Capitolo 6
-Come sarebbe a dire "fallito"?-
-Ho... ho fallito, signore.- mugolò una voce nella penombra
-Perciò tu hai osato venire qui senza il ragazzo, senza la Pietra, pensando che io ti avrei coccolato e consolato, dicendoti: "Oh, non ti preoccupare mio caro. Succede. Farai meglio la prossima volta"??- urlò l'uomo, che nel frattempo era avanzato di un passo, facendo splendere la bianca punta del naso adunco alla luce di quei pochi raggi di sole che filtravano dalle finestre mezze chiuse della lugubre tenuta. Lo sguardo spaventato dell'ometto fulvo guizzò lungo le pareti di pietra, ritmate ogni circa due metri da delle fiaccole spente e impolverate. Arretrò di qualche passo, incurvandosi con la schiena e abbassando il capo per tenere lo sguardo a terra, e così facendo il suo cappello blu gli scivolò dalla nuca, mostrando i suoi ricci rossi alla pallida penombra della sala. Dal buio di un angolo, un corvo scese in picchiata verso di lui, prendendo al volo il cappello e posandoglielo di nuovo sulla testa, appollaiandosi poi sulla sua spalla. L'uomo poggiò il suo peso sul bastone dorato e iniziò lentamente ad ansimare. Una mano scheletrica, coperta dalla manica di uno smoking e al di sotto da una camicia bianca si protese verso di lui, venendo illuminata da un raggio flebile di luce solare. Pian piano che l'uomo nell'ombra avanzava, la sua figura si faceva sempre più nitida e riconoscibile. Nel frattempo l'altro, avvolto nel suo impermeabile blu notte, sembrava soffocare e cercare, a tentoni e spasmi, di togliersi qualcosa dalla gola che non gli permetteva di respirare. La sua faccia divenne sempre più rossa, mentre la mano dell'uomo, da lontano, stringeva sempre di più. Il suo fisico slanciato e fragile vestito da un elegante abito da sera nascondeva un cuore oscuro, spaccato. Probabilmente il più oscuro di tutti. I suoi capelli neri erano tirati all'indietro e l'ampia fronte accompagnava quei piccoli e crudeli occhi scuri che erano puntati in quelli dell'uomo di fronte a lui.
-Sarò franco con te, George. Non mi piacciono i modi in cui agisci. Credi di avere la situazione in pugno, ma ogni volta è la stessa storia. Credo che questi compiti sia il caso di affidarli alle nuove generazioni, non credi anche tu?- disse l'uomo con la sua voce profonda e pungente, mantenendo un ghigno in volto tutt'altro che rassicurante. La faccia del signor Blight era diventata di un colore tendente al viola, quando l'uomo decise di mollare quella presa invisibile, lasciandolo disteso a terra agonizzante e voltandosi con un verso di disgusto nei suoi confronti.
-Alec! Lia! Venite qui!- urlò verso i bui corridoi. Poco dopo si sentì un lieve scalpiccio e due ragazzi sbucarono nell'ampio salone. Il primo era un ragazzo: abbastanza alto, capelli scuri pettinati e laccati e profondi occhi neri. La carnagione era lievemente pallida ma su di essa risaltava alla perfezione il gilet nero che indossava sopra la camicia bianca, con le maniche arrotolate fin sopra il gomito e tenuta rigorosamente fuori dai jeans neri che gli arrivavano fino al tallone, il tutto completato da un paio di scarpe da ginnastica bianche e nere e un anello d'argento al dito. Dimostrava sì e no diciotto anni, al contrario della ragazza al suo fianco che ne dimostrava una quindicina. Lei era molto diversa: capelli lunghi, mossi, color caramello e occhi nocciola. La carnagione più scura di quella di lui, come se fosse abbronzata. Anche se in quel posto, di sole, non ce n'era neanche l'ombra. Indossava un vestito nero che la stringeva in vita e si allargava in una sorta di gonna che le arrivava poco sopra il ginocchio. Ai piedi, un paio di ballerine lucide nere.
-Siamo qui- rispose lei, tenendo le braccia incrociate dietro la schiena. Il ragazzo si passò una mano tra i capelli e incrociò anche lui le braccia, sul davanti. Lo sguardo freddo dell'uomo passò in rassegna i volti dei due fratelli con un ghigno.
-Trovatelo! Trovate il ragazzo e portatemelo! Dovete trovare James Powell!- urlò l'uomo, mandando in frantumi due o tre vetri delle finestre da tempo già rotte, da cui entrarono, sinuose, lunghe coltri di fumo nero che avvolsero l'uomo, facendolo scomparire nell'oscurità più profonda e lasciando nell'aria il rimbombo della sua voce che ancora tuonava il nome del ragazzo. Quando il fumo si fu diradato, i due ragazzi sospirarono, voltandosi e incamminandosi verso il portone d'uscita.
-S... scusate? Hey? E... ed io cosa dovrei f... fare?- balbettò l'uomo raggomitolato a terra, ancora avvolto nel suo impermeabile. La ragazza si voltò, sentendo il suono della sua voce. I suoi occhi, freddi e penetranti, lo fecero ammutolire. Bastò un movimento della mano di Alec per scaraventare il signor Blight dall'altra parte del salone, facendolo sbattere contro un muro e ricadere al suolo con un pesante tonfo. Un sorrisino percorse il volto del ragazzo, che subito si spense quando incrociò lo sguardo arrabbiato della sorella.
-Avrei dovuto farlo io- si limitò a dire, andandosene poi impettita, percorrendo la stradina in ghiaia che conduceva alla discesa della scogliera. Alec la seguì, ghignando, sollevando un po' di polvere con i piedi mentre calciava distrattamente i sassolini del vialetto costeggiato da piccole siepi scure. Si mise le mani in tasca e iniziò a fischiettare un canzoncina malinconica, mentre il vento gli sferzava le ciocche nere, facendole spostare di fronte al suo sguardo. Si tirò giù le maniche arrotolate, rabbrividendo. Poi schioccò le dita e in una nuvola di fumo viola apparve all'improvviso un cappotto nero, con tanto di pelliccia sul collo. Lui lo prese al volo e se lo infilò. Lia invece non sembrava sentire freddo. Il vestito nero svolazzava senza tregua, mostrando a volte più del dovuto. Gli occhi di lei scrutavano attentamente l'orizzonte, giunto ormai a colorarsi del tramonto, mentre con le sue scarpette nere e lucide camminava tranquilla tra una roccia e l'altra. Il mare risplendeva al di sotto del baratro e il rumore delle onde che si infrangevano sulla scogliera giungeva fino ai loro orecchi. L'erba, mossa dalla brezza, ricopriva macchie di rocce fino al ciglio del precipizio, colorandole ogni tanto con qualche fiore blu o lilla. In fondo alla strada sterrata che raggiungeva i piedi di quell'altopiano, la foresta si stagliava per kilometri.
-Sai che non siamo costretti, vero?- la voce di Alec ruppe il silenzio del vento. La sorella allora si fermò, voltandosi a guardarlo. Il suo sguardo adesso sembrava più dolce ma comunque rigido, fermo. Aggrottò leggermente le sopracciglia, spostandosi con una mano una ciocca di capelli dietro l'orecchio.
-Come potremmo non esserlo? Ormai questa è la nostra vita. Non possiamo fare nient'altro. E questo tu lo sai- rispose lei, voltandosi nuovamente dopo aver visto che suo fratello non ribatteva e ricominciando a camminare. Alec rimase fermo. Il suo sguardo, tenuto basso sui piedi, si alzò verso il mare, illuminandosi di una luce che, forse, non gli sarebbe mai appartenuta.
-Ricordi quando ci è apparso il marchio?- ritentò, attirando l'attenzione della sorella che ritornò indietro fino a ritrovarsi di fronte a lui. Lei alzò lo sguardo, sorridendo leggermente. Gli occhi color nocciola rilucevano tra quei capelli castani, che le sfioravano le braccia.
-Sì... me lo ricordo. Tu fosti così felice per me, perché tua sorella sarebbe stata della tua stessa dinastia, ma allo stesso tempo eri triste. Perché conoscevi la vita che mi aspettava. Che ci aspettava. Ma almeno possiamo dire di essere insieme, no?- disse lei. Gli occhi di Alec si velarono leggermente ma lui diede immediatamente la colpa al vento, strofinandoseli per mandare via quelle lacrime. Lia sorrise, voltandosi e ricominciando a camminare. Poi si fermò, girandosi nuovamente verso il fratello.
-Vieni?- gli chiese. Lui sorrise, muovendo il primo passo della sua lunga discesa.
***
-E così io sarei un Guardiano?- chiese James, ancora stupito per quello che era appena accaduto, continuando a rigirarsi il cristallo tra le mani. I suoi bagliori violacei correvano per le pareti, illuminandone i quadri e i piccoli motivi della tappezzeria.
-L'ultimo- aggiunse Marie, accarezzando i capelli del figlio e sedendosi accanto a lui sul suo letto. Gli sorrise debolmente e gli sfiorò la mano.
-Vedi, James, - continuò - questa Pietra è la fonte del potere dei Guardiani. Da essa scaturiscono tutti i maggiori flussi di energia che alimentano le forze di tutti i membri della Dinastia, ma essendo rimasto tu solo è evidente che tutto il suo potere ti appartiene. Ecco perché sei il Guardiano più potente da millenni, ed ecco perché dovrai prestare particolare attenzione ad essa. Se cadesse nelle mani sbagliate... non oso immaginare cosa succederebbe-. Rabbrividì. Non era facile per lei parlare di queste cose, ma era evidente che avrebbe dovuto farlo. Adesso che suo figlio aveva scoperto la verità, non avrebbe più dovuto nascondergli nulla. O quasi.
Il rumore di una macchina nel viale annunciò l'arrivo di qualcuno. Zia Grace, allarmata, scostò appena le tende per vedere un grande SUV rosso che si fermava dal lato opposto della strada. Quando il motore si spense, la portiera si aprì e ne uscì un ragazzo sulla ventina. I capelli rossi e ricci erano appena mossi dal vento leggero, che faceva svolazzare lievemente la fine del suo cappotto nero. Su una manica, un cerchio rosso con all'interno una fiamma. Gli occhi verdi e penetranti scrutavano l'abitazione, perciò Grace si affrettò a chiudere le tende.
-Stanno arrivando...- disse sottovoce rivolgendosi a Marie. La donna annuii, pensierosa.
-Cosa facciamo? Non possiamo farli entrare in casa. Non ora- replicò lei, non capendo il silenzio della cognata.
-Dobbiamo. Se non lo faremo si insospettiranno troppo. Dobbiamo correre questo rischio, Grace. Per il bene di mio figlio- concluse la donna, stringendo i pugni. James stava seguendo lo scambio in silenzio, cercando di capirne qualcosa.
-Potreste smettere di far finta che io non esista?- sbottò infine lui, guardando sua madre in cerca di spiegazioni che non sembravano arrivare. Spostò allora lo sguardo su sua zia ma la voce di Marie la anticipò: -Sarebbe dovuta essere una sorpresa. Vedi, James, una volta compiuti diciotto anni si entra definitivamente a far parte di una delle Dinastie. Gli Elementali assegnano la Dinastia per discendenza, generalmente, ma non sempre è così-
-A volte il percorso di apprendistato che viene compiuto può cambiare la Dinastia del ragazzo o della ragazza.- aggiunse Grace - Se si viene instradati fin da piccoli su un percorso rispetto ad un altro è molto probabile che le proprie attitudini cambino-
James si trovava in un apparente stato di confusione. I suoi occhi erano persi nel vuoto ma la sua mente stava elaborando tutto.
-Comunque sia oggi è il tuo compleanno e gran parte della famiglia vuole sapere se sei stato chiamato a diventare un Guardiano, perciò hanno organizzato una festa a casa nostra. Non ho potuto rifiutare. Dobbiamo stare attenti però. Non possiamo sapere chi faccia il doppiogioco e chi sia davvero nostro alleato. Non dobbiamo fare parola di quello che è accaduto oggi con nessuno, chiaro? Per tutti tu dovrai essere il solito James Powell.- gli occhi della donna scrutavano speranzosi il volto del figlio, in cerca del suo sguardo, per avere un segno di accondiscendenza o approvazione. James alzò la testa, guardando negli occhi la madre con uno sguardo più deciso del solito. Accennò un sorriso e annuì con la testa, abbracciandola. In quell'abbraccio tutte le preoccupazioni scivolavano via. Tutti i pensieri e le paure, andati. In quel momento c'erano soltanto lui e sua madre, di nuovo uniti dopo tantissimo tempo. Quel pomeriggio James aveva cercato di perdonare la madre, provando a dimenticare tutti gli anni passati ad essere ignorato, a soffrire in silenzio. Perché l'unico che conosceva davvero quel ragazzo molto probabilmente era il suo cuscino, intriso di tutta quell'umida sofferenza che aveva dovuto provare senza mai emettere un fiato. Aveva provato a perdonarla, ma non ci era ancora riuscito. Il vuoto era troppo per essere riempito in una sola giornata, tuttavia voleva godersi quell'abbraccio.
Quando si staccarono, Grace li guardava, commossa. Stava per parlare, ma il rumore del campanello la bloccò. Sbiancò visibilmente ma tentò di ricomporsi, sistemandosi i capelli e asciugandosi le ultime lacrime. Si guardò allo specchio, sistemandosi al volo il trucco, e scese ad aprire la porta. Marie la seguì, mentre James rimase seduto sul suo letto, aspettando che l'ospite venisse annunciato da sua madre. Si guardò un po' intorno, scrutando la sua solita camera con fare più attento. Se tutta la sua vita gli era sempre stata fatta apparire normale ed era stata stravolta in poche ore, perché non poteva accadere lo stesso con la sua camera? O magari con la sua casa. Forse l'intero suo quartiere.
La porta venne aperta e un vento gelido entrò nella casa.
-Carlos! Tesoro! Come stai?- urlò Grace dal piano di sotto
James si decise ad alzarsi, facendo capolino dalla sua stanza. Vide sua zia abbracciare il ragazzo che aveva avvistato prima in strada e sua madre fare lo stesso.
-Da quanto tempo non ci vedevamo- disse Marie sorridendo
-Non potevo non venire dalla mia zia preferita! Mamma, sto bene. Grazie- disse lui ridacchiando. La sua voce dolce e profonda sembrava riempire l'intera casa, tanto che James si decise ad uscire, scendendo lentamente le scale. Cercò di abbozzare un sorriso, ma non fu sicuro che il risultato fosse molto convincente. Quando Carlos lo vide, si illuminò.
-E quindi tu saresti James, eh? Vieni qua, fatti abbracciare- disse lui, sorridente, salendo i primi gradini e andandogli incontro. James, titubante, ricambiò quell'abbraccio.
-E tu devi essere Carlos- rispose lui, sorridendo appena.
-Mia madre ti ha parlato di me o...?- disse ridacchiando
-Vi ho semplicemente sentiti parlare poco fa. La voce di tua madre non è difficile da sentire- ammise lui, leggermente imbarazzato. Dietro, Grace era diventata rossa in volto e rideva per allentare la tensione.
-Vogliamo andare in giardino intanto che aspettiamo gli altri?- si intromise Marie, accennando con la mano ad una porticina sul retro.
-Certamente! Immagino che lì sia più caldo che in casa- disse, facendo l'occhiolino a sua madre. Lei gli diede una patta sul braccio, facendolo ridere.
-Vieni, James. Dopotutto è la tua festa- continuò lui, sorridendo e incamminandosi verso l'uscita. James lo guardò un attimo, perplesso, poi s'incamminò anche lui, seguito a ruota dalle due donne.
Angolino me
Heylà cari lettori e lettrici :3
Avete visto la nuova copertina e il nuovo titolo? Ditemi cosa ne pensate ;)
P.s. Scusate l'assenza ma ho avuto un po' da fare e ho la testa piena di idee perciò ho dovuto sistemare un po' tutto :)
Grazie a tutti :D
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