n o v e m b r e
La mezzanotte era appena passata, ma da quando Hitoshi aveva parlato Denki non aveva fatto altro che avvicinarsi un po' a lui con lo sguardo basso e la mano stretta ancora al proprio polso, come se non potesse credere a ciò che aveva sentito. Quando Hitoshi aveva letto il proprio nome sul polso di Denki si era fatto mille domande, ma la più importante era una: perché Denki glielo aveva tenuto nascosto? Forse perché, probabilmente, si trattava di un altro Hitoshi?
E ora, dopo averglielo chiesto e aver visto la sua reazione, sentiva che la sua fiducia in qualunque altra ipotesi stava iniziando a diminuire, perché l'unica risposta che poteva darsi era proprio che quell'Hitoshi non fosse lui, e che Denki lo stesse solo prendendo in giro.
Pensarlo gli faceva male, malissimo, ma non poteva mentire a sé stesso dicendo che si sbagliava, che era solo un errore.
Lo aveva già fatto quando aveva perso Tenshi, ed era stato orribile.
Visto che Denki non si stava spiegando, Hitoshi iniziava a convincersi sempre di più che fosse davvero così.
-Toshi possiamo... possiamo parlarne in casa?-
Denki tremava per il freddo, e per quanto Hitoshi fosse arrabbiato, non ebbe cuore di negarglielo. In fondo era mezzanotte, ed erano a novembre.
-Va bene.-
Passarono per il soggiorno in silenzio, i tre amici erano ancora appoggiati al tavolo e uno di loro stava anche russando. Hitoshi non avrebbe saputo dire chi.
Salirono le scale nel più completo silenzio, senza rivolgersi uno sguardo, e Hitoshi ringraziò che non ci fosse la signora Kaminari in casa: sarebbe stato difficile spiegarle cosa stava accadendo.
Denki lo fece entrare in camera sua, e gli fece cenno di sedersi, se avesse voluto, mentre continuava a tacere e gli voltava le spalle. Hitoshi entrò, ma rimase in piedi: aveva avuto fin troppa pazienza.
-Denki, mi spieghi che cazzo sta succedendo? Perché non mi hai detto nulla?-
Il tono di Hitoshi era molto più arrabbiato di quanto avrebbe voluto che fosse, e Denki immediatamente si strinse nelle spalle, quasi spaventato. Visto che era voltato verso l'armadio, Hitoshi non riuscì a vedere la sua espressione, e forse era meglio così: avrebbe rischiato di cedere all'espressione supplichevole di Denki senza che le sue domande avessero ricevuto risposte. Denki infatti tacque, sospirò sommessamente e rimase fermo per alcuni secondi. Poi, come se avesse improvvisamente ritrovato la forza, iniziò a togliersi la felpa gialla che indossava, al che Hitoshi spalancò gli occhi, sorpreso e confuso, iniziando ad indietreggiare: che stava facendo?
-Cosa-
-Mi hai chiesto perché non te l'ho detto.-
Sussurrò Denki, a voce molto bassa, ma Hitoshi lo udì comunque. Aveva usato lo stesso tono dispiaciuto di quando avevano parlato di Matsuoka e Sero, qualche tempo prima; quando Hitoshi aveva notato quella vena di malinconia eccessiva che non sembrava essere rivolta ai suoi amici, quella malinconia che probabilmente era rivolta a sè stesso. Si tolse la felpa lentamente, tremando quasi impercettibilmente: sembrava pieno di vergogna, e se Hitoshi non fosse stato così arrabbiato e confuso si sarebbe avvicinato per abbracciarlo e tranquillizzarlo. Ma si pentì quasi subito di quell'indifferenza: nonostante tutta la rabbia che provava in quel momento, gli faceva male vedere il ragazzo di cui era innamorato ridotto così.
Intanto, Denki si era tolto anche la maglietta, e ciò che vide Hitoshi non fece che aumentare a dismisura le sue domande, anche se qualche risposta iniziò ad apparirgli chiara:
-Denki ma quello... quello è-
-Un binder. Sì.-
Denki si voltò a guardarlo, e solo allora Hitoshi capì che per tutto il tempo lui non aveva fatto altro che piangere silenziosamente. Ma nonostante il viso arrossato e umido, non aveva il fiato corto, probabilmente perché, più che di tristezza, le sue sembravano lacrime di rassegnazione. Hitoshi iniziò finalmente a capire che cosa stava succedendo, e quasi di riflesso si guardò il polso sinistro:
Tenshi.
-Denki, tu-
Iniziò Hitoshi, mentre il senso di colpa iniziava a crescere e crescere e il fiato si faceva corto e sentiva la gola seccarsi e gli occhi inumidirsi. Stava iniziando a capire perché Denki aveva sempre evitato come la peste i discorsi su Tenshi. Stava iniziando a capire per quella sera di tanti mesi prima, quando Denki si era ammalato, sua madre non avrebbe voluto farlo entrare senza preavviso. Stava iniziando a capire perché quando avevano parlato di Matsuoka aveva usato quel tono: un tono che sembra dire "se tu conoscessi chi sono davvero, non potrei mai perdonarmelo".
-Mi dispiace, Hitoshi.-
Denki interruppe il flusso dei suoi pensieri, cercando di trattenere un singhiozzo, senza successo. Hitoshi voleva muoversi, andargli incontro, ma era come paralizzato. Vedendo che Hitoshi non faceva né diceva nulla, Denki scosse la testa con forza e si portò le mani al viso:
-Quando finalmente lo dissi a mia madre e cambiai nome, non pensavamo che sarebbe successo tutto questo. Credevo che il nome sul tuo polso fosse sempre stato il mio, o che fosse cambiato non lo so, ma...-
Denki si asciugò il viso con i palmi, ma le lacrime continuavano a scendere:
-Ma quando mi sono trasferito qua e ho scoperto che c'eri anche tu io... io avevo capito che eri tu, e ho cercato di avvicinarmi parlando con Kodai, ma quando ho scoperto la cosa io non... Non lo so, sentivo che avresti capito comunque, in qualche modo, ma non è accaduto.-
Hitoshi fece un passo avanti: non riusciva a capire come si stesse sentendo, era tutto troppo confuso e troppo chiaro insieme. Tenshi non se n'era andata, non era mai esistita: era stato solo un crudele errore del fato, che Denki aveva cercato di risolvere tenendo Hitoshi all'oscuro. Aveva fatto tutto da solo, sopportando tutto non solo da quando si erano incontrati, ma da sempre. Hitoshi sapeva cosa voleva fare e cosa doveva fare, ma non ne era in grado: ancora non riusciva a muovere un passo.
-So che avrei dovuto dirtelo quando siamo andati al centro commerciale, mentre stavamo parlando di Matsuoka; o forse anche prima, quando hai conosciuto Bakugo; o quando mi chiedevi chi fosse la mia anima gemella ma... ma non-non ce l'ho fatta, ho avuto troppa paura che-che arrivassi ad odiarmi o...-
-Denki io non...-
Provò a dire Hitoshi, ma si bloccò: non sapeva che cosa dire, anche se in realtà avrebbe voluto dire mille cose. Anche se era ancora arrabbiato per tutto ciò che gli aveva tenuto nascosto, sapeva di avere sbagliato tutto. Avrebbe dovuto aspettare che Denki fosse pronto, che glielo dicesse di sua spontanea volontà. Vederlo in quello stato aveva fatto sì che tutta la rabbia, la confusione e l'irritazione sparissero di colpo, lasciando spazio ad un'emozione molto più importante.
Finalmente riuscì a muoversi e si avvicinò velocemente a lui, stringendolo in un abbraccio e appoggiando il mento sul suo capo. Denki era talmente esile che le braccia di Hitoshi lo circondavano completamente nonostante l'altro tenesse le braccia davanti al volto. Le dita di Hitoshi arrivavano a sfiorare la pelle del scoperta di Denki, facendolo rabbrividire: Hitoshi aveva le mani gelide, mentre Denki sembrava andare a fuoco. Denki strinse il tessuto della maglietta di Hitoshi tra le mani, scoppiando finalmente a piangere rumorosamente per il sollievo, e Hitoshi lo lasciò sfogare un po', riflettendo su quello che avrebbe dovuto dire quando Denki si fosse calmato: come avrebbe dovuto spiegare come si sentiva, dal momento che lui stesso non lo sapeva? Aveva scoperto che la sua anima gemella era ancora viva, che era il ragazzo che attualmente amava e ora non sapeva quale sarebbe stato il modo giusto di reagire.
Non gli importava che Denki gli avesse tenuto segreta la sua transessualità, non era quello il problema: la cosa che lo infastidiva era aver lasciato che Denki sopportasse tutto quel peso, quella paura, quella vergogna da solo. Sapeva grazie a Kodai di essere un pessimo amico, non pensava che sarebbe riuscito a fare anche di peggio come fidanzato. Era ora di risolvere quel casino. Attese che Denki si calmasse un po', prima di iniziare a parlare, desideroso di farlo sentire meglio e farsi raccontare tutto.
-Denki, i miei sentimenti non possono cambiare tanto in fretta e drasticamente. Ti amavo ieri e ti amo ancora anche oggi e... e okay, forse avrei preferito che tu me ne parlassi, ma non ce l'ho con te, non potrei mai odiarti, sopratutto ora. Insomma, ho creduto per anni che tu, cioè Tenshi, non esistesse più e-
Hitoshi tacque, le parole gli morirono in gola: perché se Denki era ancora vivo il nome sul suo polso era diventato rosso? Questa, forse, era una domanda che si era fatto anche Denki stesso, e che lo aveva convinto a nascondere la verità ad Hitoshi.
-Temevo che mi abbandonassi...-
Sussurrò Denki, stringendosi ad Hitoshi con ancora più forza. Hitoshi gli baciò la testa: era naturale che Denki non si rendesse conto della propria importanza nella vita di Hitoshi, altrimenti un pensiero simile non gli avrebbe mai neanche sfiorato la mente.
-Perché avrei dovuto?-
-Non lo so, non volevo correre il rischio...-
Denki ancora fuggiva il suo sguardo, quindi Hitoshi dovette obbligarlo a guardarlo in faccia:
-Denki, non mi interessa quel è il tuo nome, chi sei o chi ti senti di essere: io ti amo, e questo non potrà cambiare tanto facilmente. Lo capisci questo?-
Gli occhi di Denki erano due pozze gialle lucide e umide, e Hitoshi non aveva mai visto niente di così bello. Denki si morse l'interno guancia, non voleva riprendere a piangere.
-Ti amo anche io.-
Denki gli mise le braccia al collo e finalmente si baciarono.
Intanto, dal piano di sotto iniziavano a sentirsi delle urla e degli schiamazzi che li incitavano a rivestirsi e a non raccontare nulla di quello che avevano fatto in camera fino a quel momento.
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