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Capitolo 27

<< Era da molto tempo che attendevo questo momento. Le tue urla sono sempre state le mie preferite, sai? >> mi confessò il mio torturatore.
Rimasi in silenzio.
Se avessi aperto bocca avrei sicuramente gridato e non volevo in alcun modo renderlo minimamente felice. Era difficile non cedere alla tentazione di sfogare tutto il dolore che stavo provando in quel momento.
Avevo tutte le ossa dei piedi fratturate, la spina dorsale bloccata ad un tavolo di metallo con delle sottili lastre con la punta arpionata al mio midollo osseo, e le mani, unite e in alto dietro alla testa, immerse in una sostanza acida, che deteriorava pian piano gli strati di pelle, muscoli, tendini e cartilagini.
Lui si avvicinò con una grossa pinza, la quale sorreggeva un contenitore fumante, mentre indossava quella maschera fatta di pelle e muscoli. Infatti quell'essere non aveva una vera e propria faccia: l'unica cosa autentica che si poteva scorgere era data dal movimento di qualcosa sotto alla superficie, come un'onda che increspa la superficie dell'acqua.
<< Ricordi il nostro ultimo incontro? Eri stupenda con le mie creazioni su di te: quei vortici caotici e irregolari, ma dalle linee lisce e perfette... erano il mio regalo di gratitudine per il nostro tempo passato insieme. Quando poi sei riuscita a fuggire mi sono davvero rammaricato di non aver completato la mia opera, così da far vedere a tutti quanto ti fosse impressa nella memoria e nel corpo la nostra convivenza >> mi informò sconsolato. I suoi occhi, bianchi e lucidi come il latte, mi riportarono alla mente quei ricordi che avrei preferito dimenticare.
Lo spillo bollente che passa sulla mia pelle, scavando, solco dopo solco, sempre più a fondo, il percorso di cicatrici che percorreva tutto il mio corpo. Il suo sorriso estasiato mentre lavorava sul mio corpo immobilizzato, incapace di difendersi da quella lenta agonia, infinita, con l'intento di rendere quei marchi eterni.
Ma sono scomparsi, sono riuscita a guarire e lui non mi ha avuta, mi rassicurai almeno in parte, cercando allo stesso tempo di capire cosa avesse in mente di fare.
Non mi sottoporrò ancora a quella tortura, promisi a me stessa fissandolo con odio.
Era uno degli affronti più orribili che si potesse sottoporre ad un essere non umano.
Essere marchiati è come essere costretti a diventare un oggetto, il quale ha l'unico obiettivo di avere un possessore che lo utilizzi e lo rimiri. Se si considera che è già un atto orribile farlo ad un animale o ad un essere umano, farlo ad un essere che vive molto più a lungo è imperdonabile.
<< Non parli più? E dire che all'inizio eri così loquace, che peccato che tu abbia deciso di fare il gioco del silenzio. È decisamente un passatempo che non mi ha mai attirato, soprattutto quando creo >> mi confessò accostandosi al mio orecchio. Sentivo il puzzo fetido di antico. Non quell'odore che si trova nelle biblioteche dismesse e inesplorate da secoli.
No, ero il nauseante fetore dei corpi mummificati malamente o delle carcasse lasciate in spazi chiusi nelle afose e torride giornate estive.
<< Non ti preoccupare: anch'io inizierò un gioco molto divertente per ammazzare il tempo mentre aspettiamo >> continuò così, accarezzandomi i capelli in un gesto paterno.
Cercai di scansarmi il più possibile.
Aspettare cosa? O chi?
Che gioco?
<< Bene bene, vediamo cosa c'è qua sotto >> mormorò appena prima che sentissi un rumore umido, come può essere quando strappi un capo d'abbigliamento bagnato.
Un doloro allucinante si unì agli altri, componendo una terribile sinfonia per i miei poveri recettori del dolore.
Con sconcerto mi resi conto di cosa stesse facendo al mio corpo.
Mi stava spellando viva partendo dal tessuto rimasto dai polsi, al limitare con le mie mani martoriate, in direzione delle braccia.
La mia vista, sfuocata a causa dello shock, mi ingannò.
Invece dell'anonimo soffitto della stanza in cui ero certa di trovarmi, vidi l'arco di mattoni in cui mi ero risvegliata quando ero solo una neonata semi-divinità.
La perfetta irregolarità di quelle pietre si collimava con l'instabile potenza di quelle mura, immutabili e al contempo pericolosamente in declino. Il colore ambrato delle pareti che rilucevano al calore fioco delle torce, la sensazione di essere al sicuro, sotto a strati di dura terra, mi convinsero a ritenere quel luogo la mia prima vera casa.
Adoravo quel posto, era il primo contatto con il mondo.
Per questo lo distrussi. Da cima a fondo.
Il mio istinto, primordiale e senza controllo in quei primi momenti di vita, mi urlava di cercare e di portare il mio ordine, la mia decisione, la mia verità. Per questo mi convinsi di essere nel giusto quando, dopo essere emersa dalle macerie ed essermi abituata alla luce nascente, fissai il mio sguardo ultraterreno sulla vallata rigogliosa.
Circondata da alte e giovani montagne, la valle da cui ero sbocciata come un fiore fuori stagione mi stava salutando con l'inizio della mia avventura nel mondo.
Peccato che la mia nascita era un fenomeno oscuro quanto l'identità del portatore di metà del mio patrimonio genetico.
Era un mistero che solo Eris poteva chiarire, ma ovviamente si era ben vista da lasciarsi sfuggire alcunché. L'unica certezza era che ero una di quei famosi casi di nascite straordinarie, dato il fatto che nacqui adulta e con la consapevolezza di essere uno sbaglio, qualcosa che non doveva esistere, un errore.
Anzi, l'Errore.
Strach!
Un ulteriore shock mi riportò alla realtà.
Carne viva. Ecco cosa erano diventate le mie povere braccia.
Dai continui strattoni e pezzi di pelle gettati con nonchalance al di là della sua spalla, dedussi con sgomento che intendeva procedere per tutto il corpo.
Era sicuramente una sofferenza, ma per quale motivo...
Guardai i suoi occhi e capii.
Quello sguardo.
Quella felicità.
Quella smania di possesso.
No no no!
<< Sapevo di aver fatto un bel lavoro! >> affermò fiero di sé.
Non poteva essere!
Mi guardò a sua volta e così potei avere la prova del mio orribile presentimento.
Riflessi nei suoi occhi potevo vedere i contorni della mia figura: bloccata, nuda, ferita ed esposta. Niente di nuovo, se non fosse per le braccia.
Segni, simboli, marchi. Visibili e indimenticabili.
La mia disperazione, il suo godimento.
La sua opera, la mia rovina.
Non se n'erano andati del tutto.
Erano rimasti lì, impressi con chissà quale diavoleria, in attesa che il loro creatore li portasse in superficie.
Prese in mano la pinza con lo strano composto.
<< Questa volta non permetterò che tu li nasconda >> ringhiò con una smorfia, tra il soddisfatto e il furioso.
Versò il liquido vischioso nei solchi e in un lampo compresi.
Una scarica di adrenalina e dolore mi riscosse così improvvisamente che mi staccai parzialmente dal tavolo, procurandomi ulteriori ferite.
Mi facevano male le orecchie.
Mi accorsi in quel momento che stavo urlando da quando quella cera scura aveva toccato le ferite.
Una parte, ormai sempre più delimitata del mio cervello, sapeva che gli stavo dando proprio quello che voleva, ma la parte irrazionale non poteva accettare tutto ciò.
Stava usando la malta originaria: così definita perché si diceva reggesse le basi dell'intera realtà e, qualora fosse utilizzata, rendeva permanenti e legati perfino i reparti più scuri del vuoto spaziale.
Gli esseri umani la chiamavano con il nome di materia oscura.
Non potrò più dimenticare.
Non potrò più vivere spensieratamente.
Avrò per sempre la prova sulla pelle della mia schiavitù.
Alla fine quello ero diventata: una schiava legata al ruolo di perpetua vittima del proprio carnefice.
<< Sarai una sposa incantevole >> mi assicurò il mio futuro marito, mentre, imperterrito, continuava nel suo deplorevole e agghiacciante lavoro.
Stratch.
Stratch.
Stratch...
L'ultimo pensiero che mi balenò in mente prima che la mia sanità mentale mi lasciasse nell'oblio fu per le persone che avevo lasciato indietro, molto lontano da lì.
Dimenticatemi e vivete: mi impegnerò per tenerlo occupato in ogni modo possibile per non fargli distruggere tutto ciò che ho costruito.
Fosse l'ultima cosa che faccio.

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