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Sesta Prova

In alto nel cielo, le prime stelle iniziavano a brillare al di sopra della Terra che oscurava, con il suo continuo ruotare, molte delle città del continente Eurasiatico. Tra queste, nella fresca estate russa, Mosca si apprestava a calare nel buio, sulla dolce melodia delle ultime luci del tramonto, per rinascere poco dopo nella città notturna, illuminata da lampioni, insegne al neon e dai fari delle poche macchine che giravano per le strade.

Se ci fossimo addentrati ancora un po' in quella favolosa città, tra i monumenti e le vie secondarie, avremmo trovato un piccolo quartiere, tranquillo, costeggiato di casolari abitati per lo più da famiglie. Dalla finestra aperta di uno di questi si intravedeva una camera da letto di due ragazze, evidentemente gemelle. Entrambe avevano gli stessi capelli biondi, gli stessi occhi azzurri, le stessa carnagione un po' più rosea sulle guance, lo stesso fisico... Si poteva tranquillamente dire che non si sarebbe riusciti a riconoscere chi fosse chi, se non che i loro caratteri erano estremamente diversi. Una, Armanda, la più giovane di qualche secondo, ballava in mezzo alla stanza, ascoltando il nuovo album di Madonna Like A Virgin a tutto volume. Saltellava in giro, afferrando oggetti a casaccio e facendo finta che fossero microfoni, imitando la sua cantante preferita. L'altra sorella, Alfreda, invece, se ne stava seduta sul suo letto, a gambe incrociate, incurante di tutto ciò che le stava accadendo attorno e con lo sguardo fisso tra le pagine del libro che stava rileggendo per la quinta volta. I passi pesanti sulle scale annunciarono l'arrivo di uno dei genitori, probabilmente loro padre a giudicare dalla camminata un po' zoppicante. Armanda spense in fretta la radio e si buttò a letto, raggomitolandosi nelle coperte e spegnendo la luce. La piccola lampada accanto a Alfreda però era rimasta accesa, mostrando così le due gemelle agli occhi del padre, che aveva appena aperto la porta e fatto capolino con la testa dal piccolo pianerottolo, in quella flebile luce giallognola. Le loro vestaglie erano spiegazzate contro le lenzuola, accartocciate ai lati del letto. Su ogni veste, rosa per Armanda e nera per Alfreda, era ricamato il loro nome a grandi lettere bianche e corsive. Il padre tuttavia non disse niente, ma si limitò a sorridere e a spegnere l'ultima luce rimasta, togliendo delicatamente il libro dalle mani della figlia e posandolo sulla mensola, facendo attenzione a non togliere il segnalibro, e diede un bacio in fronte ad ognuna delle due, accarezzando loro il viso con le sue mani callose e lasciando la dolce presa, con un senso di malinconia e una certa paura, propria di ogni padre che non vorrebbe mai che le sue figlie crescessero. Con una certa tristezza negli occhi, di chi ormai si è rassegnato all'inesorabile scorrere del tempo, uscì dalla piccola camera, chiudendo la porta alle sue spalle e lasciando le due gemelle in quel buio a loro così familiare.

Il padre, Alfred, scese nuovamente le scale, tornando in salotto dove sua moglie lo stava aspettando. Si sedette pesantemente sui cuscini e mise un braccio dietro le spalle della donna, che si appoggiò dolcemente alla sua spalla. I suoi capelli ricci gli solleticavano il naso, perciò posò una mano sul capo della moglie e iniziò ad accarezzarla, distratto, mentre guardava il nuovo servizio del telegiornale alla tv. Il volume era basso, per non svegliare le ragazze, perciò Alfred dovette basarsi semplicemente sui titoli, rimanendo particolarmente colpito da alcuni. Drizzò la schiena e strizzò leggermente gli occhi per mettere meglio a fuoco lo schermo, vedendo gli inviati parlare ma non sentendo il suono della loro voce. Le labbra si muovevano ma non sembrava uscirne alcun suono. Nel frattempo si susseguivano immagini di ragazze, all'incirca di sedici/diciassette anni, uccise, ognuna in un diverso e brutale modo. Qualcuna impiccata, altre squarciate e altre ancora affogate. Alcuni titoli recitavano: "Killer in città?" oppure "24 ragazze morte. Assassino in circolazione". Il padre sentì la paura montargli dentro, così tornò su, senza far rumore, e chiuse bene la finestra della camera delle figlie, guardandosi bene attorno prima di andarsene, lasciando la porta socchiusa. Si appoggiò al muro, respirando a fatica e sudando freddo. Gli occhi sbarrati nel vuoto. La moglie o raggiunse, sedendosi accanto a lui e rassicurandolo che, alle due gemelle, non sarebbe successo nulla. Con quelle ultime immagini e quegli ultimi pensieri in testa, i due genitori andarono a letto, anche se di dormire, di certo, quella notte non se ne sarebbe parlato.

La mattina non tardò ad arrivare. Il sole spuntò di nuovo dall'orizzonte russo e tutto il paese si illuminò. Anche gli ultimi raggi, i più pigri, giunsero nella camera delle due sorelle, illuminando i loro volti ancora addormentati. Armanda si stropicciò il viso, evidentemente disturbata dalla luce, e aprì gli occhi, mettendosi poi a sedere e guardando tra le tende l'alba del nuovo giorno. Alfreda invece si rigirò dall'altra parte, mettendosi un cuscino sopra la testa e cercando di continuare a dormire. I passi della sorella fino alla finestra, il cigolio di quando la aprì e il suo sospiro, mentre l'aria fresca entrava nella stanza, la urtarono profondamente. Non aveva mai sopportato la costante allegria e positività della sua gemella, tanto che, se avesse potuto, avrebbe volentieri affermato di non conoscerla. L'unica cosa che la ostacolava dal farlo era il loro aspetto. Una qualsiasi persona che le avesse viste per la prima volta avrebbe pensato di vederci doppio, prima di giungere alla conclusione che fossero gemelle. Proprio per questo Alfreda preferiva stare lontano dalla sorella, almeno nei luoghi pubblici, e ignorarla fino a quando non fossero arrivate a casa. In città non godeva di grande popolarità, a differenza di Armanda che trovava buona ogni occasione per fare amicizia o chiacchierare con qualcuno. Aveva sempre trovato la sua gioia di vivere fin troppo nauseante. Una volta, a scuola, avevano provato a scambiarsi di identità, ma le avevano subito scoperte. Armanda, sotto le spoglie della gemella, aveva iniziato a parlare con tutti, in particolare con i suoi soliti amici, che invece non degnavano Alfreda neanche di uno sguardo. Questa invece, sotto le spoglie di Armanda, aveva iniziato ad ignorare tutti come suo solito, creando preoccupazione nel corpo docenti. Alla fine tutto si era risolto ma nessuna delle due osò più prendere il posto dell'altra. Negli ultimi anni però le due sorelle si erano avvicinate un po' di più, condividendo pareri e, purtroppo, la stessa camera. Armanda guardò fuori, inspirando l'aria fresca della mattina, ancora bagnata di rugiada. Lo sguardo vagò tra i tetti arrossati dall'albeggiare e le prime finestre che di aprivano, cogliendo, dietro l'angolo di un edificio, un piccolo gatto dal pelo fulvo che camminava tranquillo. Le tende svolazzavano leggermente accanto a lei e le accarezzavano le morbide gambe, facendola sorridere. Si sistemò una ciocca di capelli dietro l'orecchio, prima di uscire dalla stanza e scendere le scale, cercando di non far rumore.

Verso le quattro di notte, Alfred si era addormentato. Non avrebbe voluto farlo, ma la stanchezza lo aveva vinto. Appena la sveglia suonò, lui si svegliò, in preda al panico per aver ceduto alla tentazione di dormire. Si alzò in tutta fretta, svegliando nel frattempo anche la moglie, e precipitandosi nella camera delle figlie. Appena spalancò la porta ancora socchiusa, ebbe un tuffo al cuore. La finestra era aperta. Il letto di Armanda era sfatto, e vuoto. Alfreda dormiva ancora, sotterrata tra i cuscini. Non voleva crederci, non poteva essere accaduto. In quel piccolo frangente di due o tre ore in cui aveva preso sonno. Sua figlia non c'era più. Margaret, la madre, si affrettò dietro di lui, vedendolo fermo all'uscio, mentre si allacciava la vestaglia. Appena vide la camera, il letto, la tenda, si portò le mani alla bocca, gli occhi lucidi di lacrime. Poi un urlo, seguito dal rumore di qualcosa che era appena andato in frantumi, li riportò alla realtà. -Armanda...- sussurrò il padre, precipitandosi al piano di sotto.

"Alfreda! Alfreda svegliati!" pensò con tutte le sue forze Armanda, cercando di comunicare con la sorella. Aveva appena fatto cadere la tazza ricolma, scontrandola con il braccio mentre la aveva appoggiata sul tavolo, riducendola in frantumi e sporcando di latte tutto il pavimento.

"Ho sonno... cosa c'è?" le aveva risposto sua sorella nella sua testa. Essere telepatiche aveva i suoi privilegi, in particolare durante i compiti in classe. Armanda alzò gli occhi al cielo, sbuffando. Non fece in tempo a rispondere che i suoi genitori entrarono nella stanza.

-Ehm... papà. Posso spiegarti...- iniziò lei, cercando di non guardare negli occhi suo padre e tenendo lo sguardo basso. Quando però Alfred la abbracciò, stringendola forte a sé, Armanda rimase scioccata. "Hey, sorellina. Papà sembra stia dando di matto. Secondo te cosa è successo?" chiese lei, ricambiando dubbiosamente la stretta al genitore che stava singhiozzando sulla sua spalla. Quando tirò su il volto, per un attimo la ragazza guardò negli occhi suo padre. Erano così stanchi e arrossati. Era visibilmente sconvolto e, a giudicare dalle lunghe occhiaie, non aveva dormito granché quella notte. Una lacrima stava ancora scendendo lungo la sua guancia, bagnandogli il colletto del pigiama. Armanda sorrise debolmente, abbassando poi lo sguardo sulla trama della maglia del padre e abbracciandolo di nuovo.

"Non ne ho idea. Perché ti sembra sconvolto?" rispose la sorella dall'alto della sua camera.

"Stava piangendo. E adesso mi sta abbracciando da qualche minuto ormai"

"Deve essere per quel servizio che ha visto ieri sera in tv"

"Quale servizio?"

"Quello sulle ragazze trovate uccise..."

"Ma non avevano archiviato il caso?"

"Non dopo che l'altro ieri ne hanno trovata un'altra... la storia sta andando avanti"

"Ne parliamo dopo... ora devo cercare di staccare papà da me"

"Non preoccuparti, oramai sono sveglia. Adesso arrivo"

Non passò molto tempo che anche Alfreda, nella sua veste nera, scese le scale, fermandosi sul gradino a guardare suo padre che stava ancora abbracciando sua sorella. Lei, per tutta risposta, tentò di ammiccarle cercando un varco tra le enormi braccia tra cui era stretta. Questa allora si schiarì la gola attirando l'attenzione dei genitori, che si voltarono. Il padre lasciò andare Armanda, che la ringraziò con un pensiero veloce. Alfreda scese l'ultimo gradino e guardò il latte per terra, scrutando ogni volto con aria interrogativa. Non si soffermò su ognuno, ma lasciò scivolare lo sguardo verso la macchia bianca per terra, commentando il tutto con un freddo -Che peccato- e andò a sedersi e a fare colazione.

Il resto della mattinata passò velocemente. Dopo che tutti ebbero mangiato e il pavimento fu ripulito, ognuno andò in una stanza diversa per passare quel sabato d'estate come più gli sarebbe piaciuto, lasciando la casa in un silenzio interrotto solo dallo sfogliare delle pagine del libro di Alfreda e dal girare delle pagine del giornale di Alfred, o della tv che Margaret stava guardando. Tutto era avvolto da un'aura statica, misteriosa, scandita dal semplice ticchettio delle lancette dell'orologio affisso alla parete della cucina. Alfreda lanciò un semplice pensiero alla sorella, aspettandosi un risposta a breve. Le aveva chiesto di chiudere la porta della sua camera perché, dal salotto dove si trovava, faceva corrente con la finestra aperta del piano di sopra. Improvvisamente si illuminò. La finestra era aperta. Suo padre, in particolare in quei giorni, non lo avrebbe permesso. Si alzò di fretta, continuando a chiamare la sorella con la mente, senza ricevere risposta, tenendo ancora il libro sottobraccio e salendo le scale a due a due per far più veloce. Quando arrivò al pianerottolo, la porta era spalancata, così come la finestra. E di Armanda non c'era neanche l'ombra. Il panico iniziò a montarle dentro. Cosa fare? Avvisare i genitori? E se invece si fosse trattato semplicemente di una delle sue bravate, pensando che nessuno la avesse scoperta? Percorse a grandi passi tutta la lunghezza della camera, affacciandosi alla finestra e guardando di qua e di là, ma di sua sorella non c'era neanche l'ombra. Iniziò a dondolare sulle punte dei piedi, indecisa sul da farsi. Non aveva mai disubbidito ai suoi genitori... ma aveva paura per sua sorella. Non l'avrebbe lasciata fuori da sola, o con chissà chi altro. Sarebbe andata a prenderla e sarebbero tornate entrambe a casa. Qualunque cosa fosse successa. Prese una borsa al volo e si infilò le scarpe, poi ritornò di fronte alla finestra. Alzò una gamba e scavalcò il cornicione, poi scavalcò anche con l'altra, e fu in piedi sul tettuccio. Camminando a tentoni, raggiunse la parete vicina e scese pian piano, tenendosi poi al tubo di scolo per scendere. Atterrò miracolosamente in piedi e, dopo essersi auto complimentata per la riuscita della discesa, iniziò a correre lungo il marciapiede della strada, scansandosi ogni tanto per evitare di andare addosso ai passanti. Arrivata al primo incrocio si guardò intorno, non sembrava vedere niente, finché non notò una chioma bionda allontanarsi nella strada di sinistra. Così, speranzosa come non mai, attraversò di fretta, rischiando di essere investita, e rincorse quei capelli biondi fino all'entrata di un parco. Armanda era lì, a braccetto con un ragazzo, mentre ridevano e scherzavano insieme. Sembrava brutto interromperli ma il dovere era dovere, perciò strattonò indietro la sorella per un braccio e la fece voltare. Quando i loro occhi si incontrarono, Armanda ebbe un veloce tremito alla mano e sembrò come risvegliatasi da uno stato di trance. Alfreda la guardò di sbieco, tentando di capire cosa stesse succedendo, ma la sorella le rivolse un enorme sorriso.

-Lui è Ombra! E' un mio amico- disse Armanda, sorridendo. Lo sguardo di Alfreda si spostò velocemente sul ragazzo, tentando di inquadrarlo. Aveva i capelli biondi, ben curati e tenuti all'indietro. Gli occhi color ghiaccio mi stavano guardando dall'alto in basso, taglienti come lame affilate, e le labbra carnose erano piegate in un ghigno enigmatico. Era effettivamente bello, ma Alfreda non lo degnò a lungo del suo sguardo. Il suo essere le faceva da scudo verso le emozioni, perciò la sua visione era sì triste ma molto oggettiva. Lui era semplicemente un bel ragazzo. Nulla di più, nulla di meno. Non aveva idea di chi fosse, di come facesse a conoscere sua sorella o di qualsiasi cosa lo riguardasse, a parte il suo nome. Armanda non sembrava in sé. Le pupille erano dilatate, fisse sul suo volto, e i capelli erano stranamente spettinati. La gonna lunga a motivi floreali era tutta sgualcita e la maglia verde era scostata su un lato. Ombra però non sembrava guardarla. Adesso guardava lei. Gli occhi fissi nei suoi, cercavano di scavare in profondità ma non riuscivano. Alfreda mantenne lo sguardo, inespressivo e spento come suo solito, tanto che il ragazzo dovette distogliere il suo, riportandolo su Armanda. La sorella la tirò a sé, togliendola da quella strana situazione e trascinandola via. Armanda non oppose resistenza, bensì si fece portare via, camminando per inerzia e volgendo lo sguardo verso quell'entrata del parco.

"Armanda smettila!" le urlò nella mente la sorella

-Smettila? Smettila di fare che??- urlò lei, nel bel mezzo del marciapiede, barcollando. Alfreda le tappò la bocca con una mano e la fece sedere su una panca lì vicino, mentre lei rideva , apparentemente senza motivo.

"Armanda ti prego, mi fai paura..." pensò la sorella, sull'orlo della disperazione. La abbracciò, tenendola ferma e accarezzandole i capelli. Lei sembrò calmarsi, smettendo di dondolare e appoggiando la testa all'indietro.

"Che giorno è oggi?" Chiese lei ad Alfreda, la quale frugò per un attimo in borsa, prendendo una piccola agendina e controllando il giorno.

"Oggi è Venerdì, Armanda" le rispose lei, riponendo l'agenda in borsa. La sorella appoggiò la testa sulla sua spalla, sospirando.

"Non è mai Venerdì, quando siamo ancora a Giovedì" pensò lei, facendo scendere una piccola lacrima lungo la sua guancia.

"Sì, Armanda. Sì" le ripose dolcemente Alfreda, senza accorgersi che la sua maglietta nera, borchiata sulle maniche, si stava inumidendo per le lacrime della sorella. La abbracciò più forte, facendola alzare e insieme si incamminarono verso casa. Lungo il tragitto, nessuna delle due proferì più parola. Appena arrivarono in casa, i genitori, allarmati come non mai, spedirono Alfreda in camera, prendendosi invece cura di Armanda, che sembrava ancora sconvolta. La sorella non aveva ancora spiegato nulla di ciò che era successo e non sembrava aver l'intenzione di farlo, perciò i genitori fecero il terzo grado anche ad Alfreda, la quale rispose semplicemente quello che aveva visto, tralasciando ovviamente la parte in cui sua sorella dava di matto.

Tutti in quella casa saltarono il pranzo, quel giorno. Alfreda scese in cucina per sgraffignare qualcosa dal frigorifero ma venne scoperta dalla madre, che la rispedì immediatamente in camera. Armanda invece se ne stava lì, seduta sul suo letto, con lo sguardo fisso nel vuoto. Uno strano sorrisino le percorreva il volto, ma la sorella non ci fece molto caso. Camminò invece verso la finestra scostando leggermente la tenda, che lasciò subito andare per il terrore. Là sotto, sul marciapiede, Ombra stava fissando la finestra. La stava guardando, e le faceva segno di scendere. Lei scosse la testa, lanciandogli un'occhiata torva e tornandosene indietro. Si sedette accanto alla sorella, accarezzandole la schiena e sistemandole poi i capelli in una treccia. C'era tanta tensione tra loro due, ed entrambe se ne erano accorte. Un filo era teso tra le due. E Armanda decise di abbassare la forbice su quel filo, rompendo definitivamente l'atmosfera in un'unica frase: -Io lo amo, Alfreda-

Lei si bloccò. Le mani erano ancora intente a fare l'ultimo intreccio e rimasero ferme, lasciando l'atto a metà. I suoi occhi, sbarrati e confusi, cercavano quelli della sorella per delle spiegazioni. Spiegazioni che non tardarono ad arrivare.

-Lui è speciale. Sa coinvolgermi, mi fa divertire... e poi, hai visto che belli i suoi occhi? Così profondi e scuri? E i capelli? Castani e ondulati, che su quella carnagione non troppo pallida sono fantastici. Non posso fare a meno di amarlo, Alfreda-

Adesso sì che era confusa. Occhi scuri e profondi? Capelli castani e ondulati? Carnagione non troppo pallida? Ma se Ombra era esattamente l'opposto! Almeno... lo era secondo lei. Un lampo passò nella mente di Alfreda, portandola a guardare di nuovo verso la finestra. Si alzò e si appoggiò al bordo interno, lasciando sul vetro la condensa del suo respiro. La sera stava sopraggiungendo, il sole era in procinto di tramontare, tingendo tutto quanto di un arancione rossastro. Compreso lui, che era ancora lì. In piedi sul marciapiede. Con una scusa, Alfreda mandò la sorella in un'altra stanza, facendole credere che l'avessero chiamata. Quando fu rimasta sola, aprì la finestra e un vento gelido invase la stanza, facendo svolazzare la sua gonna nera e facendola rabbrividire. Avrebbe dovuto mettere fine a quella storia, qualunque cosa fosse. Lo avrebbe fatto per il bene di sua sorella. Ridiscese in cortile, chiudendo la finestra alle sue spalle, e raggiunse il marciapiede da dove Ombra la stava guardando. Esaminò ogni suo passo, ogni suo minimo movimento, finché non fu davanti a lui.

-Cosa ci fai ancora qua?- sbottò, rabbrividendo.

-Sono qui per te, Alfreda. Tu sei diversa da tutte le altre. Tu mi resisti. Non so cosa ci sia di strano o contorto in te, ma non preoccuparti: lo scoprirò molto presto- disse lui con una voce dolce e profonda. Melodiosa al punto giusto e, per una qualsiasi ragazza all'infuori di lei, molto attraente. Le sorrise, volgendo lo sguardo verso il sole che tramontava e iniziando a camminare. La ragazza lo seguì, incuriosita ma al contempo timorosa e vigile. Studiava ogni sua mossa, ogni suo atteggiamento per capire. Capire cosa avesse provocato il comportamento di sua sorella. Non osò proferire parola, ma si limitò a guardarlo. Doveva ammettere che aveva un certo stile nel vestire: La maglia nera e attillata era coperta da una giacca nera di pelle. I Jeans, rattoppati qua e là, si allargavano leggermente sulla caviglia e cadevano morbidi sulle scarpe, anch'esse nere. Era effettivamente un bel ragazzo. A lei erano sempre piaciuti i ragazzi freddi e misteriosi. In particolare quelli con gli occhi azzurri e biondi e...

Tutto divenne chiaro nella sua mente. Ad Armanda piacevano i ragazzi scuri di capelli, occhi neri e profondi, e lui si era mostrato a lei esattamente così. E adesso stava facendo la stessa cosa con lei. Si stava mostrando nella forma più piacevole per chi lo guardasse. In quel modo nessuno più avrebbe potuto riconoscerlo. Lui le lanciò uno sguardo, e per un momento la ragazza rimase imbambolata. Si svegliò subito, però, scrollando la testa in un disperato tentativo di scacciare la sua immagine. Quando aprì gli occhi, attorno a lei c'era come uno sfavillio, una nube luccicante che la attorniava. E allora iniziò a guardarlo. Lo guardò ancora, ma la mente la risvegliò un'altra volta. Tutto quel luccicare andò via e Alfreda si ritrovò nello stesso parco di quella mattina, con quel ragazzo che la guardava, divertito. Accanto a lui, una piccola costruzione metallica era apparsa dal nulla. Era mezza distrutta e aveva la vaga sembianza di un'astronave. La ragazza spostò velocemente lo sguardo prima sulla navicella, poi sul ragazzo e dopo ancora sulla navicella. Ombra le fece segno di seguirlo, entrando all'interno. Stava per muovere un passo quando un "NO!" nella sua mente la immobilizzò. Si voltò di scatto, aspettandosi di trovare sua sorella, ma non c'era nessuno. "Non entrare lì dentro!" Ancora quella voce. Alfreda si guardò intorno, rischiando di perdere l'equilibrio per i giri che stava facendo su se stessa. "Attenta che mi schiacci! Non che mi dispiaccia, sia chiaro. Almeno così potrei farla finita una volta per tutte" Questa volta la voce era stata chiara. La ragazza guardò in basso e si ritrovò un piccolo porcospino che gironzolava tra i suoi piedi. Si accucciò e lo prese in mano, gettando una rapida occhiata alla navicella. Il ragazzo era appoggiato accanto all'entrata e la stava guardando, in attesa. "Non guardarlo. Non guardarlo o finirai anche te in trappola" continuò l'esserino. La sua voce si era infiltrata per qualche ragione nella sua testa, cosa che lo rendeva alquanto speciale.

"Perché non dovrei? Il suo sguardo non ha effetto su di me... cosa mai potrà farmi?" rispose Alfreda, sorprendendosi non poco di stare parlando con un porcospino. Ombra allargò le braccia, esasperato, e sbuffò, entrando dentro la navicella e lasciandola sola con quel piccolo animale in tutto quel grande parco.

"Non sei la prima che lo pensa. Io posso vedere il futuro, Alfreda. Non fidarti di lui. Vedo che la strada per te non sarà facile e ti ritroverai a fare cose che non ti saresti mai immaginata. Tanti auguri, cara. Perché solo di questi avrai bisogno. Il futuro è stato scritto. Perciò scusami ma adesso vorrei provare a salire su quell'albero, così potrò cadere giù e provare a uccidermi, anche se so che passerà qualcuno in bicicletta e io cadrò esattamente nel suo cestino ricolmo di coperte. Oh, destino. Perché a me? Perché dovevi farmi questo? Un porcospino non può voler morire in santa pace? ... Alfreda? Alfreda dove sei?? Oh, povera ragazza" terminò di parlare nella sua testa il porcospino, mentre Alfreda lo aveva posato a terra e si era allontanata, entrando nella navicella e lasciandosi quel fastidioso vociare alle spalle. In quel momento era decisa più che mai a scoprire di cosa si trattasse. Era buio all'interno. Le uniche luci che illuminavano leggermente l'ambiente erano quelle della luna, che filtrava tra le lastre di metallo sconnesse del soffitto, e quella rossa dei lampeggianti di allarme della navicella, che mostravano a scatti l'abitacolo in cui si trovava. In un angolo, immerso nel buio, Ombra fissava Alfreda. I suoi occhi fissi in quelli della ragazza che manteneva lo sguardo, senza farsi condizionare. Non sarebbe più entrata in nessuna illusione. Non avrebbe più potuto fermarla nessuno. Prese un pezzo di metallo da terra, simile a un tubo, e si preparò ad usarlo contro il ragazzo se fosse stato necessario. Immerso nell'oscurità, Ombra scoprì i denti in un bianco sorriso. Con un veloce gesto della mano, fece volar via dalla quella della ragazza l'arnese che aveva appena afferrato. Con un altro gesto, molto più veloce, delle cinghie si legarono ai polsi e alle caviglie della ragazza, stringendoli abbastanza da non permetterle di muoversi. Ombra allora avanzò, i capelli biondi illuminati da un raggio di luna, e si fermò di fronte a lei, ghignando. Si limitò a scuotere la testa, lentamente. Avvicinò il viso a quello della ragazza, che stava cercando invano di divincolarsi da quella solida presa. Per la prima volta, Ombra aveva davanti qualcuno che lo resisteva. Qualcuno che non poteva essere comandato o condizionato. Perciò volle trattarlo in modo diverso, facendogli provare qualcosa di reale, e non più di illusorio. Il ragazzo fece scivolare una mano sul busto di lei, ghignando. Alfreda urlò, in preda al panico, ma, con un movimento repentino, Ombra fece avvolgere un altro laccio davanti alla sua bocca, impedendole così di dire qualsiasi cosa. Riprese così a far scorrere la sua mano lungo il suo petto, accarezzandole i seni e iniziando a baciarle la pancia, salendo sempre di più. Con un rapido ed energico gesto le strappò la maglia di dosso, lasciandole un graffio sulla pelle candida. Ombra continuò a baciarla, questa volta scendendo e, una volta arrivato al bordo della gonna nera, la strappò a un lato con ironica delicatezza, togliendogliela e lasciandola semplicemente in biancheria. Dagli occhi di Alfreda iniziarono a sgorgare lacrime e lei iniziò a singhiozzare. Perché aveva perso. In un certo senso lui c'era riuscito. Pur non facendole vivere una completa illusione l'aveva portata a fare quello che lui voleva. L'aveva condotta nel suo covo. E probabilmente la mattina stessa lo avrebbe fatto con sua sorella se lei non li avesse fermati. Ma ora chi avrebbe salvato lei?

Ombra continuò ad accarezzare il suo corpo, le sue forme, mentre con una mano si stava togliendo la maglietta, mostrando un petto abbastanza muscoloso. Poi fu un attimo. Lui strappò le strappò via le mutandine, lasciandola praticamente nuda, e si abbassò i pantaloni. Con violenza la penetrò più e più volte, aggrappandosi con le unghie al petto di lei e ai suoi seni. Alfreda gemette, quasi senza voce, in un bagno di lacrime. Il suo corpo, dal collo in giù, era quasi totalmente ricoperto di graffi o di lividi e il busto grondava sangue dalle profonde ferite. Appena ebbe finito l'atto, Ombra, in un ultimo gesto di dominazione, squarciò con le sue possenti e affilate unghie il busto di lei, facendole esalare il suo ultimo respiro.

Era una notte fredda, pur essendo in estate. La vestaglia rosa di Armanda svolazzava per il vento, mentre camminava lungo il marciapiede. Tra un brivido e l'altro, la ragazza arrivò al parco.

"Alfreda! Alfreda, dove sei?" pensò la sorella, in un ultimo tentativo di ritrovarla. Aveva infatti passato in rassegna tutte le vie lì intorno e il parco era l'ultimo posto che le rimaneva.

"Mi scusi?" una voce aveva parlato nella sua testa. Armanda si voltò più e più volte, alla ricerca di sua sorella, ma non vide nessuno. Pensò si fosse trattato di un gioco della stanchezza, perciò stava per uscire dal parco, rassegnata.

"Mi scusi? Dico a lei, eh!" di nuovo quella voce. Questa volta Armanda guardò ovunque, alla ricerca di qualcuno ma non vide nessuno. Attirò la sua attenzione però un piccolo porcospino, sull'argine del torrente lì accanto. Non vedendo nessun altro, la ragazza si avvicinò a lui.

"Ecco brava, vedi che mi hai visto! Allora... secondo te, se mi butto in questo torrente morirò o avrò possibilità di sopravvivere? Sai, vorrei essere sicuro della mia morte. Comunque sia avevo predetto il tuo arrivo. Sei qui per quella testona di tua sorella, non è vero?" continuò l'animaletto, parlando nella testa della ragazza.

"Cosa sai di mia sorella?" pensò subito Armanda

"Uh, come siete frettolose tutte e due. Si vede che siete gemelle. Comunque sia, tua sorella è entrata nel covo di Ombra. Vedi quella navicella laggiù? Ecco, quello. Io le avevo detto di non andarci. Le avevo detto che sarebbe stato pericoloso. Ma lei ha preferito non ascoltarmi. Ha preferito girare i tacchi e andarsene, senza neanche aiutarmi a salire sull'albero"

"Salire sull'albero?"

"Sì, ecco... è una lunga storia ma adesso non c'è tempo. Non dovresti stare qui. Se rimarrai non vedo niente di buono per te. Se rimarrai potresti raggiungere tua sorella... solo non qui ecco. Però so già che la andrai a prendere perché... Armanda? Armanda?? Perché in quella famiglia nessuno mi fa finire i discorsi? Mh... e se provassi ad accendere un fuoco e mi ci buttassi dentro? Non sarebbe male... A meno che poi non piova, ovvio" il porcospino continuò il suo lungo monologo mentre Armanda si stava dirigendo verso il centro del parco, dove si intravedeva, tra i raggi della luna, un ammasso di ferro che non aveva mai notato prima. Poggiò un passo dietro l'altro sulla ghiaia del vialetto, nascondendosi dietro un albero prima di uscire allo scoperto e avviarsi verso l'entrata dell'astronave. Tra l'erba del prato notò qualcosa luccicare, sotto la luce della luna. Si chinò abbastanza per vedere di cosa si trattava: era un coltellino, di quelli tascabili, probabilmente perso da qualche turista. Lo afferrò, pulendolo con l'orlo della veste e si preparò ad entrare. A passi leggeri, varcò la soglia. Appena entrò, però, l'orrendo scenario della sorella, nuda e ancora appesa al muro al di sopra di una pozza di sangue, fece rivoltare lo stomaco ad Armanda, dandole dei conati di vomito. Oltre ad essi, il suo volto si riempì di lacrime e dalla sua bocca non riuscì ad uscire alcun suono, tante erano le cose che dentro di lei avrebbe voluto dire. Si inginocchiò, piangendo a dirotto, non potendo ancora credere a quello che stava guardando. Da un angolo, una fredda risata si levò in quell'aria gelida, facendo voltare lo sguardo alla ragazza. Pur essendo coperto dalle lacrime, gli occhi di Armanda incontrarono quelli di Ombra. Tutto lì intorno cambiò, diventando una grande pianura ventosa, illuminata dal sole. Guardandosi la mano non ritrovò più il coltello ma una zucchina, verde e lunga. Lo sguardo però le tornò su quello del ragazzo. Uno sguardo scuro e profondo. Scuro e... no. No, non era scuro. Era... era color ghiaccio. E i capelli... biondi. Il dolore per la sorella stava superando tutto. Il dolore abbatteva i muri dell'invisibile e straripava nello sguardo. Annebbiava la mente ma la rendeva più lucida. Ricordava per cosa fosse lì. Adesso doveva solo vendicare la sorella. Doveva vendicare tutte quante le ragazze che erano state portate via dal suo fascino. Portate via dal suo sguardo.

-N..non la passerai liscia. Te la farò pagare... per mia sorella. Con... con questa zucchina!- disse la ragazza, apprestandosi a lanciarla. Mentre pronunciava ciò, tutto stava ritornando normale. In mano adesso vedeva l'immagine mossa di un piccolo coltello. Attorno a lei coesistevano pezzi di astronave e di pianura, ma Ombra era comunque di fronte a lei. Era lì. Bastava un lancio, preciso, e tutto sarebbe finito. Armanda però non fece in tempo a lanciare il coltello che questo volò nelle mani di Ombra. Lo sguardo di ghiaccio fisso nei suoi occhi, ma lei resisteva. Tutto attorno aveva iniziato a ruotare vorticosamente, in una lotta fra reale e non. Una lotta per l'allontanamento dei contrari, portando così all'apparente ordine: il nulla. Tutto si sovrappose a tutto e rimasero soltanto loro due, in un universo bianco. Un gioco della mente durato fin troppo. La mano di Ombra si abbassò di colpo, mollando la presa sul coltello. Armanda lo vedeva avvicinarsi sempre di più. Era velocissimo. Così chiuse gli occhi, attendendo la fine, mentre un'unica, ironica, frase veniva pronunciata dal ragazzo, prima che anche la sua vita venisse spezzata. Prima che si riuscisse a ricongiungere con sua sorella. Una sola frase, pronunciata con oscuro divertimento.

-E prendi 'sta zucchina-


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