Seconda Prova - The Battles
Parole: 7226
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- Regno di Re Arvedui. Parte fondamentale della delegazione magica del popolo incantato. Un posto meraviglioso, popolato da fate, elfi, gnomi e folletti. Qui ogni classe della popolazione lavora in totale armonia con le altre, suddividendosi i vari compiti e collaborando tra loro. Il regno, che di per sé è una vastissima foresta popolata dalle più svariate creature, si articola in sei città, o villaggi, di cui una ne è la capitale. Questa ha preso il nome di Ostaran dopo che il Re la scelse come città principale e vi fece costruire il suo palazzo, mentre gli altri cinque villaggi presero un nome differente in base alla loro funzione. Il primo villaggio venne chiamato Astairon, a causa delle profondissime miniere da cui, da secoli ormai, il regno ricava la propria polvere magica. Questa polvere magica viene poi portata dai Messaggeri al secondo villaggio, Savairon, chiamato così per le enormi fabbriche che raffinano la polvere magica per ricavarne energia magica, utilizzata come fonte di energia primaria in tutto il regno. Buona parte di quest'energia viene utilizzata per illuminare la foresta, ma una parte viene anche portata al quarto villaggio, Apsamno, così chiamato per la numerosissima quantità di centri di produzione alimentare. I prodotti di Apsamno vengono poi portati, sempre dai Messaggeri, al terzo villaggio, Apsàlemo, il cui nome deriva dal vecchio saggio che controlla l'enorme magazzino in cui vengono conservati tutti i cibi del regno. E infine c'è Carlie, il quinto villaggio. Qui vi abitano per lo più fate e gnomi, poiché la sua funzione è quella di riparare qualsiasi cosa non funzioni nel Regno. Questo villaggio è famoso in tutto il Regno per le sue lunghissime code di attesa. Il centro della città è un'enorme quercia cava, al cui interno si trovano tutti gli uffici di riparazione. Al pian terreno vi sono numerose cabine di ricevimento per depositare oggetti rotti o prelevare quelli riparati. Per arrivare a questo punto però vi aspetterà una coda di diverse miglia che serpeggia per le strade. Qui ogni felice cittadino fa lo stesso lavoro e... -
-Felice? Stai scherzando, vero? -
-Ehi, fammi finire il mio lavoro. Il Re mi ha incaricato di introdurre... -
-Non mi importa. Da qui continuo io, narratore da quattro soldi! -
- Fa' come vuoi. Io me ne vado -
-Ecco, bravo. Ok, avete sentito le cose che quello lì stava dicendo? Tutte scemenze. Popolo felice... collaborativo... Scemenze! Qui tutti si scannano ogni tre per due e sono tutti costretti a fare lo stesso lavoro per tutta la vita. Io mi sono stufata da un po', ed è da altrettanto tempo che faccio quello che mi pare e piace. State pure comodi perché quello che vi racconterò potrà sembrare noioso o lungo, ma voi dovrete stare qui a leggere. Fine della discussione.
L. M. J. A. D. V. C E. Selene Grimaldi's Pov.
Bene, il mio nome è Lia Meredith Jennifer Angela Diana Victoria Cloe Emma Selene Grimaldi (Non fate polemiche sulla sua lunghezza, non sono stata io a sceglierlo ma quei buoni a nulla dei miei genitori) e sono una fata. Vivo a Carlie, il quinto villaggio del Regno di Re Arvedui. I miei genitori sono morti, o scomparsi. Sta di fatto che nessuno me lo ha mai voluto dire perciò io mi sono rassegnata a sapere chi essi siano. Vivo fin dalla mia nascita con la mia tutrice, Ringil (in elfico Stella Fredda). Un nome, a parer mio, azzeccatissimo poiché lei sarebbe anche una bella donna, se solo si curasse di più, ma è severa e dura come il ghiaccio. Mai un sorriso. Mai un abbraccio. Non è che la odio, no. Provo solo un profondo disprezzo verso di lei, ecco tutto. Purtroppo per me, a differenza delle altre fate io non ho le ali. Mi furono revocate in seguito all'incidente del magazzino. Sì, perché dovete sapere che, quando ero ancora una fata giovane, avevo fatto richiesta per diventare Messaggera. La richiesta venne accettata e così lavorai come tale per un po' di tempo, finché un giorno dovetti fare una consegna al Grande Magazzino di Apsàlemo. Vi dico soltanto una cosa: mai mettere le mele focaie vicino agli arbusti carboniferi. Mai. Il risultato? Un grande incendio. Dopo quell'episodio le ali mi vennero tolte e così tutti mi continuarono a scambiare per un elfo. Tutto questo fino a qualche giorno fa, quando mi svegliai nella mia solita casetta. Il caminetto era ancora acceso dalla sera prima e le sedie erano tutte ribaltate e buttate per terra. Sembrava fosse passato un folletto da lì, ma io sapevo che era colpa del mio sonnambulismo. Lasciare il caminetto acceso era stato un atto azzardato; avrei sempre potuto bruciare tutto. Tuttavia ciò non era successo, quindi tirai istintivamente un sospiro di sollievo e mi preparai per la solita giornata di lavoro. Indossai il completo verde scuro e la cintura in cuoio degli attrezzi. Vi infilai un martello e un paio di cacciaviti, poi aprii la porta e la luce del sole mi accecò per un istante. Quando i puntini verdi smisero di saltellarmi dinanzi agli occhi, potei finalmente ammirare lo stesso, identico, noioso, monotono, orrendo panorama del giorno precedente. La città era, al solito, piena di gente che si era accampata dalla sera precedente per poter essere prima alla fila del giorno dopo, ma all'incirca un altro milione di creature aveva avuto la stessa idea. Scesi le scale del vialetto ed entrai in strada. La coda si estendeva a perdita d'occhio e dovetti passare in mezzo ad essa, tra uno gnomo ciccione e un folletto, che non perse l'occasione di farmi uno sgambetto, proprio mentre stavo circumnavigando l'enorme pancia dello gnomo, per farmi cadere a terra, esattamente dentro una pozzanghera. La giornata era iniziata splendidamente. Lo gnomo purtroppo aveva perso l'equilibrio dopo la mia caduta e si era sbilanciato in avanti, colpendo l'elfo davanti a sé e così via, creando una caduta a catena lunga mezzo miglio. Mi tirai su, guardando storto il folletto che stava ridendo a più non posso e sistemandomi il cappellino a punta sul capo. La punta purtroppo si era afflosciata a causa dell'acqua e il campanellino sulla cima non suonava più. Il cappello non era un problema, avrei sempre potuto rubarne uno dal magazzino delle scorte, ma la divisa era completamente zuppa. Non c'era tempo di asciugare tutto al sole, perciò era il caso di fare ricorso alla magia. Essendo io una fata relativamente giovane non possedevo ancora una bacchetta personale, ma potevo prenderne una "in prestito" dalla scuola del villaggio. Mi diressi a passo spedito verso l'edificio scolastico, salutando ogni tanto le persone che conoscevo che erano in coda e poi continuando la mia corsa. Arrivai in poco tempo alla scuola, certo ne avrei impiegato di meno se avessi avuto le ali ma dovevo accontentarmi, e scassinai con un colpo di martello la serratura, convinta che la avrei riparata successivamente. Entrai e mi chiusi subito la porta alle spalle. Feci qualche passo verso la prima aula ma un fischiettio mi immobilizzò. Una fata anziana, addetta alle pulizie, stava lucidando il pavimento mentre fischiettava una canzone che non riuscii a distinguere. Rimasi lì, immobile, con gli occhi spalancati e la bocca aperta in un urlo muto mentre lei si avvicinava a me. Cosa potevo fare? Avvistai una tavola di legno sul pavimento. "A mali estremi..." pensai. Così mi avvicinai lentamente alla donna. La mano mi tremava ma ebbi comunque il coraggio di abbassare violentemente quell'asse di legno sulla sua testa con l'intenzione di farle perdere i sensi. Il colpo era andato a segno. Chiusi gli occhi per l'orrore di quello che avevo fatto, ma la solita canzone fischiettata me li fece riaprire. La vecchia fata era ancora là, in piedi, che puliva il pavimento. Gli occhi rimasero fissi sulla donna, aspettando magari un qualsiasi segno di cedimento, ma non accadde nulla. Riprovai a colpirla con l'asse, questa volta più forte, ma la vecchia stava ancora lì, in piedi a fischiettare e a lucidare il pavimento.
- Oh, ma andiamo! - urlai, e l'urlo rimbombò per i corridoi vuoti fino che non divenne un flebile sussurro. Eppure niente. La vecchia fata non sembrava notarmi. Continuai a colpirla per un po' di tempo ma la vecchia continuava a non vedermi e sentirmi. Non sembrava notarmi... ma era perfetto! Corsi felice verso la prima aula, entrai e afferrai una bacchetta. Mi misi di fronte ad uno specchio e recitai le parole che ricordavo per asciugare gli abiti mentre agitavo la bacchetta puntandola verso di me. Un lampo di luce viola mi avvolse e mi ritrovai e indossare i vestiti sì asciutti, ma di un bel colore rosso fuoco. Sobbalzai alla vista di quella tinta così accesa e mi affrettai a fare un altro incantesimo. Questa volta il vestito tornò verde scuro, ma era di almeno tre taglie più largo. I pantaloni caddero al suolo e dovetti tenermi la maglia con una mano per non fare scivolare anche quella, mentre con l'altra formulavo un altro incantesimo. Adesso il vestito era della taglia giusta, verde e asciutto, ma era diventato di lana. Iniziai a sudare e con gli occhi cercai una finestra da aprire, ma tutte quelle che trovavo erano sigillate. Perciò decisi di tentare un'ultima volta, agitando la bacchetta e riformulando l'incantesimo. Adesso il vestito era perfetto, se non che il colore sembrava leggermente più chiaro ma poco mi importava. Rimisi la bacchetta al suo posto e uscii dall'aula. La vecchia fata sembrava continuare a non accorgersi di me, perciò uscii tranquillamente nel corridoio. Purtroppo però, appena voltai l'angolo feci cadere un secchio vuoto che era esattamente lì dietro. La fata allora smise di fischiare. Girò pian piano il suo volto rugoso verso di me e mi puntò la scopa contro. Gli occhi erano diventati due fessure e la bocca sembrava cercare di dire qualcosa, senza riuscirci. Si avvicinò lentamente e con un colpo di scopa rimise in piedi il secchio, voltandosi poi di nuovo e ricominciando a fischiettare. Il cuore mi stava battendo a mille e in quel momento riuscii soltanto a dire - Sul serio? - con tono sconvolto, poi mi voltai e scappai da quella vecchia pazza.
Quella giornata era già cominciata male. Dovevo solo sperare che non finisse peggio. Mi diressi, quindi, verso la Grande Quercia a passo svelto e facendo lo slalom tra folletti, questa volta tenendomene alla larga, gnomi, elfi e altre fate.
- Hey, Robert!- urlai ad un elfo vicino all'entrata dell'albero che sembrava sul punto di addormentarsi. Questo si girò e appena mi vide il suo volto si illuminò.
- Mia cara Lia Meredith Jennifer Angela Diana Victoria Cl... - disse l'elfo, ma lo interruppi ridendo.
-Cloe Emma Selene. Non riuscirai mai a ricordarlo tutto, vero? - finii io ridacchiando e spostando il peso da un piede all'altro.
-Sono sulla buona strada. Ancora tre nomi e lo saprò tutto -
-Buona fortuna, allora! Come mai sei qui?- chiesi guardandomi intorno
-Devo ritirare il mio forno riparato. Ad Apsamno se non si ha un forno funzionante si può anche morire di fame. Il mio stipendio si basa soprattutto su quello - mi rispose Robert. Era strano vedere Robert come un panettiere o qualcosa del genere. Non avresti mai detto che lui fosse in grado di svolgere un compito del genere. Le sue braccia così gracili e il viso smunto suggerivano invece un lavoro statico e noioso, ma si vociferava che il suo pane fosse il più buono di tutto il regno. Mh... e se lo avessi aiutato ad avere il forno riparato il prima possibile? Forse mi avrebbe ricompensato con un po' di quel delizioso pane! Era una fantastica idea. D'altronde gli mancava ancora almeno un'ora di attesa e si sa che gli elfi farebbero qualsiasi cosa pur di affrettare le cose. L'attesa è sempre stata il loro punto debole. Qualche anno fa infatti, un elfo aveva dato di matto dopo due giorni che era in coda. Aveva quasi mozzato l'orecchio del suo compagno con un morso e aveva disseminato il panico in tutta Carlie. Oltre a qualche altro piccolo incidente, la nostra famosissima fila è sempre stata rispettata e quasi sacra per alcuni. Ma a me, sinceramente, non importava. Io le file le saltavo quasi sempre, perciò non mi feci scrupoli a farlo anche quella volta.
-Robert... - gli sussurrai ad un orecchio, mettendomi in punta di piedi dato che lui era troppo alto perché io ci arrivassi normalmente. Lui si girò verso di me con fare interrogativo, senza però dire nulla. I suoi capelli argentati gli cadevano sugli occhi. -Cosa ne diresti se ti facessi avere il tuo forno prima del tempo?- gli proposi sorridendo. Lui per tutta risposta sbuffò, chiedendomi: -Cosa vuoi in cambio?-
Era furbo. Sapeva che i miei patti dovevano essere equi per entrambe le parti, ma essendo lui un mio amico gli chiesi in cambio soltanto un cesto del suo pane.
-Sì, si può fare. Bada a non farti scoprire però. Hai mezz'ora prima che il Centro apra-
Annuii e gli promisi che non mi sarei fatta scoprire. Non avevo molto tempo, perciò corsi subito verso il retro della Grande Quercia ed entrai dalla porta di servizio. Appena entrata, una quantità indefinita di ingranaggi, macchinari, vapore e tavoli da lavoro mi avvolse, dandomi le vertigini per qualche secondo. Mi ripresi subito, attraversando i corridoi ricavati nel legno e andando verso il magazzino degli oggetti riparati. Le altre fate che passavano non fecero caso a me, ma tenni comunque lo sguardo basso e tentai di non attirare l'attenzione. Alzai lo sguardo verso l'alto dell'albero, dove un'enorme cisterna piena di polvere magica illuminava tutto l'albero. Stavo per entrare nel magazzino, quando un'altra porta attirò la mia attenzione. Vidi una fata uscirne con un carrello carico di ali e mi precipitai a impedire che la porta si richiudesse. Infilai un piede tra la porta e lo stipite un attimo prima che questa fosse chiusa e dovetti trattenere un urlo di dolore. Abbassai lo sguardo sul mio piede che si stava già gonfiando e spinsi la pesante porta in metallo. La stanza era enorme. File e file di ali erano appese al soffitto e delle piccole pompe le spruzzavano sopra la polvere magica necessaria per ripararle. In un angolo, sopra un cassone di metallo arrugginito, una pila di ali, ormai spente da tempo, ricoperte di ragnatele. Mi avvicinai lentamente, come se in quella stanza vuota ci potesse essere qualcuno, e guardai quelle ali spente. Ne spostai alcune e mi bloccai. Di fronte a me c'erano un pio di ali blu, semitrasparenti e spente da molto tempo. Le presi in mano e soffiai via gli anni di polvere che vi si erano depositati sopra, portandole poi alla luce di un tavolo da lavoro. In tutta fretta presi una pompa di riserva di polvere magica e spruzzai le ali fino a farle ritornare funzionanti. Erano così belle: luminose e splendenti. Proprio come quelle che avevo io. Aprii un cassetto e vi trovai, con stupore, una bacchetta scarica abbandonata lì da qualcuno. Trovai un caricatore di energia magica lì vicino e ricaricai la bacchetta, poi con un veloce incantesimo le riapplicai sulla schiena. Mi presi un attimo di tempo per guardarmi. I capelli biondi erano stati raccolti in un veloce chignon e infatti alcune ciocche mi ricadevano davanti agli occhi. Le spostai con gesto della mano e continuai ad ammirare le ali. Provai a sollevarmi in volo ma la prima volta caddi miseramente a terra. Mi rialzai, dolorante, e riprovai, questa volta lanciandomi da una cassa poco distante. Un altro fallimento. Andai subito a sbattere contro un tubo che portava polvere magica e lo ruppi, ricoprendomi di quella lieve sabbia bianca che illuminava la stanza. Io ero, tuttavia, abituata a non indossare le ali e la prima regola di chi le indossa è proprio quella di non sovraccaricarle. E come si fa a caricarle? Proprio con la polvere magica. Le ali iniziarono a brillare sempre più forte, finché non si alzarono in volo da sole. Non riuscivo più a controllarle e iniziai a volare in tondo per la stanza. Le ali iniziarono a farmi fare capriole, giravolte, giri della morte e virate che da sola io non sarei mai stata in grado di fare. Dopo qualche minuto che andava avanti così iniziai a sentirmi male. La nausea si faceva sentire e dovetti sforzarmi per non rigurgitare la colazione sul pavimento. Intanto la stanza si stava pian piano riempiendo di polvere magica che continuava a uscire dal tubo. E io ero là. In aria come una stupida a cercare di non morire. La parte peggiore però doveva ancora arrivare. Le ali infatti si impigliarono alla fila di ali che era appesa al soffitto e le trascinarono dietro di sé, facendole trascinare per terra e di conseguenza facendole sovraccaricare. In pratica io venivo sobbalzata da una parte all'altra da una trentina di paia di ali che volavano impazzite per la stanza. Il peggio accadde quando uno gnomo, incuriosito dal rumore, aprì la porta. Tutte le ali si riversarono fuori e io venni trasportata nel bel mezzo della Grande Quercia, con quasi mille paia d'occhi che mi fissavano sbalorditi. Alcune fate cercarono di venirmi in soccorso ma le ali le tenevano lontane.
-Scusate... - cercai di dire combattendo la nausea -P.. potreste tirarmi giù?-
Alcune fate si guardarono e insieme andarono in una stanza vicina, tornando munite di bacchette. Lì iniziò il caos. La campana che annunciava l'inizio dei ricevimenti suonò e le grandi porte di legno iniziarono ad aprirsi. Alcuni gnomi e alcune fate cercarono di trattenere le porte, ma dall'altro lato tutte le creature fremevano per entrare. Le fate che stavano cercando di aiutarmi iniziarono a lanciare incantesimi alla rinfusa per bloccare tutte le ali, ma queste schermavano i colpi e li rimandavano al mittente, facendo precipitare quasi tutte le fate. Poi arrivarono gli gnomi che dall'alto si lanciarono sulle ali per tentare di cavalcarle, ma queste li disarcionarono in pochi secondi. Alcune ali stavano iniziando a staccarsi dalle altre e quelle che volavano per conto loro vennero presto disattivate da altre fate che erano accorse nel frattempo. Le porte si erano ormai aperte e la coda si era riversata all'interno dell'albero e teneva i nasi all'insù, guardando il mio esile corpicino, avvolto dai fili delle ali, che continuava a muoversi da un lato all'altro. Dopo un po' una fragorosa risata si levò dalla folla e io divenni subito paonazza. Ci volle un'ora intera prima che riuscissero a togliermi tutte le ali e appena fui libera non esitai un attimo a scappare via senza nemmeno ringraziare, morta per la vergogna. Corsi per tutto il villaggio e vicino a casa mia trovai Robert che aveva già preso il forno e lo stava riportando al suo villaggio.
-Ehi, Robert! Per il pane allora... - gli urlai dall'altro lato della strada ma venni subito interrotta dal suo sguardo infuriato e da lui che mi urlò: -Scordatelo!-
Andai, dunque, mogia mogia in casa mia. Entrai e chiusi la porta a chiave. Mi accasciai al suolo contro di essa e mi presi la testa fra le mani.
Passarono all'incirca tre ore. Tre lunghe ore che passai rimanendo seduta lì a guardare il caminetto acceso. Poi uno strano rumore mi riportò alla realtà. Mi alzai e andai a vedere alla finestra. La aprii, non vedendo nulla, e uno squillo di trombe mi investì, facendomi perdere l'equilibrio e cadere per terra. Mi rialzai, intontita e finalmente nella piazza vidi una grande carrozza in madreperla e le ruote dorate. Al traino vi erano quattro pegasi e il cocchiere era un elfo vestito di tutto punto. Ciò poteva voler dire soltanto una cosa: Il Re era arrivato al villaggio.
* * *
-Stavo quindi per uscire di casa quando...-
-Ehi! Ehi, tu! Fermati!-
-Cosa? Ancora tu? Non ti avevo detto di andartene?-
-Il Re crede che da qui sia meglio che racconti lui... io eseguo soltanto gli ordini-
-Il Re non sa cosa dice... io..-
-Tu niente. Questo è il volere del Re. Altrimenti ti sbatto in prigione!-
-Ok, ok. Come sei permaloso! Ebbene, vossignoria. Narrate pure!-
Re Arvedui's Pov
Molte grazie, inutile fata. Sarà il caso che inizi a raccontare dal principio. Quella mattina io stavo dormendo beatamente nel mio regale lettuccio a baldacchino. Sapete, quello con le tendine rosse ai lati e le corde dorate attorno? Quello. Stavo quindi riposandomi su mio bel lettuccio quando un mio inutile servitore iniziò a bussarmi insistentemente alla porta. Inizialmente feci finta di non sentirlo, ma dopo un paio di minuti in cui lui continuava a bussare fui costretto ad alzarmi. Ero furioso, come si può ben immaginare, e appena aprii la porta fulminai con lo sguardo quel piccolo gnomo vestito in tiro che mi guardava terrorizzato. Mi lisciai la barba con una mano e con l'altra gli puntai il dito contro. -Spero per te che tu abbia un buon motivo per disturbarmi a quest'ora del mattino!- gli urlai. Lui per tutta risposta balbetto un "Sì" e mi chiese di seguirlo. Io quindi sbattei la porta, lasciandolo fuori ad aspettare e mi cambiai. Non potevo mica presentarmi in vestaglia da notte! Un Re deve sempre mantenere un certo contegno. Indossai un completo bianco e rosso, vi applicai sopra le medaglie e infine uscii dalla porta in legno di abete. Lo gnomo era ancora lì, immobile.
-Ebbene, andiamo- gli intimai. Lui allora si affrettò a percorrere il corridoio e mi portò nell'ala ovest del castello, nella sala dedicata al controllo dei villaggi. Appena entrai, la quantità di schermi magici mi sopraffece e dovetti alzare lo sguardo fino al soffitto per vederli tutti. Al centro della sala vi era un indicatore della quantità di polvere magica usata da ogni villaggio e impiegai poco tempo a notare che l'indicatore del villaggio di Carlie era al livello massimo, eppure la rifornitura di polvere era avvenuta nei giorni precedenti. Guardai in tutte le direzioni possibili il misuratore, ricevendo occhiate dubbiose dagli gnomi e dagli elfi attorno a me, perciò mi ricomposi e dissi, con tono solenne: -Preparate le carrozze! Controllerò di persona quello che sta succedendo laggiù- poi feci una pausa. Sentii la pancia brontolare e aggiunsi:- Non prima di aver mangiato, però- e me ne andai via sotto gli sguardi basiti di tutti i miei collaboratori. Tornai nella mia stanza e mi buttai sul letto. Fare il Re era davvero stancante. Quando mi ero candidato per diventarlo pensavo di non dover fare nulla, eppure così non era stato. Tra gli elfi io ero uno dei maggiormente rispettati, soprattutto grazie a mio padre che con la sua attività mi aveva fatto vedere di buon occhio da tutti. Aprii le tende e dunque le finestre, uscendo sul balconcino in marmo che tanto mi piaceva. Inspirai profondamente l'aria e mi persi a guardare il paese sottostante. Oltre i giardini reali e il cancello con le inferriate, il paese di Ostaran si estendeva fino ai margini della foresta. Le stradine lastricate che avevano accompagnato la mia infanzia serpeggiavano tra i casolari e i negozi, in cui elfi, gnomi e qualunque creatura viveva in tranquillità. Una lieve musica di flauti si levava dalla piazza, dove i bambini suonavano per guadagnare qualcosa da mettere da parte. Mi capitava spesso di passare lì in mezzo e lasciare qualcosa a quei poveri ragazzi, così talentuosi e in cerca di successo. Nel villaggio non mi ero mai fatto dei nemici. O almeno era quello che avevo sempre pensato. Potevo tranquillamente passeggiare tra le vie soltanto con una scorta e nessuno mi aggrediva o malmenava. Anzi, tutti mi avevano sempre salutato cordialmente e si erano sempre inchinati al mio passaggio. Era un tale piacere passeggiare per il paese che molte volte avrei preferito non essere un Re ed essere invece un semplice elfo. Ma purtroppo così non era e adesso mi toccava risolvere i problemi del regno. Qualcuno mi bussò alla porta perciò borbottai controvoglia un "Avanti" abbastanza forte da essere sentito al di là del muro. La porta si aprì lentamente, cigolando, e da dietro vi spuntarono un paio di mani, poi una testa barbuta, un cappellino rosso a punta e infine il corpicino tozzo. Lo stesso gnomo di prima mi annunciò che la tavola era pronta e che il cuoco aspettava soltanto i miei ordini.
-Preparami il solito, Bernard- gli dissi sbuffando
-Signore... io mi chiamo Stewart...- osò rispondermi quello gnometto sfacciato. Mi avvicinai a passi lenti verso di lui che aveva iniziato a tremare.
-Vai a riferire gli ordini, Arnold- gli urlai in faccia mentre lui spariva, correndo lungo il corridoio e inciampando nel tappeto. Chiusi la porta, sogghignando, e tornai a guardare il panorama. Venni però interrotto dall'orologio a cucù, che iniziò a suonare imperterrito, annunciandomi lo scoccare dell'ora. Per tutta risposta gli lanciai contro una sedia e questo si sfracellò al suolo, riducendosi in mille pezzi.
-Dovrò comprare un orologio nuovo- dissi accigliato. Poi aprii la porta e scesi nel salone da pranzo, guardando con un misto di rabbia e indignazione la lunga tavolata apparecchiata per me nel lato Sud.
-ANDREW!- urlai a squarciagola e poco dopo il solito gnometto spuntò da dietro una porticina di legno.
-Chiamava me, signore?- balbettò lo gnomo
-Cosa significa questo? Sai benissimo che il tavolo lo voglio apparecchiato nel lato Nord, non in quello Sud! Rimedia subito!- gli urlai indicando il tavolo imbandito nel lato sbagliato. Stetti allora a braccia incrociate, fischiettando un motivetto davvero niente male, mentre lo gnomo si dava da fare per apparecchiare nel lato Nord del lungo tavolo. Appena ebbe finito, lo gnomo tornò nelle cucine e io mi accomodai sulla solita poltrona, ma il sole che entrava dalla finestra mi andava dritto sugli occhi. Allora mi alzai, sempre con espressione indignata, e urlai: - THOMAS!-
Il solito gnomo tornò. Era paonazzo in volto per tutta la corsa che stava facendo quella mattina, ma non mi importava granché. Io dovevo mangiare tranquillamente. E quel sole non me lo permetteva.
-Credo che oggi mangerò nel lato Sud del tavolo! Rimedia all'istante!- sbraitai al povero esserino che non impiegò molto a risistemare il tavolo e imbandirlo dal lato indicatogli. Quindi lo gnomo scappò via e io mi sedetti sull'altra poltrona, dal lato opposto a dove stavo prima. Quando mi sedetti però mi accorsi che la sedia non era abbastanza morbida, così urlai nuovamente: -ERNEST!- e lo gnomo accorse subito. -La sedia non è abbastanza comoda! Cambiala con un'altra!- gli sbraitai contro e lui si affrettò a cambiarmi la sedia con quella di fronte che era molto più confortevole. Così mi sedetti e iniziai a mangiare quello che il mio cuoco aveva preparato. Ma... mancava qualcosa! Mancava il mio succo alla Pesca Dolcifica! Stavolta non la avrebbero passata liscia. -BERNARD!- urlai. Lo gnomo accorse, stavolta con un sorriso in volto. Chissà perché quel sorriso. -Non dicevo a te, idiota! Dicevo al cuoco!- gli sbottai contro appena lo vidi arrivare. -Chiamamelo, Stephen!- urlai allo gnomo quando lo vidi tornare in cucina. Sbuffai. Non si poteva ottenere nulla in quel castello senza aver prima sudato sette camicie. Guardai fuori dalla finestra nell'attesa. Sembrava stesse per arrivare un temporale di lì a poco, a giudicare dalle nuvole all'orizzonte. Qualcuno lì vicino si schiarì la gola, attirando la mia attenzione e quando mi voltai vidi finalmente il cuoco. Il cuoco era, di per sé, uno gnomo abbastanza alto per essere definito tale, con una lunga barba rossa raccolta in trecce e un grande cappello a punta bianco sulla testa. Indossava come suo solito il suo grembiule bianco sopra i vestiti e aveva un coltello in mano che brandiva spaventosamente. Deglutii.
-Non mi avete dato il mio succo alla Pesca Dolcifica! Sapete benissimo che io lo pretendo a colazione!- gli urlai in faccia. Lo gnomo cuoco non sembrò scomporsi e, anzi, si avvicinò a me. Mi sentivo in pericolo. Indietreggiai un poco sulla sedia, appoggiandomi allo schienale. -Maestà- esordì lui, avvicinandosi sempre di più -Se solo voi non aveste tagliato i fondi alla mia cucina adesso voi avreste il succo con le pesche più rare di tutta la contea. Si da' il caso che però lei non mi dia abbastanza soldi per procurarmele. Perciò o berrà quel dannato succo per tutta la vita e null'altro, oppure rinuncerà ad averlo, a meno che lei non aumenti le finanze della cucina e in quel caso allora potrei anche farle avere tutto quello che desidera!- Adesso lo gnomo era a un passo da me. Alzò il coltello in aria. Era la mia fine. Me lo sentivo nella milza. Mi preparai a morire, raggomitolandomi sulla poltrona e proteggendomi la testa con le braccia. Sentii il colpo arrivare a segno, ma non sentivo dolore. Sbirciai attraverso le dita e vidi il coltello conficcato nel tavolo e lo gnomo che tornava nelle cucine. Questo era il colmo! -Era mogano... questo- brontolai cercando di sradicare il coltello dal tavolo, rinunciandoci dopo qualche tentativo. Mi alzai da tavola (Mi era improvvisamente sparita la fame) e andai nel cortile del palazzo dove la mia carrozza madreperlata mi attendeva. Presi il mantello di velluto rosso e salii su di essa, facendo leva sulle ruote dorate per riuscire a raggiungere la porticina. Il mio cocchiere si posizionò e poco dopo partimmo. Mi accomodai su uno dei divanetti all'interno e guardai fuori dal finestrino la foresta che scorreva veloce sotto di me. I miei pegasi, legati per bene al cocchio, erano tra i migliori di tutto il regno. Quattro stalloni neri che sferzavano l'aria con le loro possenti ali. Guardai in basso e vidi passare sotto di me i villaggi di Astairon, Savairon e Apsàlemo. Mancava ancora Apsamno e sarei arrivato a Carlie. Distolsi lo sguardo, sicuro che di lì a poco sarei atterrato. E infatti fu proprio così. La carrozza si fermò. Uno squillo di trombe mi stava già annunciando al villaggio. Aprii la porticina e scesi nella piazza principale, dove tutti i paesani avevano fatto spazio e si erano disposti a cerchio tutto attorno al perimetro della stessa. Dietro di me stavano atterrando le altre carrozze con i miei consiglieri, le mie guardie e i miei collaboratori. Quando tutte le carrozze furono arrivate, allora tutte le creature si inchinarono. Attesi il mio fidato consigliere, un elfo dai lunghi capelli azzurri raccolti in una coda e vestito con un elegante completo blu notte. Si sistemò gli occhiali a mezzaluna sul naso adunco e iniziò a guardare alcune carte che riportavano i numeri di consumo e bla, bla , bla. Tutte cose che non ho mai capito. Ho scelto lui come consigliere, ad essere sincero, proprio perché lui era molto bravo su tutto ciò. Comunque sia, mi guardai attorno per un po', inspirando a fondo l'aria ma rimasi sorpreso di ritrovare solamente una grande puzza.
-Che... cos'è quest'odore pestilenziale?- chiesi al mio consigliere, indignato.
-Ehm... sono i pegasi, maestà.-
-Oh... capisco. Beh, provvedi.- dissi all'elfo che subito impallidì e andò a chiamare qualcuno. Sbuffai, tornandomi a guardare attorno. Là, in fondo alla città, la Grande Quercia si ergeva maestosa. Iniziai a camminare verso di essa, ma venni distratto da un urlo proveniente da una casa lì vicino. Ne uscirono infatti una vecchia donna, vestita di un lungo vestito color bordeaux e una ragazzina vestita con gli usuali abiti da lavoro di Carlie. La donna la teneva per il polso mentre questa cercava di liberarsi. Mi avvicinai allora verso quella improbabile coppietta, facendomi largo tra la folla. La ragazza aveva i lunghi capelli biondi raccolti in uno chignon disordinato. Un particolare che mi stava facendo ricordare qualcosa... ma cosa? Ah, sì! Come avevo fatto a dimenticarmene! Era la ragazza che aveva incendiato il Grande Magazzino quando stava lavorando come Messaggera!
-Ancora tu, eh! Ci siamo rincontrati alla fine- dissi alla ragazza che intanto si era calmata e si era seduta su un ceppo accanto a lei.
-Salve maestà. Che piacere rivederla- disse lei quasi sbuffando.
-Credo che il nostro primo incontro non sia stato dei migliori, mi permetti di averti come accompagnatrice nella città?- dissi porgendole una mano
-Ma signore... dobbiamo incontrarci con il Capo Mastro che...-
- Fa' silenzio, consigliere- sbottai, facendolo tacere. -Allora?- domandai alla giovane fata.
* * *
- La fata stava giusto per afferrarmi la mano quando... -
- Hey! Non crede di aver raccontato il necessario, sua maestà? -
- No, non credo. A dire il vero stavo giusto per... -
- Ok, perfetto. Allora continuo io -
L. M. J. A. D. V. C E. Selene Grimaldi's Pov.
Bene, stavo giusto dicendovi che stavo per uscire di casa, quando davanti alla mia porta si parò la mia tutrice, Ringil. Questa entrò freddamente in casa nell'eleganza del suo vestito bordeaux e si guardò attorno. Poi prese la sua bacchetta e in meno di un minuto l'intera casa fu risistemata. Il camino venne finalmente spento e le sedie messe sotto il tavolo. Il pavimento venne lustrato e lucidato e i vetri delle finestre vennero puliti dai giorni di polvere che li ricoprivano. Poi Ringil, senza dire una parola come suo solito, mi prese per un polso e mi strattonò fuori di casa. Appena varcammo la soglia vidi un'enorme quantità di persone attorno la piazza e che quelle dinanzi a me si stavano scostando per far passare un elfo grassoccio, vestito di rosso e bianco e dal mantello rosso. La barba bionda di questo era stata acconciata in dei grandi boccoli e i pochi capelli che aveva in testa erano stati sistemati all'indietro. Non faticai a riconoscerlo, e a quanto pareva nemmeno la mia tutrice dato che si immobilizzò dinanzi a lui e mollò la presa sul mio polso. Io allora mi sedetti comodamente su un ceppo accanto a me e fissai l'omaccione che cercava di persuadermi ad accompagnarlo per la città. Esasperata, tesi una mano verso quella del Re che, non appena la strinsi e iniziai ad alzarmi la mollò, facendomi ricadere sul ceppo e provocandomi un gran dolore alle natiche. Lo fulminai con lo sguardo e mi rialzai, indignata. Gli voltai le spalle e mi incamminai verso casa mia. Il Re intanto stava continuando a ridere e sembrava non riuscire a fermarsi. Non sembrava neanche accorgersi della mia assenza. Dalla finestra di casa mia guardai la folla che mi stava fissando, chi stupito, chi arrabbiato e chi ancora non sapeva cosa pensare. Sembrava quasi che io fossi la disgrazia del villaggio, e magari era proprio così. Mi accasciai contro il muro ascoltando le grida del Re che cercavano di convincermi ad uscire fuori. Dopo un po' passò a dare ordini, perciò decisi di fare finta di niente.
-Come si chiama la ragazza? - chiese allora il Re al suo consigliere, ma purtroppo nemmeno lui ne aveva la più pallida idea.
-Beh, scoprilo. O sarai licenziato- gli sbraitò contro Sua Maestà. Sogghignai, al suono di quella frase. Sapevo per certo che avrebbe perso il posto.
Passò un giorno intero. Il Re nel frattempo aveva cambiato già cinque consiglieri, che avevano sostituito i precedenti perché non erano riusciti in quell'impresa impossibile: sapere il mio nome. Sui referti di nascita il nome è scritto solo con le iniziali, perciò la persona che era più vicina a saperlo era Robert. Gli mancavano soltanto due nomi e il mio cognome e sarebbe stato il primo, oltre a me, a pronunciarlo per intero. E quando le persone mi gridavano: -Esci fuori, Emma!- o -Esci fuori, Angela!- allora io rispondevo loro che non era quello il mio nome, bensì Lia, o altre volte Jennifer, o anche Selene. Non sarebbero mai riusciti a sapere il mio nome completo poiché c'era un unico nome che non avevo mai usato in tutta la mia vita: Cloe. Cloe era il mio nome segreto, quello che non avevo mai utilizzato per parlare con qualcuno. Solo Robert lo sapeva. Soltanto lui.
Poi ovviamente in quel lungo lasso di tempo in cui io mi ero barricata in casa (e per fortuna, grazie ad un emendamento fatto da Re Arvedui in persona, nessuno poteva toccare la casa, utilizzando la magia, dall'esterno) c'erano stati vari tentativi di entrata in casa mia. Prima alcune fate cercarono di entrare dal camino ma io accesi il fuoco e queste si bruciarono i vestiti, correndo poi per la città con i vestiti in fiamme e di conseguenza mezze nude. Poi alcuni gnomi cercarono di rompere la finestra ma, usando una bacchetta caduta ad una delle fate, li scacciai con uno stormo di anatre che li inseguirono per tutto il cortile. Mi stavo quasi divertendo, quando però iniziai ad avere fame. In preda alla disperazione tentai di rosicchiare le gambe delle sedie ma vi assicuro che non hanno un buon sapore. Fidatevi. Ho ancora adesso qualche scheggia conficcata nella lingua. Così arrivò anche per me il momento di arrendermi. No, dico, ma scherziamo? Io non mi sarei mai arresa. Spensi il camino e mi arrampicai per la canna fumaria fino all'uscita, poi saltai giù e corsi via. Una massa di persone che erano pazientemente rimaste lì iniziò ad inseguirmi, gridando:-Eccola! E' uscita!- Passai quindi vicino ad un negozio di alimentari e arraffai un filone di pane che divorai in qualche minuto. Appena lo ebbi finito sentii di nuovo l'adrenalina scorrermi nel sangue e mi diressi a perdifiato verso la Grande Quercia. Spalancai le porte ormai chiuse da qualche ora con un incantesimo ed entrai, ma dovetti bloccarmi subito. La mia corsa era terminata. L'interno della Grande Quercia era pieno di polvere magica, che appena aprii le porte minacciò di riversarsi fuori. Feci dietrofront ma la folla mi aveva già raggiunto. Il Re si fece spazio e, con il fiatone, tentò di urlarmi -Come ti sei permessa di trattarmi in quel modo?- ma si bloccò a metà. Aveva infatti visto tutta la polvere magica che stava per crollare dietro di me. Allora allargò le braccia, con fare soddisfatto, e ridacchiò.
-Mistero risolto! Ecco dove era finita tutta la polvere! Adesso possiamo anche andarcene, giusto consigliere. Bene. Acciuffiamo questa mocciosa e andiamocene - urlò il Re. Secondo me non avrebbe dovuto urlare. Proprio no. Appena ebbe finito di parlare infatti la montagna di polvere tremò. Io iniziai a correre verso la folla e passai in scivolata sotto le gambe grassocce di Sua Maestà, per poi rialzarmi dietro di lui e continuare a correre. La polvere magica iniziò a riversarsi per le strade della città, travolgendo tutta la folla che era rimasta lì a guardare con sorpresa e orrore la valanga magica che io stessa avevo causato la mattina precedente. Corsi verso la mia casetta e mi arrampicai sul tetto, giusto in tempo per vedere la città sommersa dalla polvere magica. Era come un fiume dorato che stava illuminando tutta la foresta attorno ed era uno spettacolo bellissimo.
- Lia Meredith Jennifer Angela Diana Victoria Cloe Emma Selene Grimaldi - disse una voce profonda dietro di me. Mi voltai di scatto, cercando con lo sguardo chiunque avesse pronunciato il mio nome completo. E poi lo vidi. Robert era lì, in piedi sul mio tetto.
-Cos... cosa ci fai qui?- gli domandai. Dovevo sembrare spaventata o disorientata in quel momento, perché lui si avvicinò a me e mi accarezzò un braccio.
-Quando ieri mattina non sei tornata ero arrabbiato, ma poi ho saputo di quello che era successo agli impianti. Colpa tua, immagino. Ne parlano tutti i giornali del Regno. Così sono venuto a vedere come stavi. Ti stavo aspettando, sai? Poi ho visto l'ondata di polvere magica e mi sono rifugiato sul tetto -
- N..non dovresti essere qui. Ti potrebbero scoprire. Adesso sono una ricercata perciò se il Re è ancora vivo penso che non avrò scampo- dissi. Non sapevo cosa provare in quel momento. Gioia? Paura? Rabbia? Non ne avevo idea. Avevo passato tutta la vita tentando di essere libera che non mi ero accorta di quanto limitante fosse. Che sciocchezza. Essere liberi è limitante. Ma a me sembrava proprio così. Robert restò in silenzio per un po' poi mi sussurrò all'orecchio: - Ti aiuterò io- e mi porse la mano. Forse è proprio vero che un nome fa la differenza. A me bastava solo quello. Che quello stupido nome diventasse qualcuno, anche se sbagliato. Che assumesse un volto. Adesso era diventato un ricercato, ma lì per lì credevo davvero che fosse meglio che rimanere solamente uno stupido e lunghissimo nome che soltanto in due persone conoscevano. Guardai Robert negli occhi, poi presi la sua mano. Il suo viso si stava avvicinando pian piano al mio, quando la polvere che si stava depositando sul tetto mi fece scivolare e finii faccia a terra esattamente di fronte a lui. Robert non si risparmiò una fragorosa risata e, invece di aiutarmi, preferì continuare a ridere, così io lo strattonai per un piede e lo feci cadere sul posteriore. Allora quello fu il mio turno di ridere. E poi ci saremmo presi per mano, ci saremmo buttati in quel fiume luminoso e saremmo scappati insieme. Con soltanto un nome a legarci. Anzi, nove nomi e un cognome.
* * *
- Eccoci dunque giunti alla fine della mia storia. Vi basti sapere che Re Arvedui è uscito incolume dal fiume di polvere magica, riuscendo a rifugiarsi in un palazzo lì vicino. E... -
- Altro che incolume! Avevo i vestiti pieni di quella polvere schifosa! -
- Hey... moderi i termini Sua Maestà. Dicevo, io alla fine sono riuscita a scappare con Robert, ma quel buono a nulla mi ha abbandonato nel fitto della foresta dopo due giorni perché diceva che parlavo troppo. Così ho dovuto vagare per giorni prima di riuscire a giungere in un altro regno. E poi avevo così tanta sete lì dentro che mi ero messa a ballare la samba con gli unicorni -
- Non stento a crederci -
- Grazie per la fiducia, Re. Stavo dicendo che... -
- Ehi! Ma è una cospirazione contro i narratori questa? Toccherebbe a me concludere la storia! -
- Oh, no. E' tornato. Vi prego qualcuno lo sopprima -
- Ma chi è quello? -
- Ma come, Sua Altezza? Mi ha mandato lei a fare da narratore! -
- Io non ho mandato proprio nessuno -
- Mh... io lo sospettavo -
- Cosa? No! Deve esserci un errore! Mi ha mandato Sua Maestà Re Arvedui in persona! -
- Chi è Re Arvedui? -
- Maestà, lei è Re Arvedui. E questo è un narratore imbroglione -
- Ma lei chi? -
- Lei, Maestà! -
- Parli di te stessa in terza persona per caso? Qui sei l'unica donna, eh. E poi non sapevo che tu fossi Re. Che vuoi rubarmi il posto? -
- Maestà, non è come crede. Mi lasci spiegare... -
- NO! Non spiegherà più nessuno qua dentro! -
- Ehm... -
- Cosa vuoi ancora, narratore? -
- Posso concludere io? -
- D'accordo -
- Ma maestà! Lei aveva detto che non lo avrebbe fatto continuare! -
- Ma lei chi? Chi si permette di dare ordini al posto mio? -
- Basta, io ci rinuncio! -
- E vissero tutti felici e contenti! -
- STAI ZITTO! -
- Che parlavi con me? -
- No maestà, con il narratore -
- Il narratore chi? -
- Io -
- Sh -
- Non dire "Sh" a me, eh! -
- Maestà non mi riferivo a lei, parlavo con il narratore! -
- Si può sapere chi è questa LEI? -
- Addio. Io me ne vado -
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