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Essere me, Vittoria Visconti, nel periodo scolastico è una noia assurda. Studio e lavoro, lavoro e studio. Ho bisogno di soldi e di una media alta. Perciò oggi sono qui, al bar Roma, con un grembiule bianco legato in vita. Prendo le ordinazioni dei due signori vestiti in giacca e cravatta davanti a me, mi sposto dietro al bancone per attivare la macchinetta del caffè e fare due macchiati. Canticchio sotto voce e completo l'ordine con un biscotto di pasta frolla sul lato del piattino di ceramica. Porgo la tazzina ai due commensali e solo quello calvo mi ringrazia porgendomi una banconota. Questo è un bar storico, con i soffitti tinteggiati da affreschi appena restaurati e muri ricoperti da carta da parati color crema.
Il mio turno è quasi finito, non riesco a fare il "full time" perché non riuscirei a studiare o semplicemente vivere. Sono già stanca. La porta tintinna e vedo entrare Lyn pronta a prendere il mio posto. É una ragazza ventiduenne asiatica, simpaticissima e un po' impacciata. Si lega i lunghi capelli neri in una coda alta e allaccia con un fiocco anche lei il grembiule con la R ricamata.
-Rompe anche oggi?- mi chiede alludendo a Stefano, il capo. Dice sempre che non rendiamo quanto ci paga, ma considerando che qui è pieno e che ci paga poco, immagino sia solo un modo per darci fastidio. È alto e veste sempre con camicie azzurrine o bianche, non l'ho mai visto indossare altro. Probabilmente è un triste e solo uomo di mezza età.
-Non più del solito- dico ricordandomi della scenata di prima, in cui per poco non mi lanciava la scopa dietro perché non ho avuto tempo di mettere in ordine lo sgabuzzino.
La campanella risuona e mi volto per seguire il nuovo cliente. Ma lo conosco, lo conosco bene: Lorenzo. Mi sorride appoggiandosi al bancone e si sistema la giacca leggera. Il mio ragazzo è proprio bello, ma di una bellezza particolare. Ha i capelli chiari e la carnagione dorata per le vacanze in montagna. È appena iniziata la scuola, ma lui ha tardato a tornare di due settimane e lo sto rivendendo dopo più di due mesi.
-Ciao Vi- dice sorridendo e portandosi una mano al mento per appoggiarsi. Guardo Lyn che mi fa cenno con la testa di andare da lui e non aspetto un secondo per correre in bagno a sistemarmi. Il mio viso tondo è ricoperto di lentiggini che con il sole sono diventate più evidenti, ma sono sicura che tra pochi giorni saranno poco visibili. Da bambina le odiavo, le consideravo una malattia incurabile, poi però mi sono rassegnata e abituata a sentirmi chiamare "Anna dai capelli rossi". Sì, perché anche il colore dei miei capelli è stato un problema per tutto il periodo delle elementari. Afferro il pettine dalla borsa e spazzolo le ciocche disordinate del mio caschetto mosso. Slego il grembiule, afferro la mia giacca di jeans ed esco molto velocemente dal bar. Lorenzo mi sta aspettando intento col suo cellulare.
-Mi sei mancato!- dico stringendolo e dandogli un bacio sulla guancia. Lui mi abbraccia a sua volta e mi sorride.
-Com'è Cortina?- dico ricordando che un posto del genere non me lo posso proprio permettere. Mi aveva chiesto di unirmi alla sua famiglia, ma non me la sentivo proprio.
-Carino dai- dice distrattamente. Lorenzo è abituato a città costose, viaggi lussuosi e posti da sogno. In momenti come questi mi sento così piccola confronto a lui; guardo le punte delle mie "All Stars" troppo vecchie e lascio scappare un sospiro.
-Non fare questa faccia, okay?- dice afferrandomi il viso tra le sue mani. Io annuisco distogliendo lo sguardo dai suoi occhi e concentrandomi sul viale alberato alle sue spalle. L'autunno sta già arrivando e gli ippocastani non sono più di quel verde acceso di qualche mese fa.
-Tu sei quella intelligente della coppia- dice dandomi un pizzicotto sul naso. Ridacchio facendo finta che vada tutto bene.
-Andiamo da me?- chiede e io respiro ancora più profondamente preparandomi a dover ignorare le occhiatacce dei sui genitori.
Lorenzo abita in un attico a due piani incredibilmente ampio e luminoso. E ora siamo seduti sul divano bianco del salotto moderno. Il tappeto candido è in netto contrasto con le mie Converse sporche e la t-shirt dei Nirvana mi fa sentire così fuori luogo. La tenda copre un'enorme portafinestra che fa intravedere il calar del sole. Per ignorare la rabbia che mi scorre dentro per colpa di sua madre guardo un punto nel vuoto nel cielo.
-Quindi? Niente Cattolica o San Raffaele?- dice la signora De Santis squadrandomi con una tazza di caffè in mano.
-Perchè il nostro Lorenzo ha già il posto segnato alla Bocconi e sai...- sospira annoiata senza terminare la frase, ma so quello che vuole dire, non ha bisogno di aggiungere altro: quelle come me non durano con quelli come lui.
Ho sempre saputo di non piacere alla famiglia di Lorenzo, fin dalla prima cena in cui avevo chiesto consiglio e mi ero ritrovata con indosso un abito a pois e ballerine. Non mi dà troppo fastidio sapere di non valere agli occhi dei suoi genitori, perché so che al mio ragazzo io vado bene così.
Lorenzo però non mi ha mai difeso, nemmeno per sbaglio.
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