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Dennis Turbato

"E forse ce né uno sull'ultima panca, lo sguardo scuro lo protegge, non dice una parola e quando scrive o legge non è mai roba di scuola. Forse non s'impegna al massimo e i voti si abbassano e ha cuffie che lo staccano da genitori che se i soldi non bastano si scannano.  E certe sere tiene il fiato tanto che la fine sembra li ad un secondo e non crede più alle favole perché ora fa a pugni con il mondo"

A Dennis avevano diagnosticato l'ADHD quando aveva nove anni, dicevano che era sempre troppo agitato, impulsivo, manesco. Io ho iniziato a mettergli gli occhi addosso due anni prima: tutti gli altri ragazzini avevano paura di lui e mi sarebbe tornato utile averlo come amico, non sapevo che avesse un disturbo a me serviva solo un mastino da guardia, un'arma da difesa che mi avrebbe evitato un sacco di problemi ma ancora non sapevo come conquistarmi la sua fiducia.

Dennis era un bambino piuttosto paffuto, non portava mai la merenda da casa ma aveva sempre la pancia piena delle merende degli altri, qualche bambino coraggioso aveva provato a sottrarsi al suo egoismo ma Dennis gli aveva fatto passare la voglia di fare l'anarchico. Io mi guardavo le gambe e le braccia esili, non avrei potuto fare molto contro di lui così gli davo la mia merenda, le poche volte che l'avevo, per poi andare a sbirciare negli zaini dei miei compagni e rubare le loro. Finivamo tutte e due con la pancia piena in fin dei conti, solo che io ero molto più intelligente. Questo avrebbe potuto garantirmi un vantaggio: Dennis aveva molti muscoli ma poco cervello.

Finiva sempre nei guai con gli insegnanti e suo padre era uno di quelli che amava menare il bastone per aria, per questo gli serviva uno come me. L'innocente insospettabile che gli avrebbe garantito un'abbondante merenda. Dennis non picchiava gli altri bambini perché era cattivo, non credo lo sia mai stato: Dennis aveva veramente fame e fingere di essere un bullo era l'unico strumento che aveva per raggiungere il suo obbiettivo. Come tutti i bambini si limitava a fare lo specchio, osservava ciò che facevano i grandi con i suoi profondi occhi marroni e se il loro comportamento produceva l'effetto desiderato allora li imitava.

Stranamente nessuno della mia famiglia ha mai provato a buttarsi da un palazzo per cui non so da chi posso aver imparato.

Come Dennis fingeva di essere un bullo io ho finto di saper volare.

Non so cosa abbia impedito Dennis di picchiarmi la prima volta che gli proposi il mio piano. Avevo già provato un altro tipo di approccio, cercando di pormi sul suo stesso piano e iniziando a maltrattare i bambini più piccoli di me ma l'unico risultato che ottenni fu una marea di pugni e la promessa che se avessi provato a fottergli il ruolo per me sarebbe finita male. Da quel giorno iniziò ad osservarmi con sospetto, quindi non so cosa lo spinse a restare in silenzio con le braccia conserte di fronte a me, aspettando che avanzassi la mia proposta.

- Amico, forse avresti bisogno di qualcuno che procuri tutti i dolcetti che vuoi senza che tu muova un dito.- Dennis aveva fatto un sorriso inquietante, aveva già perso i due incisivi davanti ed io cercavo di non fissare troppo quella profonda fessura

- Avanti continua.- mi accorsi di essere tornato a respirare, nonostante fossi molto bravo a fingere di essere coraggioso avevo molta paura di Dennis che era largo ed alto il doppio di me.

Io sorrisi a mia volta.

Da quel giorno siamo diventati soci. Era un lavoro impegnativo che ci occupava gran parte dell'intervallo ma per il risultato finale ne valeva la pena: un mucchio di dolcetti senza dover subire rimproveri o piagnistei. All'inizio Dennis teneva tutto per sé poi un giorno mi diete una pacca che per poco non mi lussò la spalla dicendomi "Amico, dammi una mano: non posso finire tutto da solo". Quel giorno seppi di aver ottenuto ciò che stavo aspettando: un mastino da guardia.

Il piano in fin dei conti era molto semplice: comprammo una confezione di biscotti integrali all'ingrosso e iniziammo a fabbricare dei piccoli pacchetti che contenessero due biscotti. Il compito di Dennis era bene o male sempre lo stesso: prendersela con qualcuno, far capire a tutti che era di pessimo umore in modo che gli altri ragazzini iniziassero a temere per l'incolumità della loro merenda. C'era un'attenta selezione per la scelta della vittima, doveva essere un ragazzino o una ragazzina che non sarebbe corsa dall'insegnante a piangere ed anche piuttosto stupido. Il mio compito era quello di persuadere i bambini a scambiare la loro merenda con la mia: Dennis non si sarebbe mai disturbato a picchiarli per un paio di biscotti integrali e almeno loro avrebbero avuto qualcosa nello stomaco. E così via. Il mio intervallo si trasformava in una serie di trattative e scambi, talvolta barattavo le stesse merende che sottraevo a qualche bambino per una merenda più appetitosa, più rara: ero il collezionista delle merendine, il finto paladino che metteva tutti in salvo dalla furia di Dennis. In questo modo, oltre a conquistarmi la fiducia del mio mastino, allargavo anche la mia rete di relazioni sociali.

Inizio a capire per quale motivo lui sia la mia prima tappa. Dennis è stato il primo manomesso, il primo essere umano che ho sottratto al libero arbitrio per legarlo ai fili sottili dei miei inganni.

Il mio primo burattino.

Adesso mi sorride dall'altra parte della vetrata, sembra che stia guardando proprio me, con quel sorriso inquietante, questa volta senza la fessura dei due incisivi mancanti. Mi sorride abbracciato a una donna con un'intricata rete di tatuaggi sulle braccia, nasconde l'addome dietro al bancone. Deve essere incinta, dico a me stesso.

Io non ho la minima idea di cosa dovrei fare con questi due.

Penso solo all'ironia della sorte; al bambino irritabile e violento che rubava la merenda che diventa uomo ed apre un panificio vicino alle scuole. Tutti i bambini passeranno di lì alla mattina, mano nella mano con i genitori, compreranno la loro merenda e con il tempo impareranno a leggere l'insegna: Buono come il pane; Dennis imparerà i loro nomi, sorriderà alle mamme, scambierà qualche battuta calcistica con i papà.

Dennis il bambino senza speranza che vedevo già proiettato in un carcere minorile ce l'aveva fatta. Dennis è un uomo realizzato.

Io sono morto.

Per quale motivo sono stato mandato qui? Quell'uomo che era il bambino infelice del mio passato adesso sta bene. E io non so cosa dovrei fare con lui o per lui. Ancora faccio fatica a capire le regole del gioco, non sono mai stato bravo a giocare a meno che non fossi colui che conduceva il gioco; per questo motivo mi viene mandato l'ennesimo indizio. Dall'altra parte della strada c'è un parco giochi dove due bambini scavano con dei legnetti nella terra umida, ne vengo inconsapevolmente attratto, non posso sentire quello che si dicono, le loro mi voci giungono ovattate e lontane, solo una frase riesco a cogliere chiaramente e capisco che deve essere l'indizio:

scava più a fondo.

Sospiro al cielo di cemento carico di pioggia. Sono già stanco di questa morte. 

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