Capitolo 28
W.i.l.l.i.a.m
Che poveri idioti.
Entrare così, senza sapere niente di certo del nemico, senza un piano dettagliato e contando solo sui loro favolosi poteri.
Erano partiti, tutti carichi dopo l'incoraggiamento del loro comandante, come dei polli che seguono il galletto starnazzante del cortile.
Il cozzare di armi e corpi si distingueva fin dal nostro rifugio, al di là della sponda opposta del fiume in secca. Avevano incontrato subito delle difficoltà e prima che il tutto finisse ci sarebbe voluto altro tempo. Almeno ci avevano dato due guardie armate che controllassero i dintorni e ci proteggessero in caso di esseri sovrannaturali.
Alla fine era comodo avere chi ti guarda le spalle, ma non bisognerebbe sottovalutare la forza di chiunque, neanche degli alleati benché umani.
Perché devo stare qui?, mi domandai.
Ah sì, quella sconsiderata della mia dipendete si era fatta fregare da un qualche potente boss di chissà quanti secoli! Quanto vorrei tornare a casa dalla mia piccola Tasha...
Strinsi a me Samantha, ancora priva di forze dopo lo spettacolo in cui si era cimentata. Sapevo che non era umana, ma non avrei mai immaginato che la sua abilità si manifestasse in tale modo.
Quella ragazza era piena di sorprese: bella, semplice da capire, ma allo stesso tempo riservata e astuta, fiammante di forti sentimenti.
Chissà cosa si provava ad avere vere emozioni.
Per me era sempre stato difficile conciliarmi con gli altri.
Non ci sono circoli informativi per sociopatici alle prime armi, perciò all'inizio era stata dura.
In compenso avevo trovato una scappatoia per non farmi scoprire dalle forze dell'ordine e ottenere un equilibrio: documentandomi su tutto ciò che riguardava le procedure investigative e sugli errori dei miei simili, sopravvissi e mi laureai.
Mettendomi in proprio con i soldi racimolati dalle mie vittime, istituii una cooperativa di delinquenti, assassini e ladri, i migliori sulla piazza, pronti al mio servizio e a quelli dei miei clienti.
In quel momento, come non mi succedeva ormai da anni, mi rammentai del mio primo incontro con Ate.
Era una giornata grigia, faceva un freddo pazzesco e tutto presagiva che l'omicidio programmato sarebbe andato a buon fine.
La temperatura, il luogo e gli attrezzi erano tutti pronti. Mancava solo la preda designata.
Questa volta il mio cliente voleva far sparire una donna.
Non una delle sue innumerevoli amanti e prostitute.
Nemmeno una testimone o sua moglie.
No.
L'obiettivo era una vecchia senzatetto.
La paga era buona, troppo buona per essere un compito che si presagiva essere così... Semplice.
Ero appostato ormai da due giorni in uno degli appartamenti abbandonati di quell'isolato, la visuale perfettamente spianata per il mio fucile M25.
Il cielo, bianco come un vecchio lenzuolo, preannunciava la neve che sarebbe discesa a breve.
Dovevo sbrigarmi se volevo che il piano funzionasse.
Sentendo la voce della vecchietta, gracchiante e consumata, mi chiesi ancora cosa avesse mai fatto per far arrabbiare un boss della droga.
Nel frattempo l'anziana si sdraiò scompostamente nel suo giaciglio fatto di stracci, vestiti consumati e cartoni di compensato ammaccati, i quali lasciavano il giusto spazio da permettere di scorgere la sua faccia rugosa.
Capelli grigi, occhi piccoli, scuri, e la pelle, raggrinzita dall'età e dalle difficoltà, di un colore simile alle cortecce scure degli alberi da frutto del parco lì vicino, ora spogli e nudi contro il vento freddo che soffiava da ovest.
Lo stesso vento che mi serviva per calcolare la traiettoria del mio unico colpo. Imbracciai il fucile, presi la mira, e inspirai lentamente.
Buttai fuori il fiato e la mia concentrazione raggiunse i livelli massimi.
Sparai avendo nel mirino l'occhio annebbiato della donna.
Con precisione millimetrica, seppi che il colpo era andato a segno.
Lasciai la mia postazione in fretta, senza lasciare tracce del mio passaggio e mi precipitai giù dalle scale dismesse, fino al cadavere racchiuso nel suo bozzolo di morte e decadenza.
La vecchia, morta ad occhi aperti, era in una posa rilassata, come se stesse guardando il cielo invernale per l'ultima volta.
Dall'angolo interno dell'occhio della vecchia usciva una piccola siringa affusolata come una cerbottana che, grazie al sottile e lungo ago, aveva trapassato il cervello della donna, procurandole inoltre una paralisi di vari funzioni corporee e una morte quasi instantanea. Solo io sapevo che non era morta serenamente: il punto colpito era stato sì fatale, ma il dolore provato era stato di certo lancinante. I miei studi lo confermavano.
Tirai fuori dei guanti dalla tasca dei miei pantaloni mimetici e li indossai, prima di sfilare delicatamente l'arma del delitto dal cadavere.
Nessun rimorso, nessun senso di vittoria, nessuna sorpresa.
Tutto andava come previsto.
Lavoro riuscito, pensai.
Inviai con un messaggio le medesime parole al mio cliente per farmi mandare il resto dei soldi al mio conto.
Non c'era bisogno di prove: mi ero fatto una certa reputazione.
Lasciai la scena del crimine mentre scendevano dei delicati fiocchi di neve, che avrebbero aiutato la messinscena di un possibile e comunissimo caso di ipotermia per quegli sfortunati che non trovavano un riparo dal gelo.
Un sorriso mi stirò le labbra al pensiero di come, il momento dopo quell'illusoria sicurezza, tutta la mia vita divenne molto più...stimolante.
<< Ragazzo! >> mi sentii chiamare da una voce alle mie spalle.
Preso in contropiede, mi girai di scatto sapendo benissimo che da quelle parti non girava mai nessuno a parte il mio obiettivo; di certo non una ragazzetta pelle e ossa, con lucidi e lisci capelli neri e occhi vispi, di un castano verdastro, vestita come una bambina che ha preso i vestiti della sorella maggiore. Gonna nera stracciata sulle ginocchia, maglione troppo grande per lei, di un grigio stinto con qualche buco, i quali facevano vedere la pelle quasi traslucida tanto era bianca, erano abbinati ad un paio di stivali, cosparsi di borchie e altri pezzi di metallo.
<< Cosa vuoi? >> domandai con tono sospettoso.
Non potevo far trasparire la mia sociopatia, perciò avevo appreso quali comportamenti gli altri esseri umani mostravano in quasi ogni situazione; di fatto, in quel determinato caso, uno sconosciuto in un luogo isolato a quell'ora del giorno sarebbe stato sicuramente sospettoso nel vedere una ragazzina da sola in un vicolo.
Perciò il personaggio che interpretavo al momento avrebbe sicuramente supposto che la nuova arrivata avrebbe richiesto dei soldi, così le lanciai delle banconote e le intimai di farsi gli affari suoi.
<< Non così in fretta >> proruppe lei, tirandomi per un braccio.
Non aveva degnato di uno sguardo i soldi, anzi mi si era avvicinata fino a guardarmi dritto negli occhi.
Cercai di togliermela di dosso senza sforzarmi troppo, dovevo rimanere ancora per un po' nel personaggio dell'inetto per schiodarmela di torno.
<< L'hai uccisa tu, non è vero?>>
Smisi di muovermi.
La fissai di rimando, stupito realmente dopo così tanto tempo da esserne ancora più sconvolto.
Pericolo.
Pericolo.
Chi è questa ragazza?
Quella piccola incognita andava eliminata.
... Ma prima dovevo scoprire come faceva a saperlo.
Aveva visto tutto?
<< Sì, ed è stata una morte indolore. Tu non sarai così fortunata se non mi dici tutto ciò che sai. Ora >> proferii quelle parole facendo trasparire il mio vero io: vuoto, monocorde, privo di accenti e inflessioni. Potevo permettermelo, anche se qualcuno l'avesse cercata non avrebbero potuto riconoscerla dopo che il processo di eliminazione fosse iniziato.
Lasciando la presa dal mio braccio, saltellò a distanza di sicurezza, ma senza allontanarsi troppo, perciò non mi mossi. Mi piaceva giocare al gatto con il topo.
Quando mi soffermai sulla sua espressione tutti i miei sistemi di allerta si accesero: sembrava che non fossi l'unico a pensarla così.
Un sorriso entusiasta si allargava sul viso magro e scarno, gli occhioni di lei sprizzavano contentezza, come se avesse vinto la lotteria.
<< Dimmi, tu lavori da solo? >> chiese con voce sicura lei.
<< Sono io che faccio le domande >>
<< Si sì, poi potrai farmi tutte le domande che vuoi. Voglio sapere come poter far soldi sfruttando... la mia condizione >> s'informò toccandosi il palmo della mano con due dita.
Un segno di nervosismo?
Era una prostituta? No, impossibile che lo chiedesse ad un possibile serial killer come me. In più non aveva lo sguardo di una che si vuole svendere per disperazione o lussuria.
No, sembrava più simile a lui, ma allo stesso tempo diversa.
<< Non hai paura di morire? >> le domandai, mentre il mio cervello macinava tutte le informazioni che stavo raccogliendo su di lei con tutti i sensi: tono della voce, temperatura corporea, odori particolari, incertezze, segni particolari, postura, notizie da lei sfuggite su se stessa.
Tutto.
La sua espressione cambiò drasticamente. Divenne imperscrutabile e le uniche parole che proferì mi fecero prendere una decisione, forse la più sbagliata della mia vita.
<< La morte? L'ho provata così tante volte che ormai ci vado a fare shopping insieme.>>
La verità che traspariva interamente, inconfondibilmente, dal suo essere mi convinse ad assumerla.
Ad una condizione.
<< Va bene, lavorerai per me nella mia associazione di professionisti. Dopo che avrai superato il colloquio >> sentenziai alla fine.
Perplessa, la ragazza acconsentii.
Così tirai fuori la mia pistola e le sparai ad una gamba.
Almeno, tentai.
In quel momento, dal nulla, un piccione cadde in picchiata proprio sulla traiettoria del mio proiettile.
Vidi appena in tempo uno stivale arrivare a gran velocità verso la mia faccia, prima di pararlo con le braccia e afferrarlo con entrambe le mani per farla volare sull'asfalto.
Prima di atterrare con la testa, il possibile nuovo acquisto dell'associazione "Mortalmente professionali" attutì la caduta con gli avambracci e si ruotò per colpirmi al plesso solare, riuscendoci.
Facendo due passi indietro, le puntai la pistola in mezzo alla fronte, mentre lei, inginocchiata davanti a me, con un pugnale antico e ingioiellato appoggiato al mio maglione, teneva saldamente la punta affilata all'altezza del mio cuore.
Per essere alla pari con me, il migliore sulla piazza di tutto lo Stato, doveva avere sicuramente qualche trucco nella manica.
<< Promossa >> decisi, riponendo la pistola nella sua fondina solo dopo che il pugnale venne infilato nel suo fodero.
<< Sarà un piacere lavorare per te. Quanto è la paga? >> domandò lei a quel punto.
<< Non avrai problemi di soldi per il resto della vita >> le assicurai.
<< Bene, piccola nuova assunta, come ti chiami? >> chiesi a quel punto.
Era la prima volta che accettavo qualcuno senza avere il quadro completo della sua vita, ma avrei fatto in modo di riempire quelle lacune.
Mi guardò male e, mentre ci incamminavamo verso la mia macchina, mi spiazzò per l'ennesima volta da quando mi aveva chiamato, neanche venti minuti fa.
<< Piccola a chi? Io già solcavo queste terre quando i tuoi antenati stentavano a muoversi su due zampe. Se pensi di avere a che fare con un semplice umano, ti sbagli di grosso e non sai cosa ti aspetta. In ogni caso, sono Ate >> e mi superò per poi fermarsi di botto e girarsi a fianco alla mia macchina.
<< Dai Wladimir Irvin Leon Louis Ian Allen Morgan. Non abbiamo tempo da perdere, ci aspettano un sacco di affari, stanne certo >> assicurò entrando in macchina.
Sapeva.
Sapeva il mio nome.
Sapeva il mio nome e mi aveva fregato le chiavi dell'auto.
Un brivido oscuro mi sommerse e con un sorriso agghiacciante mi infilai in macchina, con la certezza che non mi sarei annoiato ad avere a che fare con lei.
Peccato che scoprii poi che era una vera stupida in certe questioni.
Come ad esempio tutta quella situazione con Marcus. Era un tipo abbastanza a posto, ma rovinava i miei piani e le mie scalette lavorative. Doveva proprio essere una Fenice?
In più avevo come l'impressione di aver riconosciuto la voce della sorella strampalata di quel guerriero, ma la mia mente non voleva collaborare, soprattutto non dopo il brutto scherzo che Samantha ci aveva fatto.
Anche lei era una stupida. Rischiare così tanto per qualcun altro... Non riuscivo a comprenderlo.
Dopotutto anch'io avevo preso delle decisioni azzardate.
Saltare a mia volta, anche con la sicurezza che ci avrebbero preso in tempo prima di baciare il duro suolo, non era stata un'idea brillante.
Il mio corpo si era mosso da solo.
Come le mie espressione, non più sotto controllo, mentre quel soldato alato, Wade, si scontrava con Samantha.
L'avrei fatto a pezzettini.
Purtroppo era un tassello fondamentale nel battaglione incaricato di salvare Ate, perciò dovevo aspettare.
Prima o poi sarei riuscito a staccargli almeno un'ala.
O entrambe.
<< Tutto ok? >> mi chiese Samantha, affaticata e dalla voce roca per aver cantato così tanto. Sembrava che stesse per perdere conoscenza.
I rumori della battaglia erano appena percepibili in quel momento, ma avevo la certezza che in molti sarebbero tornati cambiati irredimibilmente da quel luogo.
La fissai e con un sorriso falsissimo le mentii: << Certo, andrà tutto bene >>.
N.d.A:
Ciao a tutti!
Impressioni? Dubbi? Insulti?
Probabilmente questi ultimi di più, mi scuso per il ritardo😱 so di essere lenta, di scrivere capitoli corti e di non dare segni di vita, ma spero davvero che continuate a seguire la storia e che vi piaccia questo nuovo capitolo🙈
Un grazie a tutti: a chi commenta, chi lascia stelline e a chi segue silenziosamente la storia 😍
Un caro saluto,
Ineki96🐱
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