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Cold as ice

Los Angeles, 2016


«Non era una richiesta.» la informò Caroline, mentre buttava l'ennesimo vestito sul letto. «Tu verrai con me. Punto.»

Elena sospirò rumorosamente, accasciandosi sul materasso vicino a, praticamente, tutto il suo guardaroba, sotto lo sguardo inquisitorio della sua migliore amica, che aveva insistito perché lei scegliesse il suo preferito, così che potesse indossarlo per quella che lei aveva chiamato la serata e che ancora non aveva bene idea di cosa comprendesse di preciso.

Nemmeno avessero dovuto andare a Buckingham Palace per il compleanno della Regina Elisabetta.

Stefan era nell'altra stanza a fare il suo riposino post pranzo, e lei aveva soltanto avuto difficoltà a togliersi dalla testa l'incontro con quel grandissimo stronzo che aveva scoperto essere Damon Salvatore.

Soprannominato "Il Bastardo", più breve e conciso, nessun bisogno di nomi, dopotutto.

«Non dirmi che stai ancora pensando a quello là.» intervenne la bionda, gentile come una vanga sui piedi. «Non posso credere che fosse la stessa persona. Insomma, quante probabilità c'erano che in una famiglia venissero su due teste di cazzo su due? E che fossimo destinate a incontrarli entrambe

Elena nemmeno si preoccupò di correggerla, tanto la sua storia familiare non era affar suo, e nemmeno le interessava. Ma non poteva darle torto sul resto: l'unica spiegazione era che erano le ragazze più sfigate degli Stati Uniti.

Caroline continuò a scuotere la testa, incredula che lo stesso uomo che aveva fatto passare le pene dell'inferno alla sua migliore amica fosse il fratello di quello che le aveva fatto vedere i sorci verdi a migliaia di chilometri di distanza.

Paradossale.

«Non potevamo saperlo, dato che mi ha detto di chiamarsi Damien Ross.» pronunciò quel nome con tutto il disprezzo di cui era capace. «Avrei dovuto capirlo dal suono stupido che era un nome inventato. Quanto posso essere stata idiota?»

Aveva scelto un nome che avesse un diminutivo che andasse bene anche per il suo, così non rischiava di confondersi, il maledetto. Ancora non si capacitava di come non le fosse nemmeno caduto l'occhio su una rivista dove potesse esserci la sua faccia, o il suo nome, o un suo caso.

Perché le ricerche, dopo, le aveva fatte eccome: era un tipo piuttosto famoso, nel mondo del gossip, soprattutto.

Sarà anche stato che negli ultimi anni l'unica cosa su cui si era impegnata davvero a parte i suoi, di casi, era il bambino. Imparare a cucinare, a preparare le pappette, guardare cartoni animati, leggergli le fiabe, intrattenerlo... in effetti non aveva avuto molto tempo per curarsi del gossip, o qualunque altro affare in cui lui fosse stato invischiato negli ultimi anni.

A quanto pareva, però, Damon, invece, aveva sempre saputo tutto e non era mai nemmeno tornato a spiegarle qualunque cosa fosse successa. Lei, ovviamente, ormai lo immaginava, ma avrebbe tanto voluto sentirglielo dire.

Invece no: lui era entrato nel suo ufficio con suo figlio - loro figlio - con tutta la tranquillità del globo, e lei non riusciva a togliersi dalla testa i suoi occhi blu! Era lo stesso uomo che le aveva fatto perdere la testa, era proprio lui, il suo primo amore, la sua disfatta totale.

E lei ancora sembrava una ragazzina alla prima cotta.


«Ciao, Leni.» le aveva detto, con quella voce sensuale che avrebbe fatto sciogliere chiunque non fosse stato lei, quasi identica a come la ricordava.

Per quanto fosse sensibile al suo fascino, la rabbia nei suoi confronti era ancora troppo grande per essere messa da parte.

Non era arrabbiata solo per se stessa, non solo perché era stata abbandonata di punto in bianco, no. Era arrabbiata perché quando aveva capito cos'era successo, di quanto profondamente fosse stata tradita aveva pensato che, in fondo, non era così grave. Era stata tanto ingenua da mettere da parte tutto purché fossero stati insieme, ma lui non si era fatto trovare, Damien Ross era sparito e improvvisamente Damon Salvatore era sbucato fuori dal nulla.

Un nulla di cui lei non sapeva l'esistenza, quindi dopo qualche mese aveva perso le speranze e deciso che era più importante concentrarsi sul crescere quel bambino che non aveva chiesto e che l'aveva lasciata praticamente disperata.

A venticinque anni non aveva idea di cosa fare, ma nel momento in cui aveva sentito il suo cuore battere attraverso l'apparecchiatura del ginecologo, non aveva avuto dubbi.

Quello era il suo bambino, e di nessun altro. Damon aveva fatto la fatica di trasmettergli una parte del suo codice genetico.

Punto.

«Sul serio?» gli aveva chiesto lei, con una risata sprezzante. Poi si era rivolta al bambino, cambiando radicalmente atteggiamento. «Amore, perché non aspetti di là con zia Care? Io e questo signore dobbiamo parlare di lavoro. Vuoi?»

Il piccolo era sembrato dispiacersene. «Allora mi insegni un'altra volta a fare l'aeroplanino di carta?» aveva chiesto a Damon coi suoi occhioni verdi supplici.

L'uomo gli aveva accarezzato i capelli sulla fronte con una dolcezza di cui Elena non l'avrebbe mai creduto capace.

«Certo.» gli aveva promesso. «Appena ci sarà un'altra occasione saprai fare gli aeroplanini più belli di tutti.»

Stefan sembrava essere stato soddisfatto e, dopo avergli regalato un sorrisone e dato un bacio alla sua mamma, si era affrettato ad andare dalla zia.

«Quanto ha?» le aveva chiesto Damon, dopo, curioso.

Non sembrava affatto turbato dalla possibilità che potesse essere il suo, Elena non credeva nemmeno lo ritenesse nelle possibilità. Dopotutto, se l'aveva conosciuto davvero, sapeva che non era uno che si soffermava mai troppo a pensare sulle conseguenze delle sue azioni, quando era sicuro di aver fatto tutto nel modo giusto.

Come fosse arrivato quel bambino, non ne aveva idea, visto che non erano mai stati degli incoscienti, ma non c'era altro uomo con cui fosse stata da allora.

«Tre anni.» si era sbrigata a liquidare la questione così, senza nemmeno essere troppo precisa, cosa che gli avrebbe impedito di fare conti accurati, nell'improbabile caso in cui gli fosse venuto il dubbio.

Aveva lavorato per portarle via tutto quanto, e c'era riuscito. Gli avrebbe impedito di provare a fare lo stesso con il suo bambino.

Cinque anni prima era stata troppo ingenua per rendersene conto, ma per proteggere Stefan sarebbe arrivata ad estremi inimmaginabili.

«Sembra più grande.» era stato il suo commento, impressionato.

Elena si era solo sbrigata a sedersi dalla sua parte della scrivania ed assumere un atteggiamento formale.

«Sì, me lo dicono tutti.» sistemare alcune inutili carte era stata l'unica scusa per non guardarlo. «Vogliamo parlare del caso, per favore?»

Lui aveva ancora la testa girata verso la porta. «L'hai chiamato Stefan.»

Elena era perfettamente cosciente di cosa significasse per lui, quel nome, ammesso che le avesse detto qualcosa di vero, quindi aveva deciso di non scendere in dettagli, cose che di sicuro avrebbero richiamato vecchi ricordi in cui era meglio non indugiare.

«Per essere un avvocato del tuo calibro hai davvero un intuito fuori dal comune.» aveva detto, gelida.

Damon - perché quello era il suo nome, a giudicare dalla lista degli appuntamenti che April aveva stilato per lei - aveva alzato gli occhi al cielo.

«La domanda sottintesa era... perché?» la sua specifica era stata inutile, ovviamente.

«Non credevo che fosse di tua proprietà.» aveva ribattuto subito lei, sempre con lo stesso atteggiamento distante. «Mi è piaciuto il nome e la storia che mi hai raccontato, tutto qui. Anche se niente di tutto ciò che mi hai detto era vero. A cominciare dal tuo, di nome.»

Era suonato come un aspro rimprovero, ancora imbevuto di tutto quel veleno che non aveva mai avuto occasione di sputargli addosso, perché dopo la prima fase in cui aveva disperatamente sperato che tornasse da lei nonostante tutto, era arrivata una rabbia cieca e impossibile da lavare via, come la macchia di caffè sulla sua camicetta il giorno che si erano conosciuti.

«È vero, non sono stato sincero con te.» aveva concesso, con un cenno della testa. «Ma non potevo compromettere la mia posizione.»

Se si fosse aspettata almeno una spiegazione stringata, ne sarebbe rimasta delusa.

Per fortuna si era immaginata quell'incontro abbastanza spesso, negli ultimi cinque anni, da essere stata in grado di scongiurare una simile possibilità.

«Già, infatti hai compromesso la mia.» ripensarci le dava quasi il voltastomaco. «Insomma, hai qualcosa sul caso che stiamo seguendo, o sei venuto qui solo per rivangare inutilmente il passato? Perché in quel caso puoi benissimo togliere il disturbo.»

L'unica cosa che voleva era che la smettesse di richiamare i loro ricordi alla sua mente, anche se con quegli occhi sarebbe stato complicato comunque, senza che lui si mettesse d'impegno e le facesse domande difficili, come quelle su Stefan.

Ne aveva abbastanza di mentire.

«Leni, le cose che ti ho detto su Stefan erano reali, sono successe davvero.» l'aveva ignorata di nuovo. «A volte anche io avevo bisogno di raccontarmi a qualcuno.»

A quel punto, Elena aveva sbottato. «Senti, Damien o Damon... o come diamine è.» perfino il suo sguardo l'aveva perforato. «Il passato è capitolo chiuso, andato. Okay? Siamo due estranei che, per una sfortunata serie di eventi si trovano a lavorare su uno stesso caso, quindi, se sei qui per collaborare puoi restare o, come ho detto, sono sicura che sai da dove si esce.»

L'uomo era rimasto in un silenzio che avrebbe potuto sembrare spiazzato, in realtà, le stava soltanto concedendo un'opportunità per sfogarsi.

«E ti sarei anche grata se dimenticassi quello stupido soprannome.» aveva concluso, con un sospiro irritato.

«D'accordo, Elena.» Damon aveva alzato le mani in segno di resa. «Dunque, il mio cliente, come scommetto anche il tuo, è arrivato da me con questo.»

Aveva, quindi, tirato fuori dalla valigetta un plico con dentro dei fogli. Sembravano sollecitazioni da parte della banca.

«Dice di non aver mai firmato niente che lo comprendesse, che non ha mai stanziato i soldi per cose per cui sono stati, effettivamente usati e alla faccia degli investimenti redditizi con cui l'hanno circuito, gli hanno svuotato il conto.» glielo aveva mostrato, girandolo perché potesse leggerlo.

Ma non era niente di nuovo per Elena, che aveva già visto cose del genere. «E magari anche il tuo cliente si è trovato a risultare insolvente per debiti mai contratti.»

Damon aveva solo annuito. «Esatto.»

Elena aveva fatto un sacco di ricerche in proposito del truffatore, e c'erano lati così tanto oscuri in quell'indagine che perfino sua sorella Katherine ne era rimasta confusa, lei aveva solo detto che c'era qualcosa di più grosso, sotto.

Secondo la sua gemella, usava i soldi delle truffe per finanziare qualcos'altro, ma non avevano ancora cavato il ragno dal buco, semplicemente perché era bravo a coprire le sue tracce.

«Da quanto lavori sul caso?» gli aveva chiesto, mettendo da parte la lista dei debiti del povero cliente di Damon.

«Qualche settimana, non di più.» le aveva sorriso sghembo, come amava tanto fare quando parlavano di qualcosa, e veniva fuori che aveva ragione lui. «E tu?»

Qualche settimana.

Non poteva credere che fosse andato a pretendere collaborazione quando non poteva sapere nulla.

«Mesi.» aveva deciso di gelarlo ancora. «So che il truffatore si è sbrigato a fuggire col bottino rimasto senza lasciare tracce, e i debiti che ha disseminato in giro sono rimasti sulle spalle dei suoi investitori inconsapevoli.»

Allora, Damon aveva sbuffato, impotente. «Sarà già in Messico, a quest'ora.»

Povero scemo. Si era trovata, invece, a riflettere lei.

«Non credo.» l'aveva subito contraddetto, e con grande piacere. «La foto segnaletica è stata diffusa a ogni stazione di polizia e aeroporto per impedirgli di lasciare il Paese, e tutti i nomi con cui è conosciuto sono finiti su una lista no-fly del governo.»

Ancora, Damon aveva sorriso malizioso. «Wow... ci dev'essere qualcosa di veramente grosso, sotto.»

Lei non aveva capito a che scopo continuasse quella guerra di sguardi, come se quel dialogo, che alla fine si era rivelato una specie di battibecco, o una gara a chi ne sapeva di più, lo divertisse.

Come se lei lo stesse divertendo.

«A quanto pare ha pestato i piedi alle persone sbagliate, a un certo punto.» si era decisa a confessare. «I documenti non sono stati resi pubblici, ma pare che fosse coinvolto anche qualche Senatore che era stato incastrato con la scusa di stanziare fondi per l'edificazione di strutture destinate all'accoglienza dei bisognosi. E il suo passato è decisamente oscuro, meglio non lasciargli varcare i confini, o non lo rivedremo più, non con la stessa faccia, almeno.»

Ma finiva lì tutto quello che intendeva dirgli senza avere nulla in cambio. Se collaborazione doveva essere, ognuno di loro due doveva vuotare il sacco.

Solo dopo si era scoperta un'ingenua, ma non era servito che un momento per farglielo capire.

«Prima di andare avanti, vorrei essere chiaro su una cosa.» l'aveva guardata, con quel suo sguardo penetrante e serio, di quelli che aveva usato solo una volta, durante la loro storia, e che aveva finito per essere l'ultima. «Stiamo collaborando per questo caso, ma il processo si terrà a New York, e il nostro studio sarà responsabile per le indagini. Voi siete i nostri consulenti.»

Elena ci aveva messo un po' per elaborare la frase. Ma a "consulenti" avrebbe potuto giurare di vedere nero e poi rosso.

Era stato difficilissimo contenere la voglia che aveva di gettarsi sulla scrivania, allungare le mani e strozzare quel farabutto.

«Hai spesso dei consulenti che ne sanno più di te?» aveva detto, con la voce intrisa di ironia. «Non mi è nuova dopotutto, che tu ti faccia strada coi meriti degli altri. È così che sei arrivato così in alto, no?»

Il sospiro di Damon era stato di sopportazione, quasi. «Pensaci, Elena.» aveva tentato di trattare. «Se ci sono altri truffati, si fideranno più dello studio S&S che di... questo. Più la voce si diffonde, meglio sarà per noi.»

Elena aveva solo potuto pensare che quel bastardo disonesto voleva prendersi gioco di lei un'altra volta, e magari assumersi dei meriti non suoi. Di nuovo.

«Molto bene.» si era alzata e lisciata le pieghe inesistenti sulla gonna grigia del suo tailleur. «Allora fai le tue indagini e quando arriverai al punto dove sono io adesso, ne possiamo riparlare. Forse fare fatica ti aiuterà a capire qual è il vero lavoro di un avvocato.»

Aveva osservato con orgoglio le sopracciglia di Damon contrarsi per la confusione. «Come, scus...»

Non gli aveva nemmeno lasciato il tempo di formulare la domanda. «Abbiamo finito.» e il suo braccio era scivolato elegantemente a indicargli la direzione della porta.

«Elena...» aveva, di nuovo, provato lui.

Ma niente, lei sarebbe stata granitica finché non se ne fosse andato. «Buongiorno, dottor Salvatore.» era stato tutto quello che gli aveva detto, prima di guardarlo raccogliere i suoi fogli, sistemarli silenziosamente nella sua valigetta e andarsene senza rivolgerle più la parola.

Qualcosa dentro di lei le aveva detto che non sarebbe stata l'ultima volta in cui l'avesse visto, ma aveva anche la consapevolezza che, stavolta, forse per la prima volta, aveva vinto lei.


Non l'aveva più visto da allora, sapeva che era ancora a Los Angeles solo perché gli avevano attrezzato una vecchia stanza a studio e Stefan pregava per passare il tempo che era costretto a stare in ufficio, perché lei non aveva a chi lasciarlo, insieme a lui. Ne era terribilmente affascinato, e lei era molto preoccupata di questo.

Il giorno prima, aveva aperto uno spiraglio di porta silenziosamente, e aveva visto Stefan disegnare felice, mentre Damon digitava al PC.

Li aveva anche sentiti parlare, qualche volta. Stavano incredibilmente legando, nel giro di una settimana sembravano essere diventati migliori amici. Suo figlio non faceva che parlare di lui.

Elena lo sapeva che Damon era interessato a quel bambino solo perché si chiamava Stefan ed era figlio suo, senza dubbio lo capiva che la infastidiva, e aveva paura che avrebbe finito per ferire il bambino.

«Mi dà troppo sui nervi.» le uscì detto, a ripensarci.

«Ma se nemmeno lo conosci!» obiettò Caroline, sbuffando. «Non potevo uscire con quel Tyler da sola, la prima volta. Insomma, non lo conosco nemmeno! Ho trovato il suo numero tra i documenti di mia madre, sarebbe troppo, troppo sfacciato. Perfino per me.»

A quelle parole, Elena sbatté le palpebre confusa: non sapeva nemmeno chi cavolo fosse Tyler, né del resto. Una strisciante sensazione di sospetto le disse che lei avrebbe dovuto fare qualcosa che non aveva assolutamente voglia di fare.

«Caroline... ma di che cavolo stai parlando?» lo chiese solo per sicurezza.

«Di Mason, Elena!» spiegò l'altra, esasperata. «Il fratello di Tyler, usciamo a quattro tra una settimana, ma mi stai ascoltando?!»

«Ma...!» quella se l'era proprio persa. «E come faccio con Stefan?»

Stefan che non era solo la ragione, era anche la sua scusa più gettonata per scansare le serate che la sua migliore amica metteva in piedi all'unico scopo di appaiarla con un uomo.

Elena non aveva idea di dove trovasse tutta quella voglia di buttarsi nella mischia dopo essere stata ferita così tante volte.

«Come ho già ampiamente spiegato, ho già pensato a tutto!» la sua aria trionfante non aveva nulla di confortante. «Mia madre è di festa, può stare lei col piccolino. E ho anche reclutato Katherine, ha la serata libera.»

Ci fu un momento di silenzio, da una parte assolutamente soddisfatto, dall'altra spiazzato: Katherine aveva accettato di stare una serata con Liz a guardare il bambino? Soprattutto: Liz aveva accettato un compromesso del genere?

«Mi hai incastrata!» decretò, accusatoria.

«Certo che ti ho incastrata, è l'unico modo per farti uscire dalla tana.» Caroline parlò col tono più normale del mondo. «Non metti più il naso fuori se non per andare a lavoro o a fare la spesa da quando Damon se n'è andato, ti ci vuole un po' di svago.»

Da come lo disse, sembrava quasi che avesse compiuto chissà quale crimine, ma la realtà era una soltanto: come diamine poteva andare in giro a divertirsi quando aveva un bambino piccolo di cui occuparsi?

Ovviamente, se chiunque avesse chiesto a Caroline, lei avrebbe detto che era tutta una scusa per trincerarsi in casa e magari da una parte era vero, dall'altra non c'era alternativa: quello che restava della sua famiglia era a Mystic Falls, dall'altra parte del Paese - e quando vivi negli Stati Uniti vuol dire molto -, e la sua gemella detestava visceralmente i bambini.

Oltretutto: «Non parlarmi di Damon, se ci tieni alla mia sanità mentale.»

Già solo ripensare a quel colloquio le faceva arricciare le labbra per il fastidio. Se lo ricordava un po' pieno di sé - anche se quello era Damien -, ma non così indisponente.

Ora l'occhiata della sua amica era più di compassione. «Intendi dirgli che ha un figlio?»

«Certo che no.» Elena non ebbe nemmeno bisogno di pensarci. «Dopo che questo caso sarà chiuso uscirà dalle nostre vite, non voglio più averci niente a che fare.»

Già una volta aveva fatto l'errore di lasciarsi convincere a dargli una chance, non l'avrebbe fatto di nuovo, soprattutto al prezzo di ferire il suo bambino.

«Non credi che Stefan meriti di sapere chi è suo padre? Che ha un padre, addirittura?» chiese la sua migliore amica, che quel giorno sembrava si fosse conquistata la bandiera della crociata per farla sentire in colpa su più fronti in contemporanea.

Sapeva che aveva ragione, che dopotutto era un diritto di Stefan di sapere... ma era così piccolo.

«Glielo dirò quando sarà più grande, quando non ci sarà più il rischio che quel bastardo possa pensare di portarmelo via.»

Questa era un'altra delle sue paure. Non si era fatto scrupoli a rovinarle la vita quando non ne aveva alcun motivo, figurarsi adesso che poteva averlo.

«Sai, Elena...» fece Caroline, posando i vestiti e sedendosi al suo fianco, pareva quasi stanca. «Io ho conosciuto Damon quando per me era ancora solo Damon e quando tu mi parlavi di Damien. È vero che non ho mai nemmeno pensato che potessero essere la stessa persona, ma da come parlava della sua ragazza, cioè te... ecco, sembrava proprio preso.»

Perché mai avrebbe dovuto mentire con una sconosciuta?

Secondo la bionda poteva essere tante cose, ed era certamente un bugiardo, ma non aveva motivo di sembrare preso di una donna quando non sapeva che si conoscevano.

Ammesso che non lo sapesse, alla fine, da come erano andate le cose.

Elena, infatti, sembrava scettica. «Tanto che quando ha avuto quello che voleva è sparito come il fumo.» il ricordo faceva ancora enormemente male. «Ci teneva così tanto che ha quasi distrutto la mia vita.»

Più ci pensava più le faceva rabbia.

«Perché non vi sedete a un tavolo un giorno di questi e ne parlate?» le suggerì la sua amica, che chissà come era diventata quella mediatrice delle due, quando per lei una chiusura era sempre stata definitiva, tanto che le lanciò un'occhiata dubbiosa al pensiero di come avrebbe reagito se le avesse rivolto lo stesso suggerimento per Bonnie che non si era macchiata di una colpa tanto grande come quella di Damon, seppure imperdonabile. «Non guardarmi così, anche per avere una chiusura, una spiegazione, se non per il bimbo.»

Si alzò di nuovo, impaziente di impegnarsi in qualcosa e quel qualcosa fu rimettere a posto l'armadio.

«Ce ne deve essere una!» concluse, perché pensare diversamente avrebbe distrutto un'altra parte importante della fiducia che aveva ritrovato nelle persone, dopo il tradimento di un'amica.

«Se anche fosse, non mi importa.» tagliò corto Elena. «Mi ha lasciata sola con un figlio, d'accordo, non sapeva che esistesse, ma mi ha lasciata sola. L'unica cosa che volevo era che restasse con me, non gli ho mai chiesto altro. Gli avrei dato tutto il resto, se solo l'avesse chiesto

Solo che lui non l'aveva chiesto, non si era disturbato.

«Invece se l'è preso, mi ha presa in giro, e se non ci avesse pensato Alaric a salvarmi, sarei a pulire cessi nel bar in cui lavorava lui!» dovette sospirare via la sua frustrazione, o avrebbe preso il primo aereo per New York, dove sperava si fosse rintanato, per strozzarlo. «Quindi no, Caroline, non mi interessa sapere perché l'ha fatto. Per quanto nobili potessero essere le sue motivazioni, niente può giustificare quello che è successo. Niente.»

Aveva costruito il loro amore su una bugia solo per distruggerlo quando non gli era più servito, e l'aveva abbandonata con un figlio suo, condannato a vivere senza un padre che lo amasse come meritava.

Non poteva perdonarlo e basta.

«Lo so, tesoro.» fece Caroline, comprensiva. «Ma qui non si tratta solo di te.»

Lei doveva saperlo meglio di chiunque altro perché anche suo padre se n'era andato, e lei aveva la consolazione di sapere almeno che faccia avesse, lei aveva addirittura pregato che se ne andasse, da adolescente, perché di tutte quelle liti in famiglia non ne poteva più, ed Elena non aveva mai davvero capito, fino in fondo, come si potesse sentire.

Sapeva che quel consiglio glielo stava dando con cognizione di causa, ma Stefan non aveva nemmeno quattro anni e un amore incondizionato verso chiunque si dimostrasse appena gentile con lui. Non voleva che scoprisse quanto era davvero brutto il mondo, non ancora.

«Non prenderò decisioni affrettate, va bene?» fu tutto ciò che riuscì a promettere.

Ma nemmeno Caroline sembrava essersi lasciata convincere. «Lo spero, Elena... per il bene di Stefan.»

E lei non aveva più voglia di parlarne, di stare lì a discutere di quanto fosse o meno giusto dire a Damon che aveva abbandonato un bambino, insieme a lei, anni prima. Non voleva pensare a una prospettiva disastrosa in cui lui veniva a saperlo da qualcuno che non era lei e, per ripicca, sfruttava il suo nome per avere l'affido solo per ferirla.

Voleva solo mandare a casa la sua amica, stringere al petto il suo piccolino, ed essere certa che sarebbe riuscita a proteggerlo come non era stata in grado di fare con se stessa, ma era stata giovane e ingenua, troppo innamorata per rendersi conto di tutti quei campanelli di allarme che lui aveva disseminato lungo il cammino.

Adesso era una persona diversa e una madre, avrebbe sacrificato tutto per Stefan.

«Non sono sicura che sia una buona idea uscire, Care.» disse, spostando una maglietta dalle sue gambe. «Mi spiace, davvero, ma...»

Non era davvero il momento per provare a uscire con un uomo, non quando quello che aveva amato alla follia era tornato per ricordarle quanto fosse doloroso affezionarsi a qualcuno che non ricambia. Chi avrebbe voluto, alla sua età, impegnarsi con una donna già con un figlio?

«Elena da quant'è che non scopi?» fu la più che diretta domanda di Caroline, quasi spazientita.

La ragazza non parlò subito, ma fu costretta quando lo sguardo inquisitore della sua migliore amica non accennava a mollarla, per incitarla a rispondere a una domanda di cui conosceva già la risposta.

«Considerato che l'unico uomo che frequenta la mia casa ha meno di quattro anni ed è mio figlio... direi... a occhio e croce...» fece una pausa che avrebbe dovuto suonare pensierosa. «Da quando Damon se n'è andato.»

Perfino chiamarlo o pensarlo come Damon risultava ancora abbastanza difficile. Eppure doveva concedergli che il nome gli stava meglio di Damien, per quanto suonasse quasi allo stesso modo.

«Vedi?» le disse subito l'altra, soddisfatta perché la conversazione stava prendendo proprio la piega che aveva deciso lei. «Hai bisogno di venire con me.»

Elena scosse la testa. «Care.» la chiamò, quasi dolcemente. «Lo sai che non sono il tipo. Non faccio quelle cose... sesso occasionale.»

Già solo dirlo le sembrava strano, quell'idea associata a se stessa. Non era mai stata quella che andava alle feste per cercare ragazzi, al massimo ci accompagnava Caroline e teneva compagnia a Bonnie, la quale era sempre stata sulla sua stessa lunghezza d'onda.

O almeno fino a qualche anno prima, quando aveva fatto ciò per cui avevano troncato i rapporti.

«Certo.» osservò la bionda, con un'espressione che la diceva lunga. «Tu pensi ancora che il sesso svaluti le donne, nemmeno fossero automobili! È una mentalità maschilista e retrograda.»

Elena la guardò sgomenta. «Non è vero!» obiettò. «Quando mai ho detto una cosa del genere?»

«Non serve che tu lo dica.» ribatté Caroline, facendole roteare gli occhi. «Si vede da come ti comporti, semplicemente. Altrimenti ti saresti divertita, in questi anni, e invece no. Ti sei rinchiusa in casa nemmeno fosse stato un convento, troppo occupata a piangerti addosso perché il pezzo di merda che credevi fosse l'amore della tua vita se n'è andato.»

Era ancora persa in quella fase in cui aspettava il suo principe azzurro, ma quella era la vita reale, e Caroline pensava che, prima o poi, qualcuno dovesse svegliarla: non era una principessa da salvare, ma una donna in carne e ossa che doveva rimboccarsi le maniche e prendersi quello che riteneva giusto per sé, senza nessuno, senza avere bisogno di un uomo al suo fianco.

«Non ho niente contro le ragazze sessualmente libere, come le chiami tu.» disse Elena, con un sospiro. «Ma questo non significa che vada bene per tutte le donne, o che quelle che non si comportino come te siano automaticamente suore.»

Ce ne erano alcune, come lei, che vivevano l'intimità gelosamente e non erano disposte a condividerla con chiunque. Non significava che uno dei comportamenti fosse più giusto o sbagliato dell'altro, erano scelte, come per qualunque altra cosa. Non c'era bisogno di farsi additare come puritana per quello.

Caroline però non sembrava capirlo.

Lei viveva la sua libertà sessuale più come una vendetta, ancora non aveva capito se verso il suo ex stesso, verso Bonnie, verso il loro tradimento oppure verso il suo karma, ed Elena non voleva diventare così.

«Io devo avere una connessione speciale con l'uomo con cui divido me stessa.» spiegò, senza sapere come altro argomentare per farsi comprendere. «Non è nel mio carattere permettere a uno sconosciuto di spogliarmi. Men che meno il fratello di uno che hai appena conosciuto!»

«Non sai che ti perdi.» replicò l'altra, facendole la linguaccia. «Però mi accompagni lo stesso, non posso uscire con due uomini in una sola sera. Tra l'altro ho già detto che saresti venuta, quindi non puoi piantarmi in asso, a fine serata ognuno a casa sua se non te la senti di ammirare la sua collezione di francobolli.»

Ed Elena seppe che non poteva vincere quella guerra, quindi fece l'unica cosa che era saggio fare in quei casi: piegò la testa e annuì.


Aveva fatto un solco nel suo salotto, sotto lo sguardo confuso di suo figlio che ogni tanto alzava la testa dal suo disegno nuovo di zecca per guardarla un po' preoccupato.

La sua mamma era più strana del solito, certo non sapeva come si comportavano le mamme degli altri bambini, ma la sua a volte era parecchio strana, un po' come in quel momento, in cui camminava su e giù per il salotto borbottando qualcosa contro la sua zietta preferita.

«Mamma?» la chiamò, con voce piccina.

Lei si fermò subito.

«Cosa c'è, cucciolo?» gli si sedette al fianco, al tavolino di fronte al divano, forse voleva chiederle come era venuto il suo disegno, anche se alla fine Stefan disegnava sempre lo stesso soggetto: il tipico disegno dei bambini della sua età, le aveva detto che l'aveva visto farlo all'asilo agli altri, loro due e un papà dalla testa tutta bianca e, dato che non sapeva come completarlo, lo lasciava sempre così.

Nel nuovo asilo le cose andavano meglio, si era fatto due o tre amichetti e si era ben guardato dal divulgare dettagli sulla sua situazione familiare, era stata lei a chiedergli di non farlo, altra ragione per cui si era intestardito a inventare una faccia nuova per il suo papà, anche se per ora non aveva avuto alcun successo.

Quando Elena era venuta a sapere tutta la storia era rimasta così triste e scioccata che una cosa così potesse generare discriminazione, che non aveva obiettato quando la sua migliore amica le aveva consigliato di portarlo in un'altra scuola.

Stefan stava solo cominciando a pensare che due occhi, dei capelli e una bocca sarebbero andati bene, in fondo.

«Perché continui a passeggiare per la stanza?» le chiese, accantonando per un momento quel pensiero.

Elena allargò gli occhi, rendendosi conto solo allora di essersi comportata come una matta, quindi ridacchiò nervosamente: non c'era verso di spiegare a un bambino di nemmeno quattro anni che non sai come ignorare un invito ad uscire, senza che la tua migliore amica ti dia il tormento per questo per il resto dei tuoi giorni.

Se solo avesse avuto una controfig...

Ehi, un momento...

Idea geniale!

Sorrise al suo piccino, come se improvvisamente avesse trovato la soluzione a tutti i suoi problemi, e lui non capiva che stava semplicemente sperimentando i primi sbalzi d'umore femminili.

«Niente.» replicò. «Tu, piuttosto, devi vestirti, tra poco passa Liz per andare al parco.»

Stefan adorava Liz, era la cosa più vicina a una nonna che avesse, quindi annuì eccitato e felice, al pensiero che, finalmente, poteva passare un po' di tempo con lei e con la sua mammina.

«Vieni anche tu.» non era una domanda, ma un'affermazione piena di gioia, perché finalmente poteva avere un pomeriggio tutto quanto con lei. «Prendiamo il gelato!»

Sfoderò i suoi occhioni da cucciolo, il paio che rendeva impossibile alla sua mammina di dire di no, e lei avrebbe detto di sì con tutto il cuore, se solo non fosse suonato il campanello.

Si era portata avanti col lavoro: per Stefan si era presa un pomeriggio libero volentieri, fatto sta che quando aprì la porta, si rese conto che il lavoro l'aveva appena seguita fino a casa, e nel modo più spiacevole immaginabile.

«Che cosa vuoi?» gli chiese, brusca.

Dietro l'uomo, c'erano degli scatoloni, quelli tipici di chi si sta trasferendo, e c'erano anche quelli che avevano tutta l'aria di essere dei dipendenti di una ditta di traslochi che salivano dei mobili.

Azzardò un'occhiata alla faccia che apparteneva allo stronzo sul suo zerbino, mentre una devastante sensazione di deja-vù la metteva in allarme, dicendole che quello sulla porta era davvero lo stesso uomo che aveva amato fino a distruggersi, proprio lui, non la sua versione invecchiata e con un altro nome.

Stessi occhi, stessi capelli spettinati e troppo lunghi sul collo in cui aveva affondato le mani fin troppe volte.

La cosa che la consolava era che nessuno lo stava calcolando, quindi probabilmente non era roba sua e non sarebbe stato il suo nuovo vicino di nuovo.

«E ciao anche a te, Elena.» la salutò, con un cenno della testa e il tono sarcastico.

Lei aveva tanta voglia di spaccargli la faccia, peccato che la sua unica arma a disposizione fosse un portaombrelli troppo pesante per essere sollevato.

Però avrebbe potuto benissimo schiacciargli un piede...

«Signor Damon!» squittì il bambino, trotterellando dal tavolo fino al polpaccio della sua mamma a cui si aggrappò, tutto timido. «Sei venuto davvero!»

Damon sorrise intenerito, e si abbassò alla sua altezza per dargli un buffetto sulla testa. «Ciao, Stef.» lo salutò, con un sorriso che Elena era certa non avergli mai visto sulla bocca. «Posso entrare?»

Si rivolse a lei, sollevando la testa da quella stessa posizione.

Elena decise che qualunque cosa fosse andato a fare da loro - che significava "Sei venuto davvero"? - non voleva che restasse sullo zerbino dove anche tutti quegli estranei potevano farsi i fatti loro, perciò annuì e si fece da parte.

Nemmeno il tempo di mettere piede in casa che Stefan gli afferrò una manica del completo. «Vuoi vedere il mio disegno?»

«Certo.» fu la sua risposta più entusiasta del necessario, cosa che però rese ancora più felice il bambino. Era talmente eccitato che mentre glielo mostrava non riusciva a stare fermo, tanto che Damon fu costretto a prenderglielo di mano per evitare che cadesse e rischiasse qualche bernoccolo. «È bellissimo. Solo che dovresti fare la faccia al tuo papà, non credi?»

Elena stava per intervenire, ma rimase pietrificata dalla convinzione con cui Stefan prese due matite per completare il suo capolavoro, quello che di solito restava sempre in quel modo.

Una matita nera per fare la riga della bocca e per i capelli e una celeste per fare gli occhi, e questo fu ciò che le polverizzò il cuore di tristezza.

Era affascinato da Damon come ogni altro essere umano su quella maledetta Terra, e nemmeno sapeva di averci preso in pieno: ce l'aveva davanti, il suo adorato papà, quello che aveva desiderato da che aveva capito che una cosa del genere esisteva, il fatto che lui non l'avesse non aveva fatto che aumentare la sua curiosità a riguardo.

«Ecco fatto.» fece il bambino, pratico, pronto per mostrarlo alla mamma. «Guarda mamma, l'ho finito!»

Elena forzò un sorriso. «Lo attacchiamo subito al frigo, vuoi?»

Aveva comprato un set di calamite appositamente per lo scopo, c'erano già altri due disegni - solo che erano scarabocchi colorati -, e con questo la cucina stava diventando la sua galleria d'esposizione.

Lo prese in braccio perché potesse farlo da solo, e lui posò la calamita su un lato del foglio con un orgoglio che riempì il petto di sua madre, poi batté le manine, felice.

«Bravissimo.» si complimentò lei, posandogli un bacio tra i capelli chiari.

«Vieni a vedere, Damon!» lo chiamò il piccolo, sporgendosi dalle spalle di Elena, e anche lui non fece altro che profondersi in complimenti, che il piccolo accettò con gioia. «Mi piace fare i disegni, e a te?»

L'uomo si esibì nello spettro di un sorriso. «Non disegno più da tanto tempo.» ammise, con un'alzata di spalle. «Ma il mio fratellino ha dipinto un sacco di quadri, sai?»

Subito si accese l'interesse di Stefan. «Davvero? Dove posso vederli?»

«Stefan...» fu il blando rimprovero di sua madre, ma lui già non la sentiva più. Tese le braccia verso Damon, il quale lo prese senza pensare, guidato dall'istinto.

E lo riempì di domande su quei quadri, affascinato da sempre da quel genere di cose. Elena non avrebbe saputo spiegare come aveva potuto prendere così tanto da un padre che non aveva mai conosciuto.

«Aspetta, di sicuro ho qualche foto.» assicurò Damon, divertito da tutta quell'esuberanza. Lo posò sul divano, e Stefan si arrampicò sulle sue cosce per avere la migliore visuale sullo schermo del telefono. «Ecco qui, ne ho solo tre, ma ne ha esposti più di trenta.»

«E sono tanti?» lui sapeva contare a stento fino a dieci, ma dimenticava spesso il sette.

L'altro annuì e basta e voltò lo schermo verso il bambino, che spalancò gli occhi verdi di stupore, e trillò quando il secondo quadro gli piacque più del primo.

Elena era rimasta nell'angolo cottura, incapace di trovare una reazione a quanto stava accadendo sotto ai suoi occhi: padre e figlio che trovavano punti in comune, e sempre di più. Lei non aveva mai saputo nulla del fratello di Damon, solo di quello che le era stato presentato come tale, e che alla fine aveva scoperto essere veramente suo fratello solo grazie a Caroline solo qualche giorno prima, ma del resto della sua famiglia non sapeva niente, tranne quello che le aveva detto lui, e non era molto.

Ma a sentire lui era vero.

«E gli altri dove sono?» domandò, curioso, il piccolo.

La presa sullo smartphone si fece più forte, mentre i ricordi tristi di Damon si facevano largo davanti ai suoi occhi.

Si schiarì la voce, che dopo suonò sospettosamente incolore. «In una galleria a New York.»

«A New York si va con l'aereo.» osservò Stefan, e fu come se avesse detto che era un po' troppo lontano per andare a visitarla.

«Un giorno, magari, la vedrai.» offrì l'uomo, con tono leggero, perché non aveva altre soluzioni da dargli.

Più lo guardava, più faceva male, come anche scoprire che aveva gli stessi interessi del suo, di Stefan, avrebbe detto che era una punizione divina, se solo avesse creduto a quelle sciocchezze.

«Adesso vai a metterti la maglietta blu, tesoro.» lo incoraggiò Elena, gentilmente. «Liz passerà a minuti.»

Lui non fece storie, perché la sua curiosità era stata soddisfatta, così saltò giù dal divano e andò a mettersi la sua maglietta bella per uscire, quella che aveva insistito tanto per comprarsi un giorno che era in giro con la sua mamma.

«Che cosa fai qui?» gli chiese, dopo che Stefan fu fuori portata d'orecchio, non era più agguerrita solo amareggiata.

Damon si accomodò meglio sul divano. «Mi ha invitato tuo figlio.» le disse, solo, prima che il bambino ricomparisse nel salotto, con la sua maglietta nuova, la sua giacca e il suo zainetto, e la forzasse a riprendersi dallo shock.

«Sono pronto!» annunciò il piccolo, col suo sorrisone.

Elena lo abbracciò forte, il suo ometto, e lasciò perdere una ramanzina che gli avrebbe fatto quando le orecchie di Damon fossero state abbastanza lontane, su come comportarsi con gli estranei.

«Bene, Liz dovrebbe già essere giù, andiamo?» lo lasciò andare, dopo avergli fatto un'altra carezza, e lui voltò la testa verso Damon.

La sua muta richiesta fu tendergli la mano.

Nessuno avrebbe potuto dire di no a quel bambino, pertanto Damon, che non aveva fatto nemmeno in tempo a togliersi la giacca, annuì e tirò su un angolo della bocca, prima di alzarsi per porgergli la sua.

Stefan gliela afferrò prima ancora che potesse pensare di ritirarla.

«Viene con noi, mamma!» squittì il piccolo, eccitato, ed era così che l'aveva avvisata che, improvvisamente, quel pomeriggio non era più solo all'insegna della famiglia.

O lo era appena diventato.

Elena non ebbe nemmeno il tempo di ribattere che già il suo bambino aveva trascinato Damon fuori dalla porta. A lei non restò altro che sospirare, maledire la tendenza che aveva quell'uomo a far innamorare di lui ogni essere vivente - bambini compresi, ormai era evidente -, e chiudere la porta.

Aveva il dubbio che non si sarebbe liberata del problema tanto presto, e tutto questo perché perfino suo - loro - figlio era vittima del suo smisurato fascino, al punto da fidarsi ciecamente di lui nonostante lo conoscesse così poco, perché non poteva credere che avessero legato così tanto nel giro di una settimana.

Giusto?

Arrivò a piano terra e loro due erano lì che chiacchieravano, Damon fingeva abbastanza bene interesse - o forse era interessato davvero? - per le parole del bambino, che a quel che poteva sentire gli stava raccontando del gioco che aveva fatto quella stessa mattina: il telefono senza fili.

«Ma l'ultimo non ha capito la parola!» disse il piccino, ridendo.

«Non la capisce quasi mai nessuno.» lo rassicurò Damon, con dolcezza.

Elena non poté fare a meno di restarne incantata, mentre il leggero vento freddo scompigliava i capelli di entrambi e rendeva più rosse le guance di suo figlio, che già era tanto felice come non era sicura di averlo visto tanto spesso.

Si ritrovò a pensare che Caroline aveva ragione, suo malgrado: Stefan meritava di sapere, aveva bisogno di sapere qualcosa sul suo papà.

«Mamma, vieni!» la incitò il bambino, con un gesto impaziente della manina guantata.

Elena si affrettò a sorridergli e raggiungerlo. Liz però non era nel parcheggio, così tirò fuori il telefono dalla tasca solo per scoprire che era stata trattenuta alla stazione di polizia per via di una rissa scoppiata in un bar.

«Oh...» commentò, un po' delusa.

«Che succede?» fu la domanda contemporanea dei suoi due accompagnatori.

Lei li fissò stranita, ma Damon aveva solo lanciato uno sguardo sorpreso al piccolo.

«Liz non viene più.» raccontò. «Lavora.»

Stefan tirò fuori il labbro inferiore, molto dispiaciuto. Era sempre bello andare al parco con Liz perché tornava sempre a casa con un regalino extra, e poi era divertente perché sapeva spingerlo sull'altalena, cosa che la sua mamma non faceva più dopo la terza volta che le era arrivata una pedata o un seggiolino addosso.

Ma Stefan lo sapeva che a volte era davvero distratta.

«Possiamo andare tutti insieme lo stesso.» propose lui, lanciando uno sguardo speranzoso a Damon che si sentì chiamato in causa senza volerlo.

Elena aveva capito perfettamente. «Tesoro... sono sicura che anche Damon debba lavorare.»

E con questo voleva soprattutto dire a lui che doveva tirarsi indietro con quella scusa già fornita.

«Tu e la mamma vi divertirete tantissimo anche senza Liz o me.» lo incoraggiò l'uomo, che aveva capito da che parte soffiava il vento e non intendeva tirare troppo la corda.

Dopotutto, avrebbero davvero dovuto collaborare.

Il bambino sembrò restarci davvero male. «Sì, ma...» provò, guardando la sua mamma proprio come aveva fatto poco prima per strapparle un gelato. «...mami....»

Usò la sua vocina piccina, piccina, come se fosse stato sull'orlo delle lacrime. Quindi, Damon si abbassò alla sua altezza, e gli fece una carezza sulla testa.

«La prossima volta.» promise, sapendo che si sarebbe dimenticato, come tutti i bambini.

Ma stavolta gli occhi del piccolo si inumidirono di pianto. «Mi avevi promesso che avremmo giocato insieme, oggi.» e fu come se gli avesse detto che, se non avesse mantenuto la parola questa volta, non c'era nessun motivo per cui non avrebbe dovuto mancarle ancora.

Questo lo fece sentire un verme: guardò con lo stesso sguardo da cucciolo ferito Elena, che forse poteva tenere testa a uno, ma non a tutti e due nello stesso momento. Fu costretta a smettere di guardarli.

«Suppongo... che se non deve lavorare per forza...» mormorò, più per la sconfitta subita che per timidezza.

Stefan parve illuminarsi e guardò Damon in attesa della risposta, ma lui era leggermente spiazzato.

«O-Okay.» non immaginava che Elena si sarebbe mostrata disponibile a riguardo, ma di sicuro per il bambino avrebbe fatto carte false. «Andiamo con la mia?»

Elena gli lanciò uno sguardo storto. «Andiamo con la mia, c'è il seggiolino.» lo disse come se avesse dovuto pensarci da solo.

Ma Damon non era assolutamente abituato ad avere bambini con sé, e non ci aveva assolutamente pensato. Alzò le mani in segno di resa, mentre lei offriva la sua al bambino che l'afferrò entusiasta.

Tese di nuovo l'altro braccio verso Damon che per qualche ragione non se la sentiva affatto di deludere qualunque aspettativa quel bambino nutrisse su di lui, o sul resto del mondo. Doveva essere perché somigliava al suo Stefan, doveva essere tutto quanto per quello, perfino quella connessione particolare che sentiva con lui.

Aveva così tante cose in comune con suo fratello che, se non avesse saputo che era impossibile, avrebbe detto che era figlio suo, di quel fratello che non riusciva a lasciar andare. Non se lo spiegava affatto, specialmente quando aveva visto il padre di quello scricciolo.

Per tutto il viaggio, Stefan si intrattenne insieme a Damon, lasciando Elena a lanciare a padre e figlio occhiate tramite lo specchietto retrovisore, dato che il bambino aveva insistito che l'uomo sedesse dietro con lui.

Era incredibile.

Doveva davvero esserci qualcosa nel sangue, un modo tutto naturale di riconoscersi nella famiglia, altrimenti non spiegava come mai Stefan, che, sì, era socievole come tutti i bambini, ma era timidissimo, si fosse aperto tanto con un estraneo.

E Damon ascoltava le sue storie palesemente inventate con un interesse che sembrava genuino. Forse era cambiato anche lui, in tutti quegli anni, anche se il suo istinto di sopravvivenza le diceva di non farsi troppe illusioni, o sarebbero crollate e infrante sul pavimento, com'era successo l'ultima volta.

«Hai davvero una fantasia geniale, piccolino.» si complimentò lui, scompigliandogli i capelli biondi.

Lui rise deliziato. «Mammina, hai sentito?»

Elena annuì entusiasta, mentre parcheggiava, proprio fuori dal parco. Era già pieno di bambini nonostante fosse freddo, il compleanno di Stefan era alle porte, e lei e Caroline si stavano già muovendo per scoprire il regalo giusto.

Cosa si regala per i quattro anni? Forse avrebbe dovuto chiedere a Jeremy, perché quella piccola peste non aveva fatto il nome di niente che potesse interessargli davvero.

Il tempo di metterlo giù dal seggiolino che lui già la stava tirando verso il parco, la calca di gente era tutta ammassata verso un punto.

«Guarda, guarda!» le disse suo figlio, completamente preso. «Ci sono i tappetini! Mamma, ci sono i tappetini!»

Damon li seguì osservando l'entusiasmo del bambino per così poco, divertito e anche un po' intenerito. Gli ricordava tanto Elena, ma c'era anche molto di un altro tipo di familiare che non riconosceva.

Era una cosa che lo confondeva come mai prima.

«Che cosa sono i tappetini?» le domandò, curioso.

Elena gli fece cenno con la testa verso dove era stata imbastita un'area per permettere ai bambini di saltare sui tappeti elastici in sicurezza. «Stefan li adora.»

Li aveva provati le poche volte che ce n'erano abbastanza sicuri per i bambini della sua età. «Mamma, mamma!» la chiamò, proprio di fronte al cartello. «Sono abbastanza alto, vero?»

Superava di pochissimo la linea minima. «Sei fortunato.» commentò Damon, dandogli il cinque.

«Evviva!» il bimbo saltellò intorno ai due ragazzi, poi tirò la sua mamma di nuovo per la mano per portarla lì dove avrebbero pagato perché lui potesse giocare.

«Stai attento, tesoro.» lo pregò Elena, prima di vederlo entrare nel box.

Il bambino la liquidò con un gesto della mano tipico della frase "So quello che faccio", che lasciò per un momento Elena spiazzata: non le piaceva l'idea che crescesse troppo in fretta.

Sospirò, sconsolata.

Aveva già quattro anni. Dio.

«È assolutamente adorabile.» Damon la distolse dai suoi pensieri, offrendole un posto accanto a lui sulla panchina poco distante dal tappetino in cui Stefan già saltava felice. «E io non amo i bambini.»

Contrariamente a ogni necessità di ogni fibra del suo corpo, la ragazza gli si sedette di fianco. «Lo so. Ma è impossibile non amare Stefan.» piaceva anche a Caroline, e lei era estremamente allergica a qualunque forma di vita sotto i venticinque anni.

Damon azzardò uno sguardo di nuovo verso il bambino.

«Diresti lo stesso di mio fratello, se l'avessi conosciuto.» commentò, piatto.

«Non ho visto molto della tua famiglia.» Elena non avrebbe voluto suonare tanto acida, eppure fu così che le uscì. Rispose al saluto entusiasta di suo figlio: «Sei bravissimo, amore mio!»

Anche Damon alzò la mano. «Continua così! Stai andando alla grande.»

E Stefan era assolutamente in brodo di giuggiole.

«Come mai sei qui, Damon?» gli chiese, a bruciapelo.

Voleva la verità, e la voleva soprattutto per Stefan, voleva una dimostrazione del fatto che non sarebbe scappato o sparito perché gli conveniva, voleva potergli confessare il suo più grande segreto senza dover temere di essere separata dal bambino, o che fosse ferito in chissà quale altro modo.

«Te l'ho detto. Lavoro, e oggi in particolare per le insistenze di Stefan. Sono sicuro che hai notato che non accetta un "no" come risposta.» replicò lui, con un'alzata di spalle.

Suscitò in lei il primordiale istinto di strozzarlo: per fortuna era abituata a una simile pulsione in sua compagnia, ormai sapeva dominarla.

«Sai che cosa voglio dire.» disse, secca. «Di tutte le città degli Stati Uniti, perché hai scelto proprio questa? L'America non manca di avvocati in gamba!»

«Hai vinto tu, Elena.» rispose, riservandole un sorriso carico di sottintesi che Elena si impose di non voler esplorare. Non era cambiato di una virgola in tutti quegli anni, altroché. «Non intendo nasconderti nulla su ciò che ho scoperto o scoprirò, se collaborazione dev'essere, collaborazione sarà. A ognuno i suoi meriti, io ho bisogno di aiuto e non posso distogliere dal lavoro nessun altro avvocato del mio studio, sono già tutti impegnati in altri casi importanti, quindi, in definitiva, ho bisogno di te, in questi ultimi giorni me ne sono reso conto più che mai.»

Elena arricciò le labbra: non era affatto soddisfatta, dato che non aveva risposto alla domanda, sebbene quella confessione fosse fonte di una certa soddisfazione.

«Non so proprio come ti è saltato in mente di tornare adesso.» osservò, e sapeva di avere il diritto di essere arrabbiata. Sapeva che Damon era andato da lei di proposito. «Tu sai sempre tutto, e sei venuto da me, nonostante quello che mi hai fatto. Avresti potuto, non so, farti sentire anche solo per spiegare. Invece hai aspettato degli anni e ancora non ho ben capito che diamine è successo quando te ne sei andato.»

Non spostò gli occhi da suo figlio nemmeno per un minuto, non intendeva perderlo di vista nemmeno adesso che era dentro a una sorta di recinto, e aveva anche una scusa per non dover guardare il suo interlocutore.

Perché, alla fine, era quello che l'aveva sempre fregata: i suoi occhi.

«Lo so che pensi che sono un lurido bastardo.» fu il commento rammaricato di lui. «E forse hai ragione.»

Non poteva certo negarlo: l'aveva lasciata in modo meschino e per ragioni che solo lui conosceva e che era stato nella posizione di condividere, e adesso non lo era di nuovo.

Forse Elena l'avrebbe seguito a New York, se gliel'avesse chiesto, ma una parte di lui non aveva voluto essere tanto egoista da sradicarla da una vita che era riuscita a costruirsi da sola, qualcosa di cui era finalmente orgogliosa.

«Non me ne sono andato senza rimorsi.» proseguì. «Sono uno stronzo, Elena, e questo non te l'ho mai nascosto, ma sono umano anche io. Se pensi che lasciarti sia stato semplice, ti sbagli.»

A lei venne quasi da ridere: lui stava dicendo a lei quanto fosse stato difficile per lui andarsene? Lo guardò in modo acre, come era certa non aver mai guardato nessuno, nemmeno in tribunale.

«Io ti amavo, Damon.» lo sputò fuori, quasi, e suonava sbagliato col suo nome vero, ma anche terribilmente più giusto di quanto non fosse suonato mai.

Lui, invece, sorrise. «Ti amavo anch'io, Elena.» quelle parole furono di una semplicità quasi disarmante, tale che perfino la rabbia di lei parve dissolversi come neve al sole. «Non era nei piani, non è stato nemmeno facile accettarlo, ma non è stato meno evitabile per questo.»

Rimase per un momento senza parole, lei, che negli ultimi anni non aveva permesso più a nessuno di ridurla al silenzio. Era parte del suo lavoro, la parte essenziale.

Il fatto che le stesse confessando di averla amata, rendeva tutto quel tempo un po' meno amaro. Il pensiero che fosse stato reale e non tutta una messa in scena per arrivare dove voleva era quantomeno confortante.

Se l'era chiesto spesso come avesse fatto a fingere così bene, adesso sapeva che non era così.

Ammesso che stesse dicendo la verità, perché non si poteva mai sapere, in fondo.

«Non sei mai tornato.» adesso non c'era nessun astio nella sua voce, solo incredibile amarezza, e avrebbe potuto non credergli, era il suo primo meccanismo di difesa.

Ma ne aveva bisogno, per perdonare se stessa di aver atteso, anche se non l'aveva mai ammesso, era esattamente quello che aveva fatto: l'aveva aspettato per anni, nonostante tutto, nonostante le menzogne e il tradimento, ancora aveva sperato tornasse da lei.

«Certo che sono tornato.» le disse, spostando un po' di ghiaia dal terreno sotto i loro piedi.

Lei continuava a guardare suo figlio, anche se ora gli lanciava qualche sguardo distratto. «Adesso non conta, è troppo tardi.»

Era la cosa giusta da dire, lo sapeva. Un po' voleva ferirlo, un po' lo doveva a se stessa, anche se non era reale, anche se non l'aveva mai dimenticato. Era stato il primo, ultimo e unico uomo con cui avesse mai davvero diviso qualcosa di importante, non era soltanto il padre accidentale di suo figlio.

Non avrebbe mai dimenticato Damon, nemmeno se avesse avuto un'altra vita.

«Lo so.» le disse, con una strana dolcezza. «Ma sono tornato, circa un anno dopo che ti avevo lasciata. Quando ho chiuso il caso, anche se non nel modo che avrei voluto.»

Ora Elena lo guardò, scioccata: lei non ne sapeva niente. Se era tornato davvero perché non si era fatto vedere? Un anno dopo che l'aveva lasciata lei aveva avuto Stefan di pochissimi mesi, era appena nato.

«Volevo avere una possibilità di parlare, di spiegarti.» confessò. «Ero pronto a chiederti scusa in ginocchio, a raccontarti tutta la storia, a chiederti un'altra possibilità per tutto.»

Quindi una storia c'è.

Se n'era andato per un motivo vero, non perché era uno stronzo irrimediabile che aveva avuto quello che gli serviva per vincere la sua causa.

«Poi cos'è successo?» gli domandò, mandando giù la saliva.

Un'altra possibilità per tutto.

«Ero sotto casa tua, in realtà, sotto casa nostra.» le rivolse un altro sorriso mozzafiato, che lei vide solo di sfuggita ma le graffiò lo stesso il cuore. «E tu avevi Stefan neonato in braccio, mi è preso un colpo. All'inizio speravo che non fosse tuo, pensavo... non so, il figlio di un'amica, prima di ricordarmi che le uniche amiche di cui mi avessi mai parlato vivevano ancora dall'altra parte del Paese, mi sembrava improbabile che avessi riallacciato i rapporti con tua sorella... così vi ho seguiti per un po' e ti ho visto che lo allattavi, credo che fosse proprio questo parco.»

L'entusiasmo di Elena si smontò in un attimo: Damon aveva già visto Stefan da bambino, sapeva che aveva un figlio di pochi mesi quando era tornato... e non si era reso conto che poteva essere il suo? Era ingenuo o stupido? O in fase di negazione? O semplicemente disinteressato?

«Ti è presa paura di Stefan?» fece, dubbiosa. «E non l'hai nemmeno sentito piangere nel mezzo della notte...»

Non era mai stato un bambino particolarmente difficile, ma come tutti i neonati aveva avuto bisogno del latte anche durante la notte.

Damon ridacchiò. «Mi è presa paura del biondino che immagino sia suo padre.» e ammetterlo ad alta voce fu un'umiliazione. «Eri tutta sorrisi e allegria, mi era chiaro che eri andata avanti anche troppo bene, non volevo essere la storia seppellita e l'imbarazzo di nessuno e allora sono tornato a casa senza nemmeno farmi vedere e con l'umore sotto terra.»

Si era ritrovato ad essere sconvolto dalla gelosia, una parte di sé aveva sperato a lungo e profondamente che Elena non si fosse rifatta una vita. Ma dopo più di un anno, che diamine poteva pretendere? Dopo come l'aveva usata e poi abbandonata, era solo normale che avesse voluto liberarsi del ricordo di lui.

Eppure lui ci era rimasto male lo stesso, perché lui Elena non l'aveva mai dimenticata, non c'era stata nessun'altra donna che potesse reggere il confronto, seppure durante quegli anni non si era risparmiato certo della compagnia di nessuna di loro.

«Il padre?» ripeté lei, sempre più sconvolta. «Matt?!»

Aveva davvero creduto che il padre potesse essere Matt?

«Non ho idea di come si chiamasse il biondino, Elena. Non aveva il nome scritto in fronte.» le fece notare Damon, seccato. «So solo che ti sei abbarbicata a lui come un koala non appena l'hai visto. Non mi ci è voluto molto per fare due più due.»

Peccato che gli fosse venuto tutto tranne che quattro.

Non era possibile che avesse creduto che il suo stesso figlio fosse di qualcun altro e che per questo motivo non si fosse fatto vedere.

Cioè, era una cosa da una su un miliardo, di quelle che succedono solo nei film quando vogliono scombinare la trama... giusto?

Eppure Matt da lei c'era stato veramente, per un periodo. L'aveva aiutata ad affrontare tutto, e quando si era reso conto che New York non faceva per lui, aveva rifatto le valigie. E quello era stata la scusa per Caroline di trasferirsi a Los Angeles dopo aver scoperto del tradimento di Bonnie.

«A proposito, che fine ha fatto?» le chiese il ragazzo, curioso.

«Non lo so, di preciso.» non gliel'aveva chiesto, non si erano sentiti molto, in realtà, da allora. «So solo che è tornato a casa, a gestire il bar in cui ha lavorato per tutto il liceo. Non so se si è sposato oppure è ancora single.»

Ne parlava con un affetto tale che per Damon non fu difficile intuire: «Era il tuo ex.»

Era un maledetto classico, no? Ritrovarsi dopo l'università con il ragazzo del liceo e farci una famiglia. Peccato che lui poi fosse scappato con la coda tra le gambe.

Se Damon l'avesse trovato era sicuro che gli avrebbe rifatto i connotati. Non solo per aver abbandonato Elena ma per averla piantata in asso con un bambino da crescere, e aveva una certa dose di rabbia anche per Stefan in sé.

Come si poteva pensare di abbandonare un bambino del genere?

«Sì.» confermò lei, nostalgica. «Era venuto a cercare lavoro e gli ho offerto l'altra stanza del mio appartamento come appoggio. Poi mi è stato vicino durante la gravidanza, quindi è stato una benedizione, anche se alla fine se n'è andato.»

Lui si schiarì la voce, incerto. «Essere padre non è per tutti.» voleva essere un po' una consolazione, un modo per dirle che non era colpa sua se il biondino se l'era svignata con la alla prima occasione.

L'aveva semplicemente fatto, dal suo punto di vista, perché non era abbastanza uomo per prendersi la sua parte di responsabilità.

«Non avrei nemmeno potuto chiederglielo.» rifletté Elena.

Come fai a chiedere a un uomo di essere padre di un bambino che non è il suo, se non c'è quell'amore che serve? Sapeva che Matt provava ancora qualcosa per lei, ma lei non aveva amato altro uomo che non fosse Damon e non avrebbe costretto nessuno a restare in una relazione che sarebbe sempre stata per forza unilaterale.

Non le interessava nemmeno il sesso con un altro.

«Ehi, non ci si può solo divertire e poi scappare.» le disse Damon, a mo' di rimprovero. «Se metti nei guai una ragazza, il minimo che puoi fare è prendertene cura!»

Lei lo guardò di nuovo male: avrebbe dovuto sbatterglielo in faccia, al saputello. «Non sempre i figli sono dei guai.» in particolare, il suo non lo era affatto: «Stefan è stato il mio miracolo.»

L'aveva salvata quando tutto intorno a lei sembrava crollare, le aveva dato una ragione valida per rimboccarsi le maniche e riprendere in mano la sua vita.

Damon non rispose, a quella affermazione.

«Non si è più curato di lui?» volle sapere, invece.

«Matt non è il padre di Stefan.» forse dirlo chiaro l'avrebbe aiutato a capire. «Suo padre non sa nemmeno che esiste.»

O almeno era stato vero fino a che non si era ritrovata quello che aveva sempre creduto Damien Ross seduto comodamente nel suo ufficio col nome di Damon Salvatore.

Damon la guardò confuso: «Perché?»

«Perché... è stato un errore, e... comunque non ha più chiamato.» fu costretta a distogliere lo sguardo, per dirlo, perché lui le bugie le aveva sempre fiutate come un segugio, la conosceva forse più di quanto lei conoscesse se stessa.

Perlomeno, era stato vero anni prima, adesso chissà.

«Diamine, Elena.» commentò, e non sapeva nemmeno se suonava più esasperato o dispiaciuto. «Hai un gusto di merda in fatto di uomini.»

Oh, se solo avesse saputo... «Puoi dirlo forte.» concesse, perché dopotutto aveva ragione da vendere.

Lo vide alzarsi, stupidamente pensò che si fosse spostato per vedere meglio il bambino che lei comunque non aveva perso un attimo di vista.

«Però... potresti dirmelo adesso.» lo fermò, prima che fosse troppo distante per sentirla, in mezzo a tutti quei genitori.

Lui le rivolse uno sguardo confuso. «Che cosa?» la incitò, curioso.

«Quello che volevi dirmi qualche anno fa. Quello per cui sei tornato.» le sarebbe piaciuto sentirlo, le sarebbe piaciuto perdonarlo e, soprattutto, le sarebbe piaciuto perdonare se stessa per tutto, per averlo amato, per essere cascata nella rete come una stupida e per averlo atteso anche dopo.

«Non ha più molta importanza, non credi?» le chiese, e suonò sconfitto.

Non voleva altro che confessare, ma il tempo era passato, era di nuovo il momento per lui di mantenere segreti, per questo si era ripromesso di starle a distanza.

Ma come tieni le distanze da Elena Gilbert?

«Ne ha per me.» fu la risposta di lei, un po' ferita, nonostante tutto.

Qualunque cosa Damon stesse per dire, più che altro per ritardare quel momento il più a lungo possibile, fu coperto dal grido eccitato di Stefan che si era aggrappato alla grata di protezione per attirare l'attenzione dei suoi accompagnatori.

«Mamma, mamma!» la chiamò. «Hai visto come sono stato bravo?»

Elena, con il sorriso più sincero che le riuscì, si alzò per avvicinarsi al suo piccolo. «Certo, amore mio.» assicurò. «Vuoi stare un altro po'?»

Lui scosse la testolina bionda. «No!» ghignò. «Adesso voglio il gelato, possiamo?»

La ragazza si limitò ad annuire, e a seguire suo figlio lungo tutto il perimetro del gioco, prima che scendesse dalle scalette di ferro dalla sua mano.

«A te come piace il gelato, Damon?» domandò il bambino, interessato. Gli tese di nuovo la mano e lui non esitò a prenderla.

Era una disturbante quanto tranquillizzante sensazione di familiarità, tanto che Damon non sapeva se era più turbato o a suo agio. Era una sensazione che aveva sempre intorno a quello scricciolo, eppure non poteva farne a meno.

«Cioccolato e panna.» rispose Elena, per lui, visto che sembrava sintonizzato su un altro Universo. «Ops, è ancora così... no?»

Damon era sinceramente esterrefatto. «Sì.» confermò, colpito. «Giuro, è proprio vero che voi donne non dimenticate nulla!»

Era una cosa successa... quanti? Cinque anni prima? Eppure lei ancora se lo ricordava... anche se, adesso che ci pensava bene, lui si ricordava ancora come le piaceva il caffè.

Scosse la testa, con un sorriso beffardo: forse certe cose non si dimenticano mai.

Stefan, occhieggiò i due adulti. «Come fai a saperlo, mami?» volle sapere, molto, molto curioso.

Marmocchio sveglio.

Questo Damon glielo doveva concedere. E, dato che Elena sembrava voler giocare al gioco del silenzio, si sentì in dovere di rispondere alla domanda.

«Io e la tua mamma... abbiamo lavorato insieme per un po', prima che tu nascessi.»

La bocca del bambino si spalancò per lo stupore. «Allora conosci già il signor Damon!» commentò, eccitato, guardando la sua mammina. «Non me l'avevi detto.»

«Eh già.» commentò, solo, Elena.

Poi, Stefan tornò a rivolgere tutta la sua attenzione all'uomo: «Quindi ci siamo già incontrati quando ero piccolo?»

L'idea sembrava piacergli.

E il gelo quasi arrivò al sangue di Elena quando gli sentì fare quella domanda.

Al contrario, Damon ne fu dispiaciuto. «Purtroppo no, piccolino.» anche se non era del tutto la verità.

E, in effetti, di disse Elena, era meglio così. Lui non l'aveva mai conosciuto, e il problema, adesso, era seguire il consiglio di Caroline: come l'avrebbe detto ad entrambi, se per caso avesse ritenuto Damon degno di sapere la verità?

Il bambino, però, sembrava pensieroso. «Zia Caroline dice sei un... è una parola che non posso ripetere perché è una brutta parola, ma mi ha detto che significa mascalzone...» sbatté i suoi occhioni chiari. «...che lavoro è?»

Che lingua lunga, che aveva quella biondina...

«Non è un bel lavoro.» fu la diplomatica risposta di Damon. «Ti porta spesso in giro per il mondo, e non ti fa più parlare con le persone che hai conosciuto.»

Descrizione calzante rifletté la ragazza, realizzando che era proprio vero, anche se a Damon avrebbe più associato la parola stronzo.

«Quindi tu fai il mascalzone?» fu l'innocentissima domanda di Stefan, per cui Elena ridacchiò, addolcita.

Gli accarezzò i capelli chiari: nemmeno lo sapeva quanto avesse ragione.

«Si può dire così, sì.» ammise Damon, sincero. «Però sono anche un avvocato.»

Elena si chinò verso il piccolo, con fare cospiratorio. «Da giovane serviva in un bar.» raccontò, lanciandogli uno sguardo quasi di sfida.

Lui si limitò ad inarcare un sopracciglio. «Sono ancora giovane.» la corresse, chiedendosi a che gioco intendesse giocare.

Non gli sembrava proprio che la sua intenzione fosse rivangare i vecchi tempi andati o peggio flirtare con lui, specie davanti a suo figlio, che più lo guardava con quegli occhi verdi più lo conquistava.

Come aveva potuto quel verme, che non aveva abbandonato solo Elena ma anche quel piccolo raggio di sole, riuscire a vivere con se stesso?

«Oh, quindi sai fare il latte!» commentò proprio lui, interessato.

Elena si sentì punta nel vivo. «Ehi, anche io so fare il latte!» dopo quattro anni di colazioni!

«Sì, mami...» di nuovo, Stefan le fece i suoi occhioni da triglia. «E fai anche i pancake più buoni del mondo.»

Ruffiano.

«Ne dubito.» intervenne Damon, sicuro di sé, attirando tutta l'attenzione del figlio. «Non hai assaggiato i miei pancake.»

Il broncio che tirò fuori Stefan riempì il cuore della sua mamma. «Non possono essere più buoni di quelli della mia mammina.» osservò, avvicinandosi più alla sua gamba, Elena lo coccolò un po'.

L'uomo si schiarì la voce. «Te l'ha mai detto che sono stato io a insegnarle la ricetta?»

Stefan restò in silenzio, sorpreso.

Elena diede a Damon una leggera spinta. «Lo sanno tutti che l'allievo supera sempre il maestro, adesso non fare il gradasso!» fu il suo commento altezzoso, se non fosse stata troppo vecchia per quello, gli avrebbe di sicuro fatto una linguaccia.

Ma quella sarebbe stata la sua Elena, quella di qualche anno prima.

E quella ragazza non lo era più.


Poco dopo, erano di fronte al chiosco dei gelati, letteralmente intasato di bambini, Elena ne aveva approfittato per trovare il bagno, con le diecimila rassicurazioni di Damon che avrebbe tenuto d'occhio suo figlio senza bisogno che se lo portasse dietro.

Avevano discusso per diverso tempo, prima che il bambino stesso si aggrappasse ai pantaloni di Damon.

«Torno tra due minuti al massimo.» aveva promesso la ragazza, con un'ansia pazzesca che le annodava lo stomaco, tanto dallo spingerla a rinunciare.

«Il bagno è proprio qui.» le aveva detto Damon, indicando un punto alla destra del chiosco. «Non succederà niente, saremo qui di fronte.»

E lei si era convinta ad andare al bagno solo quando loro avevano promesso che avrebbero aspettato lì fuori, ed erano proprio là: fuori dalla porta a guardare i ragazzini in fila coi loro genitori che chiocciavano sui loro gusti preferiti.

Stefan era l'unico stranamente silenzioso.

«Ehi, ti hanno mangiato la lingua?» gli domandò Damon, prima di prenderlo in braccio. Stefan senza dire una parola gli si aggrappò al collo, appoggiando la testa sulla sua spalla. «Ehi, piccolino. Che succede?»

Lui aveva una spalla sufficientemente grande per la sua testa, la sua mamma faceva fatica a tenerlo, ormai.

«Perché io non ce l'ho un papà?» domandò, con la voce piccola, piccola.

E Damon avrebbe voluto prendere un aereo, o un qualunque mezzo l'avesse portato da quel tipo per rompergli almeno il naso.

«Hai la tua mamma.» gli ricordò.

«Sì, ma lei non ha le spalle grosse.» obiettò il piccolino, sistemandosi meglio contro di lui. «E zia Care dice che adesso peso troppo per essere preso in braccio. Zia Kath, invece, non l'ha mai fatto. Non mi piace zia Kath.»

Damon sorrise. «Sei leggero come una piuma.» cercò di consolarlo, e non era del tutto falso, pesava come qualsiasi bambino di quattro anni, anche se aveva il cervello e la parlantina di uno che ne aveva almeno il doppio. «E zia Kath è...» come definirla?

«Lo vedi?» gli disse il bambino, interrompendolo. «Zia Care dice che zia Kath è una vecchia bis.. biseti.. bisbetica

Damon rise. «Per quel che ne so, ha ragione.»

Anche se "zia Care", a quanto pareva, aveva una buona parola per tutti.

Non aveva mai incontrato Katherine, lei ed Elena dovevano aver recuperato il loro rapporto dopo che se n'era andato, perché finché era rimasto, l'unica cosa che aveva visto fare a Elena associata alla sua gemella era stato piangere.

Alla voce "stronza" sul vocabolario c'era sicuramente la sua foto.

Ma Stefan restò in silenzio, si appoggiò alla sua spalla con una guancia, le braccia che tentavano di circondare il collo di Damon senza successo. Si risolse di aggrapparsi alla giacca fin dove arrivava.

«Ho fatto!» annunciò Elena, spalancando la porta, quasi sorpresa di trovarli lì, tutti interi, insieme.

Dio, pensò, immobile per un momento. Sono la fotocopia l'uno dell'altro.

Non era possibile negare la somiglianza tra padre e figlio, e lei si chiese com'era possibile che Damon non l'avesse notata. I colori erano di sicuro diversi, ma avevano lo stesso naso, lo stesso taglio degli occhi, lo stesso adorabile sguardo torvo, e lo stesso sorriso.

Tese le braccia per prendersi il bambino, domandandosi perché dovesse tanto disturbarla il fatto che Stefan e Damon stessero costruendo un rapporto, benché non basato sui giusti presupposti.

E non era quello.

«Ti sei stancato, amore?» gli chiese.

«No.» rispose lui, stropicciandosi un occhio, a smentirsi. «Volevo essere preso in braccio.»

Doveva essersi stancato, a saltellare tutto il pomeriggio. E a lei non era sembrato più tenero di così. «Vieni, ti prende mamma.»

«No, va bene.» la contraddisse Damon, stupendo perfino se stesso. «Ho le spalle grandi.»

Lo disse più a se stesso come giustificazione, dato che Elena non poteva capire, infatti lo guardò confusa. Non ebbe occasione di chiedere perché, a un tratto, sentì una voce alle sue spalle che la chiamava.

«Elena!»

E se non la conosceva bene, quella voce!

«Oh, no!» si ritrovò a mormorare, a mezza bocca, prima di afferrare Damon per un braccio e trascinarlo dietro una siepe.

Lui ritenne saggio non opporsi, ma fu d'obbligo domandare: «Che succede?»

«Niente.» si sbrigò a rispondere lei, troppo in fretta perché potesse crederle. «Fai finta di niente. Sai parlare... tipo un'altra lingua?»

Non poteva fare questa figura.

Sarebbe morta di imbarazzo e vergogna, già lo sapeva. Lo sapeva. Avrebbe dovuto dire di no a quell'uscita nel momento in cui Liz aveva dato buca, era stato un segno dell'Universo, che l'aveva voluta avvisare, e poi c'era di mezzo Damon, era ovvio che la cosa, prima o poi, sarebbe venuta male.

Perché non dava mai retta al suo istinto?

Damon, ancora, non capiva. «Perché?»

E come avrebbe potuto? Mica lo sapeva il casino che aveva combinato, giusto qualche mattina prima, come la più scema delle ragazzine.

«Quella lì si chiama Hayley.» raccontò, lanciando un'occhiata furtiva in direzione del chiosco. «È la mamma di Hope!»

Questo per lui non significava niente, e lei sospirò frustrata.

«E chi è Hope?» le chiese, proprio mentre lei stava cominciando a spiegare.

«È la sua amichetta... e...» si fermò di nuovo per controllare che non l'avesse notata. «Ha divorziato dal marito per mettersi con suo cognato, ed è da quando ho iscritto Stefan all'asilo che insiste per vedere il mio, di marito. Le ho detto che ho un compagno per farla stare zitta, ma quella non demorde!»

E non la giustificava di certo, ma sperava che lui avrebbe compreso e non reagisse in modo strano, tipo dicendo la verità.

«Non ce l'hai un compagno.» fu il suo commento idiota.

Elena lo fulminò con un'occhiata e un «Grazie!» imbevuto di sarcasmo. Poi proseguì con più calma: «Ho mentito perché Stefan è stato emarginato nell'altro asilo, a quanto pare non sta bene essere madri single nel duemilasedici! Credi che mi piaccia riempire di panzane le maestre e le mamme degli amichetti di mio figlio? Lo faccio per lui.»

Al suo rantolo rassegnato e all'avvicinarsi di quella che avrebbe scoperto dopo essere davvero Hayley, Damon decise che andava fatto qualcosa. «Va tutto bene.»

«Scherzi?» disse Elena, sconcertata.

Perché per lei non c'era assolutamente niente che andasse bene. Non si vedevano da cinque anni, non c'era proprio speranza di sembrare amici, figurarsi una coppia.

«Che cosa hai detto di suo padre?» volle sapere, invece, l'uomo, ignorandola.

«Niente. Che non lavora in questo Stato e che non l'avrebbero visto tanto spesso.» doveva dirglielo? O no? «La prima cosa che io e Caroline abbiamo pensato... e... senti avevo dei fogli nella bor...»

Stava per dirglielo, stava per farlo davvero.

Ma lui la interruppe: «Perfetto, ho tutto sotto controllo, possiamo uscire da questo cespuglio adesso?»

E lo fece senza attendere risposta, tanto che Elena fu costretta a trascinarsi dietro di lui, pregando che quel pomeriggio non svoltasse in quello nel quale aveva dovuto di nuovo cambiare scuola a suo figlio, oppure essere cacciata dalle restanti della città.

Lui sembrava trovarsi bene, lì.

«Ehi!» fu il richiamo entusiasta di Hayley, che sventolava una mano per farsi notare. «Pensavo di averti vista!»

Elena si sistemò i capelli, giusto per tenere impegnate le mani e stemperare la tensione. «Hay.» la salutò, col suo migliore tono rilassato. «Cosa fai qui?»

Lei accennò a un punto indefinito dietro di sé, ma Elena li vide lo stesso Elijah e Hope avvicinarsi. «Io ed Eli abbiamo portato Hope al parco.» poi spostò gli occhi su Stefan e Damon. «E... lui?»

Al che, lui tese la mano. «Damon Salvatore.» si presentò.

Hayley, emise un gridolino eccitato. «Oh mio Dio!» si dimenticò perfino di stringergliela. «Il famoso Damon.»

Elena roteò gli occhi: grandioso! Ci mancava solo l'ammiratrice segreta!

«Sono così famoso?» chiese Damon, ma suonò terribilmente come una domanda retorica al posto giusto.

La sua accompagnatrice gli rivolse uno sguardo torvo mentre Hayley annuiva con forza. «Certo, Elena non fa che parlare di te!» e questo non era davvero la verità: Elena nominava il padre di Stefan anche troppo poco per i gusti di una che un compagno ce l'ha per davvero. «Che aspetti a sposarla, proprio non lo so!»

Sposarla?

La ragazza rischiò quasi di strozzarsi con la sua stessa saliva.

«Eh, già.» concordo Damon, con una serietà da Oscar. «Col fatto che lavoro ancora a New York e lei qui... è complicato...»

Quando Hayley rivolse tutta la sua attenzione al bambino, Damon le scoccò l'occhiata più interrogativa della storia, ma Elena si limitò a scuotere le spalle: tanto non avrebbe comunque potuto spiegare sul momento!

E, intanto, anche Elijah li aveva raggiunti e si era presentato al nuovo arrivato.

«Oh, guarda che amore...» commentò Hayley, dando una gomitata al suo compagno. «Dorme in braccio al suo papà... e guarda come gli somiglia!»

«Sì...» fu il blando commento di Damon.

Lei gli diede una pacca sulla spalla, a mo' di rimprovero. «Gli sarai mancato con quanto poco ti vede!»

«Hay.» fu il richiamo di Elijah, imbarazzato. «Non dovresti essere così invadente, tesoro.»

Passata la totale sorpresa di sentire quelle cose, Damon si chiese perché non divertirsi un po' alle spalle di quella ragazza che l'aveva, in qualche modo che ancora non gli era chiaro, incastrato da molto prima che lui stesso si offrisse.

«Non fa niente.» lo rassicurò. «Lo dico sempre alla mia Leni che dovremmo sposarci, ma...»

Hayley allargò gli occhi, scioccata: «Elena!»

«Non riusciamo mai a far combaciare gli impegni... vero, tesoro?» continuò lui, con un fare che sarebbe sembrato sinceramente dispiaciuto a chiunque non fosse stato Elena che aveva capito perfettamente qual era il suo intento. «Adesso, però, dovremmo portare a casa il bambino... diventa piuttosto scostante se non dorme sul comodo.»

Bastardo.

Ma in qualche modo aveva salvato la situazione.

Due volte bastardo.

«Oh, certo... vi lasciamo andare!» convenne Hayley, accompagnata dalla sua esuberanza che Elena cominciava a trovare fastidiosa. «Ci vediamo domani, Ele!»

Le sorrise, comunque. «Sì, a domani, Hay.»


«Non dire niente.» lo avvisò, quando furono al sicuro, chiusi dentro l'auto.

Damon rise. «Non ho detto niente.»

E non l'aveva fatto davvero. Più volte si era morso la lingua, però, sul punto di fare qualche domanda, perché la curiosità lo stava mangiando vivo.

«Ti sento pensare da qui.» ribatté lei, con un grugnito.

E lui si ritrovò a pensare che, dopotutto, quella Elena non era così diversa dalla sua Elena, anche se quella ragazzina che aveva conosciuto era diventata una donna.

«Mi concederai di essere scioccato.» le disse, ma non poteva nascondere la vena di divertimento che gli increspava la voce. «Perché hai dato il mio nome?»

Elena arrossì. «Non l'ho fatto di proposito!» mentiva, e lui lo sapeva. «Ho fatto delle ricerche su di te, quando sei ripiombato in città, e avevo dei fogli nella borsa. E... be', tu lavori a New York, e dopo il caso non avremo più nulla a che fare l'uno con l'altra. Spero che per quando mio figlio frequenterà le scuole elementari questa storia dei genitori single sarà superata!»

Mise in moto pur di non farlo parlare, ma Damon lo fece lo stesso.

Perché lui sapeva sempre quando essere inopportuno, Elena l'aveva sperimentato così tante volte che, forse, si sarebbe stupita se non avesse scelto la domanda più stronza della storia.

«Hai mai pensato di trovargli un padre vero?»

«Damon, ho ventotto anni.» replicò, lapidaria. «A quest'età la gente nemmeno ci pensa a fare figli, o forse si sposa appena. Chi mai vorrebbe il figlio di quattro anni di un altro?»

Lui, forse?

Lui, che le donne le aveva sempre viste solo e soltanto come il passatempo di una notte, lei era stata un'eccezione forzata, di cui, poi, forse, si era anche innamorato?

Non era nella posizione giusta per fare la morale a un altro, anche se solo immaginario.

«Oh, andiamo! È adorabile.» le fece notare, come se fosse stato banale. E lo era. «Sbatte gli occhioni, e il tizio è già disposto a trasferirsi da te, poi li sbatti anche tu e ha già comprato l'anello di fidanzamento. Giuro, non capisco come hai fatto a non trovare un uomo in questi anni.»

Era sicuro che ci sarebbe stata la fila, per una come lei.

Qualcosa gli diceva che non era solo colpa degli uomini se lei era ancora da sola.

«Lo dici solo perché si chiama Stefan e ti ricorda tuo fratello!» Elena non aveva bisogno di guardarlo o di avere una risposta, per sapere che era davvero così.

Ci fu un attimo di silenzio, fu lei stessa a riprendere a parlare.

«Non l'ho cercato.»

«Cosa?» le chiese, stranito.

«L'uomo, Damon.» rispose la ragazza, quasi stizzita. «Non l'ho cercato.»

E questa non era altro che la conferma delle sue teorie: sorrise, guardando fuori dal finestrino, ovunque non fosse lei, domandandosi perché sentisse quel fastidio in fondo allo stomaco.

«Stefan vuole un padre disperatamente. Si sente diverso dagli altri bambini.» rifletté, anche se era sicuro che Elena già lo sapeva. «E a te una mano farebbe comodo. Potresti trovare qualcuno che ti renda felice, felice davvero. Sarebbe tutto più semplice!»

«Ma lui ce l'ha già un padre.» mormorò lei, in risposta, più debole di quanto avrebbe voluto.

In quell'attimo, sulla strada di quella che entrambi avevano chiamato casa per un anno e mezzo, Damon capì: quella realizzazione che gli aveva fatto chiudere lo stomaco definitivamente, era del tutto chiara, ora.

«Tu lo stai ancora aspettando.»

Elena si sbrigò a rispondere: «No, non è vero.»

Cercavano entrambi di mantenere un tono normale, per non svegliare il piccolo, ma quella discussione li stava accendendo come non capitava più per nient'altro da anni.

Lei voleva solo chiudersi in casa, mettere a letto il bimbo, pensare alla cena e dimenticarsi che quel pomeriggio fosse mai accaduto.

«Elena, ti prego.» ma lui andava sempre a richiamarla fuori da qualunque nascondiglio lei scegliesse. «Ti conosco abbastanza da poterlo dire: stai ancora aspettando che quell'idiota torni da te.»

Non avrebbe saputo dirlo meglio.

Idiota.

«Be', allora non capisci niente!» gli rinfacciò, dopo averlo guardato un momento, prima di tornare con gli occhi sulla strada.

«Certo che lo capisco, che credi?» adesso lui era un po' più calmo. «Penso che chiunque nella tua stessa posizione, lo vorrebbe.»

Perché anche lui l'aveva voluto. E non sapeva se ancora lo voleva: prima di partire per Los Angeles avrebbe potuto giurare che aveva dimenticato tutto di Elena Gilbert, ma c'erano cose che non si dimenticano, e la persona che era stato in quella città, sembrava volerlo perseguitare.

Il ragazzo che aveva amato Elena, era ancora lì da qualche parte, anche se lui aveva cercato di reprimerlo più che aveva potuto, perché lui non era tagliato per il lavoro di avvocato.

«Non ho aspettato il padre di Stefan, tutti questi anni, Damon.» anche lei parlò con calma, forse perché per la prima volta stava dicendo la verità senza filtri: non sapeva nemmeno che esistesse, quel padre, non nella sua vera identità. «Per cinque anni, io ho aspettato Damien Ross

E con questo, parcheggiò l'auto sotto il suo condominio.

Non gli diede il tempo di dire nulla, uscì dall'auto e andò a sganciare il seggiolino del figlio.

«Perché?» le chiese, talmente piano che lei avrebbe anche potuto credere di esserselo immaginato.

Non si era nemmeno slacciato la cintura.

«Lo sai perché.»

Lo sapevano entrambi.

«No.» ammise lui, uscendo a sua volta, incredulo. «Non ha senso.»

Nemmeno stavolta, poteva dargli torto.

«Damon, io ho aspettato Damien per anni.» ripeté, ma aggiunse: «Finché non sei arrivato tu ed è crollato tutto.»

L'aveva creduto reale, nonostante tutto, nonostante non avesse trovato nulla sul suo conto, nonostante sembrasse un fantasma per chiunque non fosse lei.

«Per tutto questo tempo ho amato qualcuno che non è mai esistito, un uomo che tu avevi creato apposta per me.» era amareggiata, non aveva scoperto quanto finché non l'aveva detto a voce alta. «E non sei tu. Non eri tu, non lo sei mai stato. Hai idea di come ci si sente, a scoprirlo? A scoprire che, quando pensavo di averla superata, sono stata presa in giro oltre quello che pensavo?»

Non sapeva nemmeno chi fosse, l'uomo che aveva di fronte.

«Elena, ho sbagliato tutto con te: ti ho mentito, ti ho usata, ti ho tradita.» disse lui, sembrava smarrito quasi quanto lei. «Ma non ho mai amato un'altra donna che non fossi tu, e, ti giuro, ogni cosa che hai visto, ero io. Posso averti nascosto il mio vero nome e delle parti del mio passato, ma non posso fingere di essere un altro. Sono quello che sono, hai conosciuto me

Forse, in quelle storie d'amore che si vedono in TV, quelle che Caroline amava guardare durante i pomeriggi di magra, quando aveva solo bisogno della conferma di avere sfiga con gli uomini, la ragazza nei suoi panni avrebbe dovuto mollare tutto, lasciar andare il risentimento e lanciarsi sulle sue labbra.

Elena, invece, annuì.

«Allora non sei niente più di un bugiardo.» commentò, fredda. «Non sei tornato per me, perché sei qui?»

Gli diede le spalle, mentre apriva il portone: voleva fargli pensare che non le importava, in fondo. Ma lei quella chiusura la voleva, quel capitolo della sua vita non sarebbe mai stato archiviato se lui non fosse stato completamente sincero.

Avrebbe passato la vita a chiedersi per quale motivo si era comportato così. Non poteva essere semplicemente stronzo.

Non poteva.

«Non lo so.» ammise lui, scuotendo la testa. «Pensavo di poter fingere che tutto questo non sia maledettamente complicato. E invece...»

La seguì su per le scale, anche se lei non lo degnava più di uno sguardo.

Ma poi si voltò, per guardarlo in modo duro: «Ti aspetti che creda che sei ancora innamorato di me?» gli chiese, scettica. «Oppure intendi usarmi ancora?»

«Elena, non lo farei.» era una confessione senza valore.

«Allora, dimmelo.» lo incitò, senza mezzi termini. «Dimmi per cosa te ne sei andato. Me lo devi, questo

Damon rimase zitto, quella verità che premeva per uscire, pensava che l'avrebbe protetta finché non fosse stato più un problema, ma quando la vide aprire la porta di casa, e tentare di chiuderla con un calcio, e lui fu costretto a bloccare la porta per non restare chiuso fuori, si domandò se davvero non le dovesse almeno una qualche spiegazione.

Al suo posto, lui l'avrebbe voluta.

«Lo studio di mio padre, allora, aveva un caso.» le disse, quando tornò dopo aver messo il bambino a letto. Non si aspettava di trovarlo ancora lì, dalla sua aria sorpresa. «Si trattava di un pluriomicida invischiato in altri affari, uno dei suoi aveva la causa proprio qui, era il caso che seguiva Saltzman. Non potevo permettere che fosse assolto perché questo avrebbe compromesso tutto.»

Elena tirò su le sopracciglia: «Non posso credere che sia tutto qui.»

Non poteva essersene andato in quel modo e averle quasi distrutto la vita e la carriera per così poco. E lui era così calmo che non faceva altro che aumentare la sua voglia di strozzarlo.

Le prudevano le mani.

Specie quando le rispose: «Non c'è niente di più che io possa dirti.»

Non poteva permettere che fosse assolto, certo. Nemmeno lei, e forse se avesse lasciato il caso al loro studio invece che metterli davvero nella merda le cose sarebbero andate in modo molto diverso.

Non l'avrebbero mai saputo, però.

«Quella causa l'hai persa.» gli ricordò, nemmeno ci fosse stato bisogno.

Non aveva saputo quanto quelle due cause fossero state collegate fino a quel momento. Aveva letto che era stato una sorta di caso nazionale, anche se non c'era mai davvero stato un motivo, o perlomeno uno che giustificasse tutto quell'impatto mediatico.

«Lo so.» ringhiò quasi, lui, frustrato. «La mia prima causa, era importantissima per me a un livello che non posso nemmeno iniziare a spiegare, e l'ho persa. Mio padre ancora non me l'ha perdonata.»

Voleva che lo consolasse, forse? Se l'era cercata.

Era uno che aveva bisogno di fare praticantato quanto lei, a quel tempo, e si era assunto una causa che non poteva essere in grado di portare in fondo da solo. Era certa che lo sapesse anche da sé.

«C'era del personale, è vero?» gli chiese, a quel punto.

Damon rise senza emozione. «Certo che sì.»

«E non intendi dirmi in che misura.» almeno si sarebbe detto dalla risposta lapidaria.

Era tornato per spiegare e, al tempo stesso, per non dirle nulla, come sempre. Non aveva senso, perché mai avrebbe potuto spiegare anni prima, e adesso no?

«No.» replicò, infatti. «Perché non voglio che tu lo sappia, e perché non ti riguarda.»

Elena non seppe cosa dire per un po', troppo scioccata: non riusciva a credere alle proprie orecchie.

«Non... non mi riguarda?» c'era quasi una calma mortale in quella domanda, ma un osservatore più attento si sarebbe accorto che era solo gelida collera. «Hai quasi distrutto la mia vita per quella causa e non mi riguarda

Non sapeva perché ancora si prendeva il disturbo di parlarci, o di stare a sentire i suoi modi per arrampicarsi sugli specchi e sperare di salvarsi.

«Hai mai nascosto qualcosa a qualcuno per proteggere quello che ami?» le chiese, piano. «Questa è una cosa che devo fare da solo, Elena. È la mia causa.»

La sua causa.

La ragazza socchiuse gli occhi, sospettosa.

«Hai riaperto il caso?» volle sapere, ma poi non ebbe bisogno della risposta: per quanto fosse bravo a mentire o dissimulare, adesso lei aveva esperienza abbastanza per capire se chi aveva di fronte stava dicendo la verità oppure no. «Non stai lavorando solo al truffatore...»

Damon non disse nulla, forse aggrottò solo la fronte, più disturbato che confuso. E lei seppe di aver indovinato.

«Sei tornato per la vecchia causa, non è così?» insisté la ragazza, avvicinandosi. «Non te ne frega niente del caso, sei qui per quella causa. Ci va di mezzo, non è vero?»

Damon tirò su un angolo della bocca. «Buonanotte, Elena.»

No.

Non l'avrebbe lasciato scappare così facilmente questa volta. Era rimasta a guardare la sua schiena mentre andava via già una volta di troppo.

«Damon!» lo fermò, poco prima che raggiungesse la porta.

«Mi dispiace, Elena.» le disse, e sembrava sincero. «Mi dispiace per tutto. Forse sono stato uno sciocco, anni fa, a pensare di tornare da te e riprendere da dove avevamo lasciato. Avevo la presunzione di credere che mi stessi ancora aspettando.»

Che cosa?

«L'ho fatto, te l'ho detto.» gli rispose, ben conscia che intendeva riportarlo sull'argomento che interessava a lei nonostante i suoi tentativi di distoglierla. «Per un po' ho pensato che avessi smesso, ma... c'era sempre una parte di me che desiderava quella chiusura che non abbiamo avuto.»

Ormai il suo gioco l'aveva capito anche troppo bene.

«E Stefan?» domandò lui, forse curioso oppure ferito.

Hai mai nascosto qualcosa a qualcuno per proteggere quello che ami?

Com'era possibile che riuscisse a metterla alle strette pur non sapendo la verità? Gli stava nascondendo di essere padre per proteggere Stefan.

O per proteggere se stessa?

«Stefan è successo.» decise di dire.

«Lo amavi, vero?» fu la domanda di Damon, che la prese in contropiede. «Il padre.»

Elena alzò gli occhi su di lui, non riconoscendo quell'amarezza.

«Non guardarmi così, Leni, lo so che non sei una che va in giro a infilarsi nei letti degli sconosciuti.»

Leni.

E ti sarei anche grata se dimenticassi quello stupido soprannome.

Stava solo cercando di distrarla.

«Più di quanto meritasse.» e non c'era verità più vera di quella.

Damon le offrì un sorriso quasi di scuse. «Mi dispiace.» e fece per andarsene.

Ma avrebbe dovuto passare sul suo cadavere per sperare di cavarsela così facilmente: era così che si comportava anche quando erano stati insieme anni prima. Quando lei cominciava a fare domande, lui riusciva sempre a distrarla cambiando argomento.

«Damon!» lo richiamò, un'altra volta. «Non ti azzardare ad andartene così. Non ti azzardare.»

Gli sarebbe stato facile, era sulla soglia, la porta era aperta. Bastava che facesse un passo e sarebbe stato fuori di là.

Ma l'uomo sospirò. Sopportazione o altro, Elena non avrebbe saputo dirlo.

«Elena.» la guardò, serio. «Stanne fuori.»

Ma lei non ci stava. Non era mai stata brava a seguire gli ordini di nessuno, figurarsi di uno come lui. «Pensi di essere l'unico ad avere un conto in sospeso con quella storia?» ribatté. «Mi stai tagliando fuori pensando di essere l'unico ad avere il diritto a una vendetta non so per cosa, ma ce l'ho anche io, Damon.»

Lui, però, scosse la testa, come se fosse lei a non capire i suoi stessi sentimenti.

Elena non ce l'aveva la garanzia di sapere tutto, quella era una cosa tutta sua, in fondo.

«Tu ce l'hai con me.» le disse.

«Certo che ce l'ho con te.» come si poteva negare? «Niente può giustificare il modo in cui mi hai usata. Niente

Lo sottolineò perché fosse chiaro che non ci stava a perdonarlo. La spiegazione la voleva, ma prima di dargli il conforto di sapere che non ce l'aveva più con lui, avrebbe dovuto lavorare, e anche parecchio.

A lei in realtà non importava più, perché la sua vita, grazie al cielo, se l'era ricostruita da sola, con l'aiuto di Alaric, ma quel senso di tradimento e abbandono non si dimentica.

«E non lo faccio solo perché devo sapere.» chiarì, inoltre. «Ma quella era la prima causa anche per me, se non hai rispetto dei miei sentimenti come persona, almeno rispettali come avvocato.»

Almeno quella era una cosa che poteva capire, visto che di sentimenti umani non ne sapeva nulla.

«Non capisci che sto cercando di proteggerti?» sembrava esasperato, sconfitto.

Proteggerla. Certo.

Il buon samaritano.

Aveva smesso di avere bisogno della protezione di qualcun altro tanto tempo prima, anche a grazie a lui.

«Da cosa?» gli chiese, fredda.

«Non lo sai chi e cosa c'è dietro, Elena.» scuoteva piano la testa, Damon, nemmeno lei stesse prendendo tutta quella storia troppo alla leggera. «E tu hai qualcosa da perdere in questa guerra, io ho fatto in modo di non averne più.»

«Sei un idiota.» più parlava e più non faceva che provarglielo. «Sei davvero un idiota.»

E con questo, gli chiuse la porta in faccia.



NON LO SO PERCHE' E' VENUTO COSI' LUNGO, GIURO.

Anzi lo so, non ho il dono della sintesi.

Pensavo di mantenermi sulle 10 pagine e invece :/ e mi dispiace anche per averci messo tanto, sono sicura che vi siete dimenticati tutto T^T

Ci vediamo alla prossima :)

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