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capitolo 21 da un'altra prospettiva

Data la situazione in villa Queen, Mary è stato il compito di allontanare Maria e Mandy.
No che Kim possa diventare pericolosa per loro, nessuno di loro lo crede possibile, ma sanno che è in uno stato di fragilità che può essere frantenbile e spaventoso.

Lascia Maria davanti casa sua e riprende la marcia verso la palestra, sono rimaste in silenzio fino ad ora e forse il fatto di essere da sole, da il coraggio a Mandy di parlare.

"Perché siamo andate via di tutta fretta?"

Grazie alle ragazze ha iniziato a riprendersi dalla violenza e dalla angoscia che ormai impossessava da mesi il suo cuore.
Non è guarita, non guarira mai, ma sta imparando a prendere la vita di petto e a fare un passo alla volta per ritrovare se stessa.
Ad aiutarla più di tutte sono Sara e Kessie, una con la dolcezza quando a bisogno di piangere e l'altra con la forza di combattere quando ha bisogno di reagire.
Entrambe un po' le colonne della associazione da quello che ha potuto vedere mentre Kim è...
Non lo sa cos'è.

Tornando a oggi, era tranquilla in cucina quando Mary le ha detto di andare con le in palestra ad allenarsi.
Non era un ordine, anzi è stata molto gentile, ma nella sua voce ha sentito una notte di urgenza.
E la confusione davanti a Villa Queen è stata un po' la conferma.

Mary intanto sospira, sperava davvero di non dover fare questa conversazione e non sa nemmeno come spiegare la situazione.
Dovrebbe raccontare l'intera storia, partendo dalla morte di Victor ad ora o forse ancora più indietro al suo arrivo a Villa Queen.
Sarebbe una storia lunga e confusa, non  sa neppure quanto può dirle.

"Potrei farti il solito discorso su Kim, su quanto sia buona e giusta, su tutto il bene che ha fatto questa città e su come ha cambiato la vita a me e alle ragazze.
Ma credo che tu abbia sentito questa storia troppe volte."

Decide di fare una piccola deviazione, percorrendo strade secondarie fino a fermarsi davanti a un vicolo di fianco a un piccolo ma ben curato locale.
Kim ha sempre odiato che lei e le altre vadano in qualche squallido locale, così ha trovato questo posto dove possono passare una serata in tranquillità.
Almeno è così da quando il locale è coperto dalla protezione dell'Angel killer.

"Erano i primi tempi in cui io e Kessie vivevamo in villa Queen.
Alex e Kim si erano appena lasciati, la guerra era scoppiata da pochi giorni e noi se usciamo lo facevamo sempre ein compagnia di Kim."

A camminare per strada si rischiava di finire in un fuoco incrociato, persino chi non c'entrava nulla nello scontro girava con un arma in tasca e forse erano più pericolosi loro degli uomini nelle gang.
Sospira, quel periodo è stato terrificante e non fu l'unico purtroppo.

"Una sera abbiamo convinto Kim ad uscire per andare a ballare.
A stare dentro casa stavamo diventando pazze, avevamo bisogno di svagare e con i nostri ragazzi fuori a combattere, avevamo bisogno di distrarci un po'."

Ricorda che hanno supplicato Kim per ore, quasi in ginocchio per, è inutile dirlo, lei non le avrebbe mai permesso di uscire da sole e ne aveva tutte le ragioni.
Non erano sprovvedute, sapevano che era pericoloso e avevano accettato tutte le regole senza fiatare.

Ricorda le urla di felicità quando lei ha accettato, sono corse al piano di sopra per vestirsi in fretta in furia e quando sono scese lei era dove l'hanno lasciata, con la sua solita giacca di pelle, la sigaretta tra le labbra e la pistola sempre carica al suo posto.

"Kim ha trovato questo locale perché fuori zona e quindi abbastanza lontano dal fuoco.
Io e le ragazze abbiamo ballato, ci siamo divertite, mentre Kim è rimasta tutta la sera al bancone a bere e a controllarci da lontano.
Non era un periodo facile per lei, Alex l'aveva tradita e lei sembrava aver lasciato il cuore in un fosse.
Era sempre così vuota, così immobile."

Era un fantasma, si muoveva silenziosa che sembrava le mancasse il respiro, si chiedeva se anche il battito del cuore non fosse congelato.
Si svegliava la mattina e la trovava in cucina davanti alla finestra con una sigaretta in mano e quando andava a dormire la sera la lasciava nella stessa posizione con però una bottiglia di vodka già a metà in mano.

"Nonostante l'angoscia che emanava sembrava tranquilla, forse anche troppo in realtà e quella sera non era diversa.
Come ho già detto è rimasta immobile e indifferente tutta la sera e anche quando era ora di andare via non ha fiato, ha semplicemente pagato e ci ha fatto strada fuori dal locale."

Sembrava così tranquilla, Sara aveva ragione a quei tempi, Kim non ha mai avuto l'abitudine di sfogarsi come farebbe comunque e non è diversa ora.
Lei si limita al silenzio, a rimanere immobile, a lasciare che il mondo continui a muoversi intorno a lei.
Ma è in realtà tutta apparenza, quel silenzio che si ode prima che arrivi un fulmine.

Non ha ancora incrociato lo sguardo curioso di Mandy, ha fissato per tutto il tempo il vicolo che ora indica.

"Erano lì, quando siamo usciti dal locale, tre ragazzi a circondare una ragazza che gridava di lasciarla stare.
La gente continuava a camminare indifferente, non la guardavano neppure, qui sono abituati a farsi i cazzi loro anche se a farne i conti e una ragazzina che voleva solo divertirsi con le sue amiche."

Mandy ingoia a vuoto, si è già trovata in una situazione del genere con il suo ex, a supplicare la gente di intervenire, di salvarla e troppi sguardi bassi hanno tirato dritto.
La gente ha troppa paura e preferisce chiudere un occhio, a volte entrambi.

"Ma non Kim."

La voce di Mary improvvisamente trema, la mente inizia a rivivere quella notte come se fosse lì.
Quello che racconterà non darà giustizia alla realtà dei fatti, non crede sia possibile descriverlo a parole.

"Ha lasciato a noi il telefono e il pacchetto di sigarette, un sorriso e il capo leggermente inclinato, si è incamminata verso di loro.
Aveva una pistola addosso, non le è servita, a lei non serve una pistola per uccidere.
Li ha massacrati, ridendo come una bambina, facendo i capricci e il broncio quando i tre non si sono più rialzati da terra."

Non volevano giocare con lei, continuava a piagnucolare, prendendoli a calci sbuffando.
I suoi occhi completamente oscurati, il sangue a colarle dalle mani e qualche goccia sulle guance pallide.
Persino la ragazza salvata era terrorizzata da lei, scappando via tremante, solo Sara ha sempre avuto il coraggio di avvicinarsi, di calmarla e risvegliarla dal suo stato Psycho.

"Non sembrava neppure umana, godeva in ogni colpo inferto, respirava l'odore del sangue come se fosse cocaina e andava in estasi.
È stata la prima volta che l'ho vista in quello stato e le altre volte ti assicuro che non mi sono abituata."

Vuole bene a Kim, ma è quasi naturale il leggero tremolio quando si incazza sul serio, quando combatte come se avesse l'argento vivo nelle vene, ma quando è nel suo stato Psycho è tutta un'altra cosa.
Diventa un'altra persona, un demone come davvero la descrivono, una bomba ad orologeria e quando inizia a ticchettare bisogna correre ai ripari.

"È la persona più altruista e giusta che esista in questo mondo, ma a volte a queste crisi di nervi, o meglio a bisogno di sfogare l'inferno che ha dentro.
E tu e le ragazze non siete pronte ad assistere, come non lo ero io a quei tempi."

Crede in ogni singola parola detta, Mandy ci legge tanta sincerità e capisce un po' di più quel mondo che è Kim.
Appena Mary la lascia alla palestra dicendole che ha delle commissioni da fare, rimane ferma davanti all'edificio, guardandosi intorno.

Questo luogo, Kim ha creato le fondamenta della Elisabeth house, ha aiutato questa città.
Si chiede se questa gente che cammina a capo chino merita davvero la carità di un angelo intrappolato nel suo stesso inferno.

Tornando invece a Villa Queen.

"Che cazzo ci fai qui Stuart."

Che cazzo ci fa questo stronzo così lontano da casa?
Ricorda ancora il loro primo incontro durante il gala per presentarla ufficialmente come la figlia di Black e anche di averlo incontrato un paio di volte durante la sua "vacanza" dal padre.
Ma l'opinione su di lui non è mai cambiata, le sta sulle palle.

" Abbassa l'arma the Queen, sono qui in pace.
Mi manda tuo padre."

Le mani le formicolano, la voglia di stringere la presa sulla sua gola e così tanta e sempre la così più giusta da fare.
Carter arriva al suo fianco mettendole una mano sulla spalla e passandole con l'altra il telefono.

"Abbassa l'arma Kim.
Non è lì come nemico."

Divertente che il padre pensi che lo stia minacciando con la pistola, e infondo se stringesse la presa non sarebbe in torto.
Le mani possono essere considerate una arma?

Gli occhi di Stuart hanno un tremolio quando sentono che la presa di Kim non diminuisce, interessante allora non è così stupido come sembra.

Ma è comunque entrato in casa sua, sedendosi sulla sua sedia, respirando la sua aria, la presa della mano aumenta come anche la dilatazione nei suoi occhi.

"Kim, per favore, prima ascoltalo e se non ti convincerà io non avrò nulla da ridire."

Continua il padre facendola tintennare tra violenza e ragione, si volta verso Carter vedendolo annuire.
Il suo uomo non risparmierebbe la vita al verme che spesso ha sbirciato nella sua scollatura, se non avesse le sue buone ragioni.
Dio, odia essere ragionevole.

" Che cazzo l'hai mandato a fare?
Deve farmi da babysitter o che cosa?"

Stuart sorride, capisce di essere salvo ma questo fa solo innervosire ancora di più Kim che lo lancia a terra posando un piede sul suo sterno.
Diplomatico del cazzo che non si è mai sporcato le mani, non vede polvere da sparo sulle sue mani, non vede lividi sulle sue nonché, un cazzo di colletto bianco che si crede elegante nella merda che commercia.

"Ha informazioni su Fernandes."

Merda, Kim lo lascia a terra incaminandosi verso il suo ufficio.
Ascoltando i ragazzi mettendolo seduto ma non comodo di farsi i cazzi suoi, non è un ospite il messaggio arriva chiaro e coinciso.

Spatte la porta alle sue spalle, scaricando il nervoso su una sedia che finisce a rovesciata a terra.
Per fortuna i mobili in villa Queen sono a prova di Kim

"Che cazzo ti dice il cervello Black?
Chi cazzo ti ha detto di farti i fottuto fatti miei?"

Cosa crede, che lei non sia in grado di gestire la merda a casa sua e abbia bisogno di essere salvata dal papino?
In un pensiero contorto ora capisce quando Carter le dice che si sente scavalcato dalle decisioni di lei, ma cazzo ora non è il momento di fare terapia di coppia.

La testa le inizia a girare, tanto che deve appoggiarsi al tavolo, questa giornata di merda la sta mettendo a dura prova.

"So che sei arrabbiata ma cerca di capirmi Kim, io sono lontano e questo è l'unico modo che ho per aiutarti."

L'adrenalina le torna in circolo, fa lunghi respiri e il capo giro scompare.
La rabbia per ora supera di gran lunga la stanchezza emotiva, meglio sfruttarla finché regge.

"Fottiti tu e il tuo cazzo di bisogno di fare il papino premuroso.
Ora vado di là e gli trapasso il cranio con il mio tacco preferito e non mi lamenterò neppure di doverli poi buttare."

Quante volte dovranno fare sto cazzo di discorso, lei lo capisce che il padre vuole ricreare il loro rapporto, essere una famiglia e tutte quelle cazzate ma sceglie sempre i momenti sbagliati cazzo.
Non può fare come i padri normali che si preoccupano solo se ha mangiato abbastanza o di regalarle qualche orribile maglione con gli orsetti.
No, non sa come si comportano i padri normali, ma sa che più o meno va così.

"Cerca di ragionare, sappiamo che Fernandes e in allenza con Anderson.
Stuart da qualche tempo e stato messo in contatto con Fernandes per delle armi."

Kim stringe i denti tanto da farli stridare, se solo prova a pensare che Stuart sia in commercio con quel pezzo di merda per altri tipi di affari, il tacco nel cranio sarà l'ultimo dei suoi problemi.
Trattiene il respiro, se vuole togliersi dalle palle padre e compagnia deve finire prima possibile sta conversazione.

"Sai anche tu che è una buona traccia, l'unica che abbiamo davvero tangibile da mesi."

Più il padre parla e più gli sale la rabbia, non solo le sta sbattendo in faccia che non hanno ancora una cazzo di soluzione tangibile ma ha anche ragione sul ruolo di Stuart.

"Va bene, lo ascolterò, ma questo non cambia che ti devi fare i cazzi tuoi.
Non devi interferire nei miei cazzo di affari."

Il rumore di qualcosa che viene lanciato a terra e si frantuma, questa volta viene dall'altra parte della cornetta.
Bè, tale padre tale figlia.

Kim lo sente respirare con affanno, pio quasi immaginarlo con le narici dilatate e il fumo che gli esce dalle orecchie, forse l'ultima affermazione solo nella sua fantasia.

"Ascoltami bene, sono tuo padre cazzo, quindi se penso che sei in pericolo o anche solo in difficoltà io faccio quello che cazzo voglio.
È chiaro?
Perciò fan culo il tuo cazzo di carattere di merda che hai preso da me porca puttana."

Almeno è consapevole di essere una testa dura almeno quanto la figlia se non di più.
Questa è una discussione che hanno fatto già troppe volte e Kim si porta die dita all'attaccatura del naso, se dovrà ricominciare a litigare anche per questo le verrà una emicrania epocale.

"Non cominciare neppure Black, ho già troppi problemi per dover pensare anche al tuo senso della paternità.
Vado a vedere se quel coso è davvero utile, altrimenti te lo rimanderò indietro in un sacco nero."

E chiude la chiamata senza rimorsi, questa volta non gliene frega un cazzo se si vuole sentire offeso.
Sospira, portandosi una sigaretta tra le labbra, prendendosi un secondo per ragionare.

Non può negare che la situazione non è semplice, Anderson e Fernandes stanno camminando a pari passo aiutandosi a vicenda, dandogli molti problemi ed è quasi sicura che la talpa lo stia aiutando non solo con le informazioni su di lei ma anche nei loro affari.
Sospira...

"Che vuoi fare Kim?"

Le chiede Carter fermo sulla porta, ha aspettato che lei finisse la discussione con il padre e le fa anche capire che Black ha informato anche lui del perché quello stronzo è in casa loro.
Non dice nulla, ma sanno entrambi cosa è giusto fare, o meglio che quel tizio può essere molto utile.

"Fallo entrare."

Fa un lungo tiro dalla sigaretta prima di spegnerla nel posacenere.
Un altro giramento di testa le fa chiudere gli occhi per qualche secondo, ma per fortuna dura poco, il tempo di farsi trovare dritta e fiera quando Stuart entra nella stanza.

Lo osserva muoversi tranquillo nella stanza, guardarsi intorno facendosi i cazzi suoi, senza forse rendersene conto di essere nella tana di un lupo.
Black è stato molto più furbo quando si è presentato alla sua porta la prima prima volta, era armato e si porta con sé due uomini e quel'incrocio tra un gorilla e un barboncino.

Lo vede che sta per parlare, ma non ha intenzione di perdere ulteriore tempo ed è meglio stroncare la sua presunzione sul nascere.
Per il suo bene naturalmente.

"Voglio essere abbastanza chiara, non amo perdere tempo e non sono di molte parole."

Ancora quel sorriso strafottente, quello sguardo a scivolare su di lei come se davvero ne avesse il diritto, presuntuoso a non sentire lo sguardo furioso di Carter addosso e il rumore dei suoi pugni stretti.
Si avvicina a lui quanto basta per sentire la sua colonia costosa quanto nauseante.

"Quando ero ospite da mio padre, ho mantenuto rispetto ai suoi amici.
Non ho mai alzato un dito, uno sguardo, per semplice noia la maggior parte del tempo, ma soprattutto per rispetto verso una città che mi ospitava."

La sua voce è seducente, con un pizzico di diplomazia e l'illusione di dolcezza.
Il suo passo e lento, il suo corpo ondeggia con un serpente che ipnotizza, Stuart ne è completamente incantato.

Dal primo momento che la vista l'ha stregato come un veleno che paralizza prima di uccidere.
Non è stata la sua bellezza, di donne bellissime ne ha visto e provate a centinaia, ma lei è molto di più.

"Ma voglio essere chiara."

Un respiro, il suo profumo di frutti di bosco e in un secondo si ritrova con la schiena contro il muro, una lama sulla gola e il suo sguardo gelido a inchiodare i suoi tremanti.
Kim china leggermente il capo, gli occhi che si dilatano e un sorriso terrificante a macchiarle le labbra rosse fuoco.

Stuart guarda il viso del demone, della the Queen, del Bronx e come tutti gli altri uomini prima di lui trema.
Non è nulla di speciale lui, niente in confronto a lei.

"Ora sei a casa mia, nella mia città, nel mio mondo e se solo avrò il minimo dubbio che stai cercando di prendermi per il culo, ti farò pentire di esserti seduto sulla mia amata poltrona."

Lascia scivolare la lama, quanto basta per fare si che ogni volta che si guarderà allo specchio si ricorderà le sue parole.
A Stuart cedono le gambe e la mano scatta di istinto sulla ferita sentendo ancora il leggero bruciore del ferro nella carne.

Alza lo sguardo e da qui ha tutta un'altra visione di lei, due belle gambe in un aderente jeans scuro si, ma soprattutto una penombra sul viso di lei che rende ancora più oscuro il suo sguardo di ghiaccio.

"Ora, alza il culo dal mio pavimento e vattene a fan culo.
Ti contatterò io quando mi servirai, fino ad allora resta fuori dai guai e soprattutto lontano dalla mia amata poltrona."

E lascia la stanza, sapendo che si occuperanno gli altri di portare via la spazzatura.
Si avvicina indecisa alla poltrona e già a distanza può sentire il tanfo che quello stronzo ci ha lasciato sopra.

Un altro mobile che dovrà bruciare e sostituire, questi stronzi le costeranno tutta la mobilia.

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