From grace and uniform
Jack si strinse nel cappotto, infilando le mani guantate nelle tasche per proteggersi dal freddo. Si sentiva stanco e intorpidito, il viaggio in aereo era durato più di dieci ore e, dopo aver velocemente lasciato i suoi pochi bagagli in albergo, si era subito diretto nel luogo d'interesse.
Sentì un brivido scorrergli lungo la schiena.
Davanti a sé si stagliava il grande cancello della villa dei conti Lecter. L'aspetto vecchio e arrugginito gli conferiva un'aria sinistra e spettrale, ricordando una casa infestata.
Jack tirò fuori dalla tasca le vecchie fotografie dei genitori di Hannibal, studiandole con attenzione per l'ennesima volta. La figura del padre non aveva alcun tratto distintivo: il volto era piuttosto comune, anche se tradiva una certa regalità e severità. La madre, invece, era a dir poco singolare. I capelli erano biondi, completamente a contrasto con quelli neri del marito, raccolti ordinatamente all'indietro, scoprendole completamente il viso. Era senz'altro una bella donna, il volto era fine e delicato, con alti zigomi e labbra sottili. Quello che faceva accapponare la pelle a Jack erano gli occhi. Erano tali e quali a quelli di Hannibal, forma e colore. Eppure, notò Jack, al contrario di quelli di Hannibal, gli occhi di Simonetta Lecter erano completamente vuoti. Non tradiva alcuna emozione, né positiva, né negativa. Erano fissi, vitrei, come quelli di una bambola di porcellana.
Alla mente di Jack risuonarono le parole che il professor Robins gli aveva detto in un tentativo di descrivere l'animo di Lecter:
È come quei bambini che nascono con delle menomazioni, solo che lui ha come dei vuoti nella sua mente.
Jack si chiese se anche la signora Lecter avesse delle lacune nella sua anima. Lacune così profonde che neppure una famiglia era riuscita a colmare. Vuoti che si era portata dentro per tutta la vita, fino alla morte.
Jack sospirò e ripose le fotografie nella tasca, avanzando verso il cancello della villa.
Un omino magro e ingobbito apparve all'improvviso dall'altra parte dell'inferriata, facendo sobbalzare Jack dalla sorpresa. Crawford aveva avvisato del suo arrivo e gli era stato comunicato che ad attenderlo avrebbe trovato il custode del podere vicino alla villa Lecter.
"Lei deve essere l'agente che sta indagando su Lecter, dico bene?", chiese il custode, la voce scricchiolante ricordava il suono di uno specchio che si infrange, accentuato dal suo forte accento lituano. Jack lo osservò meglio, notando la sua corporatura spaventosamente magra e il volto scavato dal tempo. Gli occhi erano enormi, asciutti, di un grigio spento e triste. Sembravano stare stretti nelle orbite, sull'orlo di rotolare giù. I capelli erano fini, lunghi, simili a vecchi fili di rame, di un rosso sbiadito e mal curato.
"Sono l'agente Jack Crawford, capo di scienze comportamentali dell'FBI", si presentò con tono professionale, mostrando il distintivo. Il custode ignorò completamente il contrassegno, puntando i suoi enormi occhi in quelli di Jack.
"Io sono Bartas Ström, custode del podere Ström. L'accompagnerò in questo suo tour dell'orrore", sorrise a trentadue - o quasi - denti, mentre le sue dita lunghe e nodose aprivano il cancello, che cigolò in protesta.
Jack entrò con passo determinato nel giardino della villa, attendendo che Bartas lo superasse per guidarlo all'interno del castello.
"Non c'è più corrente da un po', per cui dovremmo accontentarci di questa vecchia lanterna", spiegò Bartas, raccogliendola da terra e accendendola. "Occhio a dove mette i piedi", sorrise di nuovo, increspando il volto sciupato. Il custode gli fece segno di seguirlo e si incamminò verso il portone. La sua andatura era zoppicante e traballante, come se stesse nascondendo qualcosa di ingombrante nella cinta dei pantaloni.
Proseguirono per un lungo e buio corridoio, all'interno del castello. Jack alzò il bavero della giacca: l'aria all'interno era molto più fredda rispetto all'esterno.
I passi dei due uomini rieccheggiavano nelle stenze vuote, rimbalzando sulle vecchie pareti crepate dal tempo.
"Mi dica, agente Crawford", esordì improvvisamente Bartas, che proseguiva senza voltarsi difronte a Jack. "Che cosa spera di trovare in questo posto?".
"Ricordi", rispose Jack, una nuvola di aria condensata lasciò le sue labbra infreddolite. "Memorie di un tempo passato che possano aiutarmi nel presente".
Bartas rise; sembrava che qualcuno avesse grattato con le unghie su una lavagna.
"Lei sa da quanto tempo sono un vicino della famiglia Lecter?".
Jack scosse il capo.
"Da tutta la vita. Il che vuol dire che sono ben settantacinque anni", Bartas si fermò di colpo e si girò a guardare Jack, puntando la lanterna verso il suo volto. "So tutto su quello che succedeva all'interno di questo posto. Tutto, agente Crawford".
Jack lo guardò con aria interrogativa e curiosa. L'aspetto dell'uomo sembrava ritrarre perfettamente il disordine che regnava nella sua mente, ma non era un folle. Non delirava, non farneticava, non mentiva.
"Sediamoci, signor Ström".
•□•□•□•
L'improbabile duo si trovava seduto faccia a faccia, nel vecchio salotto dismesso e polveroso della villa, su due grandi poltrone in tessuto rosso. Jack avrebbe voluto stringere tra le mani una calda tazza di caffè, ma dovette accontentarsi del calore che i suoi guanti gli fornivano. Attese pazientemente che Bartas trovasse posa sulla sua poltrona, prima che cominciasse a raccontare.
"Conoscevo il conte e la contessa Lecter da anni, persino prima che decidessero di avere due mostriciattoli che correvano per il giardino", disse, con una punta di nostalgico disprezzo. "Mi sono sempre sembrate due persone per bene, anche se piuttosto fredde. Il conte Lecter adorava la caccia e costringeva sempre quella povera anima di sua moglie a seguirlo nelle sue scampagnate", Ström scosse il capo, con forte disappunto. "La contessa non sopportava vedere quelle atrocità, ma non aveva il coraggio di ribellarsi al marito".
"Il conte era un uomo violento?", chiese Jack.
"Oh no, non picchiava sua moglie", chiarì Bartas. "Era lei che sceglieva di non dire nulla. Era una donna devota, al marito e al Signore, nostro salvatore", si fece il segno della croce, baciandosi poi la mano. "Poi c'è stato quel terribile incidente, costato la vita ad entrambi".
Jack si annotò mentalmente il commento sulla donna e sulla sua forte religiosità, ricollegandolo ad alcune discussioni e atteggiamenti che Hannibal aveva avuto. Lecter non gli era mai sembrato un uomo religioso, disposto a seguire regole e dogmi; era lui che imponeva i suoi comandamenti agli altri, volenti o nolenti, schiacciandoli con il suo complesso divino.
Jack si chiese se questo complesso fosse il prodotto di una madre accecata dalla fede, che lo aveva eretto su un piedistallo, mettendolo al di sopra di tutti.
"Ma non credo sia di loro che dovreste preoccuparvi", affermò Bartas, sporgendosi sulla sedia, intrecciando le sue lunghe dita ossute. "La famiglia Lecter nascondeva innumerevoli segreti, principalmente concernenti il denaro. Per questo non credo che quell'incidente di caccia sia stata davvero una fatalità".
"Pensa sia stato un omicidio?".
Bartas espirò, come se stesse cercando di trovare le parole giuste per proseguire. "Dio mi perdoni per questa mia insinuazione, ma ho il sospetto che si sia trattato di un fraticidio".
"Reputava Robert Lecter in grado di uccidere?", lo interrogò Crawford.
"Oh, reputavo Robert capace di fare qualsiasi cosa per denaro. Un uomo marcio, corroso dall'avidità e dalla superbia. Si prese a carico i due bambini solo perché sua moglie promise che non gli avrebbero dato fastidio e rovinato gli affari", il disgusto che trapelava dalle parole di Ström era evidente.
Sangue marcio non mente, si ritrovò a pensare Jack.
"Prima ha detto che non è del conte e della contessa Lecter che devo preoccuparmi. Cosa intendi?".
Bartas sorrise in modo quasi maniacale, sgranando gli occhi in un'espressione pericolosamente simile al puro terrore. Jack sentì un brivido correre lungo la sua schiena, stavolta non per il freddo.
"Lei sa chi è stato il primo pasto umano di Hannibal, agente Crawford?".
Jack ci pensò qualche secondo, cercando di fare mente locale. Poi, scosse il capo.
"La sua sorellina, Mischa".
Jack si irrigidì completamente. Bartas non la smetteva di sorridere, incutendo in Jack un senso di paura e panico che lo schiacciavano, tenendolo incollato alla poltrona.
"Cosa...?", fu l'unica cosa che riuscì a dire.
"Inconsapevolmente, certo. Hannibal amava sua sorella", continuò a raccontare il custode, le sue mani cominciarono a tremare al ricordo di quella terribile storia. "La ragazzina scomparve misteriosamente una sera, mentre giocava a nascondino con suo fratello. Hannibal non riuscì a trovarla e tornò a casa nel panico. Ero a cena qui quella sera, ricordo la sua faccia sconvolta come se l'avessi vista ieri. Hannibal non faceva che farfugliare scuse, il senso di colpa lo divorava".
Jack provò ad immaginarsi un giovanissimo Hannibal nel panico, in lacrime, devastato dalla scomparsa della sorella. Fu difficile pensare che l'uomo che aveva imparato a conoscere potesse provare emozioni come il dolore e il senso di colpa. La teoria che Hannibal fosse un sociopatico si sgretolava ad ogni nuova informazione su di lui.
"La cercammo per tutta la sera, lungo tutto il perimetro della villa, setacciando ogni centimetro interno ed esterno. Bussammo persino alle ville e ai poderi vicini, ma nessuno sapeva nulla. Quando tornammo a casa trovammo la tavola apparecchiata e un pasticcio di carne caldo pronto per essere servito".
Il sorriso di Bartas tremò e una lacrima solcò il suo volto rugoso, infrangendosi contro le sue labbra tirate in una smorfia. Quando riprese a parlare, la sua voce era incrinata e singhiozzante.
"Un paio di giorni dopo fu proprio Hannibal a ritrovare il suo corpo mutilato. Era stato chiuso in un congelatore e le mancavano le gambe e un braccio: non fu difficile intuire che fine avessero fatto quegli arti".
Jack si mosse a disagio sulla poltrona, stringendo con forza la fotografia di Hannibal e rigirandosela tra le mani, studiandone il volto. Non avrebbe dovuto provare compassione per lui: questa esperienza traumatica non giustificava i gesti inumani che aveva perpetrato e neppure la sua fame per la carne umana. Eppure non potè fare a meno di sentirsi triste per lui. Sapeva cosa voleva dire perdere qualcuno che si ama a causa di un male che non puoi combattere.
"Chi l'aveva uccisa?", chiese Crawford, in parte conoscendo già la risposta.
"Il cuoco. O almeno così sembrava. Lui negò sempre tutto e sosteneva di non saperne niente e, per quanto possa sembrare assurdo, non furono mai trovate prove contro di lui".
Jack si accigliò. "Strano".
Bartas annuì e scosse le spalle.
"Forse non fu lui ad ucciderla, ma sicuramente non era innocente: pochi giorni dopo il ritrovamento del cadavere, Daivis, così si chiamava il cuoco, scomparve. Probabilmente scappò, sentendosi in pericolo".
"Già, probabilmente", fece eco Jack. Dentro di sé sapeva che il cuoco non era affatto scappato e che più probabilmente Hannibal si fosse fatto giustizia da solo, uccidendolo e mangiandeselo. Di questo però non aveva alcuna prova, quindi decise di tenersi l'ipotesi per sé.
"La ringrazio per il suo tempo signor Ström, mi ha fornito informazioni preziosissime", affermò Crawford, alzandosi dalla poltrona e porgendo una mano al custode. Bartas si alzò e la strinse, guardandolo intensamente negli occhi.
"L'accompagno all'uscita".
Jack ringraziò e lo seguì, camminando poco dietro di lui. Quando furono nuovamente all'esterno, Crawford si guardò intorno un'ultima volta, studiando l'immensa facciata del castello.
"Signor Ström, un'ultima domanda se mi permette".
Bartas si girò a guardarlo, impaziente.
"La signora Murasaki aveva dei figli? Figlie?". Bartas aggrottò la fronte rugosa e scosse il capo.
"Nessun figlio, ma ricordo di una ragazzina che giocava spesso con i Lecter. Asiatica. Murasaki se ne prendeva cura".
Jack annuì, soddisfatto delle cose che aveva scoperto. Lanciò un'ultima occhiata alla casa, quando il suo sguardo fu catturato da una parete coperta di edera.
"Cosa c'è lá dentro?", chiese, indicando una porta semi nascosta dai rampicanti.
"Una cantina. Ci tenevano i vini".
Jack si avvicinò per dare un'occhiata all'interno e per poco non urlò quando i suoi occhi incontrarono una faccia in decomposizione. Intimò Bartas di aprire immediatamente la porta e non appena entrarono un forte odore di marcio penetrò nelle loro narici.
"Mano Dievo", sussurrò Bartas in lituano, facendosi il segno della croce.
Appeso al soffitto dondolava un vecchio cadevere, avvolto in un mare di corde intrecciate tra loro. Il corpo era costellato di lumache e gusci vuoti ed era adornato da due paia di grosse ali ricavate dai vetri delle bottiglie di vino. Il corpo era ormai in stato avanzato di putrefazione e il volto era irriconiscibile. Una cosa sola era certa: quest'uomo era stato ucciso.
Bartas continuava a farfugliare preghiere in lituano, mentre fissava con occhi spiritati quella macabra opera d'arte.
In un primo momento, Jack pensò che fosse stato Hannibal a crearla, in una sua classica dimostrazione di superiorità, ma, guardandola meglio, si rese conto che non era affatto lo stile del dottore. Era grezza, come la bozza di un disegno, uno schizzo di prova che precede il vero capolavoro. Era una crisalide.
Hannibal non aveva bisogno di prove, la sua arte era già raffinata.
Quindi chi poteva averla creata?
La risposta non tardò ad arrivare nella mente di Jack:
Will Graham.
•□•□•□•
Will era un uomo paziente, lo era sempre stato. Era uno dei pochi pregi che l'uomo si riconosceva, una virtù che gli era tornata utile più di un volta, sia sul lavoro che nella vita privata. Era grazie alla sua grande pazienza che Will aveva salvato e addestrato ben sette cani, catturato innumerevoli criminali ed era diventato un ottimo pescatore. Nonostante questo, Hannibal stava mettendo a dura prova la sua resilienza. I medici sono i pazienti peggiori, Will lo aveva sentito dire spesso e adesso ne aveva la prova definitiva.
Hannibal Lecter era il peggior paziente sulla Terra.
"Hannibal! Hannibal, torna subito qui!", urlò per l'ennesima volta Will, la voce ormai pregna di rassegnazione. Hannibal si era alzato dal divano per l'ennesima volta, stavolta diretto al piano di sopra per dio solo sa quale motivo. Will appena se ne accorse gli corse dietro, riuscendo a fermarlo prima che salisse il primo gradino, prendendolo con gentilezza per le spalle. "Dove vuoi andare adesso?".
Hannibal si girò verso di lui, sorridendo. Will gli avrebbe volentieri tirato un pugno dritto in un occhio, ma l'idea di allungare la sua convalescenza lo fece desistere. L'uomo sembrava quasi irriconoscibile in quelle condizioni. La barba ormai era cresciuta, ispida e folta a coprirgli il volto stanco e marcato da profonde occhiaie; i capelli erano cresciuti in modo disomogeneo a causa del taglio impari che gli avevano fatto in prigione: Will era certo che Hannibal lo odiasse e il pensiero lo fece sorridere mentalmente. Provò l'impulso di scostare alcune di quelle ciocche dai suoi occhi, un pensiero che gli erano affiorato in modo così naturale che non riuscì a trovare nessuna ragione per cui non avrebbe dovuto.
E lo fece. Alzò una mano e con estrema delicatezza scansò piccoli ciuffi ribelli dagli occhi stanchi che lo guardavano dall'alto. Hannibal non si scompose, né si stupì. Anche lui lo aveva sentito come un gesto necessario, inevitabile, come tutti quelli che si erano consumati tra di loro. C'era un'altra cosa che sembrava essere ineluttabile, qualcosa che aleggiava tra di loro in silenzio da tempo ormai, ma nessuno dei due era coraggioso abbastanza per indagare a riguardo.
"Di sopra", rispose con consueta calma Hannibal, il sorriso sempre stampato in faccia.
"A fare cosa?", chiese Will, alzando un sopracciglio.
"Al piano di sopra, sotto un'asse di legno, sono nascosti soldi e documenti falsi. Siamo rimasti qui troppo a lungo, dobbiamo muoverci".
Will espirò profondamente, scuotendo il capo.
"Non sei nelle condizioni di affrontare un viaggio, Hannibal. È un miracolo che non ti sia venuta un'infezione, non possiamo rischiare di aggravare la tua ferita". Will gesticolò verso il fianco ferito di Hannibal, ricordando la fatica che aveva fatto per prendersene cura nel miglior modo possibile, pregando di non danneggiare ulteriormente la lesione. "E poi siamo qui da meno di tre giorni, le indagini non possono certo procedere così in fretta".
"Finché non riusciamo a convincere Jack che siamo morti, non si fermerà. Indagherà a fondo, scaverà nel mio passato, forse persino nel tuo. Non mi stupirei se riuscisse a rintracciare anche tutte le mie identità false. Non siamo al sicuro fin tanto che restiamo negli Stati Uniti".
Will abbassò lo sguardo, non sapendo in che altro modo ribattere: Hannibal aveva ragione.
Scosse il capo e, messo un piede sul primo gradino, si voltò verso Hannibal, cercando di reprimere quella brutta sensazione che si stava facendo strada nel suo petto.
"Vado io a prenderli, spiegami dove sono".
Will riscese le scale pochi minuti dopo con in mano una busta di plastica trasparente, dirigendosi subito in salotto, dove Hannibal sedeva pazientemente.
"Trovata", affermò Will, sedendosi accanto ad Hannibal e adagiando la busta sulle proprie gambe.
"Ci sono contanti, carte di credito e documenti d'identità falsi. Un passaporto, credo. Ma c'è un piccolo inconveniente", affermò Hannibal, sporgendosi verso Will e prendendo possesso della busta.
"Non pensavi che avresti avuto compagnia", concluse Will. Hannibal annuì, sorridendo mentre tirava fuori la carta d'identità per leggere lo pseudonimo.
James Aroldt.
L'immagine di un uomo che lo aveva superato in una fila alla cassa di un negozio d'alimentari riaffiorò alla mente di Lecter, così come il sapore dei suoi reni accompagnati da un ottimo vino rosso. Si leccò distrattamente le labbra.
"Non che mi dispiaccia averne", rispose, sinceramente felice di non essere solo. "Dovremo procurarti un'identità falsa, il prima possibile".
Will annuì distrattamente, accettando metà dei soldi contanti che Hannibal gli stava porgendo.
"Posso scegliere io?", chiese Will, contando i soldi.
"Certo, ma fai in modo che sia qualcuno di sconosciuto, che non mancherà a tante persone. Qualcuno di basso profilo, almeno per il momento", lo istruì Hannibal. Will acconsentì, girandosi verso di lui e studiandone il profilo. Abbassò poi lo sguardo sul documento, leggendo il nome.
"Te lo ricordi?", chiese, riferendosi al signor Aroldt. Hannibal si lasciò scappare una risata silenziosa e annuì.
"Un maiale piuttosto mediocre. Persino la carne non era un granché. Ho dovuto buttare il fegato perché troppo danneggiato. Persino i polmoni erano messi male. Mi ha stupito trovare i reni in perfetta forma", ricordò Hannibal, il tono calmo e conviviale, come se stesse parlando del tempo. Will non potè fare a meno di ridere. Una risata sincera, involontaria, di quelle che ti lasciano con un sorriso. Anche Molly lo faceva ridere così.
"Dove andiamo adesso?".
Hannibal ripiegò con cura la busta, ripensando al percorso che aveva tracciato mentalmente per arrivare a Cuba indisturbati.
"Continuiamo verso sud. Georgia. Chiyoh ci procurerà un mezzo, qualcosa che passi facilmente inosservato. Poi penseremo alla tua nuova identità".
Will annuì, sentendosi improvvisamente carico di adrenalina. Il pensiero di uccidere di nuovo, di cambiare qualcun altro, così come avevano fatto con il Drago lo elettrizzava come niente aveva mai fatto. Trepidava, impaziente come un bambino che aspetta il suo turno al furgone dei gelati. Sentì le sue labbra tremolare, un sorriso sghembo minacciava di presentarsi sul suo volto. Lo trattenne, non volendo sembrare troppo avido agli occhi di Hannibal.
Presto sarebbe giunto il suo momento. Presto, avrebbe mostrato ad Hannibal chi era diventato.
Chi sono sempre stato.
Si girò verso di lui, studiando quel volto trasandato e così poco da Hannibal. Gli riaffiorò alla mente il ricordo del loro primo incontro, nell'ufficio di Jack; le prime parole che si erano scambiati, i primi sguardi. Ricordò le loro conversazioni, nello studio di Hannibal; di come si era sentito libero di condividere i suoi sentimenti, per la prima volta nella sua vita. Di come si era sentito capito, visto.
Sentì una strana stretta allo stomaco, seguita dall'improvvisa voglia di piangere, di lasciarsi andare. Nostalgia. Quello che Will sentiva in quel momento, era nostalgia. Come se si fosse dimenticato delle manipolazioni, degli omicidi, del tradimento. Come se quelle azioni orribili fossero state solo una fase della loro conoscenza, della loro amicizia e del loro corteggiamento.
Portò una mano al volto di Hannibal, posandola sulla sua guancia e accarezzandolo, compiendo movimenti circolari con il pollice. Sentì la barba pungergli la mano, ruvida contro il palmo.
Sorrise, subito imitato da Hannibal, come fosse il suo specchio.
"Mi lasceresti tagliarti la barba?", chiese in un sussurro Will, senza smettere di sorridere.
"Certo". Hannibal spinse il volto contro la mano che lo accarezzava, tentato di posarvi sopra un leggero bacio.
Will sentì una singola, solitaria lacrima solcargli il volto, bagnargli la guancia e infrangersi sulle sue labbra stese in quel sorriso, oh così dolce. Ne sentì il sapore salato, così diverso da quello aggressivo e stordente dell'oceano. Quella lacrima era diventata per Will la nuova linea tra passato e futuro. Si portava via ogni sbaglio del passato, ogni rimorso, ogni tradimento, ogni perdita, per lasciare spazio solo al meglio di cioè che erano stati. Un muto patto tra amanti, quello di ignorare il peggio nell'altro così da continuare a godere della parte migliore. Finalmente, Will capiva. Adesso Will vedeva la parte migliore. E ne avrebbe goduto fino alla fine dei suoi giorni.
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