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7. Da te a me ( Parte II )


Alla morte non c'è soluzione.
Non esiste un'età oltre la quale si ha la garanzia di potervi assistere senza restarne intaccati.
Quel lunedì mattina, il caso di Mirko Zacchini interruppe svariate lezioni in più istituti. Marina, contro ogni previsione, era venuta a scuola.
Non aveva chiuso occhio, così come sua madre e la maggior parte degli altri inquilini del palazzo. I coniugi Zacchini erano sconvolti, e fra pianti e urla, oltre a barcamenarsi fra poliziotti e medici, non facevano che ripetersi le stesse domande: 

Com'è potuto succedere?
Perché a noi?
Perché, povero Mirko?!
Dove abbiamo sbagliato?

Un ragazzo nel fiore dei suoi anni aveva incontrato il suolo senza più rialzarsi.
Un volo di circa venti metri era stata la sua ultima avventura, prima di chiudere gli occhi per sempre.
Scelta o fatalità?
Marina ci si tormentava fra casa e scuola.
Le finestre del suo palazzo erano tutte identiche: stessa forma rettangolare, stessi rotolanti marroncini, medesima altezza fra il pavimento e il poggia gomiti largo... cadere accidentalmente nel vuoto era pressoché impossibile, anche se ci si stesse dimenando con la musica nelle orecchie.

Bea: Mimma mia! Per poco stamattina non m'andava il latte di traverso mentre mamma seguiva il TG! Ma il palazzo del ragazzo morto... è il tuo?!
Tu: Mimma bella ciao... sì, ho visto tutto...
Bea: E chiamarmi subito... no?
Tu: Ieri non avevo testa nemmeno che ricordare il mio nome... è stato terribile. Con mamma siamo state sveglie tutta la notte a dare sostegno agli Zacchini.
Tu: Bea... io forse... io forse certe cose non le dovrei nemmeno pensare o dire... ma...
Bea: ?
Tu: ...Temo che Mirko non sia accidentalmente caduto dalla finestra, come hanno raccontato. Tu... tu sei venuta a casa mia, da mamma, hai visto come son fatte le finestre, no?
Bea: Pensi che l'abbiano spinto?
Tu: Io non so che cosa penso. Io so solo che... che se sto da sola mi viene solo tanta voglia di piangere.
Bea: Vengo a prenderti a scuola. Oggi faccio cinque ore. Dovrei essere da te dieci minuti prima della campana. Torna tutto! :D Se riesco, cerco di saltare anche violino, così si sta insieme fino a cena.
Tu: Ti adoro. ♥♥♥
Tu: Ma non saltare violino. ♪

Con gran sorpresa di Marina, una volta in classe, furono in molti a salutarla con un abbraccio; perfino alcune ragazze che di solito le sondavano la silhouette dalla testa ai piedi, parlandole male alle spalle... lo stesso Claudio, pur ritenendola più vuota di un pacchetto di M&M oltre quindici minuti dall'apertura, le si accostò per farle coraggio. Marina guardò tutti con i lucciconi, facendo sforzi titanici per trattenere il pianto. Prima del suono della campanella, perfino alcuni ragazzi di quinta si affacciarono in III F per domandare di quanto trasmesso al TG del mattino. Su Facebook già correva la notizia mentre Sara non poteva che farsi piccola in un angolo, ottenebrata da ragionamenti infantili, affatto coerenti con la realtà.
Emettendo bassi borbottii, si riteneva assolutamente estranea alla morte del ragazzo, e senza mostrare la benché minima empatia, considerava Marina Dei una falsa piagnucolona. Nella sua distorta visione dei fatti, Sara accusava Marina di usare la tragedia per attirare l'attenzione su di sé.
Per far parlare di sé.

- Sarà anche sconvolta, ma per venire a scuola s'è comunque vestita come per andare a ballare! Buffona! Se stesse veramente male, si sarebbe infilata i primi stracci dell'armadio, e di certo, non avrebbe avuto tempo per farsi i boccoli con il ferro! Ha pure intonato la collana agli orecchini... Forse ha le occhiaie ma ce l'avrebbe anche se avesse fatto le tre su Messanger! -

Per Sara era impossibile andare oltre, e sbuffando, aspettava che le lezioni iniziassero.
Aveva trascorso l'intera domenica a studiare storia, chiusa in camera per non sentire sua madre tenere banco con quattro o cinque colleghi, in salotto, fra cocktail, musica blues e chiacchiere che preferiva di gran lunga ignorare...
Sara ci teneva a prendere bei voti e a togliersi di mezzo storia.
Essere interrogata quel lunedì le avrebbe permesso di dedicarsi in maniera esclusiva ad altre materie assai più ostiche. Dopo la figuraccia d'inizio anno, si era messa di buona lena a recuperare, affinché i professori attribuissero quel suo scivolone a uno sbalzo emotivo e non a un regolare cattivo andamento.
I suoi piani erano perfetti.
I suoi piani andarono a monte quando l'insegnante di Storia fece il suo esordio con la vicepreside, annunciando che quel giorno la sua lezione sarebbe stata sostituita da una più che doverosa chiacchierata su quanto accaduto a Mirko Zacchini.
Sara reagì immediatamente con uno scatto nevrotico, e dopo aver sbattuto i libri sul banco, non le ci volle molto per domandare di uscire.
Superò tutti a passo svelto, senza curarsi di fornir spiegazioni.

L'insegnante guidò la discussione egregiamente, e presto, furono in molti ad esprimersi circa la morte e che cosa rappresentasse. Pochi tacquero e fra questi, ecco Damiano Lamberti.
Juri si accorse del suo silenzio solo dopo una buona mezz'ora, quando anche il ragazzo chiese di uscire. Bianco in volto, con gli occhi gonfi e rossi,  raggiunse la porta lentamente, irrigidito come un ramo d'inverno.
Tolosa si sentì stringere il cuore, e lesto, lo seguì.
Sara non era ancora rientrata mentre l'intervallo sembrava non arrivare mai.
Juri non ci mise troppo a rintracciare Damiano, scoprendolo ai distributori automatici, con l'indice indugiante sulla pulsantiera delle bevande.
Non piangeva, ma mai aveva visto i suoi occhi bigi tanto lucidi e insofferenti.
Con addosso i suoi vestiti, quelli che pur standogli larghi, già sentiva d'amare più dei propri, Juri decise di avanzare a poco a poco, studiando mentalmente le parole che avrebbe voluto rivolgergli.
Dovevano essere perfette.

- Ehi, Dam, se vuoi parlare io sono qui. -
- Non c'è nulla da dire. - lapidò un inaspettato tono freddo.
- Forse... ma sembra tutto il contrario. -
- Sbagli. -
- E tu hai appena acquistato una bevanda che fino a qualche giorno fa paragonavi al vomito... - indicò Tolosa, ora affondando le mani nelle tasche della felpa.
- Fanculo...! Fanculo tutto! -
- Ehi, la professoressa ha ragione quando dice che dobbiamo parlare di quello che ci fa star male, o anche solo dire fanculo... forse, non sono un adulto o chissà quale grande saggio, ma sono qui e sono tuo amico, e mi fa male vederti fare quella faccia, Dam ! -
- Fanculo anche alla professoressa, allora! -

Un ringhio, poi il passo svelto alle scale.
Juri non demorse, e nonostante ci fossero alee nella scuola interdette agli studenti, le superò tutte per inseguire Damiano e il suo nervosismo.
Non lo capiva.
Non l'aveva mai visto in quelle condizioni.
Dimenticandosi di tutto, mentre angoli e porticine si susseguivano in quel vecchissimo palazzo storico, Juri pensava solo al suo Dam, a perché stesse soffrendo a tal punto da fargli muro, a quali potessero essere i motivi di tanta freddezza...
In quel momento, tutto passava in secondo piano: dalla povera Marina Dei, casuale testimone di 'sì raccapricciante evento, all'inquieta Sara, superata da entrambi senza esser notata.
Non le badarono. Non si accorsero di lei neanche quando decise di seguirli, senza una ragione in particolare.

- Ora basta, Dam! Fermati! -
- Faccio quello che mi pare! -
- Ma siamo all'ultimo piano! - esclamò Juri, adesso in prossimità di una delle tante piccole finestrelle che s'affacciavano sull'Arno.
- E allora? -
- Allora devi ascoltarmi! - rimarcò deciso - Tu lo conoscevi, non è così?! -
- Ma porca puttana, Juri! Allora vuoi proprio che ti risponda male! -
- Mi prendo anche un pugno se può servire a farti parlare! - oppose Juri, mentre stretti sull'angusto pianerottolo, nessuno dei due prestava attenzione all'ambiente circostante. Non v'era luce alcuna per le volte affrescate, per le scale dalle spranghe di ferro o per i passi di Sara, sempre più prossimi...
- ...Un pugno! - schernì Damiano, ora rivolgendogli una smorfia sghemba - Potrei fare molto peggio. Non mi conosci, vattene! Devi starmi lontano, quando sto così... -
- Credi forse di spaventarmi? -
- Ti prego! Lasciami solo! Lasciami fare! Lasciami calmare! -
-No! No! No! Non posso, Dam! Tutto questo non ha senso! Non puoi chiedermi di lasciarti in simili condizioni. - brontolò Juri; ora la voce ridotta a una flebile supplica.

Per tutta risposta, Damiano balzò a sedere sul poggia gomiti della finestrella, ben consapevole dell'effetto che l'altezza sortiva in quel bravo ragazzo dai grandi occhi azzurri.
Con espressione irriverente, Lamberti lo fissò, sfidandolo a un crudele gioco di nervi, sperando così di liberarsi di lui.

Ma come vide il suo Damiano a penzoloni sullo stretto cornicione, nessuna delle ataviche paure di Juri ebbe la meglio.
Juri restò.
Avvertì le ginocchia tremare ma decise di farsi forza. La voce gli morì in gola, mentre quella faccia da schiaffi sembrava pronta a far di tutto pur di mostrargli che o si faceva come voleva lui o niente.
Sarebbe stato da lascianrlo solo con la sua incapacità di affrontare le cose da adulto, ma nel cuore di Juri, in quel momento, c'era posto solo per un unico sentimento confuso...
In un rapido istante, la paura dell'altezza si mescolò alle immagini che il racconto di Marina aveva creato sul ragazzo morto, e mentre il cuore accelerava la sua corsa, Juri si ritrovò a immaginare il corpo di Damiano in riva al fiume, esanime, precipitato giù, da oltre dieci metri d'altezza...
Senza possibilità d'alzarsi...
Non avrebbe mai potuto sopportare uno spettacolo del genere... e dunque gli fu addosso, abbracciandosi forte alla sua vita.
Damiano non doveva permettersi di giocare con lui in quel modo... No!
Tremandogli contro, cercò di trasformare le sue emozioni in parole, ma dalla sua gola non uscì niente. Un macigno s'era formato fra le corde vocali e la bocca dello stomaco, bloccandolo.
Ma quanto era penetrato, in lui, Damiano Lamberti, per riuscire a fargli tanto male?!

- Scusami. -

Damiano lo sussurrò mentre alcune ciocche bionde sfuggivano giù, inseguendo il leggero chinarsi della testa. Il corpo di Juri stava bollendo contro il proprio, trasmettendo più parole di un'intera folla in propaganda.
Aveva appena giocato con una delle sue più grandi paure, e i piccoli singhiozzi che furono trattenuti contro la sua pancia seppero dirlo senza possibilità di fallo. Damiano si morse il labbro inferiore, indeciso sul dare un nome a quell'emozione confusa che dal petto si spandeva un po' dappertutto. Una parte di sé si dispiaceva d'aver giocato in quel modo con Juri, ma un'altra, assai più presente e infida, non poteva che deliziarsi di una reazione tanto sincera e devota.
Che cosa mai sarebbe arrivato a fare, per lui, un ragazzo come Juri Tolosa?

- Scendi, Dam. Dai... -
- Va bene. -

Nella frizzantina carezza del vento, Lamberti scivolò giù, e poiché già si trovava fra le sue braccia, non poté resistere all'idea di farsi lupo. Lo cinse forte, e con le mani aperte, ben strinse la sua vita, la sua nuca, le sue spalle, e tutto quel che del corpo di Juri potesse lecitamente cogliere. Fu un abbraccio esigente, uno di quelli che pareva ripagarne cento mai avuti. Non pianse. Non si abbandonò ai singhiozzi. E bollendo, giacché dentro s'agitava ogni cosa, strusciò contro la sua guancia per qualche istante, domandandosi se sarebbe stato azzardato o meno baciarlo.
In quel momento, affondare la lingua in una bocca, che nulla aveva da invidiare a molte altre già baciate, non sarebbe stato affatto male... e poi era Juri. Juri!
Di che cosa mai poteva sapere il bacio di un ragazzo tanto impagabile?
Damiano decise di allontanarsi poco prima che gli angoli delle loro bocche potessero incontrarsi. Non poteva giocarsi una persona come Juri per una mera questione ormonale...

- Non farlo mai più! Soprattutto, non farlo mai più dopo che un ragazzo è appena morto! -
- Pensavi che volessi ammazzarmi, Bambi? -
- Eh? Bambi? - brontolò Juri, immaginando il noto cerbiatto della Disney
- Sì, Bambi. - ridacchiò Damiano, poco prima di tirargli giù il cappuccio della felpa. - Sono uno stronzo, vero? -
- Sì, ma dirlo come se fosse un pregio, non rende la cosa piacevole. - sospirò Juri, avvicinandosi alla finestra per poi allontanarsi di colpo. - Ma... porca troia, Dam! -
-Già. Porca troia davvero... -

Damiano lo sussurrò cercando di non badare a ciò che quel perfetto connubio di bellezza ed emotività gli avesse appena scatenato ad altezza patta...
Ma per quanto Juri gli fosse vicino, non poteva allungare la mano per servirsene in quel senso, o almeno, così avvertiva dentro di sé. Quei grandi occhi turchesi che gli si rivolgevano con onestà volevano molto più che il piacere di una bollente manciata di minuti, o di una notte brava...
Inoltre, Juri avrebbe mai accettato quel genere d'intimità, fra di loro?

- Vuoi tornare in classe, Dam? -
- Non se ne parla! Non saranno quaranta minuti scarsi di ragionamenti superficiali e perbenisti a farmi stare meglio... -
-E cos'è che potrebbe farti stare meglio?-

Juri, docile e stordito, pose quella domanda senza preoccuparsi di quanto forte avesse iniziato a battergli il cuore. Dentro di sé, ogni emozione legata a Damiano, al momento, era stata direzionata verso una branca talmente speciale dell'amicizia da rasentare l'inesistenza, dunque, era con estrema naturalezza che adesso gli si stava avvicinando.
Damiano se lo ritrovò a un palmo dal viso, e dunque l'immaginazione iniziò a correre, selvaggia e irrazionale. Perfino la possibilità che Juri s'accorgesse della sua erezione non era più un problema.
Il respiro si fece più caldo, e gli occhi si sgranarono come se potesse davvero avventarsi su di lui e su tutta quell'ingenuità che sembrava messa lì, alla sua mercé.

- Dimmi, Dam, di cosa hai bisogno? Perché la morte di quel ragazzo sembra colpirti più di chiunque altro? -
- Perché si tratta di suicidio, Juri. -

Sì intima rivelazione stordì chiunque l'udisse.
Da Juri a Sara, nascosta per le scale, allo stesso Damiano, che mai si sarebbe aspettato un simile slancio da parte propria. Incapace di aggiungere altro, serrò le braccia al petto e chinò la testa, come se in cuor suo si sentisse colpevole.
Perché aveva appena confessato a Juri, una cosa del genere?
Boccheggiando, Tolosa cercò nuovamente il contatto fisico, ma Lamberti l'evitò, quasi non avesse altro modo di proteggersi.
Era la prima volta che parlava a qualcuno come se cercasse veramente un appoggio e questo non andava bene. Mandò gli occhi al cielo, e a suo modo, cercò di rimettere ordine dentro se stesso.

- Ascolta Juri, sono tutta la settimana da mio padre, dunque, è come se fossi solo. Posso fare quello che mi pare, ok? -
- Va bene. -
-Benissimo, allora, perché non vieni con me a una festa, stasera?-
- Una festa... di lunedì? E io che racconto ai miei... -
- Sì Bambi, perché sai, la gente non può mica morire solo quando il giorno dopo non c'è scuola... se vuoi, puoi dormire da me anche stanotte, così, eviterai ai tuoi di parlare della festa. -
- Ma così... mentirei. E se succedesse qualcosa? -
- E se non succedesse un bel niente?! -
- Non lo so, Dam, a me non piace raccontar balle ai miei. - sospirò Juri, ora grattandosi la fronte - Ma, scusami, se non vuoi stare solo, vieni da e guardiamo un film... -
- Non hai capito, Bambi, io ho voglia di sballarmi. Ho voglia di sentire la musica a palla nelle orecchie, di ballare, di vedere qualcuno fare l'idiota e farmi quattro risate... ho voglia di scaricarmi di brutto, e non di un pigiama party fra ragazzine... ! - brontolò concitato - E anche tu ne avresti bisogno! -
- Io? Non sono certo io quello che s'è fatto cinque piani perché un ragazzo è morto! -
- Non mi riferisco a questo momento in particolare, Juri! Tu hai bisogno di lasciarti andare un po', di fare qualche stronzata e di capire che cosa si nasconde dietro a un ragazzo talmente perfetto da non dare in escandescenze neanche quando la sua ragazza gli mette le corna, accusandolo di essere un cazzo floscio...! -

Juri sgranò gli occhi, e incapace di trovar qualcosa per ribattere, vide bene di allontanarlo con uno spintone. Strinse i pugni, girò la testa e di nuovo levò lo sguardo su di lui con espressione irritata. In quel momento, Tolosa avrebbe voluto strozzarlo, tanto stava facendo male sentirsi mettere spalle al muro proprio da lui.
L'orgoglio mordeva mentre le vene sulle mani gonfiavano e la mente acquistava consapevolezza dolorosa. Non era normale che non si fosse arrabbiato con Sara per le corna e le infamie.
Non era normale che si scuotesse tanto perché Damiano glielo stava facendo notare.
Perché Damiano...

- Non era... non era di me che stavamo parlando... non provare a fare il furbo! Siamo venuti quassù per te! Per te che stai male per un ragazzo morto... per te che fai lo stronzo con me, da quanto non riesci ad accettare la realtà delle cose! E... e se stasera vuoi, sballarti pure a quella cavolo di festa...! Non m'importa! Sai che c'è?! Vai! Vai! Vai e bevi fino a vomitare! Vai e... e balla, scopa! Tromba! E... fai anche l'idiota con chi credi, ma non azzardarti a trascinare me in questa cavolo di bolgia, perché non è così che voglio starti vicino! Non è così che funziona la nostra relazione! -

E poco dopo aver detto quell'ultima frase, Juri se ne andò.
Corse via in un fascio di nervi, talmente irrigidito e sconvolto da non udire il suono della campanella. Da superare Sara senza accorgersi di nulla.
Che diavolo aveva appena detto?
Perché aveva parlato di relazione e non di amicizia?
Purtroppo per lui non fu l'unico a domandarselo, e mentre Damiano si portava una mano al centro del petto, interrogandosi su come gestire quel casino, Sara si portò l'altra all'orecchio con espressione più che soddisfatta.
Qual è il modo migliore per togliere qualcuno dai riflettori, se non quello di metterci qualcos'altro di ancor più succulento? Presto, Marina Dei avrebbe perso la sua popolarità poiché a scuola ci sarebbe stato ben altro di cui parlare...

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Nell'immagine del capitolo vedere quel lato di Palazzo Frescobaldi ( scuola dei ragazzi ) che da sull'Arno. Damiano, nel suo girovagare arriva fino a una delle finestrelle sottotetto. Come vedete, non sono grandissime, ma Juri si spaventa molto comunque. ( Anche io che non soffro la paura del vuoto avrei qualche remora ) Nella realtà, temo che arrivare fin lassù sia proprio impossibile... Ma questo è un racconto, sognamo un po' ^_^


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