SECONDA PARTE
E così mentre mi tormento
Per via di questo tempo e dei suoi giochi assurdi
Arriva lei, congela ogni momento
Come nell'amore tra due sconosciuti
Stiamo in silenzio tra i rumori del mondo
Mentre il vento incalza
Sapessi farlo ti porterei lontano da qui
Per quanto grande è lo sforzo
Per il volo non è mai abbastanza
Ma lei che ha visto a fondo dice di si
Vaghiamo in questa notte da sopravvissuti
Ti do le mie paure per i tuoi pensieri
E i dubbi senza luce si trasforman in lupi
Nel mio incespicare tu accendi i fuochi
L'Ouroboros,
ho immaginato che significasse qualcosa: il serpente che si morde la coda e forma un anello. L'aveva chiamato così una volta ed io avevo riso; un serpente di asfalto tratteggiato dalle linee bianche della vernice che descrive i parcheggi e un'infinita fila di faggi che circondano l'intero anello, senza inizio nè fine. Si districa tra i padiglioni monocromatici, tra le borse degli studenti universitari e i camici dei dottori.
Non so come sia arrivato all'ospedale, non so come le foglie non si spezzino sotto i miei passi o come la pioggia mi tagli la pelle prima di finire sul cemento. Ero davanti a una discoteca ubriaco di emozioni quando ho intravisto il tatuaggio sulla spalla di un ragazzo e mi è riaffiorata alla mente la voce di Valerio
- Accompagnami a fare un giro sull' Ouroboros
- Cosa sarebbe?
Aveva descritto un cerchio con le sue lunga dita pallide e avevo capito: l'ospedale altro non è che un cerchio concentrico di edifici tutti uguali delineato da uno stradone circolare che circonda e avvolge l'intera struttura: L'Ouroboros.
È Valerio la mia prossima tappa, il mio secondo conto in sospeso.
Il padiglione 60 non tarda a farsi largo tra la vegetazione, si atteggia ammiccando verso la timida luce di novembre con le sue pareti di un tenue giallo paglierino, ti affronta con le sue sedie colorate disposte a cerchio attorno a un tavolino di sguardi persi nel vuoto e posaceneri colmi di mozziconi di sigarette mezze fumate dal vento. Oltrepasso l'atrio, adesso non devo più salutare con un sorriso di circostanza i dottori con il camice inamidato o i pazienti con il loro passo strascicato; questa volta ho solo i tre corridori davanti al mio sguardo: il braccio delle camerate, il braccio degli studi dei medici, dove non manca mai l'aria condizionata né l'odore di pulito, e quello centrale, dove c'è la palestra, lo sala riunioni, il refettorio e il salone delle attività comuni. Imbocco quello centrale certo di trovare il mio inconsapevole aguzzino abbandonato su una sedia che si rigira un mazzo di carte in mano, in attesa di uno sguardo amico che interrompa il defluire dei suoi pensieri che lo svuotano dall'interno come un cancro gentile.
Lì c'è Valerio: una nuvola di decisioni sbagliate legati a catena corta al destino bastardo che ha deciso di riempirgli il cranio di follia e il cuore di tristezza, il solito mazzo di carte in mano, il solito vociferare sommesso, lo sguardo spaventato e la punta delle dita scorticate fino alla radice dell'unghia che imperterrito continua a picchiettare su qualsiasi oggetto
Tic
Tic
Tic
È un continuo lamento, una strategia di sopravvivenza per sfuggire dai pensieri intrusivi, petrolio nero che gli scorre tra le pieghe della corteccia e non lo lasciano mai in pace. Come una persona normale esce a correre o a bersi una cosa con gli amici Valerio ha le sue compulsioni: che sia riordinare, toccare, ripetere. Valerio si avvolge nella sua malattia come se fosse metri e metri di pellicola trasparente.
Tic
Tac
Tic
Lo capivo subito quando stava per iniziare e se gli facevo notare che stava rompendo i coglioni a tutti esibiva il suo classico sorriso da merluzzo e continuava.
Non l'ha mai perso quel sorriso tutto storto da merluzzo.
- Ciao Valerio.- lui sposta lo sguardo ma sembra che non abbia sentito, come potrebbe d'altronde. – Ciao fratellino.- sussurro più vicino al suo orecchio.
Taglia il mazzo con una mano mentre con l'altra inizia a picchiettare i contorni della sedia. Distribuisce le carte: cinque per se e altre cinque per il posto vuoto che gli sta di fronte. Il suo sguardo sembra posarsi su di me, ha il colore e la fragilità di uno specchio d'acqua, pronto a incresparsi per qualsiasi movimento. Sorrido. Vorrei poter girare quella carta e fargli vedere quanto sia facile stracciarlo a scopa, con quelle carte usurate e appiccicose che avrò toccato almeno un milione di volte. Senza che nessuno gli dica niente Valerio afferra la carta che stavo puntando e la mette al centro: è un re di bastoni, ci piazza sopra un re di denari e la carta è sua.
Cosa?
- Scopa.- sussurra con un sorriso ingenuo.
- Tu.- protendo le mani sul tavolo, solo poche particelle dividono il mio sguardo dal suo – Tu puoi vedermi?- Valerio ha lo sguardo basso e continua a mugugnare a se stesso. Cerco di concentrarmi su di lui, sul suo sguardo spaventato, la testa infossata tra le spalle per capire se mi stia sentendo veramente o se sono solo più fuori di lui ma una stupida cantilena continua a risuonarmi alle spalle e si insinua sottopelle.
"No one can stop me when I taste that feeling"
Chi è che continua a canticchiare? – Ti prego, se puoi sentirmi devi dirmelo.- Ti prego? Non ho mai pregato nessuno prima d'ora e così facendo sono arrivato abbastanza in altro da dovermi buttare da un palazzo per tornare a terra. Non avevo mai avuto bisogno di dirlo a nessuno, nemmeno a questo ragazzo che conosco da tutta la vita e sorride da idiota alle carte come se fossero un bel paio di tette.
– Se mi stai pigliando per il culo giuro che io...-
'Nothing could ever bring me down'
Mi blocco. Il mio fegato è di vetro, il cuore di piombo, qualcosa di familiare mi fa brillare un ricordo sotto le palpebre, come una melodia, un suono familiare.
Questa voce.
Non la riconosco per il suo accento caldo, per la cura che ci mette nel pronunciare la s, ne per la risata nervosa che va a braccetto con ogni punto dopo una sua frase. La riconosco perché canticchia, è l'unica ragazza ad avere sempre un motivetto sulla punta della lingua, come se le note si incastrassero le une nelle altre e si intrecciassero alle corde vocali. Canta dalle labbra, dai fianchi e dagli occhi. Occhi nerissimi in cui restano impigliate intere galassie, figurarsi un passero come me.
- Buongiorno Valerio.- lo sguardo del ragazzo si sposta dalle carte a un punto indistinto dietro alle mie scapole. Continua a sorridere da idiota. Vedi come te lo tolgo io quell'espressione da merluzzo.
- Buongiorno Evy.- lei ride sommessamente e occupa il posto vuoto davanti a Valerio afferrando le carte
- Le ho già detto che deve chiamarmi Evelyn. Come si sente oggi?- il ragazzo scrolla le spalle
- Vorrei andare al mare.-
- Come mai?-
- Perché sott'acqua c'è un mondo al contrario e i pesci non fanno rumore.-
Non posso crederci che lei sia qui. Ma cosa fa? Lavora? E' forse un infermiera? Leggo il cartellino affisso sul bordo della camicietta: " E. Aragonez, Te.R.P, Tecnico della riabilitazione psichiatrica". Non sapevo neanche che fosse una professione, sono secoli che non la vedo ma lei è rimasta immensamente bella.
Evelyn Aragonez è stata la prima di una lunga serie di cuori spezzati e amori di cartapesta.
Non è Valerio la mia prossima tappa.
E' Evy.
Che razza di brutto tiro vuole tirarmi Solo D?
N.B: Perdoname Wattpad por mi vida loca. Dopo esattamente un mese torno ad aggiornare con una cagatina di capitolo. L'estate è strana, fa troppo caldo per mettere in fila i pensieri, l'aria è spumeggiante, c'è odore di feste e nuove esperienze nell'aria e non posso permettermi di perdere tutto quello che c'è la fuori per restare a tu per tu con il pc.
Visto che è Agosto e l'universo cosmo è in vacanza, tranne la sottoscritta, prometto di aggiornare un po' più spesso
Intanto fatemi sapere cosa ne pensate
Un bacio
La vostra stazione di partenza preferita
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