicamente la cubana, ma proprio quando il suo pollice scivolava sul contatto, la cubana sgusciava all'interno dell'abitacolo.
«Oh, alleluia!» Esultò seccata Normani. Non era tanto il ritardo che la indispettiva, quanto le conseguenze che succedevano quel ritardo, ovvero: non si mangia finché non siamo tutte a bordo.
«Ma dov'eri finita?», «Certo che sei sempre la solita!», «Mai una volta che tu arrivi puntuale.» Fioccarono le proteste.
«Oh, calma, calma.» Mise le mani avanti la cubana, passando in rassegna i volti lividi con espressione quasi stupefatta. «Ho preso il caffè.» Sguainò il condono la cubana, garantendosi la grazia delle astanti.
«E anche due cornetti, due muffin e due ciambelle, una con glassa e l'altra senza.» Sventagliò il massiccio sacchetto davanti agli occhi delle presenti, liquefacendo il livore delle amiche in laguorino.
La cubana consegnò il ricco bottino nelle mani della polinesiana. Mentre le tre si calvano in un dibattito su chi dovesse mangiare il muffin e chi la ciambella, Lauren e Camila si scambiavano uno sguardo complice accompagnato da un sorriso melliflue.
«Stai bene?» Chiese la corvina, scrutandola a lungo negli occhi.
«Solo affamata. E tu?» La rassicurò la cubana, captando il crepitio del sacchetto gastronomico in sottofondo.
«Sto bene.» Annuì Lauren, desiderosa di sporgersi per darle un bacio, ma conscia del compromesso che aveva stipulato con Camila.
La cubana le aveva chiesto tempo prima di ufficializzare il loro rapporto, che ancora doveva comunque essere definito in base ai costumi odierni. Non erano "scopamiche", ma nemmeno fidanzate. Si volevano bene, ma erano innamorate? Bramavano una relazione longeva, ma ne erano capaci? Alla fine erano incertezze che quasi ogni coppia si trova ad affrontare prima o poi, solo che i loro precedenti rendevano più difficile la disanima.
Era lecito quello che Camila le stava chiedendo. Lauren non aveva fretta.
L'unica fretta che avvertiva era quella di parlare con Camila.
Voleva dirle la verità. Tutta la verità. Integra è solida come l'aveva sopportata fino ad allora. La sua forza resistente stava vacillando.
«Allora? Si parte?» Si lamentò Normani, intromettendosi nella traiettoria di sguardi delle due donne.
Lauren alzò gli occhi al cielo, Camila si accomodò sul sedile e lasciò vagare gli occhi al di là del finestrino.
«Bell'idea questa gita, Camila,» Cantilenò Lauren, già irritata per l'impazienza di Normani, «proprio una bell'idea.»
Camila inclinò un po' la testa, scoccandole uno sguardo da cerbiatto, affabile e ruffiano. Lauren sospirò e mise a tacere il diavolo per capello. La corvina fece rombare il motore e si immise nella strada principale, affrontando dapprima il traffico snervante di New York, e dopo la tranquillità delle biforcazioni desolate della periferia.
Camila aveva avuto la brillante idea di impiegare la domenica per un'escursione collettiva in spiaggia. Erano gli albori di marzo, un pallido sole opacizzava la volta celeste, i primi sprazzi di primavera punteggiavano gli arbusti, mentre i prati si maculavano di margherite. Per quanto lo sguardo spaziasse sulla modernità di New York, sulle sue luci perennemente arzille e sul reticolo di stradine, era impareggiabile commisurata al verdeggiare delle colline o alle tonalità di giallo delle praterie, sconfinante e sobillatrici di sogni. A Camila ricordavano i giorni in Montana. Si sentiva un tutt'uno con le meraviglia della natura, e progettava di tornarci un giorno, magari a viverci stabilmente.
Lauren guidava serena sulle strade deserte. Solo una vettura ogni tanto smuoveva l'intelaiatura dell'auto, dopodiché era tutto un panorama aperto e incontaminato. La cubana di godé lo spiraglio agreste e litorale mentre mordeva una ciambella, quella senza glassa.
Dopo qualche chilometro una stringa di mare sbocciò all'orizzonte. Una sfumatura più intensa di blu che si giustapponeva all'azzurro terso del cielo. Nemmeno una nuvola cotonava la volta celeste, solo gli strilli di qualche gabbiano zampillavano fra un frullio e l'altro, mentre altro volteggi erano totalmente silenziosi, ed erano questi che incorniciavano lo sfondo come fosse un quadro. La cornice era proporzionata allo spaziare degli occhi della cubana.
«Abbiamo l'ombrellone, vero? Non posso essiccare al sole.» Mise in chiaro Dinah, preoccupatasi all'ultimo per l'impatto sensibile della sua pelle.
«Nel bagagliaio.» Affermò Lauren, permettendo alla polinesiana di respirare di nuovo.
Gli ultimi chilometri filarono con vento in poppa. Camila si sentiva rinvigorita dallo zucchero e dall'influsso del paesaggio lussureggiante. Le mancava addirittura Miami, la sua casa prospiciente sul viale disseminato di palme, il mare ad un passo dal cortile, le serate all'odore di barbecue. Il salmastro sulla pelle e i granelli nelle ciocche. Si, c'era qualcosa nello scenario silvestre che le modernità non potevano soppiantare.
La corvina sterzò sul parcheggio che si affacciava a strapiombo sulla spiaggia sottostante. Dinah si equipaggiò di ombrellone, Normani recuperò il caffè avanzato e il muffin un po' stantio ancora intatto. Ally invece si era incaricata di portare le carte, i teli mare, una palla e qualche libro e rivista. Camila pensò a bonificare l'abitacolo rimpinguato di carta straccia, mentre Lauren si preoccupava soltanto di aver inserito il freno a mano, di modo che l'auto non andasse a sbattere contro la palizzata arrabattata, data la pendenza incline che assumeva il pendio.
Camila e Lauren rimasero un po' indietro, mentre le altre tre si dirigevano in spiaggia come una combriccola goliardica in vacanza dalle lezioni all'ateneo. Teli in spalla, riviste alla mano, palleggi al volo e occhiali sul naso, il tutto speziato con risate e schiamazzi. L'archetipo delle ragazzine insomma.
«Tu sai giocare a pallavolo?» Domandò Lauren, spezzando il silenzio alternato dal ciabattare delle infradito contro il tallone.
«Definisci "giocare".» Assottigliò gli occhi la cubana, facendo filtrare l'aria attraverso l'angolo della bocca.
«Sei una schiappa, in poche parole.» Ridacchiò la corvina, ottenendo una spallata da parte della cubana, che per urtarla compiutamente dovette alzarsi sulle punte.
Il sorriso genuino della corvina illuminò il suo volto più del raggio di sole che le irrorava la pelle.
«Perché tu sei una professionista, giusto?» Inarcò un sopracciglio la cubana, squadrando l'angolatura del profilo della corvina.
«Io? Pff. Sono nata pallavolista.» Soffiò sulle unghie, lucidandole dopo sul lembo cencioso della maglietta.
«Ma piantala.» Rise di gusto la cubana, lanciando la testa all'indietro, regalando a Lauren un momento per ammirarla nella sua naturalezza, che era alla base della sua incantevole bellezza.
La spiaggia non era affatto affollata. Essendo un giorno quasi primaverile, la stragrande maggioranza prediligeva un picnic o una passeggiata al parco, non molti optavano per una gita turistica al mare. Forse era anche per quello che Camila, inconsciamente, aveva puntato il dito sull'itinerario senza batter ciglio. Isolarsi dal caos era ciò che preferiva.
Dinah stava stendendo un telo mare, mentre Ally e Normani si divertivano a corrersi attorno con il pallone al piede, sconclusionatamente perché inesperte del gioco del calcio. Quando anche Camila e Lauren le raggiunsero, la polinesiana scrutò la corvina con aria sospetta e invisa.
«Tu non hai portato niente?» Adottò una postura da carabiniere, riferendosi più al cibo che ai divertimenti.
«Ho portato me.» Sorrise chioccia Lauren.
«E quindi? Non sono Camila! Non posso mangiarti.» Obiettò la polinesiana, suscitando dapprima un velo d'imbarazzo fra tutti gli astanti, e dopo un onda sonora di scroscianti risate.
«Io pianto l'ombrellone.» Se la svignò la cubana a capo basso, lasciando Lauren a gestire la situazione.
«Be', effettivamente sono indigesta.» Spiazzò tutti Lauren, che svirgolò una replica su due staffe un po' arraffata ma efficace.
Di nuovo la brezza marina si riempì di risate che piroettarono in balia del vento, attirando l'attenzione di qualche spiaggiante che riposava all'ombra di un ombrellone con un libro riverso in faccia o il cappello abbassato sulla fronte. Alzarono la testa solo per osservare la fonte dell'eco spiritoso, poi sprofondarono nuovamente nel sonnellino ristoratore.
Se Dinah e Normani si cimentarono in una sfida a pallavolo (che era un po' la succedanea di Risiko), Ally scelse di andarsi a fare una nuotata, mentre Lauren pescò una rivista e Camila si mise a prendere il sole con gli auricolari nelle orecchie. Era una giornata fresca e serena, abbastanza soleggiata ma non così afosa da doversi togliere la maglietta. La cubana, infatti, aveva soltanto sollevato il lembo della maglietta, di modo che si scoprisse il suo addome, e sfilato i pantaloncini. Si era alzato un leggero venticello attorno al mezzodì, il che aveva movimentato il pranzo, scompigliando tovaglia e tovaglioli, e mettendo a repentaglio la sanità delle posate di plastica requisite al ber Lì nei dintorni. Fortunatamente escogitarono un piano per rinsaldare la stabilità dell'improvvisata tavola, e consumarono senza ulteriori inghippi panini e cous-cous.
Ally convinse sia Dinah che Camila a tuffarsi in acqua subito dopo aver gustato l'boccone. Meglio anticipare la digestione, così da non dover attendere le precauzionali tre ore. Lauren e Normani non si lasciarono persuadere, preferendo astenersi dal metodo spartano della biondina.
La cubana si sfilò la maglietta di fronte a Lauren, pretendendo di non percepire lo sguardo ardente che sdrucciolò sul suo corpo da silfide. La cubana ancheggiò fino alla battigia, mettendo spudoratamente in mostra il didietro prosperoso.
Normani fece spola fra la figura avvenente della cubana e gli occhi fulgidamente bramosi di Lauren.
«Terra chiama Lauren.» Le sbandierò la mano di fronte allo sguardo, ottenendo un'occhiata quasi sinistra a causa dell'interferenza indesiderata.
«Sei proprio andata.» Constatò sogghignando Normani, adagiandosi sulla sabbia tiepida.
«Ha parlato.» Insinuò Lauren, eloquente.
Normani scosse la testa, ma non rispose.
Un sorriso contraccambiato vibrò nell'aria. Lauren tese le braccia dietro di se, mantenendosi a mezz'asta. Il suo sguardo tornò a focalizzarsi sulle creste placide delle onde, dove le tre stavano bisticciando per qualche inconveniente.
«Lauren.» Il timbro solenne di Normani richiamò l'attenzione dapprima spensierata della corvina. Dal tono pronosticava già cosa L'attendeva.
«Hai detto la verità a Camila?»
Lauren sospirò grevemente. Stavolta fu lei a non rispondere.
«Lauren, devi dirglielo.» Si fece più determinata la sua voce, di pari passo con la postura che tornò sugli attenti, all'altezza dello sguardo dell'amica.
«Normani, mi sto solo godendo questo momento di pace, va bene? Ho tutto sotto controllo. Sta per iniziare un altro periodo focoso.» Guardò l'amica negli occhi; decise di affidare a lei l'esclusiva della novità. «Ho deciso di mettere Camila a capo della campagna della nuova auto. Voglio che sia lei il volto della campagna. È perfetta, ed è pronta a un po' di pubblicità.»
«Un po' di pubblicità?» Arcuò le sopracciglia Normani. «Il suo viso verrà stampato su tutti o cartelloni, passerà in tv, sarà affisso su siti internet e sui social. Mi sembra molto più che "un po' di pubblicità".» Sottolineò enfatica Normani, mettendo in guardia le disposizioni a cuor leggero prese da Lauren.
«Sono sicura che andrà alla grande.» Testarda era e testarda rimaneva.
«Si, ma... Lauren, parliamoci chiaro. Non credi che sia un azzardo troppo grosso? Qualcuno potrebbe...»
«Nessuno farà niente. E se ci dovesse provare, ci penserò io.» Sentenziò senza alcun indugio Lauren, tenebrosa.
«Prima gliene parlerai, meglio sarà? Credimi.» Insistette Normani.
«Presto. Sarà presto.» Gli smeraldi della corvina planarono verso la sagoma stillante di Camila che proprio in quel momento si stava passando le mani fra i capelli, rilucente sotto la luce del sole. «Ma non ora.»
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Spazio autrice:
Ciao a tutti.
Questo è stato un capitolo di passaggio, il prossimo sarà una via di mezzo. Spero comunque che vi sia piaciuto! Ci stiamo avvicinando alla verità...🙄
Grazie mille a tutti.
A presto.
Sara.
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