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3) Incontro inaspettato

LUNE 🌕

-LUNE!! Muoviti, stiamo aspettando te!-

Le grida di mia madre quella mattina erano come una forchetta su una lavagna per le mie orecchie.

Ero chinata in camera mia, intenta ad allacciarmi le converse nere.

-Si, sto scendendo!- gridai in risposta.

Mi alzai e scesi le scale di legno e raggiunsi mia madre e mio fratello.

-Sai, non conosco nessuno che ci mette tanto tempo quanto ci metti tu ad allacciare un paio di scarpe?-

Io e mia madre eravamo l'opposto.

Lei aveva una carnagione abbronzata, i capelli biondo scuro, due occhi color nocciola ed un espressione dura sul viso ben definito.

Era una donna in carriera ed aveva dei principi ben solidi che nemmeno i suoi due figli potevano scavalcare.

Con noi, però, a volte si permetteva di addolcirsi. A volte.

-Come tu con i trucchi mamma- sospirai, chinandomi e prendendo in braccio Tom.

Quel giorno respirava più pesantemente.

-Tom, stai bene?- gli chiesi con un sorriso rassicurante.

Lui annuì ma io non ero per niente convinta.

Lanciai un occhiata a mia madre.

Avevamo stabilito questa capacità di capirci con un solo sguardo, da quando Tom aveva quella malattia.

Lei mi annuì e io mi tranquillizzai.

Poi mia madre aprì la porta.

Una folata di gelo mi fece battere i denti e pensare che forse era molto meglio rientra in casa, svestirmi, mettermi il pigiama con i pinguini viola e sdraiarmi sotto le coperte.

Peccato però che mia madre faceva parte del comune di Ribel Hills.

Ogni inizio anno il comune di Ribel Hills formato da cittadini, proponeva una specie di festa, con bancarelle e zucchero filato.

Tanto per inaugurare il ritorno del freddo, del raffreddore, della scuola, del lavoro, delle ansie e dei problemi...

Io non ero molto d'accordo, ma la mia opinione contava poco dato che vivevamo in un paesino in cui "l'amore, la gioia e la felicità erano preservati".

Almeno questo era scritto sul cartello di Ribel Hills.

Il posto che mi rappresenta proprio.

Comunque, mia madre ne faceva parte e quindi non poteva mancare a nessuna di queste feste.

E noi con lei.

Uscimmo sull'uscio di casa nostra, e quando mi rigirai dopo aver chiuso il portone di casa una figura molto familiare mi apparve davanti.

Sussultai.

-Ciao Lily...?- dissi ritrovandomela davanti.

-Ehy Lune, possiamo parlare?-

Dopo la nostra accesa discussione io e Lune non avevamo chiarito.

-No guarda, ora ho Tom e devo stare con lui- le dissi.

Mio fratello andava sopra tutto.

-Ma no, figurati Lune, lo porto io Tom- si intromise mia madre che mi riservò una strana occhiata.

Lei non ne sapeva niente.

Non le avevo nemmeno detto delle mie allucinazioni preoccupanti...

La fulminai a mia volta e mi incamminai per il paese con Lily.

Ribel Hills sembrava sospeso nel tempo.

Le strade strette, i vicoli acciottolati e le case con balconi in legno davano l'impressione che nulla fosse cambiato in decenni.

Camminavamo in mezzo alla piazza con passo deciso ma si poteva notare comunque che qualcosa che non andava.

Io e Lily siamo migliori amiche da anni, ma la nostra differenza è sempre stata nota sotto gli occhi di tutti.

Lily era sempre felice. Io quasi mai.

Lily aveva sempre l'iniziativa. Io sarei stata nel mio letto sotto le coperte per l'eternità.

Lily aveva un bel sorriso stampato sul viso costantemente. Io se sorridevo scendevano tutti i santi a festeggiare.

E questa nostra differenza a volte era un pregio.

Ma altre volte creava come un muro invisibile tra di noi che nessuna delle due era capace di scavalcare per il proprio modo di vedere le cose.

Forse il motivo per cui Lily ed io eravamo legate era perché riusciamo a vedere oltre le apparenze.

Io sapevo che Lily, nonostante sorridesse , non era davvero felice.

E lei riusciva a vedere altro in me che il solito pessimismo.

-Lune, mi dispiace-Lily ruppe il silenzio.

-Non avrei dovuto, davvero. Lo so che sono argomenti che non vanno toccati ma io ti sono vicina. Sempre-

-Non fa niente, stai tranquilla-

Lily mi sorrise ed euforica mi abbracciò buttandosi sopra il mio corpo esile che faceva fatica a portare sulle spalle uno zaino.

-Si, si, ok ora basta- dissi staccandomi.

Lily fece una risatina.

Poi qualcosa la colpì.

-Cioccolata calda?!?- esclamò osservando un negozio.

-Oh santo cielo- dissi io.

Lily mi trascinò letteralmente al negozio.

-Due cioccolate calde, una al latte ed una fondente, grazie- disse.

Ecco appunto. L'opposto.

Lily prese le due cioccolate ma quando si girò una delle due mi si rovesciò completamente addosso.

La giacca di papà.

-Merda- imprecai sospirando.

-ODDIO LUNE ! Scusami tantissimo, non volevo! Ora andiamo a casa mia e ti cambi, scusa!-

L'idea non era male, ma non mi andava affatto di camminare con quella macchia sulla giacca.

E in più avevo paura che non se ne sarebbe più andata se non avessi fatto qualcosa.

Perciò rifiutai.

-No, vado nel bagno di quel bar, tu aspettami qua- le dissi indicando il luogo in cui eravamo.

Lei annuì e io mi avviai a passo veloce verso il bar.

Quando aprii la porta un ondata di caldo mi avvolse piacevolmente.

Il freddo non mi dispiaceva in realtà, ma il calore che emanava quel posto era molto più rassicurante.

Un profumo invitante di caffè appena fatto , miscelato all'aroma delle brioche calde appena sfornate mi avvolse insieme al calore.

Il pavimento di legno scricchiolava sotto i miei passi pesanti.

Le pareti erano rivestite di mattoncini rossi, con qualche poster di qualche band qua e là.

Il barista preparava caffè a non sfinire con gesti da esperto,mentre il rumore della macchinetta del caffè riempiva l'aria creando una sinfonia discreta ma comunque familiare.

Mi defilai quatta quatta verso il bagno, spintonandomi in mezzo alle persone che aspettavano di essere servite.

Quando finalmente raggiunsi il bagno  ci entrai e sospirai.
Guardai in alto.

-Scusa-sussurrai.

Quella giacca me l'aveva regalata al mio 13esimo compleanno, ma ancora mi calzava alla perfezione dato che non ero cresciuta di più di 3 cm.

Me la sfilai rimanendo con solo il dolcevita addosso e la poggiai con delicatezza sul lavandino e presi un po' di carta igienica e cominciai a strofinare.

-Dovresti usare una spugnetta-

Una voce mi fece sussultare.

Mi girai di scatto e lo vidi.

Lo stesso ragazzo biondo a scuola.

Come si chiamava? Olin? Colin? Si, si Colin.

Non mi era ancora ben chiaro che cosa avessi sentito.

Avevo solo deciso che erano allucinazioni, e che dovevo tornare dal dottore.

Eppure non mi ero chiesta se quello che avevo sentito fosse vero, e che cosa significasse.

Il ragazzo era lì, appoggiato allo stipite della porta, con una calma disarmante. I suoi capelli biondi erano un riccio morbido e naturale, che sembrava quasi danzare ad ogni movimento, come se la sua testa fosse sempre percorsa da una brezza leggera.

Non c'era nulla di ostentato in lui, eppure emanava una sorta di tranquillità che lo rendeva immediatamente affascinante. Il suo viso, scolpito ma senza tratti troppo marcati, aveva un'espressione serena, come se fosse sempre a suo agio in ogni situazione.

Era calmo anche quando discuteva con il suo amichetto, che sembrava il suo opposto.

Gli occhi, di un castano nocciola luminoso, sembravano brillare di una gentilezza innata.

Non c'era arroganza nei suoi sguardi, solo una naturale curiosità e un interesse sincero per ciò che lo circondava.

Come se volesse saperne di più del mondo in generale.

Non indossava anelli o braccialetti, eppure la sua presenza era come una sorta di silenzioso magnetismo.

Il suo abbigliamento era semplice ma curato: una maglietta bianca, i jeans chiari che si adattavano perfettamente alla sua figura snella e tonica, e scarpe che sembravano nuove ma non in modo ostentato.

-Scusa ci conosciamo?- chiesi cercando di studiarlo per bene.

-Oh, scusa, hai ragione. Sono Colin, andiamo nella stessa scuola. Ti ho vista venerdì-

Impossibile, venerdì nemmeno sapeva della mia esistenza. I nostri occhi non si sono mai incrociati, non può avermi vista.

Ma che ne sai, andate nella stessa scuola, magari ti ha vista mentre eri girata.

Ma comunque non abbastanza per riconoscermi.

Si avvicinò e mi porse la mano priva di anelli.

Ma da dove viene, dall' 800?

Io stranita gliela strinsi.

- Si, andiamo nella stessa classe- dissi.

Improvvisamente l'aria sembrò mancare nella stanza e la testa riprese a girare.

Non feci in tempo a chinarmi ed ad appoggiarmi al lavandino che lui era davanti a me.

Ma che cazzo.

-Tutto bene?- chiese.

-E a te perché interessa?- risposi di botta, senza pensarci un attimo.

Sul suo viso apparse un piccolo sorrisetto che mi fece venire i nervi e salire una strana voglia di dargli un cazzotto in faccia.

-Scusa, ma di solito non mi rispondono così. Non sei come le altre- disse ridacchiando un pochino.

-E grazie a dio che non sono come le altre- risposi.

Mi staccai subito da lui.

Mi girai per capire cosa mi stesse succedendo alla testa.

Dio santo.

-Non ho ancora capito chi se—

Feci per parlare, ma quando mi girai del ragazzo dai riccioli d'oro non c'era traccia.

Scossa, mi girai su me stessa un paio di volte per capire se magari si fosse nascosto dietro al WC per qualche ragione, o magari sotto al lavandino.

Ma niente.

Era sparito nel nulla.

Sbuffai e afferrai il rotolo di carta igienica per finire di pulire la giacca.

Ma quando posai gli occhi su di essa, rimasi paralizzata.

La mia giacca era pulita come prima.

Non c'era traccia di cioccolata calda da nessuna parte.

La toccai per capire se stessi sognando ma era vero.

Ora spiegatemi questo.

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