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Capitolo 3

Quella sera, mentre praticamente tutti erano assopiti nei loro caldi letti, un ometto alto non più di un metro e mezzo si aggirava per le strade della città alla sola luce dei lampioni accesi. Era un uomo parecchio bizzarro: vestiva un impermeabile color blu notte e una bombetta in capo del medesimo colore, da cui spuntavano sul davanti delle ciocche di capelli rossicci. Aveva una strana andatura, molto simile a quella di uno zoppo, che lo costringeva a fermarsi ogni tanto. Ma la cosa che più saltava all'occhio di chiunque in quel momento lo avesse guardato, era il suo bastone dorato dal manico intarsiato di piccole pietre blu, sulla cui sommità se ne stava appollaiato un corvo, nero come la pece, semidormiente.

-Ha riconosciuto il marchio, Firion- Disse l'uomo appena voltato l'angolo. In tutta risposta il corvo gracchiò flebilmente.

-Dobbiamo portarlo dalla nostra parte, prima che Loro lo reclutino. Dobbiamo essere più furbi, più veloci- Continuò lui mentre avanzava. Il corvo, stavolta, stette in silenzio. Fu con queste ultime parole che l'uomo si fermò, sedendosi su una panchina sgangherata al limitare della strada. Sospirò rumorosamente, accarezzando il dorso piumato dell'animale che ora gli si era posato sul braccio.

-Si è fatto tardi- sussurrò l'uomo al corvo -dovremmo andare- disse, sollevando gli angoli della bocca in un lieve sorriso. Le luci dei lampioni intorno a loro iniziarono pian piano a tremolare fino a spegnersi, per poi riaccendersi qualche secondo più tardi, mostrando la panchina nuovamente vuota.

La notte passò velocemente. La luce della mattina fece presto capolino dall'orizzonte, riscaldando i palazzi e le strade con i suoi colori. La città si stava pian piano ridestando. Le prime grida, i primi pianti dei bambini, le prime coccole da appena svegliati e i primi baci di arrivederci del nuovo giorno. Il solito, monotono andirivieni di persone che si accingevano chi ad andare a lavorare e chi a scuola. I bar aprivano, spargendo nell'aria quell'adorabile odore di brioche appena sfornate e di caffè, e così i negozi i cui proprietari, o semplicemente i malcapitati impiegati, tiravano su le saracinesche, e la città si riempiva di vita. Era la solita monotonia del giorno. Un ritmo quasi estenuante, anche se non per tutti. 

La giornata iniziò anche per James che, ancora addormentato nel suo letto, sognava dolci sogni, anche se noi ora non staremo qui a dire quali. Sua madre Marie entrò violentemente in camera sua, sbattendo la porta e tirando velocemente le tende, inondando il viso di James della calda luce che quasi ogni mattina lo svegliava.

-E' pronto in tavola- disse superficialmente la donna, prima di uscire dalla stanza e recarsi nuovamente al piano di sotto. L'odore di frittata e pancetta provenienti dalla cucina riuscì a malincuore a far alzare il ragazzo. Come ogni mattina si fermò per una manciata di minuti di fronte allo specchio, poi scese di sotto e si sedette al tavolo. Marie gli riempì velocemente il piatto, senza proferire parola, e tornò a pulire il salotto. La madre di James iniziava a lavorare ogni giorno alle dieci, come donna delle pulizie, e aveva perciò ogni mattina il tempo di sistemare casa sua, prima di recarsi in quella di qualcun altro. Prima di fare quel lavoro però, Marie ne svolgeva uno molto più importante. Era, infatti, a capo di un'azienda petrolifera che operava in molte parti del mondo, prima che questa fosse chiusa. La causa è ancora oggi ignota a quasi tutti, tranne che per lei e una ristretta cerchia di persone che la tengono segreta. Ovviamente James era all'oscuro di tutto, e per sua madre è sempre stato un bene.

Finito di mangiare, James tornò in camera sua per prepararsi, uscendo da casa un paio di minuti dopo. Il viale dove si trovava casa sua era spesso deserto, se non per il postino che ogni mattina passava in bici a consegnare il la posta di casa in casa. E così fu quella mattina.

In non troppo tempo, il ragazzo raggiunse la scuola e si sedette sul muretto vicino all'entrata in attesa del suono della campana. Questa, peraltro, non tardò a suonare che la folla di studenti si riversò in pochi attimi nei corridoi, e dopo ancora nelle rispettive classi. James era appena entrato in classe e non c'era ancora l'ombra del professore della prima ora. Lui tuttavia si sedette al suo posto e tirò fuori gli auricolari, pronto a trascorrere un'altra noiosa giornata. Passarono i minuti e del professore non c'era traccia. Un brusio di commenti si levò dai ragazzi preoccupati. Alcuni erano seduti sui banchi, sereni, mentre altri giravano per la classe senza motivo, dando un'occhiata ogni tanto al corridoio e affacciandosi alla porta.

Poi un urlo squarciò il silenzio dei corridoi.

Molti professori iniziarono a uscire dalle classi, impallidendo o voltandosi di scatto. Alcuni si coprivano il viso con le mani e scoppiavano in singhiozzi, altri restavano lì impietriti, fissando qualcosa a bocca aperta.

Le masse di studenti erano contenute dai professori, che le mantenevano all'interno delle classi, ma quella di James, non avendolo , si riversò nel corridoio. James li seguì a ruota. Si fece un po' di spazio, quel tanto da poter vedere cosa stava accadendo, e anche lui come i professori prima di lui impallidì e quasi non svenne per lo shock. Appena girato l'angolo difatti c'era lui. Il professor Tippel giaceva inerme, appeso per il collo al soffitto con una robusta fune. Rivoli di sangue colavano dalle abrasioni sulla pelle e gli imbrattavano la camicia, rendendo il tutto molto più terrificante. Mormorii come "Oh... no" o "Oddio" si fecero strada tra i ragazzi. Quasi tutte le ragazze si coprirono gli occhi; una vomitò addosso a un ragazzo davanti a lei. Un biglietto giallo si staccò da un armadietto e volò lentamente a terra. Un ragazzo in prima fila lo raccolse, con mano tremante, e lo lesse ad alta voce. -Stiamo arrivando, JP. Siamo più vicini di quanto tu possa mai immaginare. Distruggeremo qualunque cosa o persona ci ostacoli o cerchi di nasconderti o proteggerti. Ma il sangue versato potrebbe risultare una perdita troppo grande, per te. Unisciti a noi, e a nessuno verrà più fatto del male-.

Il caos iniziò a diramarsi tra i ragazzi. Il preside arrivò allarmato e la polizia con lui. L'area fu delimitata, e il corpo del professore portato via.

-Ehi Peter - disse una ragazza tra le prime file -a quanto pare ti stanno cercando- . Il ragazzo in questione era Peter Jordan, e la ragazza era la sua ex fidanzata Rose Atkinsons. Lei ce l'aveva ancora a morte con lui, poiché la aveva lasciata per un'altra ragazza, che si da il caso fosse la migliore amica di Rose.

-Ti piacerebbe eh, Rose?- rispose lui di rimando. Il battibecco tra i due continuò ancora per molto ma l'attenzione di James fu attratta da una coppia di ragazzi che noi già conosciamo ma che lui ,per ora, aveva soltanto adocchiato il giorno prima. I fratelli Campbell, infatti, stavano parlando accanto alla porta della loro aula, e sembrava proprio che non volessero essere sentiti.

-Mamma aveva ragione- disse piano Elisabeth -una persona oggi è morta-

-Liz, potrebbe essere una coincidenza... - replicò Allen sempre a bassa voce

-No. Lei lo aveva detto. Ora dobbiamo fare quello che ci ha detto. Dobbiamo portarlo con noi e... - Elisabeth però si fermò. Aveva infatti notato che James li stava guardando da lontano.

-Vieni- sussurrò piano al fratello -fidati- e si incamminò per il corridoio, seguita a ruota da Allen.

James, ovviamente, non poté esimersi dal seguirli. Elisabeth affrettò pian piano il passo finché non raggiunse una porta di emergenza, attraverso cui uscì in cortile. Allen stentava a tenere il passo ma riuscì comunque a non farsi raggiungere da James, che li stava deliberatamente seguendo. Quando James giunse in cortile però non trovò nessuno. Si guardò intorno, in cerca di almeno uno dei due ragazzi, ma non riuscì a scorgere nessuno.

-Cercavi noi?- i due fratelli uscirono da dietro un albero e si avvicinarono a James di qualche passo.

-Siete stati voi?- chiese James con voce strozzata.

-Oh buon dio, ma certo che no! Dico, ti sembriamo tipi da uccidere una persona?- gli urlò contro la ragazza

-E allora, chi...?-

-Non ne abbiamo idea- lo interruppe Allen -ma ora- continuò dando una rapida occhiata alla sorella, che annuì di rimando.

-Tu verrai con noi- Liz finì la frase.

-Cosa? E perché dovrei?- James era sconcertato. Elisabeth però non rispose. Anzi, stese il braccio e aprì il palmo della mano, scaraventando James sul muro dietro di lui e bloccandolo lì. -Non ti abbiamo chiesto il permesso. Ora tu vieni con noi- rispose la ragazza.

-C...cosa sei, tu?- il viso di James era imperlato di sudore e le gambe gli tremavano.

-Come osi?- la ragazza gli diede un sonoro schiaffo in faccia e aggrottò le sopracciglia.

-Liz...- intervenne Allen -dovremmo riportarlo sano e salvo, non a pezzi e traumatizzato- concluse il ragazzo mettendo una mano sulla spalla di lei.

-Ok...-rispose Elisabeth, abbassando la mano e facendo scendere James, che però non rimase fermo, trovandosi a correre a perdifiato lungo la strada. Dietro di lui i fratelli lo rincorrevano e lo avrebbero raggiunto se qualcuno non li avesse fermati. Un uomo, infatti, dall'impermeabile blu apparve all'improvviso di fronte alla coppia di inseguitori, costringendoli a fermarsi. L'uomo ammiccò ai due e scomparve. Allen ed Elisabeth si guardarono, interrogativi, e quando riportarono lo sguardo sulla strada, videro che di James non c'era più traccia.

-Perfetto. Lo abbiamo già perso. E io che credevo ce l'avremmo fatta.- iniziò Elisabeth, camminando in tondo e gesticolando.

-Liz... andiamo a casa- propose timidamente Allen alla sorella, infilando le mani in tasca e incamminandosi, con lo sguardo basso, verso Grayson Street.

Dall'altro capo della strada, James stava ancora correndo senza guardarsi mai indietro. Arrivò di corsa a casa sua ed entrò di tutta fretta, tanto che le chiavi gli caddero mentre stava aprendo la porta. Chiuse la porta a chiave e vi si accasciò contro, tenendosi la testa fra le mani. Alcuni flebili singhiozzi si fecero strada nella sua gola e una lacrima gli rigò il viso, che venne prontamente asciugato con la manica della sua felpa. Sua madre per fortuna era al lavoro, così non avrebbe potuto rinfacciargli nulla.

-Non piangere, James- disse una voce calda dalla cucina. L'uomo di prima fece dunque capolino dalla stanza, mostrando quell'indimenticabile impermeabile color del cielo notturno.

Il ragazzo si tirò su in tutta fretta, ancora con le gambe un po' indolenzite per la corsa -Chi sei? Cosa ci fai qui?-

-Strano. Davvero strano che tu non ti ricordi di me. Ma è plausibile...- disse l'uomo appoggiandosi al bastone che teneva in mano. Era davvero uno strano bastone: era fatto d'oro e ricoperto di pietre blu sull'impugnatura. Quello, pensò James, era un uomo difficile da dimenticare, eppure lui sosteneva il contrario.

-Io... davvero, non so chi tu sia- continuò il ragazzo.

-Mi chiamo George Blight- . L'uomo sorrise. -Non ha importanza per ora sapere chi sono io- continuò -ma sappi che l'intero mondo è in subbuglio. Forze più grandi della tua attuale concezione si stanno muovendo. Tu sei fondamentale per...- non fece in tempo a finire che qualcuno girò la chiave nella serratura. -Non c'è tempo, adesso. Auguri, James - l'uomo sorrise, bonario, e scomparve in una nuvola di fumo blu, che si dissolse rapidamente. Marie aprì la porta di casa e vide James, immobile in mezzo all'entrata.

-James? Tutto bene?- chiese la donna con un tono più amorevole del solito. Posò le borse della spesa e gli mise una mano sulla spalla.

-Sì. Penso di sì. - Rispose il ragazzo, scostandosi da quella sconosciuta presa e salendo piano le scale, andando in camera sua, senza mai guardare la madre in volto.

Arrivato in camera, James si sdraiò sul suo letto, guardandosi attorno e ripensando a quella strana giornata. Quell'uomo, lui davvero non si ricordava chi fosse. Prima di andarsene gli aveva detto una cosa però... "Auguri, James". Quelle parole gli risuonavano in testa come i rintocchi di una campana.

Auguri...

L'occhio gli si posò involontariamente sul calendario. Il 20 settembre.

"Ma certo!" pensò James dandosi dello stupido per non essersene ricordato.

Erano secoli che aspettava quel momento: era il suo compleanno.

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