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La settimana passa nella più totale tranquillità: lavoro e studio, ma soprattutto evito Tommaso. Quando lo vedo nel corridoio parlare con Lorenzo, cerco sempre di attirare l'attenzione del mio ragazzo. Lo so, sembrerò antipatica da morire, ma almeno sono tranquilla.
Sto camminando a passo svelto per arrivare al bar, non posso permettermi di arrivare ancora in ritardo una volta. Il viale alberato è occupato da bimbi in bicicletta con i loro genitori, urlano e ridono. Cerco di non essere investita ed entro senza far suonare il campanello della porta.
Lyn sta male e devo sostituirla anche nei giorni in cui dovrei essere libera. Giulia mi odierà, è la terza giornata di preparazione che salto. Non mi pesa lavorare qui, ormai conosco i clienti abituali e mi trovo bene con il resto del personale.
Entrata nel bar, saetto nello sgabuzzino e prendo il grembiule. Lo lego stretto in vita e pinzo i capelli sul dietro. Mentalmente mi ripeto di essere in orario. Saluto Carlo, il barista fisso, e inizio a fare un giro tra i tavoli pulendo quelli ormai vuoti. Lo straccio umido passa sulla pietra e spero di non essere stata beccata per il mio ritardo. Oggi non c'è troppa clientela seduta.
-Vittoria- tuona Stefano dal retro del bar. Ecco, lo sapevo. Come non detto. Entro nel suo ufficio in legno e sono pronta a ricevere critiche e magari un licenziamento. Potrei inventare una scusa e cercare di convincerlo... non funzionerebbe, lo so già, sono una pessima bugiarda. Alzo lo sguardo su di lui e noto che in questa stanza non siamo in un due come immaginavo, ma in tre. Riconosco i capelli scuri e le spalle larghe del ragazzo seduto sul fianco della scrivania. Sbuffo.
-Questo è mio figlio, Tommaso- dice e io sto per scoppiare a ridere sorpresa. Mi contengo, ma non riesco a limitare il rossore sulle mie guance. Sta iniziando a fare caldo, vero?
-Sostituisce Lyn, fagli vedere- dice ed io annuisco. Tommaso è completamente vestito di nero e la t-shirt aderisce perfettamente al suo fisico atletico. Da quello che ho capito è entrato nella squadra di calcio della città assieme a Lorenzo. Dovrebbe essere anche bravo.
Tommaso mi guarda ed è piuttosto sorpreso di vedermi, ma non riesco a interpretare nessuna espressione nel suo volto. Respiro a fondo e fingo di essere molto tranquilla. Se mi vedesse agitata si insospettirebbe, no?
-Allora di qua ci sono le scope egli stracci- dico indicando una porta in legno chiaro con scritto "Privato". Continuo il mio percorso e gli faccio vedere come fare il caffè e come montare il latte. Gli lascio il codice della cassa e batto uno scontrino con lui.
-Lui è Carlo, il barista più paziente di sempre- dico appoggiandomi alle sue spalle. Lui è così buono, è il mio secondo nonno. Ha più di sessant'anni, ma li porta bene. I capelli bianchi sono corti e i suoi baffi sono incredibilmente curati.
-Devi essere il figlio di...- dice, ma viene subito interrotto.
-Tommaso, solo Tommaso- si presenta sorridendo. E vederlo sorridere così mi spezza lo stomaco, perché un ricordo di quella sera esplode nella mia testa. E non solo del suo sorriso.
'Fanculo.
-Ehi! C'è nessuno? Sveglia?- sento dire dal bancone. Voltandomi non faccio altro che incontrare il viso odioso e perfetto di Sole. Lei è quella che per anni ha avuto la mia foto incollata in camera per lanciarci le freccette. Voleva Lorenzo, ma lui ha scelto me. Quando mi vede, alza gli occhi al cielo e sposta la chioma castana dietro alle spalle. Il suo sguardo felino si posa poi su Tommaso accanto a me.
-Ma ehi, lo standard del personale di questo posto si è alzato- dice sorridendo e mostra gli occhi azzurri da dietro gli occhiali da sole abbassandoseli leggermente. Tommaso ridacchia alla sua battuta e io sbuffo, ma da lei sono abituata a ricevere critiche in continuazione.
-Che vuoi?- chiedo posizionandomi davanti alla cassa. Cerco di moderare il tono acido della mia voce.
-Da te? Nulla- risponde leggendo un messaggio sul telefono e poi continua con: -Comunque, io sono Sole- e porge la mano verso Tommaso.
-Tommaso- dice lui stringendogliela tranquillo. Oh, bene, si sono trovati. Ora lui non si ricorderà di me e lei smetterà di darmi fastidio. Mi sposto velocemente e torno tra i tavoli a prendere qualche ordine. C'è una bimba con il nonno che parla contenta biascicando parole poco chiare. Vuole una cioccolata calda con la panna e un biscotto a forma di cuore. Il nonno ridendo ordina per la bimba un te freddo semplice e un caffè per lui. Con il sorriso stampato in viso mi dirigo dietro al bancone per preparare tutto. Lo spettacolo che trovo, però, è Tommaso con il grembiule e la maglietta fradicia di caffè che, impacciato, cerca di rimediare ai suoi errori. Rido nel guardare la sua espressione confusa e mi avvicino schiacciando un bottone dietro e svitando una valvola. La macchina del caffè smette di funzionare e Tommaso mi guarda stupito.
-Scusa- dice portandosi una mano dietro la nuca imbarazzato. Io rido di nuovo prima di prendere uno straccio e iniziare a pulire. Tommaso si china accanto a me e asciuga l'appiccicoso del latte a terra. I muscoli del suo braccio si tendono leggermente. Carlo lo rimprovera, ma lo fa ridendo. Non è pericoloso. Poi si volta verso di me e mi rimprovera per non aver spiegato bene.
Mi slaccio il grembiule nello spogliatoio e mi sciacquo il viso. Sono esausta, la mancanza di Lyn si fa sentire. Ho i polpacci doloranti e mal al collo. Tommaso entra dopo di me e si spoglia cambiandosi la maglietta e ne indossa una grigia.
-Come mai ti sto così antipatico?- mi chiede guardandomi. Inizio a sudare, ora che dico?
-Non ho nulla contro di te- dico cercando di controllare la voce stridula.
-Sarà- dice alzando le spalle.
Mi dispiace, non è che ti odio, ma vorrei che tu non fossi qui. Mai.
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