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Capitolo 10

Capitolo 10
- Parte 1 -

Il volto serpentino brillava alla luce della luna; la pioggia sferzante e gelida non pareva neppure sfiorargli la pelle. Con gli occhi rossi come rubini passò in rassegna i visi dei suoi Mangiamorte e si beò delle loro espressioni di venerazione. Le labbra sottili, quasi inesistenti, sembrarono tendersi in un accenno di sorriso, o forse fu solo un'ombra passeggera. Perché Lord Voldemort non sorrideva mai; non vi era gioia, passione o felicità in quell'essere, Lily Evans lo sapeva bene.

La ragazza era ancora a terra, la mano stretta all'avambraccio di Sirius. Quando aveva visto il Signore Oscuro comparire davanti ai loro occhi, il cuore le si era fermato nel petto. Un pugno di fuoco le aveva serrato la gola, impedendole di respirare e una scarica di elettricità gelida le aveva percorso ogni singola cellula del corpo.

Terrore, ecco quello che si era diagnosticata. La Caposcuola non ne era immune, e lo sapeva. La consapevolezza di trovarsi a qualche passo dal più potente e malvagio mago di tutti i tempi l'aveva terrorizzata... la stava terrorizzando ancora. Tutto il suo corpo era una statua di paura.

Giocavano a fare gli adulti, ma nessuno di loro aveva davvero idea di cosa fosse la vita vera; che cosa significasse trovarsi faccia a faccia col proprio destino e assaporare sulla punta della lingua il pungente sapore della morte.

I seguaci di Lord Voldemort si sollevarono da terra con fatica e strisciarono come serpi in grembo al loro signore, ma gli occhi del mago rimasero duri come pietra. 

«Buffo» sussurrò poi, con la sua voce sibilante e sottile, «non è buffo che i Mangiamorte di Lord Voldemort vengano sconfitti da un branco di ragazzini?».

Nonostante la voce rimase perfettamente calma, Lily sentì la pelle d'oca impossessarsi del suo corpo. Anche i Serpeverde percepirono quel cambiamento perché abbassarono di colpo il capo e deglutirono.

«Mio Signore» balbettò Bellatrix, muovendo un passo in avanti, «noi siamo qui per servirvi... mio Signore... per rendervi onore con il sangue dei traditori...».

«Con il sangue?» ripeté Voldemort, guardandola.

Per un breve istante, Lily ammirò il coraggio della Black che non abbassò gli occhi al cospetto del mago.

«E dimmi, Bellatrix... quale sangue dovrebbe rendermi omaggio? Io non vedo nessun traditore ferito, morente o morto».

La domanda aleggiò nell'aria a fendere un silenzio marmoreo.

«Io non ho visto altro che maghi mediocri alle prese con degli studenti di Silente, insulsi ragazzini senza alcun piano che non fosse liberare i loro due amici» sibilò. «Non mi servono degli incapaci tra le mie file» continuò, poi, rivolgendo la completa attenzione ai Mangiamorte, quasi dimentico dei Grifondoro. «Avete giurato fedeltà alla mia causa a costo della morte. E allora perché avete dato la vostra vita nel tentativo di sconfiggerli? Perché siete ancora tutti vivi, qui, davanti a me, a guardarmi con espressioni terrorizzate?! Sapete, è ironico come l'unica persona che non mi abbia ancora deluso...» i suoi occhi rossi passarono sulla figura di Bellatrix, la quale avvampò di orgoglio, per poi spegnersi in una smorfia disperata quando Voldemort la oltrepassò, indifferente. «... sia stato il giovane Potter».

Lily sentì Sirius trattenere il fiato, a qualche passo da lei. Le bastò una frazione di secondo per muovere lo sguardo dal mago oscuro all'amico e riconobbe sul suo volto la stessa espressione che vide stampata su Remus e sugli altri compagni.
In un movimento generale, l'attenzione scivolò su James, ancora a terra privo di sensi dallo Schiantesimo di Mary.

«Ma... ma Signore...» esalò Bellatrix, «il ragazzo... non è uno di noi».

Voldemort la zittì con un gesto della mano: «Ha dimostrato una forza di gran lunga superiore alla vostra» commentò.

«Noi non...» cominciò Lucius, ma venne bloccato e abbassò il capo con sussiego.

«Voi avete lottato per voi stessi, non per me. Se aveste voluto davvero lottare per me, questi ragazzi» e indicò i Grifondoro, «sarebbero morti. Ciò che davvero è importante non è l'azione, ma che cosa muove l'azione e fin dove si sarebbe disposti ad arrivare per ottenerla».

Fu in quel momento che Lord Voldemort posò gli occhi di brace su Lily Evans.

«Lily Evans» sorrise quasi con dolcezza, «ho sentito tanto parlare di te». Allargò lievemente le bracca in un gesto accogliente e la bacchetta tra le dita sottili e pallide scivolò fino alla punta, racchiusa solamente tra pollice e indice. Tutto, nei movimenti del Signore Oscuro, trasmetteva una sorta di eleganza macabra: ogni suo gesto, ogni sua parola... era come assistere a una danza misteriosa di cui solamente lui sapeva la fine.

Come mossi dallo stesso istinto, Remus e Sirius si mossero all'unisono verso l'amica e ciò scatenò un moto di ilarità nel mago. La sua risata glaciale riempì il silenzio opprimente come lo stridere di unghie su una lavagna.

«Ma certo, come dimenticare la proverbiale cavalleria dei Grifondoro. Non ci vuole molto per riconoscere in te i tratti tipici dei Black, Sirius. È stato un vero peccato veder sprecato un così puro talento nei ranghi di Silente. D'altra parte, ho avuto tuo fratello e tua cugina, dovrei ritenermi soddisfatto. E il giovanotto di fianco a te dovrebbe essere Remus Lupin, il Lupo Mannaro».

La cerchia dei Serpeverde proruppe in fischi e grida di scherno nei suoi confronti, ma ancora una volta, un solo gesto di Voldemort servì per porre fine al fragore.

«Non peccherei di arroganza, nei vostri panni» commentò, gelido, «perché questa sera siete riusciti a farvi battere pure da un ibrido animale».

I tratti angelici di Lucius, alle sue spalle, si contrassero in una smorfia di disgusto. Bellatrix mosse un timido passo in avanti e si sporse per sfiorare la tunica del suo Signore, ma questi si scostò con un gesto brusco: «Stanotte non sei stata degna neppure di guardarmi. Se vuoi renderti minimamente più utile di quella che sei stata fino a questo momento, raccontami chi sono gli altri giovanotti qui presenti. Non mi permetterei mai di togliere la vita a qualcuno senza prima avergli dato un'identità. Rimango un mago d'onore» e sorrise nuovamente, gli occhi che brillavano come residui di brace in una stanza buia.

«Un mago... d'onore?» balbettò Lily tra i denti.

La cerchia dei Mangiamorte trattenne il fiato, così come i Grifondoro. Sirius le strattonò un braccio, ma lei si liberò dalla stretta e si mise in piedi a fatica. «Onore? Come osi parlare di onore? Almeno sai cosa significa? L'onore non è un diritto, né una prerogativa. L'onore è il frutto del sacrificio perché a nessuno spetta onore senza esserselo prima guadagnato. E tu che hai fatto per guadagnartelo, eh? Hai cominciato una guerra insensata contro coloro che ritieni essere inferiori solo perché non rientrano nella cerchia dei Purosangue? Ma quanti dei tuoi vantano questo diritto? Nott è un Mezzosangue, così come Mulciber, se non sbaglio. Eppure sono Mangiamorte. E sai perché? Perché solo degli idioti vorrebbero ammassarsi tra le tue fila per perseguire un credo tanto malato quanto l'uomo che lo comanda!» concluse a denti stretti.

«Come... osi?!» strillò Bellatrix, alzando la bacchetta davanti a sé, ma per la terza volta, Lord Voldemort la obbligò a bloccarsi.

Inclinò la testa da un lato e contemplò Lily in silenzio, come se stesse ragionando tra sé e sé sul da farsi. Appariva quasi interessato alla ragazza, stupito forse dall'ardire dimostrato e sicuramente impressionato dal suo coraggio di essersi eretta come una disperata paladina senza paura.

Era una giovane donna, troppo giovane e troppo stupida, certo, ma aveva fegato. E Lord Voldemort più del potere, apprezzava il coraggio. Stava in piedi davanti a lui, fradicia di pioggia fino alle ossa, i capelli rossi incupiti dall'acqua che le si attaccavano al volto di porcellana.

«Lily Evans» ripeté Lord Voldemort, muovendo un passo in avanti, «la Nata Babbana».

«Sì» annuì la Caposcuola.

«Ho davvero sentito molto parlare di te. Ho sentito parlare di te in un modo così intenso, così devastante e così struggente che mi sembra di conoscerti da anni. So tutto di te, Lily Evans. So che hai una sorella davvero insopportabile e due genitori babbani adorabili. So che hai appena perso una grande amica, la signorina McKinnon, e so anche che hai odiato il signor Potter per così tanto tempo. E sai perché so tutte queste cose?».

Lily serrò i denti e non rispose.

Voldemort si voltò verso James, ancora incosciente, e mosse la bacchetta. Il corpo dell'ex malandrino sobbalzò come colpito da una scarica elettrica e riprese conoscenza.

«Portatelo da me» ordinò il mago e Lucius lo tirò in piedi, spingendolo verso il Signore Oscuro.

James avanzò lentamente e non riuscì a soffocare una smorfia di dolore al fianco. Ciononostante, raggiunse Voldemort e si pose alla sua destra.

«James...» sussurrò Lily, deglutendo.

Il ragazzo spostò gli occhi d'ambra sulla sua figura e la osservò impassibile.

«E' stato temprato come il metallo, dolce Lily» sorrise Voldemort, «L'ho plasmato come volevo che fosse ed è rinato come una mia nuova creatura».

«La maledizione Imperio non fa ottenere lealtà, solo sottomissione» ribatté Sirius, i pugni chiusi.

A sorpresa di tutti, il Signore Oscuro scoppiò a ridere, subito imitato dai suoi seguaci. «Mio giovane Black» rise il mago, «non mi servirei mai della maledizione Imperio. Troppo imperfetta e troppo dispendiosa».

«E allora che hai fatto a James?» domandò Remus, avvicinandosi agli amici.

«E' stato qualcosa di molto più... persuasivo. Sapete, la mente umana è tanto complessa quanto immensamente fragile. Basta una sola pressione per far sì che la rete di connessioni al suo interno venga irrimediabilmente plasmata. È così, anche grazie all'aiuto della bellissima signorina Vance» e la indicò con un gesto del braccio, «che James Potter ha deciso volontariamente di unirsi alla mia schiera».

«BUGIARDO!» urlò Lily, «Non lo avrebbe mai fatto!».

«No?». Lord Voldemort parve accigliato per un solo istante. Poi si aprì in un sorrisetto di scherno: «Ma certo, come puoi tu accettare che anche il leale e incantevole James Potter racchiuda in sé una parte oscura? E come potete accettarlo voi, Sirius e Remus? Per tutta la vita vi siete sentiti come bombe pronte a esplodere, come i mostri che avrebbero rovinato un'esistenza perfetta, come i marchiati a vita da una maledizione. Adesso come potete accettare il fatto che colui che vi ha sempre appoggiato, che vi ha sempre sostenuto e che ha sempre visto il meglio in voi, sia l'unico di cui avreste sempre dovuto aver paura?».

«James è la persona migliore che conosciamo!» esclamò Alice. «Puoi avergli incasinato la testa con i suoi giochetti, ma lui rimarrà per sempre la persona che conosciamo».

«Ne siete così sicuri? Voi non capite quanto a fondo io mi sia spinto nella sua anima, ma ve lo mostrerò, perché sono un mago misericordioso. Avanti, James, mostra ai tuoi compagni cosa ti è successo... e sii molto gentile».

L'ex malandrino annuì e avanzò verso gli amici con passo deciso. Prima che qualcuno potesse anche solo muovere un muscolo, il ragazzo afferrò il polso di Lily e la trasse a sé con forza.

«Fermo! Che cosa...?».

La Caposcuola non ebbe tempo di reagire, né poté prevedere quello che sarebbe accaduto. Senza potersi opporre alla forza del Cercatore, Lily Evans non poté fare altro che osservare l'amico azzerare la distanza tra i loro volti e poggiare le labbra sulle sue.

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Dolore.

Tutto, nella mente di Lily, era dolore. Incessante, incontrollabile, frastornante. Semplicemente dolore alla sua più pura essenza. Le lambiva i muscoli in un abbraccio infuocato. Ogni sua cellula stava bruciando e non c'era altro al mondo che importasse più, se non quell'estrema sofferenza che le toglieva il fiato.

Avrebbe voluto urlare, implorare che tutto finisse, ma non riusciva. Non era più padrona del proprio corpo. Poteva solo assistere inerme alla distruzione complessiva del suo essere.

D'un tratto, un minuscolo filamento della sua mente sussurrò qualcosa di tanto assurdo da risultare ridicolo: non sei tu.

Che significava? Non era lei? Allora perché provava dolore? Perché tutto il suo corpo stava andando a fuoco?

Non sei tu, ripeté la voce, più forte.

E d'un tratto, Lily Evans aprì gli occhi e vide.

James Potter era a terra, l'ombra del ragazzo che era stato. Profonde cicatrici gli segnavano il volto e le braccia e la maglietta, ormai ridotta a un insulso brandello di stoffa, gocciolava di sangue scuro. Tutto intorno, il buio.

Poi, una voce.

«Crucio».

E il dolore ricominciò, se possibile ancora più forte di prima. Eppure, Lily non soffriva più. Percepiva la sofferenza del malandrino, ma era come se questa le scorresse sulla pelle come acqua bollente. Però James gridava e si contorceva davanti ai suoi occhi e lei non poteva farci nulla.

Tentò di urlare, di muoversi, di riparare il ragazzo dalla fonte di tutto quel male, ma non ci riuscì e restò immobile a osservarlo spegnersi poco a poco.

Basta, per favore.

Avrebbe voluto piangere, ma non sapeva come fare.

«Crucio» pronunciò nuovamente la voce sibilante e James si riversò a terra, scosso da invisibili scariche elettriche.

Lily lo vide artigliare il suolo con le mani, conficcare le unghie nel pavimento lurido fino a farle sanguinare.

Avrebbe voluto urlare, ma non sapeva come fare.

«Crucio».

Poi, tutto d'un tratto, il dolore scomparve. James non gridava più; era fermo, a terra, gli occhi ambrati solitamente solari guardavano il nulla davanti a sé, opachi e apatici. Non vi erano più segni sul volto, né sangue sulla maglietta. Appariva incolume, ma c'era qualcosa che non andava, Lily lo capì subito. Quello che stava osservando non era il James Potter che conosceva.

Un gemito sommesso giungeva da poco distante: una massa informe era rannicchiata sul terreno in posizione scomposta. Senza neppure avvicinarsi, la Caposcuola seppe di stare fissando il corpo di Emmeline.

«Lei soffrirà» diceva la voce melliflua di Voldemort «e sarà tutta colpa tua. Lei morirà, e sarà colpa tua. Tutto ciò che capiterà ad Emmeline Vance sarà solo altro sangue sulle tue mani. Giurami fedeltà e lei sarà salva».

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Lily si staccò con forza dalle labbra del malandrino e indietreggiò, gli occhi velati dalle lacrime.

«James...» mormorò.

Era vero; lo avevano spezzato dentro.

«Lily, stai bene?» domandò Sirius, con voce preoccupata. «Levale le mani di dosso!» ringhiò poi in direzione dell'ex amico.

Remus sollevò lo sguardo verso Felpato, in un'espressione tra l'addolorato e il furioso. Nessuno si sarebbe mai aspettato di sentire tanto odio nella voce di Sirius, soprattutto non rivolto al fratello di una vita.

«Allora anche la fedeltà può essere infranta» ghignò Lucius. «Come ci si sente, Black, quando anche l'ultimo legame con il mondo ti viene reciso davanti agli occhi?».

«TACI!» ringhiò il malandrino, serrando i pugni.

«Sta' calmo» intervenne prontamente Remus, trattenendolo per una spalla. «Siamo qui per portarli a casa entrambi» sussurrò poi.

Bellatrix scoppiò in una risata sguaiata: «La speranza è l'ultima a morire, eh?».

«Puoi dirlo forte, serpe» commentò gelidamente Alice.

L'attenzione di Lord Voldemort era ancora concentrata sulla Caposcuola. Lily osservava James con espressione distrutta. Sul volto pallido le lacrime andavano a confondersi con la pioggia gelida e le labbra, rosse come il fuoco, risaltavano nella notte come fari.

«Alla fine» disse il mago con voce dolce «tutti si piegano. Anche la colonna più robusta può essere spezzata. Così è stato per James Potter. Non biasimo la vostra perseveranza; è onorevole la dedizione che avete messo in questa missione di salvataggio. È...».

«STA' ZITTO!» gridò Lily, sollevando di scatto gli occhi e piantandoli sul volto serpentino di Voldemort.

Il mago tacque, ma il muscolo della mandibola guizzò sotto la pelle bianca.

«Sta' zitto!» ripeté lei, «tu non hai idea di quello che abbiamo passato, tutti insieme. Non conosci me, come non conosci James. Potrai esserti illuso, ma io so che James non abbandonerebbe mai i propri amici. Potrai anche averlo stregato o avergli fatto il lavaggio del cervello, ma lui continuerà a esistere sotto gli strati di odio in cui lo hai inabissato!».

Voldemort rimase in silenzio a osservare quell'insulsa ragazzina che pensava di poterlo sfidare senza subire conseguenze. Quanta arroganza... quanta insolenza. Inoltre, era una Nata Babbana, la feccia del mondo magico. Come osava rivolgersi a lui in quel modo?

Eppure, c'era qualcosa in Lily Evans che lo ipnotizzava... erano gli occhi, quelle iridi verdi come la speranza capaci di trafiggergli l'anima. Brillavano nel buio della notte senza paura, smeraldi luminosi capaci di gelarlo al suolo.
Non sapeva ancora, ma forse lo percepiva: sentiva il potere di quegli occhi, la maledizione che nascondevano. Sarebbero stati la sua condanna, la pena da scontare per ottenere tutto e niente.

Poi, fu un sussurro appena accennato; una frase, lontana e labile, una lenta litania che si confondeva nello scrosciare della pioggia.

Ecco giungere il solo col potere di sconfiggere l'Oscuro Signore... egli avrà un potere a lui sconosciuto... perché nessuno dei due può vivere se l'altro sopravvive...

E Voldemort lo lesse sul volto di Lily Evans: anche lei l'aveva sentito.
La Caposcuola fissava il cielo plumbeo senza guardarlo davvero, alla ricerca della fonte del sussurro, ma non vedeva nulla; non poteva vedere nulla.
Era stata magia.
E ora entrambi lo sapevano: erano stati legati da una maledizione racchiusa dagli occhi smeraldini della ragazza. Che diavolo stava succedendo? Non riusciva a guardarli senza provarne timore. Era come una sensazione che serpeggiava al suo interno. E gli sussurrava un nome...

«Ora basta!» sibilò, rendendosi conto solo in quel preciso istante che nessuno intorno si era mosso né aveva fiatato, ognuno concentrato a decifrare la lotta tra il potente mago oscuro e la Grifondoro. «Mi irrita il tuo sguardo arrogante» disse rivolto a Lily. «Mi irrita la tua irrazionale convinzione di potermi tenere testa. Tu, un'insulsa Nata Babbana».

Lily serrò i denti, sollevando il mento in atteggiamento di sfida, ma non disse nulla. Dietro di sé percepì Sirius avanzare nella sua direzione, ma subito Lucius levò la bacchetta davanti a sé.

«Non un altro passo» sogghignò.

«Non osare darmi ordini!».

Voldemort quietò i Mangiamorte con un movimento della mano: «Non voglio inutili spargimenti di sangue, non di sangue puro, perlomeno. Il giovane Black potrebbe risultarci utile se accettasse di unirsi alle nostre fila».

«Preferirei morire» sibilò Sirius.

«Sciocco, ma coraggioso» sorrise l'Oscuro Signore. «Cosa ne faccio della Babbana, però?» rifletté ad alta voce, quasi dolcemente.

«Lasciatela a me, Signore» pregò Bellatrix. «Lasciate che riporti giustizia ed elimini la feccia babbana».

«Vaffanculo!» esclamò Alice. «L'hai mai usato uno specchio?!».

La Black affilò lo sguardo e si mosse verso Frank e la ragazza. «Sembravi più carina, da lontano» ghignò felina a un passo dalla Prewett, scostandole una ciocca sbarazzina dalla guancia con la punta della bacchetta.

«Tranquilla, tu sembravi una stronza pure da là» ribatté la Grifondoro.

Il sorrisetto beffardo della Mangiamorte si congelò sulle labbra carnose. Avvampando di rabbia, afferrò il viso di Alice tra il pollice e l'indice e affondò le unghie lunghe e nere nella pelle pallida.

«Ti prometto che mi gusterò ogni secondo del tuo dolore prima di ammazzarti» le sibilò a un centimetro dal volto.

«Lasciala!!» ringhiò Frank, ma Avery si Materializzò alle sue spalle bloccandolo da dietro e stringendogli il braccio intorno al collo.

Nello stesso istante in cui Remus alzò la bacchetta, Nott lo immobilizzò e Lucius lo colpì allo stomaco con un pugno.

«No!» urlò Lily. Vide l'amico sputare un grumo di sangue sul cemento bagnato. «SMETTILA!».

Non poteva fare nulla, non con Voldemort tanto vicino, né con la bacchetta di James puntata contro. Avevano perso qualsiasi vantaggio nel momento in cui il Signore Oscuro era comparso: ora i Mangiamorte li tenevano sotto tiro, galvanizzati dall'arrivo del mago.

«Lasciate che uccida la Sanguesporco» ripeté Bellatrix. «Lasciate che vi renda tale onore, mio Signore».

«No» disse solamente lui e, con irritazione, respinse il brivido che gli corse lungo la schiena nell'osservare le iridi smeraldine della Evans. «Ho in mente altro per la nostra coraggiosa Babbana. Prima di tutto, provvederemo subito a cancellarti dal volto quell'espressione di supponenza e arroganza. Ti farò cavare gli occhi, Lily Evans. Poi, ti ucciderò».

Le parole di Voldemort aleggiarono nella via immersa nel silenzio.

Ti farò cavare gli occhi.

Lui l'aveva sentito; aveva sentito il sussurro del destino.
Era stato un attimo, e per un secondo Lily aveva pensato di esserselo solo immaginato. Eppure, quando lui l'aveva guardata, quando i loro occhi si erano scontrati, entrambi avevano percepito l'elettricità nell'aria. I loro destini si erano intrecciati indissolubilmente, quella notte. Ne erano consapevoli... e per qualche motivo, Lord Voldemort aveva avuto paura. Paura di lei.

Nessuno dei due può vivere se l'altro sopravvive.

Chi erano le due persone di cui la voce aveva sussurrato? E perché proprio lei? Lord Voldemort aveva sentito le stesse parole? Voleva ucciderla per impedire la sua sconfitta?

Lily rimase immobile. Se la sua morte avrebbe significato la morte del Signore Oscuro, l'avrebbe accolta a braccia aperte. Ma se invece fosse stato il contrario? Se avesse dovuto sopravvivere a Voldemort per poter vincere?

La voce di Sirius le giunse ovattata: «NON OSARE TOCCARLA? MI HAI CAPITO?!».

«Zitto» sibilò Lucius e spinse ancor di più la bacchetta nella guancia del Malandrino. «Zitto o ti prometto che il prossimo a morire sarai tu».

Il giovane Black, però, ignorò le sue parole: «GIURO CHE SE LE FAI DEL MALE TI UCCIDERO' PERSONALMENTE! NON ME NE FREGA UN CAZZO DI CHI SEI!!».

«Silencio» fece Voldemort. «Dovresti vergognarti di essere imparentata con lui» commentò poi, rivolto a Bellatrix.

«Lui non è un Black!» urlò la donna, rossa in volto. «È solo feccia! Per favore, mio Signore, lasciate che li uccida. Per voi».

«Basta!» abbaiò il mago, schiaffeggiandola e rivolgendole uno sguardo sprezzante. «Ho già detto che cosa voglio farne della Sanguesporco. Sta' al tuo posto».

La Mangiamorte, mortificata e con le lacrime agli occhi, strisciò ai suoi piedi e li sfiorò con venerazione: «Mi dispiace, mio Signore. Farò tutto ciò che mi ordinerete di fare con la Sanguesporco».

«No» scosse il capo Lord Voldemort, «Non una Sanguesporco. La vita di Lily Evans vale molto di più di quanto voi crediate. Lei è stata scelta da James Potter. È stata amata da un Purosangue e questo le conferisce una posizione di rilievo tra la gente della sua razza. Ti rivelerò una cosa, Lily Evans: io so come ci si sente... non appartenere a nessun mondo. Per un breve e umiliante periodo della mia vita sono stato uguale a te, un babbano. Perdonami, mi hanno fatto credere di essere un babbano senza capire chi fossi in realtà. I babbani sono così ottusi; non riuscirebbero ad accorgersi della magia neppure se qualcuno gliela eseguisse sotto il naso. Per questo motivo li ritengo una razza inferiore. Sono un popolo dotato di un'intelligenza limitata; la loro stessa natura li limita. Io comprendo ciò che hai fatto, cara ragazza: ti sei circondata di amici Purosangue – il giovane Black, Lupin, Emmeline Vance, la signorina Prewett e il signor Paciock. Persino nel più debole tra voi» e con un cenno, si rivolse a Peter, «scorre sangue puro. Ed è per tale motivo che stanotte non morirà nessuno, tra loro. Come ho già detto, non amo gli sprechi».

«Quanto poco vale una vita ai tuoi occhi...» commentò Lily con voce amara.

«Poiché» proseguì il mago, senza dare cenno di averla udita, «anche io conosco la clemenza, farò in modo che i tuoi occhi non debbano assistere a brutalità nei loro istanti di vita finali. Sono un uomo misericordioso, Lily Evans: l'ultima cosa che vedranno sarà il volto del tuo amato James, perché sarà lui a cavarteli».

<>

No.

Era stata la sua voce? Le sue labbra avevano articolato la parola?

Provò a muovere un passo, ma il corpo non rispose ai comandi. Non era libero; era ancora incatenato in una prigione che era la sua stessa carne.

Vedeva tutto, però. E vedeva lei.

Lily era a qualche metro da lui, immobile perché sotto tiro di tutti i Mangiamorte presenti. Era sporca di terra e sangue, i capelli rosso cupo incollati al volto pallido e gli occhi spalancati in un'espressione di dolore e rabbia.

Eccola, la sua Caposcuola. Sempre combattiva, mai spaventata da nulla. Nemmeno in quel momento, di fronte a Lord Voldemort, era indietreggiata. Lo aveva sfidato senza paura, a testa alta, come la vera Grifondoro che era.
Eppure, ora tremava... ed entrambi sapevano che non era per il freddo.

James avrebbe voluto opporsi, ma sentì le proprie gambe avanzare e le dita stringersi intorno al legno duro della bacchetta.

No.

Lord Voldemort gli aveva dato un ordine e il suo corpo avrebbe eseguito; poi sarebbe arrivato il secondo ordine, e James avrebbe visto cadere la Caposcuola ai suoi piedi, esanime.

Non poteva farlo.

«Cavale gli occhi, Potter» ordinò Voldemort, e un gelo impalpabile si ramificò sulle membra del Grifondoro.

«NO!».

Sirius si dimenò, tentò di liberarsi dalla mira di Malfoy, ma questi gli sferrò un pugno in pieno viso.

James, alle parole del Signore Oscuro, sentì il tenue lembo di ragione appena ritrovata scivolargli tra le dita.

Che avrebbe potuto fare? Non c'era più nulla che lo tenesse ancorato a quel mondo. Si sentiva così stanco... Sapeva che gli sarebbe solo bastato chiudere gli occhi e finalmente riposare, per far sì che tutto finisse.

Ma Lily era così maledettamente vicina.
La percepiva anche da dove si trovava. Sentiva il profumo di pesca dei suoi capelli e il tenue colore della pelle. Se si fosse sforzato, sapeva che avrebbe potuto riconoscere tutte le minuscole lentiggini sul naso, o le pagliuzze dorate in quelle incredibili iridi smeraldine.
Lei lo attirava nel suo campo gravitazionale. Era sorprendente come, da sola, potesse esercitare tanto potere su di lui. Come potesse influenzare in maniera così irreversibile i suoi pensieri.
Se solo avesse saputo che James ancora stava vivendo al di sotto di quella maschera di ghiaccio.

Mosse qualche passo e le si fece vicino.

Non aveva paura, glielo leggeva sul viso. Era bellissima, come sempre. E terribilmente coraggiosa. Gli restituì uno sguardo duro, serio, incredibilmente deciso, ma non spaventato.
Lei sapeva che James Potter non le avrebbe mai fatto del male, che quello che aveva davanti non era lui, ma solo la sua ombra sbiadita.

«James» lo chiamò con dolcezza infinita.

I Mangiamorte intorno a loro scoppiarono in una risata sguaiata.

«James...» e gli tese una mano.

Lily.

Avrebbe voluto urlare il suo nome, dirle che tutto si sarebbe risolto e che mai più le avrebbe fatto del male.
Se si fosse sporto, solo di qualche centimetro, avrebbe potuto stringerle le dita tra le sue e, finalmente, dopo mesi, ricomporre i pezzi della propria anima. Però non c'era nulla che potesse fare se non assistere immobile alle azioni di un essere che non era lui.

Ti prego, Lily, perdonami...

Avanzò, la bacchetta in pugno. Percepì solo di sfuggita il lieve formicolio alle braccia. Tutta la sua attenzione era per il volto della Caposcuola.

«Non fa niente, James. Non fa niente...» sorrise e una lacrima argentata le rigò una guancia, confondendosi nella pioggia gelida.

Non dirlo... non dirlo...

«Ti perdono, James. Non devi avere paura, non devi sentirti in colpa. Ti perdono...».

Non voleva il suo perdono! Non voleva che ci fosse qualcosa da perdonare! Tutto ciò non sarebbe dovuto succedere. Era così sbagliato... aveva sempre pensato che, prima o poi, sarebbe riuscito a conquistare il cuore della Caposcuola e che si sarebbero amati per l'eternità. Gli venne quasi da ridere nel ripensare a tutte le nottate passate a immaginare un futuro con Lily Evans, un futuro che in quel momento non gli sembrava altro che un miraggio nel deserto.

«Prima, però, puniscila per la sua arroganza» ordinò Voldemort.

Con orrore, James vide il proprio braccio saettare di lato e sentì l'impatto del dorso della mano contro la guancia della ragazza.

Lily cadde a terra, presa alla sprovvista.

Una stilettata di dolore trapassò il cuore del Cercatore come un lampo. Ansimò, destabilizzato, stringendo i denti per quell'improvvisa sensazione.
Da quando Voldemort si era impossessato della sua mente, non aveva più provato nulla: rabbia, dolore, paura, felicità... tutto era stato segregato in un antro desolato della sua mente.
Il formicolio alle braccia divenne più forte.

«Ora, ricordale nuovamente qual è il posto per gente come lei».

La gamba partì prima che la mente potesse registrare le parole del mago.

La Evans tentò di urlare, ma la voce rimase bloccata in gola quando il piede di James affondò nel suo stomaco e le ruppe una costola.

Orripilato, il malandrino desiderò di poter chiudere gli occhi e smettere di esistere in un mondo in cui Lily Evans doveva soffrire a causa sua.
Le palpebre si serrarono con più forza del previsto, tanto da fargli male. Il ragazzo sussultò e la bacchetta gli cadde di mano, atterrando al suolo in un suono sordo.

«Con quanta ferocia» ghignò il Signore Oscuro, «ancora».

Perdonami, Lily.

Il secondo calcio la colpì al basso ventre e il terzo appena sotto lo sterno.

Ad ogni colpo, James sentiva il corpo rianimarsi, riaccendersi di un calore che temeva aver perduto da tempo. Eppure, ancora rispondeva agli ordini di Voldemort...e, ai suoi piedi, Lily singhiozzava.

Le grida dei suoi amici gli rimbombavano nelle orecchie come cannonate, lo straziavano. Avrebbe voluto urlare, strapparsi i capelli e rispondere che sì, avrebbe preferito morire che continuare a nuocere all'unica donna che avrebbe mai amato.

Poi, arrivò l'ordine.

«Ora, James, cavale gli occhi».

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Lily era a terra, rannicchiata in posizione fetale per scongiurare un altro calcio.

Non è colpa sua. Non è James... si ripeteva a ogni scarica di dolore.

Era come immergersi nel gelo più freddo, nelle braci più calde. Bruciava, gelava, si stava polverizzando. Ogni parte del suo corpo sembrava dissolversi con brutalità per poi ricomporsi e dissolversi di nuovo. Un male fisico che non credeva di poter provare mai.

Fa' che finisca presto.

Era il suo unico pensiero.

Poi udì la voce di Voldemort e seppe che la tortura non era che iniziata. Non li avrebbe mai lasciati andare, perlomeno, non avrebbe mai lasciato lei. Era diventata la bambola di un gioco sadico e malvagio.

James cadde in ginocchio davanti a lei e la afferrò per le braccia, tirandola a sedere.

La ragazza strinse i denti. Non voleva urlare; non voleva che lui sapesse quanto le aveva fatto male. Il James che conosceva era ancora là, da qualche parte nella mente del Mangiamorte che aveva davanti, e lei era consapevole di quanto avrebbe sofferto nel vederla piangere.

Proprio in quel momento, però, un sibilo spezzò il silenzio intorno a loro: scie argentee cominciarono a luccicare nell'aria e, uno a uno, comparvero in lontananza i membri dell'Ordine.
Alice non poté impedirsi di urlare di gioia, mentre i Mangiamorte si ritirarono sibilanti vicini al proprio Signore, il quale, però, sorrise quasi divertito.

«Finalmente... l'Ordine. Mi chiedevo quando sarebbero arrivati. Sono contento che anche loro possano assistere alla nostra cerimonia. Avanti, Potter, bruciale gli occhi».

«James». Lily alzò un braccio, tremante, e accarezzò il volto del ragazzo, stirando un sorriso fra le lacrime. «Va tutto bene...».

Il malandrino la fissò, in silenzio, e la Evans si preparò al peggio. Ma, all'improvviso, qualcosa brillò nei suoi occhi d'ambra. Fu impercettibile, ma lei lo vide. Forse, Lily Evans era l'unica persona al mondo che sarebbe stata in grado di vederlo.

«James» ripeté il suo nome con più forza. Doveva essere vero ciò che aveva intravisto. «Non mi faresti mai del male, non tu. Io lo so. So che ci sei, che sei ancora tu. Io ti vedo.
Ti sei dimenticato quello che mi hai promesso? Mi hai detto che saresti tornato da me. È da tre mesi che ti aspetto, e non smetterò mai di farlo. Torna da me».

«È inutile, Evans! Lui non ti sente!» urlò Lucius, ma nella sua voce c'era una nota agitata. Non erano più così sicuri di loro, non ora che l'Ordine era arrivato.

Si udirono i primi schiocchi della Smaterializzazione.

Il cuore di Lily iniziò a stringersi, le lacrime a rigarle copiosamente le guance. Forse l'aveva solo immaginato.
Cercò di sorridere ancora, ma scoprì di non riuscirci più. Le labbra presero a tremarle, così come il mento. Stava singhiozzando.

«Lo avevi promesso...» soffiò con voce strozzata, quando il Malandrino le puntò la bacchetta in mezzo al volto.

E accadde: gli occhi di James tornarono a risplendere: le iridi d'oro liquido si legarono ai suoi e le infiammarono il sangue.

Non voleva credere di sognare, non voleva credere che fosse un'altra illusione.
Sapeva di non essere ancora morta.

Quella non era la sensazione di beatitudine prima della fine di tutto.
Quello era il fuoco che la faceva sentire viva; quel fuoco era vero. Era James Potter.

Il malandrino mosse il polso e, in un attimo, tutto divenne nero.

La Caposcuola batté le palpebre più volte, ma non cambiò nulla.
Era cieca.
Però non aveva paura. Non adesso che sapeva che le mani che la stringevano non le avrebbero più fatto male; che James Potter era tornato per lei, per restare, per difenderla.

Aveva mantenuto la sua promessa. Aveva attraversato l'inferno per ricostruire l'anima di Lily Evans e per poterla finalmente proteggere dal mondo.

Lily Evans e James Potter erano insieme. Per sempre.

E fu in quel momento che lui disse qualcosa e il mondo della giovane riprese a girare, il tempo riprese a scorrere e la vita riprese un senso.

La frase della gloria, dell'orgoglio, della ribellione.
La frase che diventò la sua leggenda, il suo credo.

«Giuro solennemente di non avere buone intenzioni».

Ehiiiii!
Chi è tornato?? 😼🎉✌🏻
Come ben avrete capito, questo capitolo è stato diviso in dueeee parti! 😻
Perché era davvero troppo lungo. Già solo queste sono più di 5500 parole😅😅
Fatemi sapere che ne pensate! 😻
Anche se non richiesto, ecco un aggiornamento della mia personal life:
👉🏻 oberata dallo studio ☑️
👉🏻 iniziato un lavoro ☑️
👉🏻 iniziato il campionato di volley ☑️
👉🏻 rotta un dito ☑️
👉🏻 traducendo la Pro Archia di Cicerone☑️

Sparatemi!

La vostra vita invece?
Daidai aggiornatemi! Ma ancora di più, ditemi che ve ne pare del capitolo! 😻

Un bacio,
Laura♥️😻🥰😘🎉

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