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Capitolo XV

Riley, 4 giugno 1997

«Se non collabori non arriviamo a niente!»

Un tuono dentro la scatola cranica. Continua a ripeterlo e man mano il tono si alza.

Il camice si agita silenzioso; il tempo è scandito dai clic della penna sotto le dita del primario.
Appena mi si mette di fronte, quell'odore di anice uccide il mio cervello.

Vorrei tanto vederlo steso a terra con due coltelli in gola.
Uno perché non capisce niente di quello che penso; uno perché, quando parla, grida.

«Guardali tu, i referti. Non c'è una cosa che sia a posto» mi sbatte davanti un plico di fogli stampati. Le mie pupille sono molto infastidite e non hanno intenzione di leggere una riga.

Fa finta di essere incazzato solo per mettermi paura, tanto ai medici non frega mai niente.

È incredibile come siano talmente informati sul mio corpo.
Io sono il proprietario che affitta a loro e gli permette di infilarmi o togliermi tubi sottopelle.
La vita passa così veloce nelle loro mani.

«Riley, abbiamo bisogno di cure costanti e impegnative. Devi rispettare delle regole.» Il tono materno della dottoressa mi irrita ancora di più perché è lo stesso di mia madre.
Quella che ora è lontana e che una volta, osservandomi, capiva più di quanto pensavo.
Odio quando le persone mi capiscono.

«Altrimenti saremo costretti a mandare un'assistente sociale per costringerti a prendere le medicine» mi guarda lui con espressione beffarda. Si è appena illuso di aver trovato la minaccia del secolo.
Non hanno diritti su di me. Nessun diritto, nessuno.

Ha anche la faccia tosta di sorridere.
Per calmarmi immagino di mettergli un rasoio in bocca, ma non funziona più di tanto.
Non ce la faccio più. Dopo quasi due ore chiuso qui dentro a farmi tirare fuori le parole con le pinze, sta diventando invivibile.
Tutto gira e si appanna come se avessero soffiato sopra ad una lente.
Mi tremano le dita e l'unico modo per fermare i brividi sarebbe quello di tirargli un pugno.

La spia del misuratore cardiaco aumenta all'improvviso di volume. Subito avviene uno scambio di smorfie preoccupate tra il primario e la dottoressa.

«Peccato che sono maggiorenne da tre settimane!» grido con la voce che trema.
Adesso l'allarme della fascia che ho al braccio suona così forte da coprire le mie parole.
Mi alzo in piedi e cerco la porta, anche se gridare mi ha lasciato poche forze. Tutto gira e ho l'amaro in gola.
Voglio andare via subito.

Senza che io abbia neppure il tempo per individuare l'uscita, la donna mi blocca con rapidità per il polso. La sua stretta é determinata, di una persona che sa benissimo come piegare gli altri al proprio volere.

«Siediti, qui siamo in un ospedale» il medico trascina la sedia sul pavimento per girarla verso la mia direzione.

«Ti ripeto» si gratta il mento con le dita nodose «che non é un gioco. La situazione del fegato potrebbe degenerare in un attimo, e non siamo ancora sicuri di cosa si tratti.»
Solo il pensiero di tutte quelle pastiglie che lui già mi fa prendere me lo tritura, il fegato.

«E smettila di fare lo strafottente, perché ci va di mezzo la tua, di pelle» ringhia dall'altro lato della scrivania.
Perché pretende che io mi faccia coinvolgere da tutto ciò che dice?
Non capisco se sia una tecnica per addolcirmi o se sia davvero il suo carattere a lasciarsi trasportare così tanto.

Vedendomi ancora poco collaborativo, decide di continuare a parlare nella vana speranza che i discorsi tecnici destino la mia loquacità.
«Abbiamo già fissato il test per l'AST. Se sei positivo, faremo una biopsia sul tessuto epatico» dice, un po'innervosito.

«Positivo a cosa?»

Dopo questa domanda cerca di continuare con il tono empatico che si é imposto di mantenere, ma cede pian piano all'ansia di arrivare al punto cruciale.

«Al test...» lancia un'occhiata carica di tensione alla dottoressa.

Secondo dopo secondo, il silenzio insinua in me la paura che mi stiano tenendo nascosto qualcosa.

«A quale test?» Li guardo alternativamente, per capire in quale dei due posso riporre un minimo di fiducia.

La dottoressa non smette di sfregare tra le dita il tesserino che ha appeso al collo, a gambe accavallate sulla sedia. Il primario, in piedi, fa scattare di continuo la molla della penna nella tasca del camice.
Soltanto questi due suoni all'interno della stanza, oltre ai nostri respiri.

Prima che anche l'ossigeno diventi ghiaccio, la donna si decide a parlare.

«A quello dell'epatite, Riley.»

Il mio nome risuona tra le pareti, sento un miliardo di rumori lontani che mi aggrediscono. Entrambi sono alla ricerca di una reazione sul mio volto.
Non sento i loro respiri, non sento nemmeno più il mio. Rimango con il fiato sospeso, aspettando che la regia ci dica dall'alto che la scena é finita.

Non ho ancora pensato alle parole della dottoressa. Ho soltanto sentito l'ultima e poi ho perso la percezione del suono.
L'epatite. É abbastanza assurdo, ne si sente parlare ai telegiornali, e di solito quello che dicono avviene in posti talmente distanti da diventare irreali.

Le minacce estranee fanno sempre presagire il peggio. L'ignoto si trasforma automaticamente in ostile quando incontra delle menti che non conoscono.
E sarà così anche dentro di me. Una battaglia talmente dura che l'eventuale vittoria non arginerà le perdite.

E la sconfitta?
Nessuno vuole sfiorarla, nemmeno con il pensiero. Io invece fino a poco tempo fa mi ci sarei buttato anche subito, facendomi cullare dai suoi veli.
A capofitto, per azzerare le aspettative rosee delle poche persone che mi vogliono bene.

Invece succede proprio adesso. Ora che la mattina non calcolo più quanto manca al giorno dopo.
Ora che mi sorprendo del sole sulle guance, del sapore dello zucchero e dello sfiorare i tessuti.
Ora che sento il mio cuore battere e incomincio a capire la vastità dell'esistente.

Il mondo che stavo per capire si distrugge e soffoca il mio respiro.

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