capitolo 24 importante
Questa mattina, villa Queen è viva di urla e discussioni, come sempre d'altronde.
Svegliato dalle urla di Cam, Alex si affaccia sul pianerottolo del secondo piano notato il litigio della coppia, placato per fortuna da Kim.
Era pronto a intervenire, ma per fortuna Kim lo ha anticipato, poiché lui non è sicuro che sarebbe stato in grado di gestire tanto bene la situazione.
Forse perché si sarebbe trovato totalmente dalla parte di Cam, andando così contro Kessie e le ragazze.
E non immagina l'onda di distruzione che il tutto avrebbe innescato.
Kim è davvero un buon capo famiglia, che si tratti di guerra o di pace.
All'inizio la situazione gli stava un po stretta, sentirsi messo da parte anche dai suoi stessi uomini, che ormai danno di conto solo a Kim.
Ma poi, con il passare del tempo, egoisticamente ha sentito un senso di libertà nel non essere il capo.
Non avere la responsabilità di tutti e tutti, non sentire il peso della corona e soprattutto avere più tempo per pensare a sé stesso a pensare a lei.
Gemma.
Pronto ad affrontare una nuova giornata lavorativa, esce da villa Queen spostando come fa ogni giorno, lo sguardo sulla finestra di lei, trovandola lì a guardarlo come fa ogni mattina in attesa che lui ritorni a casa.
Sta passando tutto il tempo libero con lei, arrivando persino a pranzare e cenare con lei in camera, a volte parlando del più e del meno, altre volte semplicemente rimanendo vicino.
È fiducioso sulla ripresa della ragazza e le parole di Stefano gli danno molto conforto.
Ma è comunque un percorso difficile, lungo da fare e serve davvero l'aiuto di tutti.
Infatti anche le ragazze le stanno vicino, sopratutto quando Alex è a lavoro, dandosi il cambio per non lasciarla mai da sola.
Tranne naturalmente Kim, che è stata da lei solo un paio di volte e per pochi minuti, dicendo che non si sente la persona più adatta per aiutare Gemma.
E Alex non sa se lo pensa per il suo passato o per il suo carattere distaccato.
Ma comunque invece Alex pensa che sarebbe terapeutico per entrambe parlare tra di loro, lo pensa senza però osare farsi avanti con la sua opinione.
Volendo evitare che Kim lo bruci vivo.
"Cambio di programma ragazzi, Kim ha ordinato di prenderci il tempo libero e di passare il tempo con le ragazze.
E non guardatemi così, io ci ho provato ha contraddirla, ma Kim è...
È Kim."
Alex e Nik scoppiano a ridere alle parole si Jek, capendo alla perfezione cosa intenda.
Kim non è molto incline al ragionamento, soprattutto quando ha ragione.
Questo pomeriggio avrebbero dovuto controllare delle consegne e fare un giro tra gli spacciatori.
E invece, saliti in macchina, ognuno di loro ha un nuovo obbiettivo.
Passare una giornata tranquilla.
Alex prima di tornare a casa, passa da un rosticceria ha prendere qualche panino, prendendone due al prosciutto cotto e maionese, il preferito di Gemma.
Una volta tornato a villa queen, la trpva vuota se non fosse per Loredana che sta finendo di pulire, essendo ancora le due e non avendo ancora finito il suo turno di lavoro.
Salutando la donna con un gesto della mano, sale direttamente al piano superiore trovando anche qui un delizioso silenzio, i ragazzi si saranno sicuramente già dati da fare portando via le ragazze.
Fermo davanti alla camera di gemma, si ferma facendo u lungo respiro, come fa ogni volta.
Una preparazione mentale a essere sereno e controllato, poiché è quello che serve a Gemma.
Non può mostrare rabbia ogni volta che vede quei lividi, non può scattare ogni volta che lei fa un gesto malato di sottomissione, non può baciarla ogni volta che guarda i suoi occhi e ne rimane incantato.
In uno stato tra epatia e empatia, deve mostrarsi sereno e tranquillo ma anche indifferente a rabbia e passione.
Un lungo respiro che dura forse minuti poi la il pugno colpisce la porta in modo gentile.
"Avanti."
La voce di lei è un dolce sussurro che scioglie i nervi tesi.
Ed è sempre così, tanta paranoia che poi scompare alla presenza di lei, davanti alo sguardo tenero di lei che rende tutto più naturale.
Aprendo la porta, la trova al solito posto seduta sul davanzale della finestra.
Con lo sguardo fisso su di lui.
"Sei tornato presto."
Continua a sussurrare, osservsndolo prendere la sedia e sedersi poco lontano da lei.
Ad un passo più vicino a lei rispetto a ieri, un passo in meno rispetto a domani.
Questo è uno dei consigli di Stefano, sedersi lontano da lei in modo da lasciarle uno spazio sicuro, da diminuire ogni giorno sempre di più, con una tale lentezza e naturalezza che non spaventa Gemma.
"Si, oggi abbiamo finito tutti prima, così ho pensato che potremmo pranzare insieme."
Con lo sguardo un po' imbarazzato, Alex tira fuori dalla borsa i panini e due cocacole, porgendole quello al prosciutto cotto.
Le dita che sfiorano quelle di lei, uno scossa che arriva dolorosamente al cervello che gli fa ritirare la mano di scatto.
Chiude gli occhi, un lungo respiro, per poi tornare tranquillo con lo sguardo aperto su di lei.
Ogni giorno che passa diventa sempre più difficile fingersi indifferenti a lei, ma è la cosa giusta da fare.
E per una volta nella sua vita, vuole fare la cosa giusta cazzo.
"Come ti senti oggi?"
Le chiede mentre stanno mangiando, fissando una briciola di pane intrappolata all'angolo della bocca di lei.
Ingoiando a vuoto, trattenendo l'istinto di strapparla via con la sua lingua.
Le labbra di lei si piegano di un sorriso, mostrando un sorriso bianco reso imperfetto da un incisivo scheggiato forse da una caduta o da un colpo crudele.
"Bene, da qualche giorno sto parlando con una psicologa, me la presentata Stefano.
E mi fa stare bene parlare con lei."
Alex sa bene di cosa sta parlando, ormai con Stefano si sentono più volte al giorno per parlare dei progressi e delle terapie che sta facendo la donna.
Ma si finge sorpreso, lasciando che sia lei a parlarne, dandole quel senso di potere sulla propria vita, mentre fino ad oggi le è stato sempre negato questo diritto.
E finisce il primo panino, mentre Alex è già quasi alla fine del secondo.
Mangia piano lei, a piccoli morsi e gustandoli uno ad uno senza fretta.
Anche la riabilitazione del suo corpo non è stata facile.
Denutrita, disidatrata, indebolita e persino carente di vitamina D dovuta alla mancanza di assorbimento dai raggi solari, segni che è rimasta chiusa nell'oscurità per molto tempo.
La osserva grattarsi pigramente la fasciatura sul fianco, che coprono delle piccole piaghe causate dal dormire sicuramente su una superficie scomoda e sporca, per fortuna cjratw da Stefano in tempo prima che provocassero una infezione letale.
E Alex ci pensa spesso, la osserva con la consapevolezza che se non l'avessero salvata, forse a quest'ora sarebbe finita in una fossa comune, cadavere con altre cento sfortunate come lei.
Ma scuote il capo, lascia andare via questo pensiero, consapevole che lo logoreranno di notte tra incubi e insonnia, mentre ora deve pensare lei al sorriso che gli sta dedicando.
Tanto basta, tanto è importante anche se sembra poco e niente.
"Mi ha detto che è importante parlarne.
Che io sono importante."
Sussurra l'ultima frase con le guance rosse e tappandosi la bocca dando un piccolo morso al secondo panino.
Non è facile spiegare quello che ha dentro di sé, come sia rivoluzionario per lei anche solo pensare di essere importante, di essere una persona e non solo un essere vivente.
Le sue mancanze e ferite mentali sono più difficili da curare rispetto ai lividi sul corpo.
Essere nata per errore dopo cinque figli maschi, aver causato venendo al morto al morte della madre, essere solo una tappeto fermo sulla soglia della vita e essere lì solo per essere calpestata.
E guarda lui, che le sorride e la fa sentire viva, davvero viva, parte di un respiro che nasce solo per sopravvivere o per movimento fisico e incontrollato.
Lui la fa sentire "essere, esistere, pensare e importanza" ed è strano quanto tutto ciò in realtà dovrebbe essere naturale e scontato.
Mette via il panino, dando un sorso alla cocacola attraverso la canuccia, per poi concentrarsi su di lui.
La dottoressa le ha detto che è importante parlarne e allora perché non farlo con una persona importante.
Una persona che la fa sentire importante.
"Sai, sono la sesta figlia dopo cinque figli maschi.
E sarei dovuta essere la principessa di casa, ma sono nata assassina al mio primo respiro e sono cresciuta con la colpa e la coscienza di essere niente, meno di una schiava."
Alex spalanca gli occhi, sorpreso che lei finalmente dopo giorni si stia aprendo.
Ma rimane in silenzio, a fissarla senza fermarla o fare rumore.
Dandole i suoi spazi, il diritto di parlare di di sé, il dovere di sentirsi importante.
Mette via tutto, avvicinando la sedia di un passo iin più, solo uno in più, tanto osa.
E rilascia il respiro quando vede che lei non se ne rende nemmeno conto, continuando a parlare con la mente a ripercorrere i passi della sua vita.
"Mio padre mi ha sempre odiata, non l'ha mai nascosto e io pensavo di meritare ogni suo grido o schiaffo, perché la mia vita ha spento quella della donna che amava.
E lo stesso valeva per i miei fratelli che mi vedevano come se fossi un male da distruggere.
Ma pensavo che fosse giusto così, che fosse normale."
E si stringe tra le proprie braccia, confortandosi e proteggendosi dai ricordi che le sfiorano la pelle.
Nelle orecchie sente gli insulti, le urla, il silenzio di quando la chiudevano in quel piccolo sgabuzzino.
Quando era più piccola, riusciva persino a mettersi seduta in quel piccolo spazio soffocante, ma una volta compiuti i sei anni, era una vera tortura.
Doveva rimanere in piedi per ore, soffocata dalle pareti strette, il buio e la puzza di chiuso e muffa.
Preferiva di gran lunga le botte che essere rinchiusa in quello spazio.
Ma per quanto lei cercasse di essere obbediente e servile, ogni scusa era buona per chiuderla in quel buco.
"Quando avevo sei anni, mio fratello fece cadere a terra dell'olio ed io non avendolo visto ci scivolai andando a sbattere con la fronte all'angolo di una sedia.
Il mio corpo scivolando aveva spalmato l'olio su quasi tutto il pavimento e mio padre mi accuso di aver sporcato tutto per capriccio, mi tiro uno schiaffo e mi chiuse nel piccolo sgabuzzino. "
E pensare che a quei tempi gli dava ragione, pensava che sarebbe dovuta essere più attenta e non con la testa tra le nuvole come le dicevano tutti.
Era colpa sua, eppure quella punizione era terribile per quanto si illudere fosse giusta.
"Lo spazio era minuscolo, il buio mi dava un senso di claustrofobia mentre la puzza di muffa mi dava la nausea.
Sentivo gli insetti sfiorarmi i piedi scalzi e le loro piccole zampine camminare sul mio corpo.
Avevo persino paura di respirare con la bocca per paura che un insetto mi arrivasse in gola.
Rimasi li per ore, ma imparai la lezione."
Per Alex è devastante ascoltarla, non tanto per il racconto poiché ha sentito di peggio, ma per come lei ne parli come se fosse giusto.
Come se fosse normale che una bambina di sei anni viva quell'incubo come se fosse la normalità di una vita quotidiana.
È assurdo, è inumano, eppure per Gemma, nella sua mente massacrata e xorrotta sembrava così normale.
Solo ora, grazie alla riabilitazione, riesce a capire quanto male abbia subito e il colpo lo sente il doppio.
"Ricordo che una volta, avevo circa sette anni credo, ero in quello sgabuzzino in punizione, non ricordo perché, e senti il campanello della porta.
Curiosa, mi piega quanto potevo per spiare dalla serratura, senza sentire i graffi che mi stavo autoprovocando alla schiena nello strisciare contro il muro.
Vidi una donna ben vestita, guardare la cucina e mio padre con una smorfia di finta gentilezza che nascondeva la nausea per le condizioni in cui era la casa.
Chiese di me."
Era solo una bambina, ormai così piena di lividi da non distinguere più il benessere dal dolore.
Rannicchiata in quel buco soffocante a guardare meravigliata quella donna, un po per il suo aspetto elegante e aggraziato ma soprattutto perché non aveva mai visto una donna in quella casa.
Abituata a vivere tra uomini, nella sua mente la differenza tra uomo e donna si basava su una foto della mamma che aveva rubato al padre.
Quel foglietto di carta era l'unica fonte di conoscenza verso un'altra donna.
Ed ora, si trovava davanti una donna molto diversa da quella della foto.
Non aveva i capelli neri e gli occhi scuri questa donna che si presento alla sua porta e il suo sorriso finto non era paragonabile al sorriso pieno d'amore che aveva la mamma nella foto.
"Era una assistente sociale e chiese perché io non ero andata a scuola, perché non ero neppure iscritta.
Mio padre rispose semplicemente che io non c'ero più, che ero morta alla nascita insieme a sua moglie, mia madre.
Non rividi più quella donna e io mi convinsi sempre di più di non essere mai nata, di essere solo un corpo, un oggetto che camminava su questa terra."
Quello strano incontro, fu per Gemma quasi la certezza della vericita delle parole del padre.
Lei era nata morta, non era mai stata viva, non era viva.
Ma solo un qualcosa di fisico che non doveva esistere.
E forse quel giorno nell'udire quelle parole, lei morì davvero insieme al pensiero che quella donna aveva di lei.
L'unico essere vivente che si era preoccupata per lei, se n'era andata con la convinzione di dimenticarsi il nome di Gemma.
E nel suo dimenticare, la piccola bambina chiusa nello sgabuzzino è scomparsa con quel ricordo.
"Da quel giorno, credo di aver smesso di esistere.
Ho continuato a curare la casa, a essere serva di casa mia, finché non sono diventata donna e li sono diventata serva di qualcun'altro.
Crescendo con la consapevolezza di non essere si più di un oggetto, istruita all'obbedieza, al dovere e al semplice sopravvivere.
Finché non ho incontrato voi, o meglio te, uomo con gli occhi gentili."
Quanti uomini l'hanno sfiorata, quante mani hanno assaggiato il suo corpo, come se fosse una bambola di pezza.
Quanto schifo ha ingoiato, quanto ne ha trattenuto in bocca per poi vomitare nel water.
Eppure lei non ne sente i segni.
Per anni ha vissuto come una bambola di pezza che si è scucita e macchiata con il tempo.
Non ha memoria di quegli uomini, di quelle mani, dello schifo ingoiato e vomitato.
Tutto nascosto nell'incoscio che ora man mani sta uscendo fuori e lei si sta semplicemente pungendo con la punta di un aisberg che immobile si nasconde sotto la superficie.
Alex lo vede negli occhi di lei, vede la marea che la sempre protetta ora calare e mostrare cosa si nasconde negli abissi dei suoi ricordi.
Guarda i suoi occhi, spalancare e persi a cercare di ricordare qualcosa, cercare di afferrare cose ancora troppo in profondità.
E affoga, trattenendo l'ossigeno nei polmoni porgendo la mano verso quel passato che ha dimenticato o semplicemente chiuso in bolla di terra e cemento per renderli più leggeri e superficiali.
E Alex non c'è la fa più, sente che si spezzando, fissa le sue mani che tremanti si avvicinano al capo pronta a una crisi di panico.
E se da una parte c'è l'istinto dii sopravvivenza, dall'altra Alex corre nell'istinto di salvarla.
Le afferra le mani prima che arrivino tra i suoi capelli, prima che cada dentro se stessa.
E lei alza gli occhi, si lascia salvare dagli occhi gentili di questo uomo e non ci sono parole non c'è nient'altro da dire.
La stringe a se, per la seconda volta da quando la salvata, la stringe a se è lei scoppia in un pianto liberatorio quasi terapeutico.
La trascina verso il letto, si stende con lei sul suo petto, lasciando che sfoghi tutte le lacrime che non ha versato per anni, facendosi che le cuciture si sdradichino completamente e resti la sabbia e pezzi di un'anima che ha rischiato di perdersi.
Passano ore prima che lei smetta di piangere e pochi minuti per sentire il suo respiro farsi calmo.
Si è addormentata per la stanchezza, tra le braccia di Alex, nella speranza che si sia rifugiata in dolci sogni.
Alex si toglie lentamente dalla presa di lei, stendendola con cura e coprendola con una copertina rosa per poi lasciare la camera con un nodo in gola.
Fuori dalla stanza, con il capo chino e il silenzio della porta che viene chiusa, l'apatia scompare e resta...
Cosa resta?
La storia di lei che gli rivolta lo stomaco, pian piano si fonde alla storia di kim.
Due bambine rovinate fin dalla nascita, due vite che hanno vissuto all'inferno e sono rimaste bruciate.
Quante volte si è lamentato della sua vita, quando solo ora si rende conto quanto sia stato stupido e superficiale.
Perché si, la sua vita non è stata semplice, ma lui aveva i suoi amici a tendergli la mano, una famiglia a stringerlo a sé anche senza legami di sangue.
Mentre le due donne l'unica mano che poteva salvarle, la trascinate all'inferno senza pietà.
E vede Gemma chiusa in quello sgabuzzino, vede kim nelle mani di quegli uomini, vede Gemma trasformata iin una schiava, vede Kim perdere l'innocenza.
Deve violenza, schifo, inferno ed è un mix che gli rivolta lo stomaco facendolo correre in bagno.
Si inginocchia davanti al water, vomitando tutto lo schifo che hanno subito le due delle donne più importanti della sua vita, mischiando lacrime e vomito.
Lo stomaco stretto in un pugno, la gola che brucia per i succhi gastrici e gli ogni rossi e gonfi per il pianto isterico.
Una mano gli si posa sulla spalla, mentre l'altra gli massaggia la schiena aiutandolo a riprendersi.
Ed è strano alzare gli occhi e scoprire che l'aiuto gli sta arrivando da chi ha pagato sulla pelle lo schifo che lui non è riuscito a trattenere nello stomaco.
"Come si fa kim?
Come si può convivere con questa merda?
Come si supera?"
E disperato, mentre si siede poco lontano dal water con la schiena contro il muro.
Kim non ha bisogno di fare domande, vede nei suoi occhi verdi una palude di sucidume e melma e capisce che deve aver parlato con Gemma.
Per lei è stato più semplice, non ha avuto bisogno di parlare con la donna per capire cosa ha passato, chi ha vissuto all'inferno riconosce un altro dannato.
"Perché venire al mondo, se il mondo vuole solo affogarti nella merda?
Come si può salvare chi non riesce nemmeno ad afferrare la mano che vuole aiutarli?"
Sussurra forse a un qualcosa che vive sopra tutti loro, se quella entità esiste davvero.
Perché lui ora più che mai inizia a dubitare che un Dio davvero esista.
E chiude gli occhi mentre kim gli asciuga gli angoli della bocca, per poi accarezzargli la guancia.
"Non lo so Alex, non so perché succede e perché viene colpito sempre chi è indifeso e più debole.
Ma so cosa possiamo fare."
Apre lentamente gli occhi incrociando subito quelli di kim.
E per la prima volta sente quello che Sara predica fin da quando l'ha conosciuta.
Perché dietro a quelle lastre di ghiaccio, alla rabbia e alla violenza, c'è il cuore di Kim che batte potente per tutti loro.
Nonostante lei sia una vittima che andrebbe salvata, ora stringe in mano una spada per salvare chi non ha la forza di farcela da solo.
"Noi possiamo fare del nostro meglio per rendere meno merdosa questa vita.
Possiamo darle una casa, una famiglia, degli affetti.
Possiamo aiutarla a riprendere in mano una vita dignitosa e possiamo aiutarla a costruirle un futuro.
Possiamo darle un insegnante privato che la aiuti a recuperare gli anni di istruzione che le hanno negato, possiamo darle una tavola parata a festa nei giorni da festeggiare e una carezza, un abbraccio, nei giorni di pioggia.
Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo darle un futuro migliore."
E se prima Alex ha abbracciato Gemma per salvarla.
Ora è lui a essere un naufrago che Kim stringe a se.
Siamo tutti importanti, tutti abbiamo bisogno di una carezza e tutti abbiamo il diritto di donarla.
Il momento d'affetto viene distrutto dal telefono di kim che squilla e che la costringe ad andare via, lasciando a lui il calore del primo abbraccio condiviso, sperando che non sia l'unico.
Si rialza, pronto a raggiungerla, quando anche il suo telefono squilla e vedere il nome di Carter sullo schermo lo allarma, soprattutto perché jek gli ha detto quale erano i piani per il biondo.
"Alex, cazzo, devi correre subito qui.
Corri cazzo..."
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