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Capitolo 14

Capitolo 14

«Jam, dove hai messo il dentifricio?».

La testa di Sirius sbucò da dietro la porta bianca; lo spazzolino azzurro pendeva dalle labbra e faceva contrasto con le guance arrossate per la doccia. Alle sue spalle, una nuvola spropositata di vapore invase la piccola stanza, accompagnata dal profumo pungente di bagnoschiuma al pino.

«Dimmi che quello non è il mio spazzolino» fece l'amico con tono piatto.

«E di chi, scusa? Dell'infermiera?».

«Ma perché non hai preso il tuo?! Il tuo baule è lì» e James indicò il pavimento vicino al proprio letto, sul quale il baule di Sirius era stato praticamente sventrato nella smaniosa ricerca dei "boxer del lunedì".

«Perché il tuo era già nel bagno» rispose l'altro con naturalezza, «Come se, in tutti gli anni a Hogwarts, tu non sia lavato i denti col mio spazzolino».

«Ma... infatti non è mai successo! È una cosa antigienica».

Sirius, che nel frattempo era sparito nuovamente nel bagno, si affacciò con espressione stralunata: «Anti-che? Da quando frequenti la Evans stai pericolosamente diventando come lei».

Le guance di James avvamparono: «Non frequento la Evans» bofonchiò.

«Sì, e Remus con la luna piena si trasforma nel coniglio di Pasqua».

«Sirius!» la voce strozzata del giovane Lupin precedette il ragazzo che, in uno scatto formidabile, era balzato nella piccola stanza e aveva chiuso la porta con forza. «Ma ti sembrano cose da dire in un posto come questo??».

«Come se al San Mungo non avessero mai sentito parlare di... Lupi Mannari», Sirius articolò le ultime due parole.

«Lo sai che abbiamo dato un nome in codice a quella cosa» ribatté James, « È il PPP di Remus».

«Se dovessi mai diventare un Lupo Mannaro, per favore non usate mai quel tremendo acronimo o potrei davvero pensare di mordervi».

«Ah ah ah, simpatico davvero. Non so come io abbia fatto a trattenermi dal trasformarvi in questi lunghi anni».

«E adesso cosa c'entro io?» fece James, cercando distrattamente qualcosa nel proprio baule. «Io ti ho sempre difeso, ho inventato il nomignolo e ho anche protetto la tua immacolata coscienza quando hai cercato di utilizzare il collo di Piton come stuzzicadenti, al quinto anno».

«A pensarci adesso» gorgogliò Sirius con la bocca piena di dentifricio, «se lo avessi fatto, ci saremmo risparmiati qualcherogna». 

«Intendi, metà della guerra?».

«Intendo, due anni di scuola infernali e... sì, anche un po' della guerra».

Remus sospirò: «Menomale che in giro non c'è nessuno; lo sapete che sono argomenti top secret. Comunque, volete sbrigarvi o no? Tra dieci minuti Alastor e i gemelli saranno qui e tu, James, sei ancora in pigiama e Sirius... non so nemmeno come spiegare la condizione in cui ti trovi».

«Se solamente Felpato uscisse dal bagno».

«Se solamente Ramoso mi avesse detto dove trovare il dentifricio».

I due risposero all'unisono e Remus alzò gli occhi al cielo. Con un colpo di bacchetta, i vestiti rimasti nella stanza cominciarono a fluttuare verso i bauli dei due malandrini; una volta sopra, con guizzo si ripiegavano elegantemente su sé stessi e si depositavano ordinatamente. In pochi secondi, tutta la stanza fu come nuova.

«Hai messo a posto anche i miei occhiali!» sbottò James, cieco come una talpa, tastando qua e là il letto.

«Oh, scusami» e glieli mise in mano, «Sirius, sei pronto?».

«Sì, sto uscendo! Solo un secondo... ecco, Molly ha detto che è così... dovrei esserci...».

Dal bagno provenne uno zac deciso.

«Ecco! Oh... oh!» e poi, silenzio.

Remus e James si scambiarono uno sguardo perplesso. «Tutto bene?» chiesero, titubanti.

Sentirono l'acqua del rubinetto scorrere, un sonoro splash seguito da movimenti rapidi e agitati, come quelli di un cane che si scrolla l'acqua di dosso. L'acqua venne richiusa e poi un respiro profondo.

«Sirius...».

Il malandrino comparve dal bagno e i due amici divennero di ghiaccio.

«Sir...» esalò James, paralizzato al posto. Non era neppure riuscito a finire la parola tanto la lingua si rifiutava di funzionare. Remus, d'altro canto, ancor più scioccato di lui, continuava a sbattere le palpebre, come se si aspettasse, da un momento all'altro, che Sirius scoppiasse in una sonora risata e rivelasse lo scherzo. Cosa che non avvenne.

L'amico rimase a osservarli, dapprima con un sorriso smagliante in volto che, via via, si fece sempre più rigido fino a scomparire, risucchiato da un'espressione inorridita. «Che cosa c'è?! Ho fatto qualche casino?» e corse nuovamente in bagno. Uscì, confuso: «Perché quelle facce? Mi sembra tutto a posto».

«Sirius... tu ti sei appena tagliato i capelli...?» sussurrò James con un filo di voce.

«Ho bisogno di aria» commentò Remus e marciò verso la finestra. Del venticello fresco accarezzò dolcemente i tre malandrini, ma parve che nessuno di loro se ne fosse minimamente accorto.
James e Remus erano troppo intenti a guardare il terzo malandrino, fermo davanti alla porta del bagno, con una mano ancora stretta alla maniglia. Era senza maglietta, con la collanina di metallo nero poggiata delicatamente all'altezza dello sterno, alla quale era appeso un piccolo ciondolo circolare. Il collo, da sempre nascosto dalle lunghe ciocche nere d'ebano, ora lasciava intravedere una fitta rete di vene scure, a contrasto con la pelle d'avorio, e il profilo aguzzo della mandibola creava un affascinante gioco di ombre ai lati del volto. La fluente chioma del Black, amata e coccolata per tutti gli anni a Hogwarts, suo massimo punto di vanità, era svanita e aveva lasciato il posto a un taglio decisamente più corto, preciso ed elegante. Ciocche di capelli più lunghi ancora cadevano sugli occhi del ragazzo, ma non gli incorniciavano più i lineamenti principeschi; ai lati, erano più corte, ordinate. Nonostante il taglio, ancora conservavano traccia delle onde morbide di un tempo.

«C'era bisogno di un cambiamento» spiegò Felpato, «e poiché sono l'unico estremamente bello e affascinante sia coi capelli lunghi che coi capelli corti, ho pensato di dovermi sacrificare».

Ramoso gli lanciò una camicia, ma Sirius scosse il capo: «Non ho intenzione di mettere camicie anche in Accademia. Sono uscito traumatizzato da Hogwarts».

«È la divisa» spiegò pazientemente Remus, «obbligatoria» ci tenne a precisare.

«Che barba» bofonchiò l'amico e si infilò riluttante il capo, «Sembro uno di quei babbani che vendono i gelati».

«Non è vero, ti sta molto bene» sorrise l'amico, «La cravatta...».

«Eh no, la cravatta non la metto!».

«Non fare i capricci».

«Non la voglio».

«Mettiti la cravatta e andiamo!».

Dopo qualche minuto, i tre (con le cravatte) uscirono dalla stanza di San Mungo e si incamminarono per i corridoi.

«A proposito, dov'è Peter?» chiese James.

«Ci raggiungerà insieme agli altri all'Accademia. Sta avendo qualche problema a casa, sua nonna non è stata bene ultimamente, quindi passa molto tempo in famiglia» spiegò Remus.

«Non lo sapevo» commentò il malandrino, «Avrei potuto scrivergli una lettera».

«Tempo sprecato» disse Sirius, «ho provato a scrivergli, ma non ha mai risposto. L'unica volta che l'ho visto quasi non l'ho riconosciuto: è dimagrito tantissimo, sembra che non dorma da settimane. Penso che questa volta sua nonna stia davvero tirando le cuoia» e ricevette una gomitata da Lupin.

«Ti sembrano cose da dire?».

«Dai, Remus, lo sai anche tu che quella donna è pazza. L'ultima volta ha organizzato il funerale – ancora in vita – e ha riunito pure i parenti dell'America solo per un po' di tosse».

«Potter, Lupin, Black!».

Una voce graffiante echeggiò nel corridoio; Alastor Moody, seguito da Fabian e Gideon Prewett, procedeva velocemente nella loro direzione e, a ogni passo, pareva dar l'impressione di poter franare di peso sulla gamba sinistra se non fosse stato per un bastone di legno con cui compensava.

«Moody!» salutò Sirius facendosi incontro, «Che ti sei fatto alla gamba?».

«Un graffio» grugnì l'Auror.

«Sì, un graffio così superficiale che per sbaglio gli ha rotto l'osso» commentò Fabian. «Molly ha rinunciato a cercare di guarirlo».

I tre malandrini lo guardarono, confusi: «Perché?».

«Non abbiamo tempo per queste stupidaggini. Andiamo!».

Dietro le spalle del vecchio Auror e attento a non farsi sentire, Gideon sussurrò: «Fobia della convalescenza».

James, Remus e Sirius ridacchiarono.

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«E quindi questa scuola...».

«Accademia».

«Sì, scusa. Questa Accademia è come Hogwarts, ma per studenti più grandi?».

«Una sorta di università?».

Lily abbozzò un sorrisetto: «Sì, una sorta di università. Riceverò la formazione per diventare Auror» spiegò ai propri genitori, seduti compostamente sul divano del soggiorno.

«Gli Auror sarebbero come i poliziotti, no?» commentò Quentin con le sopracciglia aggrottate.

«Sì, esatto. Sono membri del Ministero della Magia che combattono le Arti Oscure e i loro sostenitori, in questo caso, i Mangiamorte».

«Ed è pericoloso?» chiese Helen.

Lily si morse il labbro inferiore, non sapendo bene come continuare il discorso. Aveva raccontato ai suoi genitori ciò che era successo, ma aveva evitato di scendere in particolari sia per non spaventarli, ma anche perché ricordare ciò che era successo, il rapimento di Emmeline e James, la morte di Marlene, il tradimento di Severus... la faceva stare ancora troppo male.
«Sono tempi abbastanza difficili, nel mondo dei Maghi. Lord Voldemort è più forte che mai e non ci si può più fidare di nessuno, se non dei propri amici. Tuttavia» aggiunse, cogliendo lo sguardo preoccupato della madre, «l'Accademia degli Auror è un luogo sicuro quanto Hogwarts e finché saremo al suo interno nulla potrà farci del male».

Vero fino a un certo punto, ma non c'era bisogno di specificarlo. Tutto ciò che aveva detto era la realtà: l'Accademia era inespugnabile e zeppa di Auror dall'esperienza decennale. Neppure un mago potente come Voldemort avrebbe azzardato un attacco alla scuola; d'altra parte – e ciò che aveva taciuto ai genitori – l'esperienza sul campo, obbligatoria per tutti i due anni di Accademia, era una parte fondamentale del processo di formazione dei nuovi Auror.

«Sarai coi tuoi amici, vero?» le domandò Helen Evans.

«Sì, si sono tutti iscritti all'Accademia, come me».

«Anche quei due ragazzi che abbiamo ospitato per Natale, Potter e Black?» grugnì Quentin.

Lily sentì le guance arrossire e si spostò una ciocca di capelli dietro l'orecchio: «Sì, anche loro due».

«Bene» disse il padre, per la sorpresa delle due donne. Notando le occhiate perplesse, si appiattì ancor di più sul divano e cercò di esibire l'espressione più neutra del repertorio: «In fondo, sono due... bravi ragazzi» bofonchiò.

Suonò il campanello.

Lily si alzò di scatto e rivolse un sorrisetto sornione al padre: «Perché non glielo dici direttamente tu?».

Si incamminò verso la porta e, istintivamente, cercò di lisciarsi i capelli rossi come il fuoco. Nel momento in cui si rese conto del gesto, abbassò la mano e sospirò. Perché l'idea che James fosse dall'altro lato della porta la agitava così tanto?

Non essere ridicola, Lily. Stai per entrare nell'Accademia degli Auror; non puoi comportarti come una ragazzina di tredici anni, si redarguì nella mente.

Abbassò la maniglia e inspirò profondamente, poi aprì.

Il volto gentile e sereno di Remus fu la prima cosa che vide; l'amico le rivolse un sorriso dolce e si sporse per darle un abbraccio veloce, ma affettuoso. «Come stai?» le domandò.

«Bene, stavo avendo quella conversazione con i miei» e alzò gli occhi al cielo.

«Quella conversazione, eh?» s'intromise Sirius, schiacciando Remus contro lo stipite e piazzandosi davanti all'amica, «Ci dovete dire qualcosa, tu e James?» domandò sibillino.

In contemporanea, le guance di Lily e Remus divennero viola, l'una per l'imbarazzo e l'altro per la vergogna. Lo acciuffò per un orecchio e lo spinse in casa mentre si prodigava in una lunghissima lista di rimproveri sulle pessime maniere del ragazzo.

Dopo averli osservati scomparire dietro la porta del salotto con un sorriso esasperato, Lily si voltò a osservare l'ultimo dei malandrini, ancora in silenzio davanti all'uscio.
James era in silenzio, con le mani tuffate nelle tasche dei pantaloni e una strana espressione sul volto, un misto di stanchezza, felicità e rimorso. D'altra parte, neppure la giovane riusciva a dare un nome all'accozzaglia di emozioni che le stavano danzando nello stomaco e avrebbe di gran lunga preferito essere in salotto ad assistere al benvenuto di suo padre con Sirius che lì, di fronte al ragazzo.

«Ciao, James» lo salutò, riscuotendosi dai propri pensieri, «Ti vedo bene».

Il malandrino stiracchiò un sorriso e si passò la mano sinistra tra i capelli; nel farlo, scoprì l'avambraccio e una lunga cicatrice contorta, bianca come l'avorio, brillò alla luce del sole di settembre.

Lily fece finta di non aver visto nulla, ma entrambi sapevano che non era così. Rimasero un attimo ancora in silenzio, tra l'imbarazzo e l'agitazione di non sapere cosa fare; poi, la Caposcuola parve ricordarsi delle buone maniere e si scostò, lasciandolo passare.

Quando James le camminò di fianco, l'onda del suo profumo la colpì in pieno petto e le strinse il cuore. Si rese conto che avrebbe voluto abbracciarlo, o che avrebbe voluto essere abbracciata, ma qualcosa la trattenne, ossia tutte le lettere che gli aveva mandato durante il ricovero e la convalescenza; lettere alle quali non era mai stata recapitata alcuna risposta.
Fece un cenno d'invito ai due gemelli Prewett e a Moody, all'inizio della strada, ma i tre declinarono l'offerta. Quindi, la Caposcuola si affrettò a rientrare e sospirò.

Nel salotto, la madre aveva fatto accomodare i tre malandrini e stava offrendo loro del the con una torta fatta in casa. Sirius si era comodamente seduto sulla poltrona padronale e pareva del tutto ignaro delle occhiatacce che Quentin Evans gli stava riservando per quell'appropriazione indebita; d'altra parte, Remus e James si erano accomodati al tavolo e avevano cominciato una conversazione con la madre di Lily.

Dopo qualche minuto, Remus andò a prendere i bagagli dell'amica mentre lei salutava i genitori. Assicurò che sarebbe tornata per Natale, o al massimo per l'ultimo dell'anno e poi si avvicinò alla camera di Petunia dalla quale la sorella non era uscita neppure un secondo. Sia i genitori che i tre malandrini si allontanarono quando sentirono il click della serratura e lasciarono che le due sorelle Evans potessero parlare.

Mentre stavano per uscire, Quentin fece un cenno verso James e il ragazzo, perplesso e lievemente agghiacciato, seguì l'uomo nella cucina.
Una volta dentro, il padre di Lily lo squadrò a braccia conserte: «Tu sei stato l'incubo di mia figlia» cominciò e il malandrino seppe che la conversazione non avrebbe preso una bella piega, «Mi ricordo ogni lettera, ogni parola spesa su di te, signor Potter. Eppure, l'anno scorso eri qui, e ci sei tutt'ora; ciò significa che mia figlia ha visto qualcosa in te che prima non c'era. Non so che cosa sia successo, ma anche Lily è cambiata e questo mi spaventa come mai nella mia vita. Non voglio svegliarmi una mattina e scoprire che ho perso una figlia in guerra, non potrei sopravvivere a una notizia del genere. Non permettere che succeda, James. Prenditi cura di lei, difendila, tienila al sicuro. La guerra è terribile e non lascia né vinti, né vincitori. Promettimi che la proteggerai».

Il malandrino si rispecchiò negli occhi di un uomo che, lentamente, si stava consumando nella preoccupazione. Poteva capirlo: Quentin Evans si era reso conto di essere completamente impotente e ininfluente in ciò che stava accadendo alla figlia minore. Non era stato capace di difenderla dal dolore di aver perso un'amica, né dalla paura di essere stata reclutata per una guerra che non aveva desiderato. L'aveva osservata caricarsi sulle spalle un peso troppo grande per una ragazza di appena diciotto anni, ancora così giovane, col diritto di vivere in un mondo pacifico, di vivere una vita spensierata e normale.
Anche James provava le stesse cose: avrebbe voluto fare da scudo a Lily, non lasciare che lo sporco della realtà la sfiorasse, e che neppure un granello di dolore potesse mai intaccarle l'anima. Invece, l'aveva guardata sgretolarsi lentamente, avvelenata dalla disperazione e dalla sofferenza. E lui non era stata in grado di fare altro che arrecarle altro dolore, anche quando tutto sembrava star migliorando.

«Signor Evans...» cominciò James, abbassando lo sguardo, «vorrei davvero poter fare ciò che lei mi sta chiedendo, ma non sono capace. Non sono riuscito a proteggerla da nulla...».

«James, non è allontanandoti da lei che riuscirai a salvarla. Ho capito che tieni a lei in maniera...più profonda. Mia figlia è testarda, pensa di non aver bisogno di nessuno, ma non è così. Ha bisogno di una persona che si prenda cura di lei, che si faccia custode della sua anima, disposto a dare qualsiasi cosa per renderla felice. E credo che tu sia quella persona, James Potter...».

James non disse nulla perché centinaia di pensieri cominciarono a bombardargli la mente; lui amava Lily e avrebbe fatto ogni cosa in suo potere per renderla felice, per continuare a veder splendere il suo meraviglioso sorriso. Era un amore che andava al di là di qualsiasi comprensione umana, tanto che le parole del signor Evans risuonavano così banali in confronto a ciò che, ogni giorno, infiammava il cuore del ragazzo.
Solo, aveva paura. Temeva che non sarebbe stato all'altezza. Fino a qualche mese prima, aveva sempre pensato che l'unica persona in grado di rendere felice Lily Evans sarebbe stato lui; eppure, la prigionia aveva risvegliato in lui demoni che non sapeva di possedere, paure, ansie, terrori che lo tenevano sveglio la notte. Aveva conosciuto il lato più oscuro della sua anima, la sua maledizione. E se quella persona avesse preso il sopravvento, in un momento di debolezza? Se le avesse arrecato altro male?

Dei passi echeggiarono nel corridoio accanto a loro e Lily comparve nel loro campo visivo. Aveva le guance arrossate, gli occhi lucidi e un'espressione dura, ma allo stesso tempo determinata. Era bella, incredibilmente bella, e allo stesso tempo, così fragile.

La ragazza aggrottò le sopracciglia e avanzò nella loro direzione.

«Promettilo» disse Quentin a bassa voce.

E James seppe di non aver mai avuto alcuna alternativa. Dal momento in cui era nato, tutte le decisioni, gli ostacoli, le vittorie e le sconfitte lo avevano portato in quel salotto, in quel momento, davanti al padre dell'unica donna che avrebbe mai amato.

«Lo prometto» disse, ma dentro di sé percepì il gusto amaro delle proprie parole.

*

«Come arriveremo all'Accademia?» domandò Remus una volta che ebbero raggiunto gli altri.

«Io ho una domanda migliore: dov'è l'Accademia?» fece eco Sirius.

Alastor grugnì qualcosa e fece cenno di sbrigarsi: «Non abbiamo tempo per le spiegazioni. Tra qualche minuto» ed estrasse una pipa malconcia da una cassetta delle lettere in disuso, «la Passaporta verrà attivata».

«Passaporta?» gemette Lily. L'ultima volta che avevano adoperato quel mezzo di spostamento aveva rischiato di vomitare in faccia a Sirius – il quale, intelligentemente, si premurò di allontanarsi dalla Caposcuola –.

«Bene, direi che sia meglio spedire i bauli» propose Fabian e puntò la bacchetta sui bagagli dei ragazzi; in un battito di ciglia, erano scomparsi senza emettere un singolo rumore. «Ora vi devo lasciare» aggiunse poi dando un'occhiata rapida all'orologio da polso. Un istante dopo, si era Smaterializzato.

«Quindi» cominciò Remus dopo la scomparsa del primo gemello Prewett, «la sede dell'Accademia viene spostata di settimana in settimana?».

«Esattamente» annuì Gideon. «Fino a qualche anno fa non era necessario, ma il moltiplicarsi degli attacchi da parte dei Mangiamorte ha richiesto alcune precauzioni».

«Mi avevano detto che l'Accademia era sicura quasi quanto Hogwarts» commentò Lily. Senza rendersene conto, si era spostata lievemente verso James; il ragazzo, notando il movimento, fece un passo indietro.

Il sopracciglio di Remus ebbe un guizzo, ma non disse nulla.

«Appunto, quasi» Gideon stiracchiò un sorrisetto mesto, «Hogwarts ha qualcosa che l'Accademia non ha».

«Silente» risposero in coro i ragazzi.

«L'Accademia» s'inserì bruscamente Alastor, «è un luogo sicuro, protetto da incantesimi estremamente complessi ed efficaci. La provvisorietà della sede dipende esclusivamente da ragioni logistiche. Ora piantatela di parlare e mettete una mano sulla pipa». L'Auror stava porgendo l'oggetto in modo tale che potessero aggrapparvici, ma era chiaro come il sole che fosse troppo piccolo per tutti e sei.

Lily tese la mano verso Remus, ma all'ultimo, in un moto di stizza, decise di cambiare direzione e fece scivolare le proprie dita fredde intorno al polso di James. Questi ebbe un sobbalzo, colto di sorpresa, e abbassò gli occhi dorati sul volto della Grifondoro: nelle sue iridi lampeggiò un'ombra, ma fu veloce a nasconderla dietro un rapido battito di palpebre.

«Tieniti stretta» le disse solamente.

Poi, la sensazione sgradevole di essere risucchiata dal proprio ombelico cancellò qualsiasi pensiero dalla mente della ragazza e, un istante dopo, sentì il terreno allontanarsi dai piedi.

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Emmeline camminava sul marciapiede gremito di gente. Si stava dirigendo verso una Passaporta che le avrebbe consentito di raggiungere l'Accademia degli Auror alla quale era stata ammessa tre mesi prima, ma aveva potuto leggere la lettera solo poche settimane prima, grazie alla missione di salvataggio sua e di James che era costata la vita a Mary McDonald.

Indossava degli occhiali da sole, un cappello ampio e un vestito azzurro ghiaccio, fresco, che si muoveva delicato a ogni movimento. I capelli lisci erano sciolti e le svolazzavano intorno al volto pallido e magro. Pochi giorni dopo essere tornata a casa, aveva afferrato un paio di forbici babbane e aveva reciso di netto a lunga chioma, osservando le ciocche cadere ai propri piedi, recise come fiori di campo, e posarsi sul suolo senza fare rumore. Un po' come me, aveva pensato. Anche lei era stata spezzata dentro e si era trovata gettata a terra esattamente come i suoi capelli, in quel momento. Per questo motivo, aveva sentito come necessario quel gesto; dal Malfoy Manor era uscita una Emmeline nuova, più forte, ferita così in profondità che temeva non sarebbe più riuscita a guarire, ma capace di attingere a quel dolore e farne potere. Era rimasta a fissare il proprio doppio allo specchio, una ragazza arrabbiata col mondo per la sua ingiustizia e con se stessa per la propria debolezza; le restituiva lo sguardo una donna determinata, a tratti spietata, forgiata per vivere nella guerra.

Distrattamente, si rigirava l'anello nero sull'indice. E la mente fece un salto indietro.

Due settimane prima

Stava dormendo. O forse era troppo buio per riuscire a vedere.

Era in un letto. O forse era il pavimento gelido.

Sentiva le lenzuola sfiorarle le cosce. O forse erano i brandelli dei propri vestiti.

Respirava aria di campi. O forse era l'ennesima illusione.

Si tirò a sedere di scatto e tastò l'ambiente intorno a sé. Aveva bisogno della sua bacchetta... ma ce l'aveva? Dove si trovava? Il materasso morbido che ora sfiorava sotto le dita era quello di Regulus?

«Regulus...» sussurrò all'ombra, ma nessuno rispose.

Improvvisamente, una luce si accese a qualche metro da lei ed Emmeline urlò, provando a scalciare.

«Emmeline!» esclamò una voce femminile, controllata ma rassicurante, «Stai tranquilla. Sei al sicuro. Sono Dorcas Meadowes» e, di colpo, l'Auror entrò nel fascio di luce e le restituì un'occhiata attenta.

La Grifondoro, cercando di placare i battiti frenetici del petto, annuì e si passò una mano sul volto per asciugare il sudore freddo. «Dorcas...» disse con voce strozzata, «Io mi... mi hai spaventata».

«Scusami, non dovevo piombare nella tua stanza senza avvertirti» si scusò l'altra, ma Emmeline non percepì nessun rimorso nella sua voce. Socchiuse gli occhi, guardinga.

«Che cosa c'è?»

«Ho bisogno che tu venga con me» le spiegò, «Da sola» aggiunse, poi.

Emmeline inspirò: «Perché?».

Dorcas le porse dei vestiti e si allontanò di qualche metro per permetterle di cambiarsi, ma la ragazza non si mosse. «Emmeline, per favore, è importante».

«Non se prima non mi dici che cosa sta succedendo. Perché mi vieni a svegliare in piena notte? Cosa vuoi da me, Dorcas?».

«So che non ti fidi di me, ma è di vitale importanza che tu adesso mi segua senza fare domande. Non è prudente che qualcuno conosca la nostra meta. Non voglio farti del male, Emmeline, ma è necessario che tu venga insieme a me. Per la sicurezza dei tuoi amici».

Le ultime parole colsero l'attenzione della Vance. Con sguardo sospetto, accettò i vestiti che l'altra le stava porgendo e si vestì in fretta. Afferrò la bacchetta sul comodino e fece per raggiungere la porta, ma Dorcas le tese un fagotto nero.

«Mantello» spiegò, «Calati bene il cappuccio in testa e nascondi i capelli. La tua chioma bionda è diventata terribilmente riconoscibile negli ultimi tempi».

Fece come le era stato indicato, poi uscirono dalla Tana e si addentrarono per i campi. Man mano che procedevano, il cuore di Emmeline si faceva sempre più pesante. Non capiva dove stessero andando e perché fosse tassativo che rimanesse tutto un segreto. Molly e Arthur avevano messo a disposizione la loro casa come Casa Sicura e lei usciva come un ladro, nottetempo, per seguire una donna per la quale non provava un briciolo di fiducia. Inoltre, stava cominciando a risentire delle ripetute notti insonni: sentiva la testa pesante, il pensiero difficile da articolare, e il mantello soffice e caldo non aiutava a tenerla sveglia, soprattutto quel tenue profumo che emanava...

«Aspetta» disse. Allungò una mano e strinse il polso dell'altra, «Dimmi che sta succedendo. Dove stiamo andando?».

L'Auror la squadrò freddamente, poi strattonò la mano e mosse un passo indietro: «Lo scoprirai presto» mormorò. Guardò la ragazza cedere sulle ginocchia e appoggiare entrambe le mani sul suolo umido e dissestato.

«Che... che sta... succedendo?» biascicò. Sentiva caldo, un caldo anomalo che si irradiava in ogni fibra del suo corpo. Le ronzavano le orecchie e più passavano i secondi, più il mondo intorno a lei si andava sbiadendo. Come ovattata, udì una voce maschile ringhiare qualcosa contro Dorcas, ma era troppo confusa per ricondurla a un volto. Prima che potesse scivolare a terra, due braccia la strinsero e la sollevarono da terra.
Emmeline batté le palpebre qualche volta e le parve di intravedere, tra la nebbia che le aveva invaso la visuale, due profondi occhi neri come la notte.

*

«Dovevi per forza drogarla?!».

«Non avrebbe mai accettato di venire di sua spontanea volontà».

Dorcas procedeva a passo spedito in un vicolo deserto. Dietro di lei, sorreggendo Emmeline, la seguiva Regulus Black, avvolto in un mantello scuro. Di tanto in tanto, il giovane lanciava sguardi veloci sul volto della Grifondoro, ma questa sembrava ancora del tutto priva di conoscenza.
Percepiva il suo profumo dolce, il calore della pelle attraverso i vestiti. Sentiva il suo respiro lieve e, a ogni passo, vedeva tremare le palpebre chiare tracciate dalle vene.

Giunsero davanti a una casa fatiscente, completamente in rovina. Il cancelletto arrugginito cigolò in maniera sinistra quando Dorcas lo mosse e, nel silenzio della notte, il frusciare delle prime foglie cadute sembrava come amplificato.

Regulus gettò un'occhiata alle proprie spalle, ma per strada non vi era nessuno.

L'Auror aprì la porta completamente marcia e gli fece cenno di entrare. Una volta dentro, la sigillò con alcuni incantesimi e, finalmente, accese la luce.
Quella che da fuori aveva dato l'impressione di una catapecchia, all'interno si rivelava essere una dignitosa dimora inglese, perfettamente arredata e, in quel momento, illuminata a giorno. Nel camino, qualche passo più avanti, scoppiettava un fuoco allegro e dalla cucina – ancora chiusa – proveniva il rumore delle stoviglie.

«Non dirmi che hai invitato anche quell'idiota di Prewett» grugnì Regulus. Posò delicatamente Emmeline sul divano e si sfilò il mantello dalle spalle.

«Ti ho sentito, e sono ancor meno felice di te nell'averti qui quasi tutti i giorni per cena» ribatté Fabian entrando in salotto. Si avvicinò a Dorcas e le prese il soprabito, lanciandole uno sguardo breve, ma intenso.

«Avete bisogno di un po' di privacy?» li prese in giro.

L'uomo arrossì e fece una smorfia: «Ti ho già detto che non mi piaci?».

«Almeno dieci volte. Tuo fratello è pesante quanto te? Non era meglio coinvolgere Prewett numero 2?».

Dorcas sbuffò: «Non cominciate, anche oggi».

«Perché l'abbiamo invitato? Non è affar suo quello che succederà adesso».

«Fabian» e la ragazza gli rivolse uno sguardo eloquente prima di voltarsi nella direzione di Regulus, «Hai dieci minuti». Poi, prendendo la mano del Prewett, lasciò la stanza.

Il giovane Black sospirò e guardò il corpo ancora inerme di Emmeline Vance.

Come al Malfoy Manor, pensò. Durante i mesi di prigionia, era stato sul compito quello di recuperare la ragazza dopo lunghissime ore di tortura e guarirla, nella propria stanza. L'aveva osservata addormentata così a lungo che avrebbe potuto disegnarla a occhi chiusi: ogni suo dettaglio, ogni sua imperfezione. Sentiva il suo respiro tranquillo; avrebbe preferito non svegliarla, portarla lontana da tutto e proteggerla dal mondo... ma non poteva. Aveva le mani legate e ormai la situazione era diventata troppo critica. Ogni minuto che passava, era un minuto in più verso la sua morte. Sapeva che lo avrebbero scoperto; già sospettavano di qualcuno all'interno del Malfoy Manor, soprattutto dopo la perdita dei due ostaggi. Stava arrivando inesorabilmente il suo turno e Regulus non poteva far altro che attendere. L'unico modo per tentare di scardinare i piani di Voldemort era salvare Emmeline e non rivederla mai più. Era giunto quel momento.

Le si avvicinò e si chinò all'altezza del suo volto. Passò delicatamente un dito sulla sua guancia tiepida e le scostò una ciocca sbarazzina dal volto. Poi, posandole la bacchetta sul petto, sussurrò: «Innerva» e attese.

Dapprima, vide le palpebre tremare, poi socchiudersi, finché la ragazza non riprese conoscenza e si mise a sedere con uno scatto. Sfilò la bacchetta dalla tasca e gliela puntò in volto, con una luce aggressiva che brillava nelle iridi chiare. Com'era iniziata, l'ira svanì quando riconobbe Regulus Black.

«Regulus?» mormorò.

Il giovane rimase in silenzio.

La Grifondoro aggrottò le sopracciglia e sbatté più volte gli occhi per impedire alle lacrime di rigarle il volto: «Che... che ci fai qui? Dove siamo?» chiese, guardandosi intorno.  

«Non devi preoccuparti, sei al sicuro» le disse calmo. Posò la bacchetta per terra e alzò le mani in segno di resa. «Non voglio farti del male».

Un angolo della bocca della ragazza guizzò: «Lo so» commentò, «Non capisco che cosa tu ci faccia con Dorcas».

Il giovane Black sospirò. Sembrò sul punto di voler spiegare, ma l'orologio sulla parete di fronte colse la sua attenzione. «Non abbiamo tempo» e nella sua voce emerse una vena di dolore, «Dorcas ti ha raccontato la verità. Sei qui per aiutare i tuoi amici e tra poco dovrai mantenere una promessa che Lily Evans e Sirius hanno stretto con Faith Chasm».

«Faith?».

«Hanno scelto di sacrificare la vita di due persone per la tua e quella di Potter; Mary e Dorea Potter non sono morte invano... era tutto parte di un piano più grande. Ma adesso, tu e i tuoi amici dovete sigillare per sempre il patto e mantenere la parola data».

«Io? Ma io...». Emmeline era profondamente confusa.

«Due piani più in basso è incatenato Ambros Chasm nella sua forma di Obscuriale. Sta implodendo e quando succederà, la potenza distruttiva della sua magia verrà rilasciata con la potenza di una bomba e finirà per creare una sorta di buco nero d'oscurità che risucchierà ogni cosa. Tu sei l'ago della bilancia per Ambros Chasm; ha bisogno di te per riassorbire l'energia oscura e ripristinare la sua forma umana. Senza di te, è possibile che gran parte di Londra venga rasa al suolo».

La Grifondoro lo osservava con gli occhi spalancati. Perché lei? Non aveva preso parte al patto con Faith Chasm e ora si ritrovava nella situazione di dover rimediare. Erano passati così pochi giorni da quando aveva creduto di essere finalmente libera... e adesso, l'avevano posta davanti a un bivio la cui direzione era già stata stabilita. Non avrebbe mai potuto lasciar morire così tante persone per un suo capriccio.

Le decisioni che prendo non sono un capriccio, pensò. Non aveva chiesto lei di essere salvata a scapito delle vite di Dorea e Mary, e ora doveva caricarsi sulle palle il peso della salvezza di migliaia di persone.

Regulus mosse la mano e, per un istante, Emmeline ebbe come la sensazione che avesse voluto stringerla intorno alle sue dita. Tuttavia, il Serpeverde ebbe un ripensamento e la contrasse in un pugno.

«So che è inaccettabile...» riprese, ma la ragazza lo bloccò.

«Va bene, lo farò» disse con voce piatta, «Portatemi da lui».

*

Dorcas apriva la fila, la bacchetta levata davanti agli occhi che proiettava un cerchio di luce bianca. Dietro di lei, Fabian Prewett, Emmeline e infine Regulus.

Come la Grifondoro aveva scoperto in quei pochi minuti, Ambros Chasm – ormai quasi perennemente nella sua forma di Obscuriale – era stato portato in quel posto da Hogwarts appena dopo la guerra di Hogwarts e, da quel momento, non era mai più stato liberato. Dorcas, Fabian e Regulus erano gli unici a conoscenza del prigioniero e per lunghi mesi avevano cercato, invano, di riconvertirlo al proprio stato umano, finché Faith Chasm non aveva svelato loro che solamente la presenza di Emmeline Vance avrebbe potuto compiere tale magia. Il perché, nessuno aveva voluto chiarirlo e ora la ragazza si ritrovava parte di un piano che non la lasciava tranquilla. E se quello fosse stato l'ennesimo piano di Ambros? Se in realtà per tutto quel tempo fosse stato in combutta con i Mangiamorte e avesse finto l'instabilità corporea?

Rabbrividì – sia per i pensieri, ma anche per il freddo – e, subito, la bacchetta illuminata di Regulus le sfiorò la pelle del braccio, rilasciando un flebile calore. Emmeline gli scoccò un'occhiata di nascosto e lo sorprese a osservarla con la fronte aggrottata. Era preoccupato? Eppure, ciò che era successo al Malfoy Manor... arrossì lievemente nel ripensarci. Lui l'aveva chiaramente respinta e adesso invece pareva in pensiero per lei? E quel gesto al piano di sopra, quando per poco non le aveva afferrato una mano? Voleva davvero confortarla?

Le mille domande nella mente di Emmeline vennero spazzate via dalla visuale di una piccola porta in legno scuro, intarsiata da ghirigori scuri e lucidi che la Grifondoro riconobbe come trame di un fitto incantesimo di sigillo.

«State indietro» disse Dorcas muovendo qualche passo in avanti. Con la bacchetta, sfiorò delicatamente il legno e, languidi come piccoli serpenti, i segni neri cominciarono a oscillare sulla superficie, ritraendosi ai lati come infastiditi. Quando anche l'ultimo filamento del sigillo fu scomparso, l'Auror mosse il polso e la porta si spalancò.

Emmeline fece appena in tempo a ripararsi il volto con un braccio che una scarica di energia pura e furibonda li investì. Sentì la mano calda del Black avvolgerlesi intorno al polso e trascinarla dietro la schiena per ripararla dalla magia dell'Obscuriale. Tutto intorno a loro sfrigolava impazzito nell'elettricità pura emanata da Ambros. Fortunatamente, Dorcas e Fabian erano stati abbastanza veloci da materializzare uno Scudo Protettivo prima che la magia del ragazzo li colpisse in pieno volto; la Grifondoro sospettò che se così non fosse stato, si sarebbero ritrovati in cenere nel giro di qualche secondo.

L'attacco non durò a lungo. Dopo qualche minuto, l'onda cominciò lentamente a ritirarsi, pulsando debolmente, quasi fosse stato solo lo sfogo di una pressione tenuta intrappolata per troppo tempo. Alla fine, l'anticamera piombò nuovamente nell'oscurità.

«È sicuro?» domandò Regulus ancora riparando Emmeline dietro di sé. La ragazza, al suono della sua voce, percepì il sangue affluire alle guance pallide e, istintivamente, si ritrasse dal corpo del Serpeverde e si fece avanti, scoccandogli un'occhiata. Solo per un istante, le parve di scorgere nelle iridi nere come l'ossidiana un lampo di dolore, ma fu talmente fugace da convincerla di esserselo immaginata.

«Sì» rispose Fabian. Poi, fece un cenno alla Grifondoro e lo sguardo di tutti si posò sulla sua figura. Nuovamente, la Vance si sentì terribilmente a disagio e fuori posto.

Non dovrei essere qui, pensò.

Ogni centimetro del suo corpo le urlava di voltare le spalle alla porta e fuggire da quella casa; qualunque cosa fosse successa, lei avrebbe perso. Non ci sarebbe stato spazio per le trattative, o per una tenue possibilità di salvezza. La magia di Ambros era malvagia ed Emmeline non avrebbe fatto altro che correre a braccia aperte incontro all'oscurità.

Il volto di Mary le balenò davanti agli occhi. Strinse i denti e deglutì. Lo avrebbe fatto per loro, per tutti quelli che erano morti nel tentativo di salvare lei e James.

Mosse un passo in avanti, ma nuovamente la mano di Regulus scattò per bloccarla. Si osservarono in silenzio, incapaci di pronunciare una singola parola. Era paura di sentire ciò che l'altro avrebbe detto? O forse, nessuno dei due voleva che Emmeline varcasse la soglia?

«Dorcas, lasciamoli un attimo da soli» disse Fabian e condusse l'Auror a qualche metro di distanza.

«Perché?» chiese la ragazza.

Era una domanda generica, ma entrambi sapevano che fosse l'unica davvero importante. Troppi interrogativi scorrevano intorno a loro, troppi eventi senza una risposta. La rabbia si impossessò del corpo della giovane Vance e, accecata dai troppi sentimenti in cui era rimasta intrappolata fin da quando l'avevano salvata, lo colpì al petto con entrambe le mani: «Perché??» esclamò di nuovo.

Perché l'aveva rapita?
Perché l'aveva guarita?
Perché l'aveva salvata?
Perché l'aveva respinta?
Perché si trovava lì con lei?
Perché si ostinava ancora a volerla proteggere quando era chiaro che si fossero inesorabilmente schierati sui fronti opposti dell'abisso?

Il Serpeverde non rispose, ma sul volto fu adombrato da una tempesta di emozioni contrastanti: rabbia, dolore, disperazione, paura, incertezza.

«Perché?!» ripeté nuovamente la Vance, «Perché?!» e ogni domanda era accompagnata da un colpo. Sentì le prime lacrime sfuggirle dalle ciglia e rotolare sulle guance, prova amara e indelebile dei propri sentimenti. Desiderava liberarsi dalla soffocante sensazione di aver creduto che il Black avesse provato, seppur per qualche breve istante, le stesse emozioni che aveva provato lei. E tutto ciò la feriva, non solo per la bruciante consapevolezza di essere stata rifiutata di nuovo, ma anche – e forse, soprattutto – perché era ben conscia che Regulus Black aveva scelto la parte sbagliata, aveva contribuito alla morte degli innocenti a Hogsmeade, a quella di Marlene, di Mary, della signora Potter e di tutti coloro che l'esito funesto della Guerra aveva trascinato con sé. Avrebbe voluto strapparsi il cuore dal petto, smetterla di sentire qualsiasi cosa, perché sapeva che se ciò non fosse successo, ogni volta che avesse chiuso gli occhi, avrebbe rivisto in eterno il volto di Regulus che la osservava, avrebbe risentito il tocco dolce delle sue mani che la curavano, avrebbe ricordato ogni istante passato insieme in cui lui si era preso cura di lei e le aveva fatto credere che potesse esserci speranza.

Improvvisamente, il Serpeverde reagì e si mosse in avanti. Le bloccò i polsi con fermezza e la sospinse verso di sé, avvolgendola in un abbraccio.

Tutto cessò. Emmeline smise di piangere, di gridare, di respirare, troppo sorpresa da quel gesto per muovere un singolo muscolo. Appoggiata sul suo petto, sentì il cuore di Regulus battere forte, rassicurante, attraverso la maglia scura. Inspirò il suo profumo pungente e fresco, percepì il calore diffondersi dalla sua pelle. Il nodo alla gola, tanto forte da soffocarla, si sciolse e le lacrime ripresero a scorrere lente e silenziose.

«Ti odio» gli sussurrò.

La stretta del ragazzo si fece ancor più forte: «Lo so» rispose piano.

Dopo quella che parve un'eternità, Emmeline si sottrasse all'abbraccio e inspirò: «Devo andare» disse. Percepiva lo sguardo di Regulus sul proprio volto, ma aveva paura di ricambiarlo.

«Emmeline» sussurrò il Serpeverde, «guardami».

Non posso, pensò lei. Se avesse alzato il viso, lui avrebbe letto la profondità dei suoi sentimenti e il dolore che questi le facevano provare. Non voleva che Regulus Black avesse accesso alla sua più grande debolezza.

«Guardami» ripeté più fermamente.

La Vance deglutì e si fece forza; poi, alzò il mento e si perse nell'oscurità di quelle iridi. Sentì il cuore batterle nel petto come un tamburo, mentre mille brividi le correvano lungo la schiena. La gola le si fece secca, la testa vuota; l'unica cosa a cui riusciva a pensare era che avrebbe voluto passare altri cento anni nelle braccia del Black.

Perché?

Le labbra di Regulus si posarono sulle sue, incredibilmente dolci e delicate. Fu un bacio puro, privo di qualsiasi passione irrefrenabile, veloce ma infinito, dall'inesorabile sapore di infinita tristezza. La sua mano le accarezzò piano una guancia, così timida forse per paura di romperla, di creare in Emmeline l'ennesima frattura irreparabile.

La Grifondoro capì che la risposta a ogni sua domanda risedeva in quel semplice, ma pericoloso gesto. Un bacio vietato, rifiutato fino all'ultimo respiro; un sentimento rovinoso tra due persone schierate ai fronti opposti della Guerra.

Così come era iniziato, tutto finì; Regulus indietreggiò e abbassò lo sguardo, i pugni serrati e il volto oscurato da un'espressione indecifrabile: «Deve per forza andare così?» domandò a Dorcas che, insieme a Fabian, si era riavvicinata.

«Emmeline è l'unica che possa evitare la tragedia» rispose l'Auror. Si voltò verso la Grifondoro e le fece un cenno col capo: «Sei pronta?».

La Vance annuì automaticamente, la mente ancora annebbiata e sulle labbra il lieve sapore di Regulus. Gli scoccò un'occhiata veloce, ma lui non ricambiò; guardava insistentemente la parete davanti a sé, la mascella contratta.

«Cosa succederà?» chiese Fabian.

«Non lo so... dobbiamo solo aspettare» commentò piano Dorcas quando, lentamente, Emmeline varcò la soglia e scomparve dalla loro vista.

*

Ambros era al centro della stanza buia e gelida, sorretto per i polsi da grosse catene di metallo. La testa era piegata verso il basso e i capelli neri ricadevano, spettinati, impedendo la visuale alla ragazza. Aveva indosso ancora la divisa di Hogwarts, sporca e distrutta in più punti, e i pantaloni neri erano fradici fino a metà gamba.

Sorprendendosi dei propri sentimenti, Emmeline provò pena per il ragazzo.

Gli si avvicinò con cautela, cercando di non fare il minimo rumore, ma appena fu abbastanza vicina, Ambros inspirò profondamente e oscillò il capo.

«Emmeline Vance...» sussurrò con voce roca, «Finalmente» e alzò il volto sul suo.

La Grifondoro dovette farsi forza per soffocare un urlo: sembrava che l'iride nera del ragazzo avesse completamente inglobato l'occhio e sulla pelle, tutto intorno, centinaia di quelle che parevano venuzze nere si irradiavano in ogni direzione, sfigurando quello che, tempo prima, era stato un viso affascinante. Era incredibilmente magro, la pelle tanto pallida da apparire trasparente. I denti erano affilati e il labbro inferiore era gonfio e livido, come se per tutto quel tempo Ambros l'avesse torturato di morsi. Ad avvalorare l'ipotesi di Emmeline erano le righe di sangue ormai secco che rigavano il mento e strisciavano lungo il collo fino a sparire sotto il colletto della camicia.

«Che ti è successo?» disse lei, sconcertata.

L'Obscuriale fece per rispondere, ma una serie di colpi di tosse gli scossero il corpo emaciato e dalla bocca cominciarono a scorrere rivoletti di sangue nero. Le convulsioni non si fermavano e, a ogni istante, il peso nel petto di Emmeline diveniva via via più soffocante.

All'improvviso, spinta da una pulsione irrefrenabile, gli si fece accanto e, sfilando la bacchetta, ordinò: «Anapneo».

Subito, le vie respiratorie del ragazzo si liberarono e Ambros inghiottì avidamente una boccata d'aria.  Con un altro colpo di bacchetta, la Grifondoro fece apparire un contenitore di vetro: «Aguamenti» comandò e la ciotola si riempì di acqua fresca.

«Hai sete?».

Ambros annuì, ancora ansimante.

La ragazza lo fece bere e, una volta finito, lasciò che il liquido gli scorresse sul volto per eliminare almeno le scie più recenti di sangue.

«Perché hai bisogno di me?».

Ambros piegò le labbra in un accenno di sorriso: «Tu sei l'altra parte di me, la parte più pura e luminosa. La sola che possa combattere la mia oscurità e fare in modo che il mio potere rimanga dormiente» le sussurrò a pochi centimetri dal volto.

La Grifondoro percepì il sangue gelarle nelle vene.

«Perché io?».

«Perché ti ho scelta, Emmeline Vance, e ora siamo legati per l'eternità».

🥲
Ciao a tutti!
So a cosa state pensando: «Ma è ancora viva?!?».
Ebbene sì🤞🏻
Sono tipo come quei personaggi delle serie tv che muoiono alla prima stagione, alla seconda compare il gemello nascosto e alla settima si scopre che il personaggio in realtà non era mai morto, ma si era finto il gemello per qualche assurdo motivo 🤷🏼‍♀️
Complicato, ma abbastanza lineare🤌🏻

Per chi non si ricordasse la mia faccia

👇🏻

👆🏻
Sono questa poraccia qui

Nel frattempo, mi sono laureata, ho cominciato la magistrale in Filologia Moderna (intendiamoci, per fare la prof di Latino e Italiano🥶) e... basta.La mia vita non potrebbe essere più noiosa. Solo studio, studio, studio e studio 👩🏼‍🏫

Bene, arriviamo alle note dolenti 👉🏻 perché non publichi da mo? Essenzialmente perché:
a) sono una brutta persona;
b) sono lievemente impegnata;
c) rileggere A e B in loop.

🥶🤭🙀🥲😞
Questa è la rappresentazione dei miei stati d'animo.

Okey, la smetto di fare la scema. In realtà, davvero ho passato mesi abbastanza complicati, pieni di impegni. Fino a gennaio 2020 ho dovuto recuperare tutti gli esami che mi mancavano; a febbraio 2021 mi sono laureata e dal giorno dopo la laurea mi sono dovuta fare in quattro per recuperare tutte le lezioni da ottobre fino a quel momento🙄
Diciamo non un Carnevale di Rio, ecco🤷🏼‍♀️

Però sono qui e sono viva.
Spero che tutti voi stiate bene, che abbiate vissuto questi periodi tremendi di pandemia in maniera felice e insieme alle persone che amate di più♥️

Grazie a chi mi segue ancora e a chi ha appena cominciato.
Siete voi che permettete a questa storia di andare avanti

Vi auguro una buona serata!
Un bacio enorme,

Laura🌷

I

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