14. Incontri Inaspettati
Di nuovo in bagno, Vittoria e Claudio si guardavano negli occhi senza parlare. Lui le mostrava superbia e lei gli rimandava orgoglio. D'improvviso, la ragazza decise di porre fine a quel silenzioso gioco snervante, superandolo con le mani ben salde a quell'unico asciugamano che la vestiva.
Vittoria sentiva la pelle bagnata e le rosse ciocche appiccicate sul volto.
Claudio non gradì quest'improvvisa fine dei giochi, e celere la bloccò per le spalle. La presa non fu dolorosa, ma bastò a incatenare nuovamente i loro occhi.
-Sono meglio di lui. -
Questo disse, prima di baciarla, obbligandola fra sé e il muro. E ogni protesta morì sulle labbra di lui, calde e umide.
Piacevoli.
Nel cuore fu subito scompiglio, mentre la ragione si annebbiava e le chiacchiere cadevano a zero. Era arrabbiata, eppure, le palpebre s'erano chiuse docilmente e la mascella aveva dimenticato ogni risentimento.
Che cosa voleva, da lui?
Vittoria se lo domandò avvertendo le mani del ragazzo lungo le braccia esili, scorrendo giù, delicatamente, sino alle mani. Il tocco fu carezzevole sino ai palmi, dove le dita si strinsero, facendola rilassare.
La testa s'inclinò e le braccia s'allacciarono al solido collo nudo, spingendo il ventre contro quello del ragazzo, in un atavico invito.
Claudio era già pronto.
Acquisendo 'sì inequivocabile consapevolezza, Vittoria aprì gli occhi, scoprendosi a tu per tu con il suo volto, a fronte a fronte.
Il suo mondo era lui e accorgersene le tolse il fiato.
Il suo sguardo, caldo e sicuro, le trasmetteva una certezza tale da abbattere qualsivoglia dubbio circa la prima volta.
Dolore?
Sangue?
Sarò all'altezza?
Vittoria si svegliò in quel momento.
Fare colazione con i Cangialosi non fu semplice, ma per sua fortuna, l'imminente sfida Fiorentina - Juventus distolse Claudio da qualsivoglia provocazione.
Dopo quel sogno, Vittoria si sentiva come trasparente. Vulnerabile. Chiunque avrebbe potuto leggere le sue emozioni.
Il cuore le aveva battuto come un matto per tutta la disquisizione sul probabile risultato della partita. Faticando, aveva finito il latte, alternando lo sguardo dai concitati uomini di casa alle allegre signore. E poi c'erano tutti quei discorsi che iniziavano per figliolo e ragazzo mio... tamponati dalle lamentele di mamma Cangialosi sull'esorbitante costo di un evento che probabilmente avrebbe portato solo amarezza e atti vandalici...
E qui, la signora Carboni era molto brava a spalleggiare l'amica, richiamando l'ormai andata proposta di spostare lo Stadio fuori città, dove gestire il flusso dei tifosi sarebbe stato meno pericoloso. Abitare nelle vie limitrofe dell'Artemio Franchi, durante il campionato, poteva significare problemi assai più fastidiosi de " non trovo parcheggio per la macchina ".
Vittoria rammentava ancora Fiorentina - Lazio 2016, quando una cinquantina di laziali aveva raggiunto lo Stadio con chiare intenzioni bellicose. L'intervento della polizia era stato decisivo, ma suo malgrado, Vittoria s'era ugualmente trovata in mezzo agli esponenti più sanguigni di entrambe le tifoserie. Ingiurie e bestemmie volavano da un gruppo all'altro, accompagnate da fracassi di vario genere.
A un certo punto, respirare era diventato talmente difficile da costringerla a deviare per una stradina secondaria, allontanandosi dalla via di casa.
Nella bolgia, commenti poco carini la raggiunsero, e questo la spinse ad ingobbirsi, stringendo la borsa al petto. Era spaventata, e più la confusione cresceva intorno a lei e maggiore si faceva l'ansia.
Vittoria sentiva gli occhi inumidire mentre imprecazioni d'ogni sorta si mescolavano alle sirene delle forze dell'ordine.
Rumori di vetri rotti ed ecco un boato riempire la strada.
Vittoria aveva iniziato a correre mentre dietro di lei succedeva un finimondo del quale non voleva memorizzare immagine alcuna.
Aveva paura.
Aveva paura anche se non c'entrava niente.
Ma perché un evento sportivo doveva chiamare seco tanta violenza?
Scorto un angolo apparentemente sicuro, Vittoria ci si cacciò e lì iniziò a razzolare freneticamente nella propria borsa.
Casa. Doveva chiamare casa. Subito.
Ma già gli occhi si stavano riempiendo di lacrime... In giro c'erano troppe persone.
Troppi uomini. Vittoria si sentiva gli occhi addosso, seppur indossasse dei semplice jeans, un piumino e delle scarpe da ginnastica...
Poi, qualcuno l'afferrò.
Sul momento non lo riconobbe, ma ben presto, fra gigli rossi e note viola, ecco delinearsi il volto familiare di Claudio. Dietro di lui, Neri e Giovanni sembravano guardarsi intorno con lo stesso smarrimento, angosciati da simile esplosione di violenza.
Quella domenica, se Vittoria era riuscita a tornare a casa, lo doveva soltanto a lui.
Lapo: Ieri mattina mi sembra che siamo stati proprio bene. Replichiamo?
Tu: Non posso fare altre forche.
Lapo: Possiamo farci un onesto caffè, nel pomeriggio.
Tu: Dovrei studiare...
Lapo: Le tue cose le sai tu, Vic.
Lapo: Fammi sapere.
- Ah, mi spiace, con Lapo, tirarsela serve a poco. -
La bella voce di Claudio, sporcata da note volutamente provocatorie, le fece sbattere l'uscio di casa. La signora Carboni vociò di rimando, ammonendo la figlia per quel suo temperamento irruente. Claudio le rise in faccia e Vittoria si sentì bruciare lo stomaco.
- Ma ti fai gli affari tuoi?!-
- Colpa tua, hai un cellulare così grosso che fatica ad ignorarlo. -
- Mi spiavi, punto! Non c'è altro da aggiungere.-
- Proprio no! Se vuoi Lapo, prendilo pure, affari tuoi se poi ti ritrovi con uno che ti da di cagna solo perché sei donna! -
- Bugiardo!-
- Vuoi che ti faccia leggere le chat ?! -
- No, grazie! So bene che razza di schifezze contenga il tuo cellulare! -
Vittoria era assai immatura circa le relazioni fra maschi e femmine.
Non sapeva né gestire le emozioni né sfruttare tutte quelle doti che Madre Natura le aveva donato, solo perché nata donna.
Marina era diversa.
Marina avrebbe gestito molto meglio quell'acceso battibecco da pianerottolo, chiedendosi, innanzi tutto, che cosa ci facesse il ragazzo proprio lì, dietro di lei, ad una distanza tale da permettergli di leggere lo schermo di un Samsung Galaxy Note 8. Certamente, Claudio avrebbe negato l'evidenza, ma la bella gli avrebbe impedito di uscire dallo scozzo più fiero d'un gallo.
Marina non dava mai in escandescenze, neanche quando si sentiva ferita.
Marina aveva già superato quella confusione tipica dei primi approcci... la chiave di tutto stava nella sicurezza.
Marina credeva in se stessa.
Si piaceva e per lei, curarsi era sempre stato un piacere, così come ricevere complimenti. Ma dopo aver visto morire quel ragazzo, qualcosa era cambiato. Il gusto della popolarità e il piacere d'esser sempre quella bella si erano a poco a poco affievoliti. Veder crescere il numero di followers su Instagram aveva perduto gran parte del suo effetto entusiasmante.
Che se ne faceva di tutte quelle parole?
Riflettendo, si recò alle macchinette del secondo piano. Era la quarta ora di venerdì e lei aveva un mezzo appuntamento fra le mura del Frescobaldi.
- Rocco è fidanzato - ripeté scendendo le scale con il borsello delle monete fra le mani. Il pollice accarezzò il giglio dell'amata squadra del cuore più volte, prima di ricacciare ogni cosa dell'ampia felpa nera.
Altro dettaglio che le ragazze odiavano di Marina era quel suo mettersi in mostra senza risultare stucchevole o palesemente zoccola. Non tutto il guardaroba di Marina era sexy, ma con lei, anche una felpa imbottita pareva mutare in accessorio intrigante. Marina non pativa il freddo per mettere il seno in mostra, e se si scopriva, lo faceva solo perché l'ambiente lo richiedeva. Non appariva mai stonata ed erano sempre i suoi atteggiamenti a vincere sull'altro sesso. E questo bruciava a tutte, soprattutto a quelle palesemente più belle di lei, ma che ancora non avevano imparato a destreggiarsi.
- Allora, rispetti le promesse. -
Rocco si palesò poco prima che la cioccolata calda di Marina fosse pronta. Il suono acustico della macchinetta accompagnò il volgersi della ragazza, facendo nuovamente incontrare gli occhi scuri dei due.
- Porti gli occhiali anche a scuola. -
- Le lenti mi uccidono le cornee - osservò Rocco, tirando fuori qualche spicciolo per dare un senso innocente a quella visita.
Lui era fidanzato.
Lei aveva proposto di vedersi per un caffè, quasi per gioco. Lei aveva rispettato il patto e lui non poteva ignorarla. Non aveva senso, anche se era fidanzato. Anche se Clarissa se ne stava seduta al suo banco, a nemmeno cinquanta metri.
- Hai un'aria cupa, tutto bene?- osservò la ragazza, fin troppo abile a leggere le ombre sul volto altrui.
- Più o meno. Non so se mi girano le scatole più per una verifica di matematica tosta o per Clarissa. -
- Dimmi di Clarissa! Matematica non rientra fra le mie materie preferite... -
- Strano... -
- Se parlare di lei non è un problema, si capisce. -
- C'è poco da dire. Io tifo Fiorentina dacché ho memoria mentre lei non sopporta il calcio. -
- Ma come può?! -
- Me lo chiedo anch'io! Comunque, fino a poco tempo fa avevamo una sorta di accordo. Le ho stampato il calendario di tutte le partite della Fiorentina in modo che lei potesse giostrare alcuni impegni mobili in concomitanza. Tipo, la settimana scorsa, alle sei, io ero nel mio salotto a urlare contro un arbitraggio degno di Calciopoli, mentre lei era dal parrucchiere. -
- Incastro perfetto. Quindi? -
- Di punto in bianco, Clarissa ha iniziato a lamentarsi. Se n'è uscita con frasi assurde del tipo a te interessa più il calcio di me e simili, roba che in tutti questi mesi non era mai uscita fuori... perché? -
- Sai, i casi sono due. O lei ha sempre finto che il vostro accordo le andasse bene, oppure, è stata influenzata da una terza persona. Magari, una cara amica. -
- Speriamo di no, anche perché sulla Fiorentina sono irremovibile. E' una mia passione, che cavolo... c'è una storia fra me e quella squadra... -
-E fra te e la tua ragazza, no? -ridacchiò Marina, fra un sorso di cioccolata e l'altro. Gli occhi brillarono maliziosi e la lingua fu lesta a pulire un baffo di cioccolata - Mi sembra di sentir litigare mio padre e mia madre. Conosco il copione. -
- Tuo padre è tifoso? -
- Molto. Un tempo andavamo allo stadio insieme, poi il lavoro gli si è triplicato... -
- Mi dispiace. -
- Anche a me. Erano belle domeniche. -
- Dunque, sei una tifosa. -
-So che Alonso è stato venduto a 26 milioni per sostituirlo con due che non gli legano neanche le scarpe solo perché hanno poche pretese sullo stipendio. - sfoggiò Marina, facendolo sorridere.
- Questo vale più punti di molte foto su Instagram. -
- Ti danno fastidio i miei scatti? -
- Più che gli scatti, i commenti, ma non voglio andare oltre. La conversazione diventerebbe difficile e non ho né la voglia né il diritto di pronunciarmi. -
- Accidenti che arringa! -
- Diciamo che alcune foto darebbero più che fastidio a un probabile fidanzato... -
Marina non rispose, ma a lungo tenne lo sguardo su di lui.
C'era qualcosa di nuovo nel parlare con Rocco. Marina ci si stava relazionando senza il gusto di dover tenere le redini. Senza avvertire l'esigenza di guidare le danze su note che la vedevano venerata e adorata. Marina si sentiva osservata da Rocco, ma i suoi occhi non facevano da specchio a nessuna delle solite fantasie che intravedeva in tutti gli altri.
- Lasciando perdere le mie foto, come risolverai con Clarissa? -
- Non risolvo. Lei pretende che salti Fiorentina - Juventus e neanche prova a domandarmelo con gentilezza. Si è incaponita ed è quasi diventata una questione di principio. -
- Certo, ma l'alternativa quale sarebbe? -
- Ha casa libera. -
- Interessante... -
- Può darsi, ma il punto è che questa domenica ci sarebbe tempo sia per la partita che per stare noi due... seppur certi versi mi facciano passare la voglia. -
- Capisco, ma se lei l'ha presa di punta, dubito che demorderà. I suoi potrebbero anche mancare per una settimana intera, ma tu, allo Stadio, non ci devi andare. -
- Col cavolo! -
- E' la vostra relazione però, e rammenta che da certi scontri non se ne esce mai illesi. -
Frequentare la scuola con la caviglia slogata era una vera seccatura per quel che riguardava gli spostamenti. I suoi genitori non potevano accompagnarlo ogni volta, costringendolo a raggiungere la fermata della Sita. Il vicinissimo parco di Piazza Tasso offriva numerose panchine per rendere l'attesa più riposante, mantenendo una buona visuale della strada.
Con la sua forma circolare e le aree sassose, questo prezioso polmone verde di San Frediano era sempre attraversato da qualcuno: anziani a passeggio, donne a chiacchiera, turisti smarriti... Mattia Fanara.
Juri trasalì visibilmente, e artigliando le dita alle sbarre verdastre delle panchina, domandò a se stesso se non si stesse sbagliando.
Perché Firenze doveva essere una città così microscopica?
Che ci faceva Mattia Fanara a neanche mezzo chilometro da scuola sua? Possibile che abitasse da quelle parti? Possibile che frequentasse un qualche istituto del centro?
Era un bel ragazzo, e come scritto in molti commenti su Instagram, somigliava davvero a Wenthworth Miller di Prison Break, meglio noto come Micheal Scoffield.
Con lo zaino a penzoloni e la grossa camicia completamente aperta, Mattia stava avanzando verso di lui. Occhi allo smarthphone sembrava borbottare qualcosa che lo divertisse. Aveva un corpo slanciato e ben fatto, caratterizzato da una magrezza sana e da un incarnato chiaro.
Era proprio il ragazzo che era stato con il suo Dam!
Era lui e Juri non riusciva a smettere di fissarlo.
- Se non mi rivolgi la parola prima che esca dal tuo campo visivo, ci farai solo la figura del pirla. -
- Prego?! - sobbalzò Juri
- Semplice. - spiegò Mattia, cambiando di spalla allo zaino - Quando si viene beccati a spiare qualcuno, o si abbassa lo sguardo repentinamente, oppure, ci si butta. -
- Somigli al protagonista di Prison Break. - si limitò a dire Juri, cercando un modo intelligente per sfuggire da una situazione che non voleva assolutamente provocare.
- Me lo dicono molti. Tu chi sei? -
- Juri. Juri Tolosa. -
- Tolosa come il super libero del Rinascita Volley? - s'illuminò Mattia - Cavoli! Ho sentito di come abbia annullato i missili di quello schiacciatore dell'Arezzo! Sai che sei stato l'unico, fin'ora?! -
- Beh, difendevo con un muro a tre che condizionava molto la traiettoria della schiacciata. -
- Sì, ma senza una buona prontezza di riflessi e tanto esercizio, difficilmente si contengono certi siluri, anche se si è in bagher. -
- Giochi anche tu? -
- Sì, ma sul campo non sono tanto famoso come su Instagram - ridacchiò un'espressione malandrina.
- In che squadra? -
- Nel Firenze Ovest. - sussurrò un tono che pareva quasi assecondarlo.
Juri inarcò un sopracciglio mentre Fanara si sentì più che legittimato a sedersi vicino.
Nei suoi occhi stava la stessa sicurezza di Damiano, seppur assai più volgare e aggressiva.
Aveva ciglia folte e questo incorniciava squisitamente le brillanti iridi acquamarina. Su Instagram, qualcuno le aveva paragonate alle acque dei mari caraibici... Juri avvertì l'esigenza di tirarsi all'indietro, dopodiché guardò l'ora. Troppo presto per raggiungere il palo della Sita e starsene in piedi, con quel cavolo di caviglia dolente.
- Fra quanto ti rimetti? -
- Presto. Era una slogatura di primo grado, ma alla visita di controllo hanno già visto progressi. -
- Devi annoiarti molto, lontano dai campi da gioco.-
- Tu no?-
- Beh, io sono uno di quei personaggi odiosi che riesce bene nelle cose per natura, ma senza appassionarsi. Ci sono ragazzi che farebbero carte false per avere una maglia, ma purtroppo, faticano a livello atletico. -
- Mi stai dicendo che giochi per noia? -
- No. Lo faccio per il fisico e per tener buono mio padre.- ammise un'espressione rilassata - Insomma, sai cos'è fondamentale per quelli come noi... - alluse a bassa voce, stringendogli per qualche istante l'interno coscia.
- Non... non ti seguo! -
- Oh, butta giù la maschera, dai! Ho visto come mi guardavi, non ce n'è più bisogno, no? -
Juri ci arrivò solo in quel momento, e niente poté impedire alle sue guance di farsi cremisi. Aveva fissato un ragazzo palesemente gay in maniera del tutto sconsiderata, e quando quest'ultimo aveva aperto il dialogo, forse flirtando, lui non aveva fatto un bel niente per troncare tutto sul nascere.
E lui neanche aveva deciso se fosse gay o meno...
Il cuore iniziò ad accelerare i battiti di fronte al volto intrigante di Mattia e ai suoi scuri capelli rasati. Aveva la fronte piccola e una campanella d'oro all'orecchio destro.
Il suo collo sapeva di Bulgari.
- Io non volevo... -
- Sei all'inizio, non è così? -
- Inizio di cosa?! -
- Lo sai, comunque, non importa se non vuoi dirlo. Lo capisco molto bene.- precisò un tono pulito, lontano dal volerlo pungolare.
- Stai facendo tutto da solo! Io non ti conosco! Ti stavo semplicemente fissando perché somigli all'attore! Punto! -
- Come vuoi... ma se cambi idea, cercami su Instagram... tanto sono sicuro che tu lo abbia già fatto. -
Juri non ebbe modo di aggiungere altro, ed ormai intorpidito dal lento incedere della Sita nel traffico, cercava di fare ordine nella sua testa. Perché, Mattia Fanara aveva pensato a lui come a un suo followers? Che cosa l'aveva spinto a parlargli in un modo tanto diretto?
Non aveva paura di essere aggredito?
Non aveva messo in conto di sbagliarsi?
Tu: Aiuto! Io non so se sono gay, ma i ragazzi gay mi abbordano agile...
Claudio:Eh?
Tu: Ho conosciuto Mattia Fanara...
Claudio: Perché?
Tu: E' stato un caso! Mi ha beccato a fissarlo e ha attaccato bottone. Sai che gioca nel Firenze Ovest?
Claudio: Annotare fallaccio fra tibia e pemore per il prossimo match.
Tu: Pallavolo.
Claudio: -_-
Tu: Comunque, parlando di cose normalissime, a un certo punto s'è messo in testa che sono gay... e mi ha pure offerto una sorta di "aiuto" per affrontare la cosa! O_o
Claudio: Ora, tu spesso sei un libro aperto... ma quel tizio da l'idea di essere un tantino arrogante. Come te ne sei liberato?
Tu: Se n'è andato lui, uscendo di scena come nei finali a effetto dei film.
Claudio: Ehi, non sei solo, va bene? Comunque, io eviterei di dare confidenza a quello...
Juri annuì e mise via il cellulare senza rispondere.
Mattia Fanara era uno sconosciuto ma v'era un che d'allettante nella sua proposta di parlare. Quel mezzo sosia di Miller aveva giocato bene le sue carte, colpendo là dove Juri era più vulnerabile: la sua sessualità.
E se ne avesse parlato con Damiano?
Tu: Ciao Dam, ultimamente a scuola è un gran casino, anche se a te la cosa non pare tangere. Ho conosciuto Mattia, sai? Sì, Mattia, quello che ti sei fatto la notte dove mi scrivesti quella roba sconcia... Grazie a Sara, in III F hanno quasi tutti la certezza che tu sia gay, e siccome noi passiamo molto tempo insieme, vociferano le stesse cose di me. Il fatto che abbia mollato Sara senza farci sesso è tornato in evidenza, ma questo non mi crea disagi. La cosa che mi turba è la confusione che ho su di te. Mi piace stare con te, amo il tempo che trascorriamo insieme e sei la prima persona ad avermi scosso tanto... questo basta a dire che sono gay? E se così fosse, significherebbe che da te non voglio solo amicizia? Mi sono ingarbugliato sulle scale definendo il nostro rapporto una relazione e mi è venuto duro quando abbiamo dormito insieme. Paura! E dunque, sono gay, Dam? Dimmelo tu...
Ma Juri non premette mai invio.
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