Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Capitolo 19 dolore

(Capitolo pieno di violenza e argomenti molto pensanti.
Se volete, saltate il capitolo)

Un incidente stradale, un semaforo rosso mancato è finisce tutto.
Quante volte si vedono famiglie distrutte per un momento di distrazione credendo che mai una cosa del genere possa succedere a chi si ama.
E invece a Kim è successo, poco più di un anno, avere appena imparato a dire mamma e papà e non saper ancora dire addio.

"Sono rimasta orfana a un anno circa, consegnata dagli assistenti sociali a una casa famiglia perché non avevo più una famiglia.
Le uniche persone che avevo, le ho perse li, tra le macerie di metallo e benzina."

Crescere come un numero, una tra i tanti bambini dimenticati dalla società, affezionarsi a qualcuno solo per vederlo andare via, mano nella mano con un nuovo papà e una nuova mamma.
Guardare dalla finestra scorrere le stagioni, incontrare persone che preferiscono la bambina con i capelli biondi e gli occhi azzurri, a lei con i suoi capelli con sfumature blu e gli occhi troppo freddi.

E non importava che lei aveva il sorriso dolce e tanto bisogno di amore.
Quei genitori la guardavano e andavano via lasciando che il tempo passasse senza ricordare i loro nomi.

E quei materassi scomodi, i vestiti di quarta mano e un peluche senza un occhio da stringere la notte.
Illudendosi che il gelo nella sua stanza fosse una bella casa di campagna e che questo peluche fosse una mamma o un papà da stringere.

"Un giorno arriverà qualcuno a portarti via e vivrai per sempre felice e contenta."

Le dicevano le suore, come lo dicevano a tutti gli altri bambini.
Numeri che di illudevano che un giorno la loro vita sarebbe cambiata in meglio, conoscendo una mamma e un papà e loro amore.

"Sono rimasta in casa famiglia fino ai sei anni.
Poi una coppia mi ha adottato, il sogno di qualsiasi orfano, avere una famiglia."

Nella valigia pochi vestiti e nella mano quel peluche, l'unica cosa che si sarebbe portata con sé dalla solitudine .
Un uomo e un donna sorridenti, due mani da stringere e il cuore pieno di felicità nell'immaginare una bella casa e magari anche un cagnolino di nome fluffy come quello dei racconti letti dalle suore su vecchi libri.

Una casa modesta, eppure ai suoi occhi sembrava una reggia, il castello di una principessa ed è così che si sentiva.
E piangere nel vedere la sua cameretta, solo sua, piena di giochi e bei vestiti.
Mangiare a una piccola tavola, senza aver paura di chiedere il bis, lasciare che una mamma ti rimbocchi le coperte.

Una famiglia perfetta, ecco come l'aveva descritta l'assistente sociale che era venuta a controllare.
Una visita puntuale al mese, per sei mesi ma poi lei non è più venuta.
Non c'era più bisogno di fingere e la piccola si rese conto che la felicità è solo zucchero che ti fa sentire maggiormente l'amaro del dolore.

"Erano stati bravi a mentire, avevano ingannato tutti e non avrei mai immaginato che un sogno potesse diventare un incubo."

Il peluche stretto tra le mani, tenere gli occhi chiusi mentre sente un uomo infilarsi sotto le sue coperte.
È papà, ma cosa fa con la mano, perché la sta infilando nel suo pigiamino?

La sua voce roca nell'orecchio che le dice che è la sua bambolina, la mano che la tocca sporca e malata, il suo odore di sudore e birra impegnarsi tra i suoi capelli puliti.
Fingere di dormire, perché non può essere nient'altro che un incubo.

Sentirlo muovere una mano su se stesso allo stesso ritmo di quella che gli sta strappando l'innocenza.
Il retro del pigiamino che si sporca di un liquido appiccicoso e puzzolente.
Aprire gli occhi e tornare a respirare solo quando lo sente uscire dalla camera.

Non capire cosa sta succendendo, chiedendosi se è questo l'amore di un papa?
E questo che significa essere la bambolina di papà?

Se è si, perché alloransi sente così sporca mentre stringe a se il peluche e passa la notte piangendo senza sapere perché.

"Quella fu solo la prima notte, un assaggio per una fame malata e sadica."

Tutte le notti, spingendosi sempre più oltre un limite che non andrebbe nemmeno sfiorato.
Troppe lacrime versate in silenzio, con la paura di andare a dormire e sentire papà entrare nel suo letto.

Ma una notte è tutto diverso, non ha nemmeno il tempo di mettere il suo pigiamino con gli orsetti rosa, che il papà entra in stanza.
Ancora in canottiera e con le mutandine rosa, le dice di inginocchiarsi che questa volta faranno un gioco nuovo, mentre piano si slaccia la cintura di pelle marrone.

"Va tutto bene, è come un lecca lecca."

Le dice tirando fuori dai pantaloni un coso, lei non sa nemmeno cosa sia, ma puzza ed è di una strana consistenza.
La mano grande è forte del padre che si posa sul capo e la spinge ad avvicinarsi, a trattenere il senso di nausea che le da l'odore.

"Forza bambolina, apre la bocca."

E si insinua nella sua bocca, tenendole la testa ferma e forzando nella sua gola.
E lei stringe gli occhi che si riempiono di lacrime, volendo urlare per il dolore che le provoca, non potendolo fare.
La gola piena e il vomito che sale ma viene bloccato e torna allo stomaco, mentre il padre geme versi osceni e animale.
Fino a riempirle la bocca di un liquido disgustoso, vuole sputare, lo desidera con tutta se stessa.
Ma lui è veloce a tappargli la bocca e il naso, il liquido scende giù fino allo stomaco mischiandosi con o biscotti mangiati prima.

"Brava la mia bambolina, ora sei pronta."

Con un sorriso sulle labbra, rivestendosi in fretta se ne va, lasciandola in ginocchio a rimettere per terra la sua innocenza e il sogno diventato un incubo.

"Pensavo che il peggio fosse passato.
Che illusa, era solo l'inizio."

Passo una settimana da quella notte, tanto che la piccola pensava che fosse tutto finito.
Persino che fosse stato solo un gioco malsano nella sua mente.
Mamma e papà erano normali come i primi mesi del suo arrivo, tutto aveva riacquistato la normalità.

Tanto bastava per farla abbassare la guardia, per sorridere quando il padre, una domenica mattina, l'ha fatta salire in macchina dicendole che sarebbero al parco divertimenti.
Peccato che la macchina si ferma davanti a una villa, ammaccata dal tempo e rovinato dall'assenza di amore, che sembra tutt'altro che un parco divertimenti.

E non voleva scendere e gridava di non voler andare, guidava che voleva la mamma, che forse lei era ignara di quello che quest'uomo, che voleva essere chiamato padre, le stava facendo.
Ma cosa possono le sue piccole mani a stringere con forza la maniglia dello sportello, contro la presa ferrea di quest'uomo adulto.
Nulla possono le lacrime, le urla, pregare aiuto.
Persino un passante, lì per caso, l'ha guardata e lei ha davvero sperato di essere salvata.
Ma quel passante era sordo e cieco e dopo averla vista è sentita bene, ha continuato a camminare.
Ma chissà se ad oggi ricorda ancora quella bambina che gridava aiuto e non è stata ascoltata.

Con lo sguardo basso, ha continuato a farsi trascinare, non vedendo altro che le sue scarpe nuove scontrarsi contro il pavimento polveroso.
È stata lanciata in una stanza, una stanza buia e impolverata, con una piccola finestrella con le sbarre in alto, troppo in alto per le sue piccole braccia.
Un materasso a terra, sporco, con alcune molle ad uscire dalla stoffa, senza nient'altro vicino.

"Sono rimasta chiusa in quella stanza per ore, credo, aspettando che lui tornasse.
E ad oggi avrei preferito la solitudine."

E sera tardi, con il viso sporco di lacrime, gli occhi rossi e lo stomaco a brontolare per la fame.
Non ha la forza di chiedersi dove sia e nemmeno di guardarsi intorno
Respira appena per paura di far rumore.
Finché la porta non si apre e il respiro viene a mancare.

"Ora bambolina mia, dovrai fare la bimba grande.
Farai la bimba grande per me?"

Quello che è successo dopo, non ha forma.
Non può essere raccontato, è un insieme di sensazioni che macchiano l'anima e lasciano il segno.

Perché lei continua a pregare, mentre quelle mani grandi e sporchi di caldi le strappano i vestiti di dosso.
Lei continua a pregare mentre lui le graffia la pelle con la barba lunga e crespa, lasciandole la saliva sul collo e sul petto lei.
Prega.
Continua a pregare quel Dio che è lassù di salvarla, poi arriva il dolore.
Un dolore che non si può descrivere e le preghiere muoiono, con esse una piccola parte parte di lei.

E rimane solo la sensazione del suo odore pungente addosso, le molle del Materasso che graffiano la schiena, i suoi versi animali cancellano il ricordo di tutte le ninna nanne ascoltate.
Il dolore, il dolore che non si può descrivere, è come strapparsi in due, essere avvelenati e uccisi, tutto nello stesso momento.

"Ricordo solo che il dolore era talmente forte, che penso di essere svenuta.
E quando mi sono svegliata, ho capito che quella era la mia nuova casa.
Quella era la mia nuova vita."

Kim spegne la terza sigaretta nel posacenere per poi buttare giù l'ennesimo bicchiere di vodka.
I due uomini davanti a lei, non hanno pronunciato una parola, nemmeno un respiro, rapiti dal suo racconto come se fossero li.

Entrambi stringono i pugni, perché non avrebbero mai immaginato che un essere umano potesse subire tanto.
Potesse essere ucciso così tante volte.

"Dei tre anni dopo, ho davvero pochi ricordi.
C'era una strana routine, una quotidianità malata.
Dopo un mese di continue violenze da quell'uomo, ne arrivarono altri, ogni sera diversi.
A volte soli, a volte in gruppo."

Svegliarsi la mattina, lavarsi, mangiare un pezzo di pane nella cucina comune con altre bambine e tornare nella camera.
Ad aspettare, a prepararsi al dolore o a spegnere la mente.

Era facile, appena la porta veniva aperta lei chiudeva gli occhi e volava lontano.
Non era più in quella stanza, nelle mani di quei porci, a sentire il dolore del proprio corpo usato e gettato.
No, lei volava via in un'altra casa, con una mamma e un papà che la amavano e che la trattavano bene.
E quando la porta veniva chiusa, abbracciava il suo peluche e si addormentata aspettando un giorno nuovo che non sarebbe sarebbe stato diverso.

"Non avevo rapporti com le altre bambine, ci era vietato parlare tra di noi.
Ma ricordo che un anno dopo il mio arrivo la, arrivo un bambino che diceva di essere il mio cuginetto.
Il nipote di Stone, luomo che mi ha portato lì."

Vivere tra uomini crudeli è facile, ci fai l'abitudine.
Ma avere un briciolo di gentilezza uccide.

C'era un bambino gentile, l'unico che parlava con lei durante il pasti, che le aveva giurato di portarla via.
Era più grande di lei, forse quindici anni circa e le raccontava di quando si sarebbero sposati e che l'avrebbe portata in una bella casa, con un giardino pieno di fiori e magari anche un cagnolino bianco e nero, proprio come la piccola lo desiderava.

Quel ragazzo con una strana cicatrice sul mento, era diventato un faro di speranza per lei, forse un angelo mandato a salvarla.

"Quel ragazzo era Josh Stone, sembrava davvero la mia salvezza, ma era solo un lupo travestito d'agnello."

Alla crudeltà ci si abitua, alla illusione di essere salvata ci si aggrappa.
Al tradimento è impossibile riprendersi.

Dopo qualche mese, Stone si era rivelato un avvoltoio.
Una bestia che si ciba delle carcasse degli altri.
E dopo essere stata violentata per pre da un gruppo di uomini, lui era entrato nella sua stanza.
Aveva sorriso lei, credendo che fosse li per salvarla.
E invece, lui la guardata crudele e dopo essersi spogliato a continuato il lavoro dei suoi amici.
Cosi a continuare tutte le sere, uccidendola ogni giorno sempre si più.

"Come sei scappata?
Ti ha aiutato qualcuno?"

Chiede ingenuamente Carter, davvero troppo esueffato dalla nausea di questa storia, sperando si arrivare presto alla fine.
Perche nella testa ha solo l'immagine di lei bambina che viene abusata senza pietà e vuole solo cancellarla con l'immagine di lei che viene salvata.

Ma Kim nega con il capo, accendendosi l'ennesima sigaretta tra le labbra.

"Non sono scappata e nessuno mi ha salvato.
Sono semplicemente morta."

Un dolore leggero all'addome, un pizzichio fastidioso al seno poco pronunciato e spalancare gli occhi nel vedere le mutandine sporche di sangue.
Non sapendo cosa fare, cosa fosse quel sangue che perdeva, credeva che fosse semplicemente ferita com'è successo altre volte.
Cosi è corsa in cucina, dove c'era la mamma a preparare la cena, chiedendole un cerotto.

Ma la donna vedendo che non era una ferita, le ha detto di non dirlo nessuno, altrimenti papà l'avrebbe uccisa.
Perché l'avrebbe uccisa?
Non era colpa sua se sanguinava, non lo controllava, ma corse in camera e fece come le ha detto confusa che nessun uomo per i seguenti quattro giorni entro in camera sua.

"Quella donna deve aver avuto un lampo di umanità, nascose al marito che ero diventata donna, che avevo le mestruazioni, dicendo che avevo preso la candida e che per quattro giorni non potevo lavorare."

Appena il sangue sparì, tutto tornò alla normalità.
Tanto che non seguono più, nemmeno il.mese dopo come invece aveva detto quella donna.
E lei ne era felice, perché nella sua mente era semplice pensare che se non sanguinava il padre non l'avrebbe uccisa.
Ma si accorse che il suo corpo stava cambiando, il seno si gonfiava come anche il ventre e spesso aveva la nausea che la costringeva e restate nottate a vomitare sul water.

"Avevo undici anni ed ero incinta e nemmeno lo sapevo.
In realtà non sapevo niente del mio corpo, non sapevo che quello era il sesso, cosa era il sesso e che si poteva rimanere incinta facendo sesso.
Cosa volesse dire essere incinta.
Ma papà Stone invece non era così stupido."

Capire che era incinta, non era difficile.
E dopo aver punito con colpi di cintura la moglie per avergli mentito, decise che la bambina non era più tale e che per ciò non serviva più.

Entro nella stanza che era tarda notte, afferrandole il polso e strapparla via dal suo sonno e dal peluche rimasto su quel materasso logoro.

Chiusa nel bagagliaio, lo spazio ristretto e il respiro sempre più difficile in gola.
Cosa stava accadendo e cosa voleva fargli?
Era arrivata la sua ora e forse quelli erano gli ultimi respiri concessi da questa vita.

Il timore del motore scompare, il bagagliaio viene aperto e la vista che si annebbia per la torcia puntata sul viso.
Fa male il braccio quando viene stretto, il corpo che viene buttato a terra e una catena spessa usata sulla sua carne.

Trattiene il respiro, le grida che le muoiono in gola mentre le ossa si spezzano e il sangue le inonda la bocca.
Un sapore metallico annebbiato dal dolore dall'ennesimo colpo alla schiena.

Sta morendo, lo sente, vede una luce bianca in lontananza e una voce che le apre la porta del paradiso.
Non sente il rumore delle sirene, Stone scappare via alla guida della macchina, due angeli prendere il suo corpo ridotto a macerie.

Di addormenta con il sorriso, felice di essere morta.

"Il mio cuore si è fermato per 41 secondi, stranamente senza creare danni al mio corpo.
Avevo perso il bambino, ma non ne soffro poiché non sapevo nemmeno cosa volesse dire.
Avevo undici anni, il corpo completamente distrutto, viva mentre la mia anima era deceduta."

Cosa dire, niente, non si può dire niente.
Cosi, i due si limitano a guardarla senza che lei ricambi con lo sguardo invece sul suo bicchiere mezzo vuoto.

A raccontato la sua storia, come se fosse la storia di un altra, come se non l'avesse vissuta in prima persona.
Ed ora, se dovesse guardare i loro occhi, ci leggerebbe dolore, la certezza che quella bambina era lei.

"Quella notte, Caterina e morta.
Ed io sono nata.
Ecco perché nessuno ha mai trovato niente su di me, perché Kim dich non è mai esistita prima della morte dio caterina."

E la vendica a Caterina, o si se la vendicata.
Dopo un anno di terapie fisiche e di stronzate psicologiche, è cresciuta in strada conoscendo Martina e con lei imparando a vivere in strada, facendosi le ossa tra risse e gare.
Sfiorando i limiti, aumentando la sete di vendetta finora ingoiare l'ultima goccia di dolore quando Martina si è uccisa con una dose tagliata male.

E cresciuta tra sangue, facendo la fame e poi la fama di killer.

"Una volta diventata la donna che avete davanti, li ho uccisi uno a uno, con l'unico peccato di aver perso di vista Josh.
Con lui la mia vendetta sarà completa."

Finalmente con la morte dell'ultimo carnefice di Caterina, l'anima di quella bambina sarà libera di ogni peccato.

E finalmente alza lo sguardo sui due uomini, preparandosi a fuggire dalla loro pena.
Ma non è questa che ci legge dentro.
La loro è meraviglia, è onore nell'essere insieme alla donna che è sopravvissuta a tutto ciò.
E forza di combattere per lei ora che sanno quanto questa guerra le costa.

"Sai, ora capisco molte cose di quando stavamo insieme.
Capisco perché avevi quegli scatti e mi sento un coglione per averti sempre fatto pesare la cosa.
Ho sbagliato, avrei dovuto capirti, invece di andarmene."

Alex mentre finisce di parlare si alza, avvicinandosi a lei con il bicchiere in mano.
Kim confusa fa sbattere il bicchiere con il suo in un brindisi silenzioso ma giusto.
Poi lo osserva bere il bicchiere pieno a metà tutto d'un fiato e scuotere il capo per il bruciore che sicuramente sente in gola.

"Quello che ti hanno fatto, non è umano e nemmeno lontanamente giustificabile.
E mi rendo conto ora di quanto il mio tradimento sia stato crudele con te, non ti ho mai chiesto scusa, ma forse un giorno potrai perdonarmi."

Sbatte il bicchiere sul tavolo, non sentendo però sollievo nel fuoco che sente in gola.
Nulla questa notte gli potrà dare sollievo, continuando a immaginare Kim bambina trattata come una bestia.

L'unica cosa che gli da respiro, è sapere che quei bastaedi sono ormai cibo per vermi.
Tranne uno, che ancora la terra attende di cogliere a se.

"Per quanto riguarda Josh, te lo giuro, è un morto che cammina, solo che ancora non lo sa."

Si piega con il capo verso di lei, dandole un bacio sulla guancia, un segno istintivo che solo dopo si rende conto che può dargli fastidio.
Ma lei gli sorride, non si sottrae e Alex capisce che infondo c'è speranza anche per un povero demone finito all'inferno.

Dopodiché se ne va, salutando con un gesto della mano, con una calma solo apparente perché dentro di se anncora brucia.

Kim lo guarda un po dispiaciuta, capendo quanto sia difficile convivere con la sua storia.
Il baule che si porta dietro non è leggero e bisogna aprirlo un po alla volta, mentre lei glielo ha spalancato in faccia, spingendolo così a caderci dentro.

E Carter?
Sposta lo sguardo su di lui, trovandolo chino sul suo bicchiere.

"Direi che ora è tutto più chiaro."

Muove il bicchiere facendo ondeggiare il liquido trasparente, per poi berlo in un solo sorso.
Quando alza gli occhi su di lei, ecco che lui ci è caduto nel baule ed ora è come un naufrago che cerca un appiglio a cui aggrapparsi per salvarsi.

Kim si alza e si avvicina a lui lentamente, preoccupata per quale può essere la sua reazione.
Rabbia, disgusto, odio per il suo corpo usato troppe volte.
E quando è abbastanza vicino a lui, le prende la mano sorprendendola tanto da farla tremare, lasciando che lui pensi che tremi per il contatto non voluto con lui.

"Non ho pena per te, so che mi odiresti.
Ho solo paura di sfiorarti per poi essere parte del dolore che hai provato."

Non è disgustato, non la odia, anzi continua a volerla anche se ha paura che il suo tocco possa essere paragonato a quello di quegli uomini.

E Kim, con il cuore in gola, può solo dargli tutte le risposte in solo modo.
Baciandolo.

Perché lui non sarà mai dolore, il suo tocco non è nemmeno paragonabile a quello di un mostro.
Il passato è una ferita profonda, ma una sua carezza saprà sempre curarla...

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro