18. Vigliacco
Il blu elettrico del cielo abbracciava Firenze nell'ora del rientro.
Macchine e autobus riempivano i viali in un disordinato inferno di clacson.
Erano già le otto, quando Damiano si trovò a ripetere il giro dell'isolato per la quarta volta, alla disperata ricerca di un parcheggio.
Odiava la settimana del lavaggio stradale e il fatto che sua madre avesse trasformato il garage in deposito cianfrusaglie...
Un'altra tacca di benzina sparì dal display mentre l'incontro di Fiesole era ancora tutto lì, nella sua testa.
Prima di morire, Mirko Zacchini aveva spedito una lettera.
Una lettera che Giada gli aveva sbattuto in faccia quello stesso pomeriggio.
Una lettera che sembrava volerlo mettere in guarda da qualcuno.
Chi?
Le chiacchiere concitate di alcuni ragazzi lo riportarono alla realtà di soprassalto.
Aveva appena parcheggiato a ridosso della siepe, a breve distanza dal capolinea di uno sgangherato bussino sul quale si stavano pigiando una decina di ragazzi con tanto di borsoni.
Damiano si perse nel loro giocherellare spensierato, sospirando laggiù, in mezzo a quell'ampio piazzale di cemento scuro.
- Perché non sono così? - sussurrò al niente, mentre l'autobus ripartiva lasciando a terra un unico atleta - Perché non sono un semplice coglione che fa il grullo con gli amici? - proseguì dentro di sé, uscendo dalla macchina per avviarsi verso casa. - Scommetto che quei ragazzi hanno dei bravi genitori, e soprattutto, nessun amico suicida sul quale sembra aver messo le mani Agatha Chri... -
Fu un volto noto a rompere i suoi pensieri, rubando spazio a qualsivoglia Giallo letterario...
I suoi occhi e quelli del ragazzo al capolinea s'erano appena incrociati.
Da tutt'altra parte di Firenze, fra boli di schiuma e muscoli stanchi, ecco Karl e Alex attardarsi sotto le docce. Solo le loro casacche erano rimaste appese, penzolando in un silenzio che sapeva di resa dei conti.
Karl aveva notato da un pezzo il distacco del compagno di studio, iniziando a sospettare di tutti quegli impegni irrinunciabili che lo tenevano lontano dalle situazioni più calde.
Alex non c'era mai se Giada aveva casa libera...
Chiudendo l'acqua, Karl si passò le mani fra i ricci bagnati, rovesciandoli sul cranio in maniera affrettata.
Gocce d'acqua bollente rigarono il bel volto come lacrime, mentre lo sguardo acuto rimbalzava dal profilo rigido del compagno al suo lungo busto secco.
I segni dell'incidente in moto erano quasi del tutto scomparsi.
- Tu non vuoi fare sesso. -
L'affermazione di Karl si perse nello sgocciolare della doccetta, mentre un accappatoio giallastro veniva stretto in vita. Occhi di ghiaccio cercarono quelli grandi e inquieti di Karl.
Le lunghe ciglia sbatterono più volte per colmare il silenzio di un attesa che minacciava di non esser soddisfatta.
Alex gli stava dando le spalle e come se fingesse di non aver udito, proseguiva ad asciugare il corpo in silenzio.
- Alex! - aggredì deciso; ora con i pugni stretti al busso, adesso volgendosi -Non... non avrai preso le pessime abitudini di quella piccola canaglia egoista, voglio sperare! -
- Dam non c'entra un bel niente. -
- Allora, ri... -
- Tu non sei bisessuale, Karl. - parlò sopra Alex, rivolgendogli un'espressione talmente decisa che l'amico avvertì il corpo irrigidire - Hai detto di volere me e Giada solo per te. Hai detto che dovevamo essere tuoi ma non hai fatto i conti con le tue pulsioni e questo a me non sta bene. -
- Frena un secondo... Tu... -
- Noi due immaginiamo il sesso a tre in maniera diversa. -
Karl corrucciò la fronte, dopodiché si colpì le guance con i palmi.
Ancora in mutande, abbandonò il corpo sulla panca e si piegò in avanti. Per un attimo avvertì la testa scoppiare, poi tornò a fissare l'amico. Alex aveva l'accappatoio aperto e fra muscoli ben delineati e peluria chiara v'era ben poco che Karl potesse apprezzare...
- Tu ci hai immaginati come nei porno. Due uomini impegnati a dar piacere alla stessa donna. Ma io no. -
- Ma...ma tu sei più etero che gay! - protestò Karl a pugni stretti - Alex! In tutti questi anni ti ho visto filare esclusivamente donne... forse... forse sei anche meno gay di quel che credi! -
- Karl, sono tanto gay quanto etero. - sospirò Alex.
Sedendo, l'amico gli rivolse un'espressione riflessiva, come se stesse cercando le parole migliori per far passare il messaggio. Una parte di lui si sentiva in colpa per aver tradito Giada e Karl con Damiano, tuttavia, un'altra sapeva che sarebbe stato meglio tacere.
In quel momento, dire la verità non sarebbe servito a nessuno.
- Io funziono così: mi guardo intorno e mi scopro attratto dalle persone indifferentemente dal loro sesso. -
- Questo non ha molto senso... -
- No, non ha senso che io entri in un letto con te e Giada, con la tacita regola di toccare solo lei. - puntualizzò Alex, sostenendo uno sguardo in bilico fra l'accusa e il dispiacere.
- Lo sai che questo... questo manda all'aria ogni cosa? -
- Lo so, ma mi s'è stretto il cuore, quando t'ho sentito irrigidire per un semplice bacio. Per attimo, pur sapendoti etero, avevo sperato che per me avresti fatto un'eccezione... e invece le cose sono andate diversamente. -
- Ma io non sono gay... -
- Lo so. -
Cadendo, la boccetta metallica del deodorante di Alex ruppe il silenzio nel quale erano scivolati già da un po'. L' Axe rimbalzò sulle vecchie mattonelle sciupate, colpendo il corpo granitico di Karl. Il ragazzo non riusciva a trovare le parole ma dentro di sé era come se urlasse.
Odiava i nervi saldi di quel bulgaro dal passato difficile e dai gusti sessuali discutibili.
Detestava quella calma serafica con la quale riusciva a metterlo spalle al muro, trattando ogni problema come se non lo riguardasse.
Tutti dicevano che gli occhi di Alex, seri e gelidi, non c'entravano niente con la sua personalità dolce, ma in quel momento, per Karl non v'era niente di più assonante.
Temeva gli occhi di Alex su di sé.
Inorridiva alla verità delle sue parole, e come fosse nudo in mezzo alla strada, si vergognava di se stesso. Come aveva fatto a dare per scontato che Alex potesse toccare lei senza pretendere niente da lui?
Alex era stato molto chiaro sulla propria bisessualità, raccontandogli perfino di certe sue esperienze nel dettaglio.
- Comunque, Karl, non dobbiamo per forza risolvere tutto adesso. Io, semplicemente, avevo deciso di prendermi del tempo, evitando quelle situazioni dove... -
- Non parlare come se non t'importasse un bel niente! - ringhiò Karl, adesso sbattendo a terra la propria sacca in uno scatto d'ira - Non... non è solo sesso, Alex! Cazzo! Perché devi ridurre tutto a quello?! Io... io quando vi ho chiesto di metterci insieme pensavo a molto di più! Io... io ho grandissimi progetti per noi! -
- Non lo metto in dubbio Karl, ma ... per favore! - invitò Alex, afferrandolo per le braccia.
- Io voglio andarmene, Alex. - confessò Karl, spalancando i grandi occhi verdi, adesso umidi e stravolti - Voglio lasciare casa e andare a vivere con te e Giada, tutti insieme! -
- Ma se Giada è ancora al liceo... -
- Intanto potremo farlo tu e io. -
- E con quali soldi? -
Karl abbassò la testa e dopo un paio di scossoni, calde lacrime cominciarono a rigare il suo volto. Non voleva tornare a casa, ma per quanto odiasse i propri genitori non poteva fare a meno di ragionare su se stesso e su quelle che erano le sue effettive possibilità.
Aveva poche migliaia d'euro da parte, ma il suo gruzzoletto si sarebbe presto estinto se non avesse trovato un lavoro a tempo pieno, attività assolutamente in contrasto con le ore di studio richieste dalla facoltà di medicina.
E poi c'era il basket.
A malincuore, Karl era anche pronto a rinunciarvi per conquistare e mantenere la sua amata indipendenza, ma i sacrifici non sarebbero finiti lì. La macchina. Anche la macchina era da considerare con un grande punto interrogativo, in quanto intestata a sua madre e divisa con sua sorella Anna.
Poteva andarsene, portandola via?
Come sarebbe stato vivere senza una simile comodità?
E se anche fosse riuscito a trovare un lavoro compatibile con l'università e l'affitto, come avrebbe fatto in caso d'imprevisti? Una carie, un ascesso, un calcolo renale, un elettrodomestico che si rompe, la caldaia che si guasta, il cappotto da ricomprare...
Per quanto li odiasse, purtroppo, Karl dipendeva in tutto e per tutto dai suoi genitori.
- Ma io... io non voglio più tornare a casa, Alex! E... e va bene! Non... non parliamo ora di noi tre ma... ma non... non prenderti più tutta questa distanza, va bene? -
Una madre assente dalla quale ci si sente gradatamente rifiutati fin dalla nascita.
Una madre presente che ci tratta come se non avessimo voce in capitolo, interrogandoci solo per chiedere.
La signora Schneider nuoceva a Karl più di quanto l'assenza della signora Dimitar avesse mai ferito Alex.
Alex, per assurdo, era cresciuto abituandosi a non poter contare su di lei, riducendo a zero ogni aspettativa.
- Ogni volta che vedi i tuoi genitori, quasi speri che le cose cambino, vero Karl? - domandarono due occhi silenziosi, mentre le labbra lasciavano che fossero le braccia ad aprirsi. - Speri che smettano di chiedere e che tornino a interessarsi come un tempo. Vorresti smettere di considerare i tuoi fratelli solo come una scocciatura, perché alla fine sai che fra tanti berci e capricci si nasconde solo sofferenza. Non sono i costosi regali di Natale a dimostrare l'amore e la cura di un genitore. Tu lo hai sempre saputo. -
Karl si lasciò andare nell'abbraccio dell'amico, lottando invano contro la sua stessa debolezza.
Non amava né gemere né piangere, ma in quel momento, non poteva fare altro.
Vigliacco.
Damiano Lamberti poteva descriversi in un unica parola, mentre sua madre alternava lo sguardo dalla pentola del fritto ai giochi a premi della Rai. Ogni tanto, parole generiche venivano esclamate fra le mura di cucina, seguite da esclamazioni compiaciute o da lamentele.
Damiano si era stretto sul divano con il cellulare da una parte e il blocco da disegno sulle cosce. Schizzare un qualcosa d'indefinibile con i carboncini gli era molto utile per calmarsi.
Juri.
Il suo sguardo e quello di Juri si erano incrociati neanche mezz'ora fa.
Era Juri il ragazzo rimasto solo al capolinea. L'unico atleta a non aver preso il piccolo bussino mezzo traballante.
L'aveva riconosciuto?
Ragionando sulla scarsa illuminazione dello spiazzato e sulla posizione dei lampioni, probabilmente, Fortuna gli aveva sorriso; peccato che questo non lo facesse stare meglio.
Damiano odiava fuggire.
Damiano era scappato dopo una notte fin troppo coinvolgente in casa Tolosa, ore che l'avevano spinto a dimenticare ogni dolce sensazione fra alcool e corpi sconosciuti.
La lettera di Mirko Zacchini era arrivata al momento peggiore, portando seco dubbi su un passato che Juri aveva già dimostrato d'accogliere.
Juri s'era mostrato un valido alleato e a Damiano si stringeva forte lo stomaco nel comprendere che forse aveva bisogno di lui, in quel momento.
Inoltre, chi è che aveva appena sbattuto in faccia a un amico confuso che probabilmente il suo scarso interesse per il mondo femminile dipendeva da un'incontestabile omosessualità?
Damiano non era dissimile da una Guida Turistica che molla il proprio gruppo nel bel mezzo di un bosco, senza spiegare né come andare avanti né come tornare indietro...
Stavolta, se Juri si fosse arrabbiato con lui, non avrebbe potuto far altro che chinare la testa e scusarsi.
Dam: Perdonami.
Dam: Sabato notte è stato bellissimo e... mi sono spaventato. Vorrei dirti molte cose... ma per messaggio non mi piace e forse tu non hai neanche voglia di ascoltarmi. Lo capisco.
Juri non rispose.
________________________
Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro