Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Days of a future past

Los Angeles, 2010

Elena correva, le strade di Los Angeles non erano esattamente facili a quell'ora del mattino, sembrava che tutti quanti avessero deciso di mettersi in mezzo tra lei e il suo ufficio.

Alaric Saltzman era il suo capo, l'unico a cui era riuscita a strappare un 'sì' per iniziare il praticantato dopo la laurea, e adesso rischiava di fare tardi il suo primo giorno.

Grandioso.

Stava proteggendo i suoi fogli da quell'accenno di pioggia, sotto quell'ombrello troppo piccolo, comprato sul ciglio del marciapiede, dato che si era accorta troppo tardi che non ne aveva uno nella borsa.

Come se non bastasse, era anche inciampata in una pozzanghera, per colpa di una spallata, e adesso aveva tutte le scarpe e le calze bagnate.

Era un ottimo inizio per quella che si prospettava una giornata di merda.

Quando intravvide improvvisamente l'ingresso del palazzo in cui avrebbe – sperabilmente – lavorato, ebbe voglia di sospirare di sollievo, al pensiero che finalmente le storture sarebbero finite – o quantomeno si sarebbero prese una lunga pausa fino a sera.

Attraversò la strada inseguita dal suono dei clacson, e allungò la mano verso la maniglia grigia, dritta, della porta a vetri. Aveva appena messo il tacco sul marciapiede, quando venne investita da un fiume di non sapeva cosa, ma era caldo come l'inferno.

Gridò.

Lasciò andare i fogli su cui aveva faticosamente lavorato tutta la notte e i tre giorni precedenti, anch'essi sporchi di quello che adesso era chiaramente caffè, sparso sulla sua nuova camicia bianca e sul suo metaforico sudore, adesso impregnato anche di acqua.

Le salirono le lacrime agli occhi, di rabbia, umiliazione, tristezza, frustrazione, non appena vide i suoi fogli annegare nella pozzanghera ai suoi piedi.

Chi voleva prendere in giro?

«Ma ti è mai venuto in mente che potresti guardare dove metti i piedi?» chiese al malcapitato, tirando su quello sguardo lucido che avrebbe, comunque, potuto uccidere sul posto.

Aveva il fiatone, e restò per un momento impalata quando guardò il ragazzo di fronte a sé: capelli neri, occhi chiari come il cielo limpido, quello che guardi stesa su un prato, l'estate, investita da un vento che non è né troppo caldo né troppo freddo. Non aveva mai visto un uomo con i lineamenti tanto belli quanto i suoi.

Ma restava il fatto che fosse un idiota.

Lui non sembrava in grado di articolare un suono che avesse un senso. «Ehm...» fece, smarrito. «Io... mi dispiace. Non volevo...»

«Questo dovrebbe consolarmi?» chiese, sbuffando di rabbia. Cercò di raccogliere i suoi fogli anche se ormai era praticamente inutile, le si sarebbero sfaldati tra le mani, in barba alla sua notte insonne. «Hai rovinato tutto!»

C'era una rabbia così forte in quelle parole, che nemmeno lei sapeva di avere, e spinse le lacrime giù per le guance, perché non poteva certo prenderlo a calci per sfogarsi.

Il bel ragazzo aggrottò la fronte, improvvisamente infastidito da quell'atteggiamento. «Ehi, ti ho chiesto scusa!»

«Non mi ridarà il lavoro di tutta la notte!» gli rinfacciò, alzando il viso verso il suo, le labbra contratte per lo sforzo di non singhiozzare.

Ma ormai avevano alzato troppo le voci per non essere sentiti almeno dalla reception, e Alaric Saltzman, riconoscendo la propria stagista, si affrettò ad uscire e la trovò piena di caffè e acqua.

«Che sta succedendo?» domandò, alternando lo sguardo tra i due ragazzi. Si aspettava una risposta e anche in fretta.

A quel punto Elena non riuscì più a mantenere la facciata di persona composta e scoppiò a piangere senza freni, pensando che sarebbe stata licenziata ancora prima di poter iniziare a imparare il lavoro sul campo.

«Mi dispiace, dottor Saltzman...» gli mostrò i suoi fogli bagnati, incapace di credere che fosse potuta succedere una cosa simile.

Era il giorno peggiore della sua vita.

L'uomo le mise una mano sulla spalla, mentre scoccava un'occhiataccia al ragazzo del bar. «Vai pure dentro, Elena, sei bagnata come un pulcino. E non preoccuparti dei fogli, sono sicuro che è tutto ancora nella tua testa. Andrà tutto bene, vedrai.»

Lei si sforzò di annuire e si affrettò ad entrare senza degnare di un altro sguardo il suo aggressore.

«Le riporto i caffè, dottore.» fu ciò che disse, a quel punto, il ragazzo, perché l'altro non si era deciso a dire nulla, solo a guardarlo con estrema disapprovazione.

Non era un tipo di sguardo a cui non fosse abituato, perciò non si sentì in soggezione, ma non sarebbe nemmeno stato lì a sorbirselo.

«Come ti chiami?» gli chiese Alaric, con un sospiro rassegnato.

«Dam...ien.» replicò lui, con una certa dose di indecisione. «Chieda scusa alla ragazza da parte mia... Elena, giusto? Le posso portare una maglietta delle nostre... è che è il mio primo giorno e...»

E non poteva perdere quel lavoro, perché dopotutto, paparino aveva deciso che quella cosa doveva farla con le sue sole forze, se voleva provare di essere uno degno di portare il nome della loro famiglia, come se averlo fosse stato un pregio e non una condanna.

Tutto ciò che voleva lui era dimostrargli di essere migliore. Non aveva bisogno della sua approvazione, ma di sbattergli in faccia tutto ciò che era e che lui gli rinfacciava di non essere, sì.

«Senti, Damien.» perfino quel tipo, Alaric Saltzman, sembrava trattarlo come un adolescente sciocco. «Ti do un consiglio: se vuoi tenerti questo lavoro, è bene che tu non cosparga i clienti con le consumazioni.»

Come se non l'avesse saputo da solo. Era cresciuto circondato da avvocati e tutti avevano lo stesso stracazzo di atteggiamento supponente.

Si costrinse a essere condiscendente. «Mi scusi, lo so... è che... mi sono distratto, è davvero carina, e...»

Ed era la verità, quella ragazza era molto più carina di quanto si fosse mai aspettato, e aveva anche un caratterino niente male.

Ne aveva incontrate altre che, nella sua stessa situazione, sarebbero state contente del contrattempo.

«Ecco un altro consiglio: stalle lontano.» suonava come un ordine, e questo non fece altro che accrescere il suo interesse. «Non c'è bisogno di distrazioni durante il praticantato e lei ha del potenziale. Lasciala perdere.»

La cosa lo infastidì comunque. «Parla così perché sono un cameriere?»

Sarebbe stata come minimo la verità, peccato che Alaric non lo conoscesse, e non conoscesse nemmeno Elena.

«Potresti essere il Presidente degli Stati Uniti, per quello che mi riguarda.» gli rispose l'uomo. «Sono d'accordo per i caffè e per la maglietta se non rischi di portare le due cose confuse.»

Ovviamente.

«Torno subito.» fece per girarsi, Damien, ma fu bloccato dalla mano di Alaric sul suo gomito.

Accennò un'occhiata verso l'interno, quello che il ragazzo suppose fosse un riferimento ad Elena. «Portane anche un altro, un caffè crema.»

Quindi lei lo prendeva così, buono a sapersi.

Proprio non riusciva a togliersi dalla testa quelle gambe. Diamine. Sarebbe stato troppo complicato mantenersi distaccato.

«Certo.» detto questo, si avviò di nuovo verso il bar dall'altro lato della strada.

Come a volersi assicurare che facesse come gli era stato chiesto, Alaric rimase a osservarlo finché non rientrò dentro, per trovare Elena impegnata a tentare di ripulirsi la camicetta con della carta igienica umida nel bagno dietro la reception. Sapevano entrambi che non poteva presentarsi a nessun colloquio in quelle condizioni, e nemmeno con la divisa di una cameriera.

Ma quantomeno sarebbe stata asciutta e pulita, e non avrebbe saputo di caffè fino alle sei di sera.

«Tutto okay?» le domandò, gentilmente.

Elena scosse la testa, certa che se avesse deciso di parlare avrebbe cominciato a lanciare insulti verso il ragazzo bello ma completamente cretino.

«Damien ha detto che torna con i caffè e una maglietta, suppongo tu possa chiedergli di ripagarti la lavanderia.» se lo sarebbe meritato.

«Non voglio avere niente a che fare con quello lì.» rispose lei, con tono omicida.

Damien, avrebbe odiato quel nome per sempre, ne era sicura.

Alaric ne fu sorpreso: non che si aspettasse che Elena, per quanto avesse avuto solo occasione di valutarla da un punto di vista professionale, fosse una di quelle ragazze che cadono ai piedi del primo che passa, ma non era cieco, era uno splendido ragazzo.

«Mi ha portato solo guai e i suoi modi di fare mi danno sui nervi.» proseguì la ragazza, strusciando su quella camicia come se fosse stata la faccia del cameriere. «E l'ho incontrato dieci minuti fa!»

Il suo capo si permise di sorriderne. «Allora ti suggerisco di stare lontana dal bar di là dalla strada, perché lavora lì. A quanto pare avete qualcosa in comune: era il primo giorno di entrambi, non essere troppo dura.»

A quella confessione, lei si ammorbidì un po', ma finché le fosse bruciata la pelle, e quella chiazza fosse stata sulla sua camicia nuova, non sarebbe stata tanto disposta a perdonargli quella disattenzione.

Forse avrebbe dovuto andarci coi piedi di piombo proprio perché era appena stato assunto, invece di perder tempo... a guardare cosa, poi, se non due stupidi caffè?

Grugnì infastidita, perché la macchia proprio non voleva saperne di andarsene, proprio come quella sul suo orgoglio.

La prima occasione che aveva di dimostrare quanto valeva, e arrivava uno sconosciuto con la faccia da schiaffi a romperle le uova nel paniere, se non era sfortuna, quella!

Sospirò sconfitta, consapevole che entrambe le macchie sarebbero rimaste dove avevano deciso di stare, quella mattina. Sarebbe, come minimo, diventata famosa per tutto l'ufficio per essere stata quella che si è tuffata nel caffè il primo giorno.

E adesso aveva anche una camicetta da buttare. Di certo non nuotava nell'oro, e aveva tutti i motivi per odiare uno che avrebbe potuto andare a fare il modello, invece che rompere le scatole nei bar.

Uscì scornata dal bagno, solo per rischiare di scontrarsi di nuovo col bel ragazzo.

Solo che stavolta si fermò in tempo, dimostrando dei riflessi che chissà dove aveva tenuto nascosti, prima.

«Caffè crema, giusto?» glielo porse, sul bicchiere faceva bella mostra uno "Scusa, D.", per cui Elena si ritrovò a inarcare un sopracciglio. «La D sta per Damien.»

Oh, no. No, no, no.

Il modello mancato non ci stava provando con lei.

Annuì, piano, un pochino a disagio. «La N sta per Non-mi-interessa. Grazie.» detto questo, fece per andarsene, accompagnata dal suo caffè crema.

Damien rimase perplesso un secondo. «Scusa, cercavo solo di essere gentile.»

Era piuttosto offeso di essere stato tagliato in quel modo, non stava solo cercando di fare conversazione, ma di scusarsi in modo appropriato.

Quella ragazza doveva avere più o meno la sua età, forse un paio d'anni più giovane, se era il suo vero, primo giorno di praticantato.

Elena gli scoccò un'occhiata storta. «Mi sembra che per oggi tu abbia fatto già abbastanza, non credi?»

«Giuri vendetta con tutte le persone maldestre, o sei oggi particolarmente nervosa?» le chiese, sornione, sapendo che, con ogni probabilità, la stava solo facendo arrabbiare di più.

Però non aveva potuto resistere alla tentazione di rivedere quelle guance accese dalla rabbia, anche se prima erano state le lacrime a farlo.

Era davvero carina.

«Penso solo che le persone maldestre non siano adatte a lavori dove si maneggiano bevande scottanti.» ribatté lei, altrettanto ironica.

Damien sorrise, già sapendo che quella sarebbe stata una difficile battaglia. «So fare ottimi massaggi con la crema antiscottature, se vuoi.»

Tentar non nuoce.

Ma Elena alzò semplicemente gli occhi al cielo e se ne andò col suo caffè, senza degnarlo di una risposta. L'aveva già classificato come un idiota senza conoscerlo, e adesso aveva confermato l'impressione solo con qualche battuta scambiata.

Non poteva esserci nessun errore.

«Ehi!» la chiamò, per fermarla. «E dai, stavo scherzando.»

Corse per raggiungerla: e poi ancora non le aveva dato la maglietta. E aveva una scusa per parlarle altri due minuti, anche se si era assicurato che ci sarebbero state altre occasioni, tipo chiedere al suo capo di essere sempre lui a portare il caffè quando lo ordinavano da quegli uffici.

Cosa per cui tutti erano stati d'accordo perché Whitmore era uno stronzo.

La prese per un braccio, gentilmente. «Elena, giusto?»

Lei sollevò lo sguardo su di lui, confusa. «Chi ti ha detto il mio nome?»

«L'ho sentito dire a quel tipo, Saltzman.» spiegò il ragazzo, con un'alzata di spalle. «Se mi permetti di pagarti la lavanderia, possiamo ripartire da capo? Mi sembra che abbiamo iniziato col piede sbagliato.»

La ragazza sospirò: quel tipo non aveva capito proprio un tubo. Era troppo consapevole di essere bello per accettare un semplicissimo "no" come risposta. Ma lei aveva passato tutta la vita a stare lontana da tipi come lui, e poi doveva concentrarsi sul suo lavoro, non poteva permettersi di farsi distrarre da uno per cui sarebbe stata solo un altro paio di gambe con cui passare la serata.

Tanto valeva essere chiara: «Non capisco perché sei così convinto che mi importi di conoscerti.»

Lui non si lasciò certo scoraggiare. «Perché a me interessa conoscere te.» le disse, sorridendo. «Mi sono caduti i caffè perché... ti ho vista e... non ho capito più niente, ecco.»

E, niente. Non la capiva proprio.

«Ascolta, è molto carino da parte tua, ma... non sono interessata.» adesso mancava davvero solo il disegnino.

Le dispiacque lo stesso vederlo restarci male. «Il tuo capo ha fatto il discorsetto anche a te, per caso?» le chiese, circospetto. «"Tieni le distanze dal cameriere"... cose del genere?»

«Scusa?» gli chiese, non sapendo se davvero aveva capito bene.

Perché non poteva essere che Alaric Saltzman, che per lei era sempre stato solo il suo capo, si fosse messo in testa strane idee come farle da padre, fratello geloso, o peggio.

«Be', a me ha detto di starti lontano, quindi... pensavo solo che avesse detto qualcosa di simile anche a te.»

Non riusciva a credere che il suo nuovo capo avesse fatto una cosa simile, con che diritto, poi? Aggrottò la fronte, indispettita da quella confessione, tanto che si ripromise di scambiarci due parole.

Sapeva che assumere una ragazza era più rischioso per chiunque, perché dopotutto, le donne fanno figli, ma che colpa aveva lei, di essere una donna? Era una discriminazione ingiusta, eppure era così, se l'avevano presa era solo perché un ragazzo non ce l'aveva e non c'era nessun rischio di gravidanza all'orizzonte.

«Sono io che decido con chi voglio uscire.» gli disse, piccata. «E comunque non voglio uscire con te.»

Quella era la faccia di uno che aveva il potenziale per spezzarle il cuore in ogni modo possibile, non era il caso di dargli l'occasione di farlo.

Aveva già sofferto troppo, non intendeva offrire al destino l'ennesimo modo per prendersi gioco di lei quando già sapeva che sarebbe finita male.

Con quegli occhi, quella malizia, quel modo accattivante che aveva di parlare e guardare, come diamine avrebbe potuto andar bene? Quel ragazzo gridava disastro da ogni poro della pelle, ogni singolo capello, e ogni sfumatura blu delle sue iridi.

Damien si allontanò di un passo, capendo che c'era una metaforica linea da non oltrepassare.

«Capito.» assicurò. «Ma per la lavanderia sono sempre disponibile.»

«Non c'è bisogno, davvero.» replicò lei, con un sorriso gentile. «Ma grazie lo stesso.»

Sembrava non esserci nulla da fare, e il ragazzo non poté negare a se stesso di esserci rimasto male. Non andava mai in bianco con le donne, gli sembrava strano che proprio il suo target l'avesse rifiutato, non era abituato ad andare a cercare le donne, di solito erano loro a farsi avanti, lui aveva solo una vasta libertà di scelta.

«Okay... questa è per sostituire la camicetta, mi dispiace di averti rovinato il completo.» le allungò una maglietta nera, da uomo, con il nome del bar stampato sopra. Elena la prese perché non c'era niente di meglio e non voleva puzzare di caffè finché non fosse tornata a casa. «Allora... ci vediamo in giro, suppongo.»

Fu quello che gli venne fuori, quando quella conversazione calò in un silenzio imbarazzante.

La ragazza, semplicemente, annuì. «Suppongo.» sperò lo stesso di non vederlo più.

Non era la strada giusta se non voleva farsi distrarre.

-

Aveva passato quasi tutta la mattina a riscrivere i fogli che Damien aveva distrutto, frustrata oltre ogni limite perché era un lavoro che aveva già fatto, ma alla fine riuscì a ricostruire tutte le sue considerazioni e gli indizi del caso che Alaric aveva in corso.

Era abbastanza soddisfatta di se stessa.

Qualcuno bussò al lato del suo cubicolo, subito dopo che lei aveva rimesso in ordine la sua roba.

«Pranzi da qualche parte?» le chiese Alaric, gentile. «Io, Aaron e i suoi assistenti pensavamo di prendere qualcosa qui sotto.»

Là sotto? Ma che era matto? Col rischio che poi si sarebbe trovata con un piatto di maccheroni al formaggio sui capelli!

Elena si costrinse a un sorriso. «Credo che... andrò da un'altra parte.»

«Oh, andiamo!» cercò di convincerla lui. «Non farti condizionare dal cameriere!»

A quel punto, le tornò in mente il discorso che aveva fatto col suddetto cameriere. «A proposito di lui, dottor Saltzman.» si alzò, le labbra arricciate per il fastidio. «Capisco che sia un problema, al giorno d'oggi, assumere ragazze ma le sarei grata se non si intromettesse nella mia vita privata. So decidere da sola se un uomo va bene o meno per me.»

L'uomo alzò le mani in segno di resa. «Scusa, Elena.» le disse. «So che non hai bisogno di me che ti faccio da padre, ma conosco la faccia dei ragazzi come lui, e ho letto il tuo curriculum e le informazioni personali. Cercavo solo di evitarti altri problemi.»

Elena sospirò: era stanca della pietà della gente solo perché aveva perso i genitori. «Grazie.» disse, però. «Ma, davvero, so cavarmela da sola. Devo cavarmela da sola.»

Era vero che, da quando erano morti i suoi era quello che aveva sempre cercato di fare, ma aveva davvero sempre avuto qualcuno a cui appoggiarsi, sua zia, Caroline e Bonnie, anche se le sue migliori amiche erano a New York, dove erano andate a frequentare il College.

Purtroppo, Elena non si era potuta permettere l'NYU, così aveva studiato lì, a Los Angeles, anche se molto, molto lontano da Mystic Falls, dov'era nata. Aveva preferito andare così distante per lasciarsi alle spalle anche ricordi tanto dolorosi.

Alaric le rivolse un sorriso comprensivo. «Allora, a dopo.»

«Certo.» confermò la ragazza.

Un attimo dopo che Saltzman sparì nell'ascensore, le squillò il telefono

con un tempismo che aveva dell'inquietante: era ovviamente Caroline. Si sbrigò a uscire dall'ufficio per rispondere senza che la sentissero anche tutti gli altri stagisti, anche perché, perfino col volume al minimo, la voce della sua migliore amica arrivava come se avesse dovuto farsi sentire direttamente dall'altra parte del Paese.

«Eleeeeeeeeeee!» strillò, per l'appunto, la sua amica, mettendole temporaneamente fuori uso il timpano destro. «Come stai? Com'è andata la prima mattinata di lavoro?»

Già... difficile a dirsi. «Diciamo che sarebbe potuta andare meglio.»

Sentì le antennine di Caroline che si drizzavano nemmeno avessero fatto quel suonino tipico dei cartoni animati.

«Che è successo? Saltzman è uno stronzo?» le chiese, ansiosa. «Hai scoperto che ti ha assunta perché ci vuole provare con te?»

Elena rise. «No, Care.» certo che se le immaginava proprio tutte. «Lui ha solo cercato di tenermi lontano il ragazzo del bar. Quell'idiota mi ha rovesciato addosso il caffè, stamattina e mandato all'aria il lavoro di una notte insonne, più i giorni precedenti. Avrei voluto ammazzarlo.»

Tralasciò il dettaglio che, adesso, era vestita con una delle loro magliette e che sarebbe stata costretta a tenersi il cappotto dovunque fosse andata a mangiare, per non disturbare il senso del fashion di Caroline.

Forse le conveniva prendere da asporto al McDonald's, e mettersi l'anima in pace. Ma anche questo non l'avrebbe detto alla sua amica, paladina delle guerre contro i fast food perché "fanno ingrassare il culo".

«Almeno era carino?» fu la domanda di lei.

Elena si ritrovò a sollevare gli occhi al cielo. «Sì. Molto carino.» dovette ammettere. «Ci ha provato con me, anche, ma ho rifiutato tutte le sue avances. Era piuttosto insistente.»

Dall'altra parte della cornetta ci fu un sospiro che sembrava più un grugnito frustrato. «Ma perché?!» le chiese, esasperata. «Se ti è piaciuto, stacci e basta, tu gli sei piaciuta subito! È palese anche a seimila chilometri da là!»

Giusto per sottolineare che lei l'aveva intuito da quella distanza.

Già, se anche fosse stato vero, lei non si fidava di quelli che ci provano subito con una ragazza, così, senza conoscerla. Che senso ha?

Era anche vero che non ci si può conoscere senza che uno dei due si avvicini, ma che poteva volere uno così da una come lei?

«Ha la faccia da stronzo.» decretò, con più convinzione di quanta ne servisse, come giustificazione del fatto che avesse rifiutato a priori.

«Sì, certo.» borbottò l'altra, seccata. «Sei una cogliona, questa è la verità. Quando ti ricapita?»

«Be', magari puoi presentarmi questo favoloso fratello del tuo misterioso ragazzo, quando verrò a trovarti a New York.» offrì, ma soltanto per farla smettere.

O sarebbe partita con qualche consiglio su come accalappiare il primo che le passava davanti e che avesse dovuto considerare passabile.

Caroline era ancora in quella fase in cui si è convinti che serva per forza un partner al proprio fianco per essere davvero realizzati nella vita. Elena, al contrario, pensava che fosse un surplus, soprattutto, era convinta che dovesse arrivare dopo aver sistemato il resto.

Intanto doveva essere indipendente economicamente, poi avrebbe pensato a trovarsi un fidanzato, o addirittura un marito.

«Non ci scherzare.» la riprese la bionda. «Damon è uno degli uomini più belli che io abbia mai visto. Fidati, scorre buon sangue in quella famiglia. È un gran figo anche il padre, e voglio ricordati che ha l'età del mio.»

Elena rise. Ne era sicura, Caroline era molto selettiva con gli uomini, aveva frequentato solo ragazzi esteticamente molto belli, al liceo, quindi non aveva dubbi sul fatto che i due fratelli – e il padre – di cui le aveva parlato lo erano altrettanto.

Chissà che avrebbe detto di Damien.

Scosse la testa per allontanare quel pensiero.

«Certo peccato che sia sempre in viaggio. Suo padre lo manda di qua e di là in giro per il Paese a sistemare i suoi affari. Per fortuna il mio fidanzato è un tipo più... casalingo.» Elena sapeva che non sarebbe durata, in caso contrario.

La sua amica era una che doveva essere intrattenuta giornalmente.

«Settimana prossima lo presento a Bonnie.» raccontò, eccitata. «Ha detto che sarà severa coi giudizi, spero che le piaccia. Se ci fosse anche Damon, le presento anche lui, quindi, perdita tua, che mi hai dato buca per quei giorni!»

«Devo lavorare, te l'ho detto.» si giustificò la ragazza, anche se avrebbe evitato volentieri una cena tipo appuntamento al buio anche se fosse stata libera.

«Bla bla!» replicò l'altra, facendole emettere una risata quasi scioccata, nemmeno avesse propinato una scusa poco credibile. «Ti verranno un sacco di rughe se lavori e basta senza svago, ma che aspetti? Di questo passo arrivi ancora vergine al matrimonio. È una cosa del secolo scorso, Elena!»

«Ti prego, Care.» fece la ragazza, uscendo dalla porta a vetri. «Non farmi di nuovo quel discorso per il quale sarebbe opportuno farmi stappare come lo champagne, giuro che se lo risento, ti sputo in un occhio.»

Lei fece una smorfia rumorosa. «Almeno riuscirei a vedere la tua brutta faccia.» fu il suo commento arido. «In ogni caso...» proseguì con tono ben più allegro. «...per Natale torno a Mystic Falls prima che mia madre pensi di uccidermi, credo che sarebbe un'ottima occasione per presentarle Mr. Perfezione.»

Elena ricordava che la sua migliore amica aveva conosciuto "Mr. Perfezione" solo qualche settimana prima, e lei era già convinta che fosse quello giusto. Se avesse incontrato il cameriere avrebbe di sicuro detto che era quello perfetto per lei.

Aveva quelle certezze che lei proprio non sapeva da dove tirava fuori, a volte la invidiava per questo.

«Anche io pensavo di tornare.» confessò, stancamente. «Prima o poi anche Jenna comincerà a farmi i tuoi stessi discorsi.»

Caroline sospirò. «Lo so che non è facile.» le disse. «Solo, non dimenticarti delle persone vive perché hai perso quelle più importanti, in un momento in cui avevi bisogno di loro.»

La descrizione era calzante, ma lei sapeva bene che Caroline non poteva capirla davvero, né avrebbe potuto comprendere – ed era felice, da un lato, che non ci riuscisse – cosa significasse perdere i genitori a diciassette anni e osservare la propria famiglia che, piano piano, va alla deriva.

Aveva perso anche una sorella nel processo: così tante volte l'aveva chiamata, ma mai ricevuto una risposta, né gli auguri di Natale o di quel compleanno che condividevano. Continuava a darle la colpa per aver messo per strada i loro genitori quella notte, e non c'era giorno che Elena non lo rimpiangesse, ma di più rimpiangeva quel rapporto che non esisteva più con la sua gemella.

Le mancava Katherine più di quanto le sarebbe mancata una gamba.

«Certo, lo so.» le assicurò, anche se non sapeva quanto potesse essere vero. «Adesso è meglio che vada.»

«Okay... ci sentiamo più tardi.» fu la minaccia pesante con cui terminarono quella telefonata, che lasciò Elena con un peso sul petto e un vago senso di nausea che non si sarebbe liberata facilmente.

-

L'aveva ancora, quando l'orologio di fronte alla sua scrivania segnò le sei in punto.

I suoi colleghi avevano già iniziato a raccattare le loro cose, e li sentiva parlottare dei loro piani per la serata. Lei non aveva piani per la serata, e la cosa la riempì di tristezza, rafforzando quel senso di inadeguatezza che sembrava seguirla ovunque andasse.

A parte per Caroline e Bonnie, era sempre stata da sola, specie dopo la morte dei suoi genitori. Aveva sempre avuto il terrore di perdere le persone, quindi si era preclusa consapevolmente la chance di avere degli amici, perfino al College, o un fidanzato.

Non avrebbe potuto sopportare un altro addio.

Quindi, raccolte le sue cose e le sue delusioni, specie in un giorno in cui non aveva potuto nemmeno assistere ai colloqui perché sembrava la ragazza del bar, Elena si diresse scornata verso la metropolitana, i vestiti sporchi in una busta di carta.

Si avviò verso la linea blu, senza minimamente curarsi di quello che le succedeva intorno, così salì sul primo treno che le passò davanti e che l'avrebbe portata a casa. Era troppo stanca anche per lamentarsi dell'ascella sollevata proprio vicino a lei, del tizio che si reggeva vicino al suo corrimano, e che dopo una giornata di lavoro, magari anche più intensa della sua, non sapeva esattamente di pino silvestre.

Fu per la stanchezza che non notò il ragazzo alto, fermo sull'altra porta con gli occhi chiari piantati su un giornale, e le sfuggì anche che scese alla sua stessa fermata. Si rese conto di essere seguita solo dopo, quando risalì le scale per uscire sulla strada di casa.

Il sottopassaggio era buio, anche se pieno di persone, la luce fulminata mai sostituita, ed Elena sperò di sbagliarsi... oppure davvero il ragazzo del bar la stava seguendo.

Piantala, si disse, con convinzione. È impossibile che sia tanto pazzo da inseguirti per mezza città.

Magari anche lui abitava in quella zona dagli affitti abbastanza abbordabili. Magari aveva allungato per fare una passeggiata... insomma, era impensabile che lei avesse conosciuto uno stalker il primo giorno di lavoro! Abitava a Los Angeles da anni e non aveva mai avuto problemi...

Proseguì ancora, lanciandosi occhiate distratte alle spalle, ma il ragazzo era ancora lì, fingendo palesemente disinteresse.

Stavano ancora facendo gli stessi passi, e il suo palazzo era a due isolati da lì, la strada era stranamente desolata ed Elena sentiva cominciare a montare nello stomaco una strana agitazione.

Sta' tranquilla, Elena.

Tuffò una mano nella borsa, discretamente, alla ricerca di quel famoso spray al peperoncino che Caroline le aveva affidato come una reliquia e da lei stessa modificato per essere ancora più urticante, e lo afferrò tra le dita, pronta a usarlo nel caso in cui si fosse reso necessario.

Respirò a fondo per calmarsi, perché la calma era tutto nelle situazioni di panico, però continuò a camminare, cercando di sembrare assolutamente normale.

Decise che, se dopo lo svincolo, l'avesse seguita ancora, gli avrebbe svuotato in faccia la boccetta.

Mandò giù la saliva rumorosamente, mentre l'angolo si faceva sempre più vicino.

Lo girò, fece qualche passo e attese. Voleva essere sicura di non colpire la persona sbagliata, e se non fosse sbucato nessuno per un po', allora era stato tutto nella sua testa.

Quasi ci sperò.

Poco più tardi una figura avanzò sotto al lampione, stesso cappello, stessa felpa, stesso giornale.

Elena non ebbe bisogno di altre conferme: stappò la boccetta velocemente e prima di fargli rendere conto di che stesse succedendo, aveva già spruzzato.

Damien gridò. «Ma che cosa...?» nemmeno il tempo di finire di parlare che gli occhi gli iniziarono a bruciare terribilmente. «Ma che...! Sei una pazza del cazzo!»

Si portò le mani agli occhi, lasciando andare il giornale, come se avesse dovuto ripararli da qualcosa, ma ormai era tardi.

Elena non si lasciò certo impietosire. «Perché mi stavi seguendo?!» lo interrogò, impugnando ancora la boccetta con fare minaccioso.

Lui tentò di aprire un occhio, palesemente confuso. Lacrimavano da soli, per il dolore e l'irritazione dovuta qualsiasi cosa Caroline avesse aggiunto alla già segreta formula dello spray.

«Ma che cosa vuoi?» le chiese, stranito e dolorante. «Non mi ero nemmeno reso conto che fossi tu! Abito a due isolati da qui, dannazione! Sei completamente pazza, mi hai appena fatto venire voglia di denunciarti per aggressione!»

La ragazza pietrificò letteralmente: non poteva permettersi una denuncia quando stava facendo del praticantato per diventare avvocato. Chi mai l'avrebbe presa a lavorare se la sua fedina penale fosse stata sporca?

Ora era lei che stava quasi per piangere, più di lui che si strofinava senza sollievo le mani sugli occhi.

«Ma che cavolo è questa roba?» si lamentò, ancora. «Brucia come l'inferno.»

Fece l'unica cosa che potesse avere un senso, per evitarsi tutti i problemi. «Vieni con me.» lo tirò per un braccio verso casa propria, lui aveva di nuovo provato ad aprire gli occhi, ma erano rossi e gonfi e vedeva davvero sfocato.

Elena non era solo umiliata, ma molto dispiaciuta, anche se dubbiosa: aveva appena aggredito un innocente... forse. Ma al momento era totalmente inoffensivo, e se per caso si fosse dovuto rendere di nuovo pericoloso, il miracoloso spray di Caroline poteva ancora servirle.

«Come fai a sapere dove abito?» le chiese, apparendo confuso. «Sei una stalker in erba?»

Chiuse di nuovo i palmi sulle palpebre, se premeva non faceva più tanto male, ma se per caso gli veniva in mente di provare a mollare la presa, si sentiva come se avesse dovuto morire. Doveva anche averla aspirata, quella cosa, perché gli bruciavano troppo anche il naso e la gola.

Damien non aveva mai incontrato una simile squilibrata, in tutta la vita.

«Abito qui... anche io, pare.» fu la risposta di Elena che non poteva davvero credere che stesse succedendo davvero. «In casa ho una soluzione miracolosa contro quello spray.»

Gliel'aveva data Caroline che l'aveva scoperta per caso: delle salviette struccanti che le aveva affidato in dotazione con lo spray e che dovevano bloccare gli effetti del peperoncino se per caso si fosse dovuta colpire accidentalmente.

«Lo sapevo che hai qualcosa che non va.» osservò il ragazzo, raggiungendola in ascensore. «Non potevi essere normale e carina. Dio, sento che sto per morire.»

Elena gli lanciò un'occhiata torva. «Adesso non fare il bambino.»

«Vuoi che spruzzi te, così vediamo?» ribatté il ragazzo, scocciato dal suo steso tono piagnucoloso. «Ti odierò per sempre per questo.»

Era proprio il caso di dirlo: uomini!

Non poteva certo negare che non facesse male, era uno spray fatto apposta per tenere lontani i maniaci, ma lei che poteva saperne che lui abitava nel suo stesso palazzo e che le sue intenzioni di passare su quella strada, a quell'ora, erano completamente innocenti?

«Credo che conviverò con questa consapevolezza.» rispose, però, mentre apriva la porta del suo appartamento. «Dai, entra.»

«Non è così che di solito entro negli appartamenti delle ragazze...» borbottò lui, scornato.

Per tutta risposta, Elena lo spinse dentro.

«Aspetta qui.» lo accompagnò fino al divano, prima di andare a prendere lo struccante nell'armadietto del bagno.

Tornò dal ragazzo che ancora piangeva involontariamente. Le sembrò quasi un bambino indifeso, e ne ebbe quasi pena.

Sbuffò. «Mi dispiace.» mormorò, piano, tirando fuori una salvietta. «Credevo che mi stessi seguendo per aggredirmi.»

«Non sono stato così insistente.» obiettò lui, sentendo subito sollievo non appena lei strofinò il pezzetto di stoffa bagnato contro il suo occhio destro, che finalmente riuscì ad aprire.

La ragazza pazza era veramente bella.

Elena non disse nulla, ma inarcò un sopracciglio nella sua direzione. Non poteva non pensare alle parole di Caroline, mentre lo guardava. Era davvero, davvero carino.

«Va meglio?» gli chiese, dopo, quando lo vide sbattere le palpebre quasi con sorpresa. Gli sembrava strano non sentire bruciore, ormai.

Damien però attese prima di rispondere, come se avesse dovuto accertarsene per primo, nemmeno fosse stato uno scherzo.

«Credo di sì.» concesse, dopo. E adesso fu il suo turno di guardarla male, ma lei distolse gli occhi, con aria colpevole. «A che piano siamo?»

«L'ultimo.»

Era l'unico in cui avesse trovato posto. Gli unici appartamenti liberi erano all'ultimo piano, a quanto pare erano stati entrambi attratti dal prezzo ragionevole.

Il ragazzo sembrò pensare lo stesso. «Anche io... caspita! Non trovi che sia buffo?»

«Che cosa?» chiese lei, di rimando, in modo retorico. «Che tu mi abbia buttato il caffè addosso stamattina, che io ti abbia aggredito con dello spray al peperoncino, o che siamo vicini di casa?»

Perché lei non ci trovava assolutamente niente di buffo, anzi: era una contingenza così strana da sembrare sospetta, ma aveva incontrato Damien solo quel giorno, e non si era mai mossa da casa così tanto spesso per scoprire che faccia avesse il suo dirimpettaio.

Aveva dovuto lavorare sodo per avere quel praticantato, non c'era stato tempo per andare in giro, a stento aveva sentito il trasloco.

Lui alzò gli occhi al cielo. «Che le cose coincidano.» si strofinò un altro po' la salvietta sugli occhi, dopo avergliela strappata di mano con rassegnazione.

«Nah.» Elena fece un gesto, come se l'argomento non fosse stato poi così importante. «È solo la mia proverbiale sfortuna.»

E con questo stava rispondendo ad entrambi, in fondo non c'erano molte altre spiegazioni. Pregò solo che Damien fosse stato sincero quando parlava di appartamenti di ragazze, perché se avesse dovuto portarle là invece di andare da loro, avrebbe avuto problemi a dormire la notte.

E ne aveva troppo bisogno.

«Pizza?» le chiese, sfacciato, dopo un momento di silenzio.

Non le sembrava affatto di avergli fatto capire che gradiva la sua compagnia, quindi, perché proporre di cenare insieme? Possibile che non avesse ancora capito che non era interessata?

«Non ho mai detto di voler cenare con te.» gli fece notare, incrociando le braccia al petto.

Ma chi si credeva di essere?

Lui si fece subito scettico. «Hai qualcun altro con cui cenare?» si guardò intorno, come se volesse sottolineare il fatto che fosse sola.

E in effetti... be'... no. Non ce l'aveva, ma questo non significava automaticamente che desiderasse la sua compagnia, no? Il fatto che fossero vicino, adesso, non li costringeva certo a intrattenere rapporti interpersonali di alcun tipo.

«Almeno so che non ci proverai con me.» sospirò, quasi sollevata. La domanda "perché?" era praticamente stampata in faccia del ragazzo. «Siamo vicini, dubito tu voglia vedere la faccia di una delle tue conquiste tutte le mattine, o sbaglio?»

Quasi che fosse stato entusiasticamente invitato a restare, Damien si sistemò contro lo schienale del divano, sornione.

«Pensi di avermi capito bene, vero?» scosse la testa, divertito. «Eppure ci siamo incontrati solo oggi. Non ho intenzione di sistemarmi, questo è vero, mio padre mi ha cacciato di casa e io mi sono dovuto trovare un lavoro pulcioso per permettermi un posto dove stare.»

Lei rimase in silenzio, da una parte chiedendosi perché glielo stesse dicendo, dall'altra contrita. Non poteva immaginare cosa volesse dire essere cacciati di casa dai propri genitori.

«Mi serve più un'amica di una ragazza, e dato che siamo vicini di casa...» lasciò la frase in sospeso, e sapeva di non aver bisogno di finirla.

Lei doveva essere la sua nuova amica.

«Io non ho amici.» le venne spontaneo dire, come giustificazione del fatto che stava per rifiutare anche quella proposta.

Damien, com'era ovvio supporre, non si lasciò scoraggiare nemmeno stavolta. «Ottimo!» commentò, contento. «Vado a prendere del bourbon per festeggiare una prima volta che se ne va! Bevi con me?»

«No.»

Il sospiro frustrato che si guadagnò, insieme a un borbottio su quanto sarebbe stato difficile andare d'accordo se non condividevano la passione per il bourbon, fu seguito dalla sua uscita di scena. Non si disturbò nemmeno a chiudere la porta, spalancò la sua, prese la bottiglia da un mobile vicino all'ingresso – a quanto pareva, teneva l'alcool a portata di mano – e tornò da lei, sventolandola in segno di vittoria.

Quel ragazzo era particolarmente snervante, e non aiutava che adesso fosse di particolare interesse per lui.

Oltretutto, senza permesso, Damien si prese uno dei bicchieri nella credenza e se lo riempì di whiskey, facendole storcere il naso.

«Sei una bacchettona.» la rimproverò bonariamente il suo nuovo vicino, come se niente fosse. «Allora, come la vuoi la pizza? Conosco un posto dove la fanno speciale, ci ho lavorato prima di trovare posto in quel bar che è pagato un po' meglio... fino a due settimane fa abitavo in una specie di scantinato da Tony's... non c'era nemmeno l'acqua corrente.»

«Tu ti metti sempre a tuo agio nelle case degli estranei?» domandò la ragazza, incrociando le braccia al petto.

Il fatto che fosse così invadente non le piaceva nemmeno un po'.

Damien sospirò. «Ascolta, Elena... Elena, giusto?» lei annuì. «Non sono un tipo a cui piace stare da solo... il mio fratellino diceva che amo il suono della mia voce, e forse aveva ragione... la questione è che anche tu sembri qualcuno che potrebbe aver bisogno di un amico: mi sembra di aver capito che sei sola come me. Che ne dici di aiutarci un po' a vicenda? Sono qui da qualche mese e mi sto annoiando a morte, siamo vicini: è stato il destino.»

Lei lo occhieggiò ostentando un acido rimprovero.

«E dai, Elena. Solo una sera.» la pregò. «Se sei ancora convinta che non devo romperti le scatole, giuro che non lo farò più.»

Le mostrò un piccolo sorriso esitante, ma dolce.

«A dire la verità, avrò paura anche a chiederti il sale, dopo l'avventura del peperoncino.» confessò, birichino.

In risposta, Elena roteò gli occhi. «E dai!» arrossì. «Avevo paura... sembrava che mi stessi seguendo. E devi ammettere che quel cappellino è inquietante.»

Damien ridacchiò. «Ho la pelle sensibile.» chissà perché, però, non sembrava per niente vero. «Che razza di persone hai incontrato... no, non voglio saperlo.» non che lei avesse intenzione di dirglielo o di parlare di sé a un completo sconosciuto.

Era già troppo che si fosse concesso tutte quelle libertà a casa sua!

«Va bene.» si arrese, perché dopotutto era una sola sera. «Adesso vado a cambiarmi, tu puoi ordinarmi una pizza salsiccia e peperoni. E dato che ti sei così gentilmente offerto di pagare, puoi accenderti la TV.»

Senza aspettare una risposta, girò sui tacchi e si chiuse in camera da letto, alquanto soddisfatta di se stessa per avergliela fatta almeno un po'.

Quando tornò in sala, aveva addosso un maglione lungo, quasi a metà coscia color senape, dei pantacollant neri, delle calze di spugna viola, gli occhiali e i capelli raccattati in una coda disordinata.

Damien aveva appena messo giù il telefono, e adesso la guardava quasi con disgusto. «Sei l'antisesso.» proclamò, senza alcun tatto.

Elena scosse le spalle: tanto meglio che non la trovasse attraente, gli avrebbe impedito di fare qualcosa di strano durante la serata.

«Come pensi che stiano le ragazze, in casa, coi tacchi?» lo prese in giro, buttandosi al suo fianco come un peso morto.

Lui non rispose, sorrise e basta, e passarono il tempo, prima che arrivasse la pizza, a commentare distrattamente quello che passava in TV, ed Elena, nonostante non conoscesse affatto il ragazzo sul suo divano, dovette ammettere che non era male, dopotutto, avere una compagnia leggera, in quel modo, senza impegni.

Quando il fattorino suonò alla porta, gli stomaci di entrambi stavano gridando pietà, e Damien non si concesse nemmeno qualche lamentela, quando lei lo mandò giù a prendere le pizze di entrambi. Come promesso – da Elena – pagò per tutti e due.

«Ehi!» gli disse, poco dopo. Più di metà delle pizze andate, un po' troppo bourbon consumato da entrambi, e l'aria corrucciata di lei. «Che vorresti dire con questo?»

«Che se cucini come ti vesti, non mi sembra strano che tu sia una frana ai fornelli!» commentò il ragazzo, in risposta.

Per vendetta, Elena gli sfilò dal cartone una fetta di pizza prosciutto e funghi.

«Stronzo.» gli fece la linguaccia. Addentò la sua pizza senza ritegno, sotto lo sguardo incredulo di lui che non aveva più niente da rubare, perché Elena la sua l'aveva finita da un pezzo.

Lui era stato troppo impegnato a parlare per mangiare, e lei aveva capito che il fratellino di Damien aveva ragione: amava un sacco il suono della sua voce.

«Che c'è, Damien?» gli chiese, poi, furba. «Nessuna ragazza ti ha mai rubato la pizza?»

«Ah, lascia perdere.» replicò lui, scocciato. «E chiamami Dam. Detesto quel nome, non è... be', non è il mio.»

Elena non capì, sulle prime, pensò semplicemente che si riferisse al fatto che il suo nome non gli piaceva, forse per via di vecchi contrasti con suo padre, perciò non si arrischiò a chiedere.

«Bourbon?» offrì, invece, e ancora prima di attendere la risposta, gliene versò un po' nel bicchiere.

Damien, allora, sorrise. «Io e te, Elena, andremo molto d'accordo.»

Bevve un lungo sorso, e lei scosse la testa, non sapeva nemmeno più se per divertimento o per rimprovero.

Però doveva ammettere che era un ragazzo particolarmente brillante, sempre con la battuta pronta, e un'opinione su ogni cosa.

Non era poi così male, averlo come vicino... no? La serata era volata via, ed era stata inaspettatamente piacevole: si era persa anche una chiamata di Caroline nel mentre, e ripromise che l'avrebbe richiamata il giorno dopo. Era troppo stanca.

Anche se Damien l'aveva aiutata a lavare tutto quello che avevano sporcato, la giornata era stata lunga e pesante. Scoprì che il suo vicino aveva ragione: avrebbe davvero potuto fare buon uso di un amico.

Se lo chiese solo dopo, quando la salutò entusiasta per andare a letto, rinnovandole anche l'invito a pagarle la lavanderia, se sarebbe stato complicato rimanere solo quello.

Aveva davvero bisogno di chiamare Caroline.

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro