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Capitolo 4


Driiin

Qualcuno aveva suonato il campanello.

Driiiiiin

- Mamma vai tu!- James si affacciò dalla porta della sua stanza e guardò in fondo alle scale, verso la porta, con le sopracciglia aggrottate. Che fossero di nuovo quei due ragazzi? Improbabile. Lo avrebbero sicuramente trovato il giorno seguente a scuola. Chi poteva essere allora? Solitamente il giorno del suo compleanno non riceveva visite da parenti, standosene tutto il giorno in stanza come se fosse una giornata qualunque.

Driiiiiiiin

Qualcuno stava insistentemente suonando al campanello. In casa ci sarebbe dovuta essere sua madre, ma a quanto pare non si stava prendendo la briga di andare ad aprire la porta. James rimase sull'uscio della stanza per un po', rigirandosi il braccialetto di cuoio nero che gli cingeva il polso. Quel bracciale significava molto per lui. Era di suo padre, stando a quanto sua madre gli aveva raccontato, ed era stato l'unico regalo che aveva mai avuto da dieci anni a quella parte. Mosse un tremante passo lungo il gradino, scendendo lentamente.

Driiiiiin

Un altro passo.

Driiiiiiiiiin

Ancora pochi passi e sarebbe arrivato di fronte alla porta.

- James! Per l'amor del cielo, apri! - urlò una voce femminile da fuori la porta. - Mamma? - chiese il ragazzo con voce fioca -E chi sennò?! - urlò la donna. James aprì con mano tremante, tirando un respiro di sollievo quando, aperta la porta, apparve la signora Powell con il suo cappotto color prugna e altre buste della spesa nelle mani.

-Ho dimenticato le chiavi - spiegò Marie.

-Aspettiamo ospiti?- chiese James guardando ad occhi sgranati le altre cinque o sei buste stracolme di oggetti che spaziavano dai tramezzini già farciti alle bibite gassate, quelle che Marie prendeva solitamente durante i giorni di festa.

- Esattamente. Sarà il caso che tu ti dia una sistemata. Non voglio che gli altri ti vedano in questo stato.-

-Gli altri... chi?- chiese James mentre aiutava sua madre a tirare fuori dalle buste della spesa gran parte di quello che aveva comprato.

-I tuoi parenti! Su, vai a farti una doccia- gli disse mentre riponeva i salumi nel frigo.

James si diresse a passi veloci verso il bagno, con le sopracciglia aggrottate. Di solito sua madre non festeggiava il suo compleanno. Da circa cinque anni Marie era solita lasciare una torta al cioccolato, che tra l'altro a James non piaceva per niente, sul tavolino della cucina per far sì che lui la trovasse quando rientrava a casa. Ogni anno, puntualmente sua madre non era in casa quel giorno e James si sedeva al tavolino da solo, fissando a malincuore quella torta che tanto non avrebbe mai mangiato. Ma quell'anno era diverso. Sua madre aveva addirittura invitato qualcuno. Chissà se aveva invitato anche i parenti di suo padre. D'altronde non li aveva mai conosciuti e non erano mai venuti a fargli gli auguri, di conseguenza. Ma, quello, James lo avrebbe scoperto molto presto.

***

Quella casa non era mai stata così pulita. Anche se Marie ogni mattina la puliva da cima a fondo, verso sera la casa ritornava ad essere sporca e polverosa. Non si era mai capito perché, e questo dava un certo fastidio alla donna. Ma in quel momento i pavimenti brillavano, illuminati dalla poca luce del sole al tramonto che penetrava le sottili tende ricamate a fiori che tanto piacevano alla madre di James. Nemmeno un granello di polvere era visibile o osava posarsi su qualsiasi cosa si trovasse nei paraggi. Anche il corrimano di legno che accompagnava alla camera di James riluceva, eppure lui lo aveva sempre visto così spento che quasi gli metteva agitazione poggiarci il palmo per scendere. L'unico posto che era relativamente rimasto così come era rimaneva la camera del ragazzo. Forse la porta e la maniglia erano più lucide, ma per il resto la stanza era quella che era sempre stata. James, indossata la camicia bianca datagli dalla madre, si coricò sul letto, senza preoccuparsi che questa si stropicciasse, e fissò il soffitto come di solito faceva. Una marea di pensieri gli si annidarono in mente in quel momento. Chi aveva invitato sua madre? Sarebbe piaciuto ai suoi parenti? Perché non aveva festeggiato per così tanto tempo un compleanno? Ma James non sapeva ancora che sua madre aveva una buon ragione per averlo fatto. Aveva una buona ragione quasi per tutto. Il tempo scorreva e lei semplicemente non voleva accettarlo. Voleva che tutto passasse d'un sol colpo. Non voleva tener conto di ciò che la aveva sempre preoccupata. C'era un perché se gli aveva permesso di festeggiare solo il suo diciottesimo compleanno dopo dieci anni in cui non lo aveva mai fatto. C'era un perché se ogni anno lasciava una torta al cioccolato sul tavolo che James aveva sempre creduto fosse per lui. C'era un perché al bisogno di trasferirsi quasi ogni anno e dopo tanto tempo essere ritornati lì. Lì dove tutto era cominciato. Questo James ancora non lo sapeva. E chissà quando lo avrebbe scoperto. Sua madre di certo non glielo avrebbe detto, almeno non da sola.

Driiiiin

Il campanello suonò e Marie si precipitò ad aprire. -Mia cara!- disse una voce femminile abbastanza acuta appena la porta si aprì. James si affacciò alla porta della sua stanza giusto in tempo per vedere sua madre abbracciare una donna probabilmente sulla quarantina, dai capelli rossi e gli occhi verdi, di quelli che ti scavano nel profondo e riescono a guardarti l'anima. -Erano secoli che non ci vedevamo!- continuò la donna -E quello...- disse alzando lo sguardo verso James -quello deve essere tuo figlio! James, giusto?- disse sorridendo e squadrando James da capo a piedi. -Un po' magrolino per i miei gusti... - guardò Marie, che come risposta si limitò ad ammiccare. James si decise a scendere le scale e andare incontro alla donna che sua madre aveva appena fatto entrare in casa.

-E' un piacere rivederti mio caro - disse lei prendendo le mani di James e stringendole forte.

- James, lei è tua zia Grace. E' la moglie del fratello di tuo padre. - si affrettò a spiegare Marie

- R... rivedermi? 

- Oh, tu non puoi di certo ricordartelo. Eri così piccolo. Potevo quasi tenerti in una mano - raccontò Grace mentre, con un braccio dietro la schiena di James, lo accompagnava nel salotto e lo faceva sedere sul divanetto color pesca. Una lacrima le rigò il volto, che lei si affrettò ad asciugare. -Fu quando tuo padre c'era ancora. Proprio in questa casa. Dopo così tanto tempo siete finalmente ritornati qui, dove tu sei nato

-Io sono nato qui?! -sbottò James quasi urlando a sua madre che se ne stava appoggiata allo stipite della porta a guardarli

-Oh, scusami cara. Pensavo glielo avessi già detto - si affrettò a scusarsi Zia Grace.

-Tranquilla, tanto glielo avrei detto prima o poi. Solo speravo di non dirglielo oggi - il suo viso si rabbuiò -Forse avrei dovuto dirtelo prima. Prima che venissimo qui. Questa casa - disse camminando per il salotto e appoggiandosi alla poltrona rigorosamente in tinta con il divano - Questa casa mi è sempre stata molto cara. Passammo qui i tuoi primi mesi di vita. Poi... tuo padre scomparve - Marie si sedette sulla poltrona e guardò James con gli occhi lucidi di lacrime che premevano per uscire. Ma non poteva permettersi di piangere, non in quel momento. -Questa casa divenne troppo piena di ricordi per riuscire a viverci- continuò -Così decisi di andare via. Ti portai con me e per tutto questo tempo provai a costruirmi una nuova vita, dimenticando il passato. Ma non ci riuscii. Alla fine i ricordi furono più forti della paura. Volevo riprendermi quello che avevo perso - finì Marie. Le lacrime ormai le avevano inondato il viso. Non era riuscita a trattenerle. Zia Grace frugò nella borsetta, tirandone fuori un fazzoletto di stoffa con ricamate sopra le iniziali B.G. , che porse alla donna in lacrime.

James si alzò. Non guardò sua madre o sua zia, semplicemente si diresse verso le scale, le salì e entrò in camera sua chiudendo la porta. Il viso inespressivo. Gli occhi vuoti. Il cuore si sentiva tradito. Tradito da colei che nel mondo avrebbe dovuto volergli più bene. James si accasciò contro la porta, il viso tra le mani e le ginocchia portate al petto. Ben presto quelle mani, che tentavano di proteggerlo in qualche modo, si riempirono di lacrime. In quello James era uguale a sua madre. Entrambi si tenevano tutto dentro, ed esplodevano solo quando non potevano essere visti da qualcuno. James si asciugò le lacrime, avvicinò a sé uno degli scatoloni che ancora ingombravano la sua camera e ne estrasse un libro. Un libro forse non lo si poteva proprio definire. Era un album. Un album di fotografie che sua madre gli aveva regalato molti anni prima. Non era ancora pieno, mancavano molti spazi da riempire. Ma la cosa più importante la si trovava all'interno. Una foto. Una singola foto. L'unica contenuta nell'album. Una foto che ritraeva la sua famiglia quando ancora sua padre non era morto. Era il giorno di Natale. Il suo primo Natale. Suo padre era appena tornato a casa dal lavoro, secondo quello che sua madre gli aveva raccontato, e aveva dato il suo regalo a lui. Il suo sguardo si posò sulla mensola in alto, vicino alla finestra. Si alzò e camminò lentamente verso di essa, fissando un pupazzetto. Era una specie di cristallo di un color verde tendente all'azzurro, solo fatto di peluche. James lo prese in mano e guardò l'ultimo regalo che il padre gli aveva fatto: quel pupazzo. Attaccato ad esso un biglietto che ormai rileggeva da anni. "Prima o poi ne capirai il significato" diceva, ma non aveva ancora capito nulla, oltre al fatto che di certo il verde non gli piaceva. Prese il peluche tra le mani, lo strinse a sé e si appoggiò di nuovo alla porta.

"Tra poco il tempo sarà terminato" James sentì sua Zia Grace parlare. La voce era leggermente ovattata ma comunque comprensibile. Tempo? Per cosa?

"Speriamo che gli passi in fretta. Gli sbalzi d'umore lo destabilizzerebbero" questa volta era stata sua madre a parlare.

"Sei sicura sia stato saggio riportarlo qui?"

"Per niente. Ma sentivo che dovevo ritornare. Volevo finire qui, qui dove tutto è iniziato."

"Secondo te è pronto? Forse avresti davvero dovuto dirgl..." Zia Grace non finì di parlare che il campanello suonò di nuovo. Il rumore della porta che si aprì fece pensare James. Ancora non capiva, non capiva cosa volessero dire. Gli stavano nascondendo ancora molto, e di questo lui ne era certo. Il rumore delle urla dal piano di sotto riportò James alla realtà, facendolo alzare e aprendo così la porta. La scena che gli si presentò davanti non era certo delle più normali. Sua madre e sua zia stavano litigando con un omino dai capelli scompigliati e rossi, con l'impermeabile blu notte addosso e una cappello a bombetta in mano. Non si capiva bene cosa stesse succedendo, ma sua madre e sua zia non volevano farlo entrare. Lui però era come bloccato fuori di casa, come se non riuscisse ad entrare.

- Mr. Blight! - urlò lui dalla cima delle scale, attirando l'attenzione di tutti -cosa sta succedendo, mamma?-

- Hai conosciuto mio figlio?- urlò Marie all'uomo - Come hai osato? - rincarò sua zia.

-Mamma, zia, perché non lo fate entrare? Chi è quest'uomo? - James scese le scale velocemente affiancando le due parenti.

- Già, perché non mi fate entrare? - ghignò il signor Blight che intanto si era appoggiato alla parete esterna della casa e li guardava divertito.

- Caro, è una cosa troppo lunga da spiegare al momento e... - "e non c'è abbastanza tempo" avrebbe voluto dire, ma James non la fece finire.

-Sono stufo di tutti questi segreti! Adesso dovete dirmi tutto!- urlò James

- James, calmati ti prego... - lo supplicò sua madre

- No. Non voglio calmarmi! - urlò e lo specchio e alcuni soprammobili del salotto andarono in mille pezzi, riempiendo il pavimento di schegge. James si girò di scatto ad occhi spalancati mentre la fredda risata del signor Blight gli entrava in testa con un ritmo martellante.

- Cos... cosa...? - balbettò James che intanto si era messo a ginocchia a terra e guardava terrorizzato i piccoli frammenti di vetro e ceramica che ricoprivano il tappeto. Marie e Grace si inginocchiarono accanto a lui e gli cinsero le spalle con le braccia, poi Grace si alzò e andò verso l'uomo.

-Adesso, vattene- sibilò lei sotto lo sguardo di suo nipote e di Marie che intanto lo stava ancora abbracciando.

- Altrimenti? Cosa fai? Tiri fuori uno dei tuoi trucchetti, sorella? -le rispose il signor Blight

- Prima non eri così, non ti riconosco più. Tu non sei più mio fratello- disse e con le lacrime agli occhi evocò una fiammata dal palmo delle mani che lo fece indietreggiare di più di un paio di passi. James guardò con orrore quello che era appena successo. Come poteva essere reale? Doveva essere per forza frutto della sua fantasia. Marie si alzò e affiancò Grace. Respirò piano e tese le mani in avanti, creando una sorta di barriera che sembrava fatta di energia attorno all'uomo, poi, alzando le mani, la barriera si innalzò, chiudendosi ai poli e creando una grande bolla che si librò nell'aria mentre il signor Blight cercava in tutti i modi di liberarsi e che poi si alzò in volo, andando verso chissà dove con dentro ancora l'omino che urlava a squarciagola.

Zia Grace sorrise malinconica, avviandosi in cucina e sedendosi su una sedia a peso morto.

-Adesso credo sia giunto il momento di spiegarti - esordì, fissando negli occhi suo nipote.

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