15 - Ragazzi in fuga
Sto postando troppo ma avete fatto arrivare la storia a 700 voti quindi suppongo ve lo meritiate (ma quanto me la credo)
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Michael's pov
Mi lasciai trascinare da Luke sulle scale del palazzo dove abitava suo fratello fino ad arrivare alla sua auto; saliti su di essa Luke partì a tutta birra noncurante dei limiti di velocità, rallentando soltanto quando imboccammo l'autostrada. Durante tutto il tragitto lo fissai in silenzio, non sapendo cosa dire. Andava tutto bene soltanto dieci minuti fa, anzi, andava meglio di quanto avessi pensato, ed ora eravamo in auto diretti verso casa senza aver sfruttato il tempo insieme, senza aver fatto metà delle cose che avevamo in programma (prima fra tutti lo scopare alla grande, avevo belle cose in mente da fare con Luke). Tutto per colpa di un lui misterioso, che aveva spaventato sia Jack che Luke. Avrei tanto voluto chiedergli chi fosse, ma non mi sembrava il caso.
O almeno, non mi sembrò il caso finché non notai che Luke correva troppo veloce in autostrada, procedendo a zig-zag e tremando da capo a piedi.
Decisi di fermarlo, giusto perché ci tenevo a non causare un incidente. «Luke, fermati, stiamo andando a zig-zag. Finiremo contro qualche auto», dissi scuotendolo, senza ottenere risposta, «Luke! Ascoltami! Ci schianteremo se non vai in linea dritta!».
Fu come se il biondo si fosse risvegliato da un coma, anche se in parte. Meccanicamente tornò a guidare in linea dritta, parcheggiò l'auto in una stazione di servizio e la spense. Poi ricominciò a tremare guardando il vuoto. Allungai una mano per stringere una delle sue come per dargli conforto, ma al minimo tocco lui si ritrasse come se l'avessi avvicinato con un taser.
«Mi spieghi cosa succede?», gli chiesi, preoccupato, «È assurdo vederti così».
Luke scosse la testa, rifiutandosi di parlare mentre i tremiti del suo corpo aumentavano in modo esponenziale. Al che aprii la portiera dell'auto ed uscii infilandomi il cappotto. Presi quei pochi spiccioli che avevo in tasca e mi voltai, diretto alla stazione di servizio. Ci sarei andato se non fosse stato per Luke che mi chiamava con voce tremula.
«Dove vai?».
Mi voltai di nuovo verso di lui, sorridendogli rassicurante. «Ho fame. Tu vuoi qualcosa?».
Luke si morse il labbro inferiore, poi estrasse una banconota di dieci dollari dalla tasca e me la porse. «Tutto ciò che riesci a trovare. Voglio roba dolce, ti prego», mi disse, ed io non riuscii a fare a meno si notare quanto tremasse la sua mano. Sembrava talmente fragile, come se si sarebbe spezzata da un momento all'altro.
Uscii dal negozio con una busta carica di schifezze, tutte cose dolci come mi aveva chiesto Luke ed un tubo di Pringles (non avevo resistito, amo le Pringles). Quando mi sedetti di nuovo in auto fui invaso dal calore del riscaldamento e fui costretto a sfilarmi il cappotto, facendolo cadere nei sedili posteriori. Passai la busta a Luke che ne scandagliò il contenuto attentamente prima di prendere una busta di caramelle gommose.
«Adesso mi spieghi cosa è successo?», gli chiesi, rubandomi un orsetto gommoso.
Luke mi guardò con occhi vitrei mentre masticava una manciata di caramelle. «Devo per forza?», mi chiese, sbattendo le ciglia.
Quasi mi si sciolse il cuore a quella visione; ancora una volta, Luke mi sembrava un puro ed innocente bambino ignaro delle cattiverie del mondo - esattamente ciò che non era. Non potevo farmi abbindolare da lui, però, era ciò che voleva.
«Non voglio costringerti, ma penso che sia meglio per te sfogarti. Insomma, prima eri talmente scosso che quasi non mi sentivi, e non pensare che non noti quanto tremi nonostante il riscaldamento sia a quasi trenta gradi!», borbottai in risposta, facendolo accigliare.
«Ma potremmo parlare di altro», borbottò, trasformando il broncio in un sorrisino bastardo, «Tipo tutto ciò che volevi farmi nella stanza di mio fratello. Non me ne sono dimenticato, eh».
Alle sue parole arrossii, sentendomi un po' a disagio. Ormai, a mente fredda, mi ero accorto che mi ero comportato in un modo un po' bizzarro.
Certo, non è una novità per me provocare le persone che voglio portarmi a letto, ma di solito sono io quello che viene immobilizzato al letto e soprattutto era assurdo il fatto che avessi immobilizzato al letto il mio acerrimo nemico, cosa che ormai non era neanche più, era inutile girarci attorno. Solo tre ore fa mi sono fatto fare una sega/pompino da lui e l'avevo immobilizzato al letto con la promessa che gli avrei fatto di tutto. Non credo che siano cose che i nemici si fanno a vicenda...
«Non importa cosa ho detto, dimenticalo», borbottai rendendomi conto solo in seguito di ciò che avessi detto, «Adesso parlami di questo lui tanto terribile da farti scappare da New York a gambe levate».
«Non voglio farlo!», strillò Luke, gettando il sacchetto delle caramelle nella busta, la busta per terra e balzando con agilità sulle mie gambe, «Adesso voglio solo scopare».
Lo guardai scettico, tuttavia sentendo il calore propagarsi sulle mie guance mentre il bacino di Luke si scontrava veloce con il mio e le sue labbra cercavano le mie. «Luke, no», dissi in protesta, tuttavia non facendo niente di concreto per fermarlo. Andiamo, Luke era troppo sexy per essere fermato.
«Non dirai di certo no mentre ti cavalcherò così bene che perderai la testa», ansimò lui nel mio orecchio, facendomi sussultare, «Andiamo, perché non cedi come fanno tutti?».
Sospirai, riuscendo a tenere ferme almeno le sue mani. «Perché voglio sapere il motivo della tua improvvisa pazzia. Mi hai spaventato, Luke», borbottai calmo, cercando di regolare la mia voce. Se avesse sentito la più leggera incrinazione sarebbe stata la fine, quindi dovevo mostrarmi freddo e imperturbabile nonostante ci fosse una cosa che non potevo nascondere.
«Non ti serve a niente sapere perché impazzisco. Anzi, perché non provi ad essere tu il motivo della mia pazzia? Sono sicuro che riusciresti a fare magie con ciò che hai fra le gambe», sussurrò Luke al mio orecchio, mellifluo.
Serrai gli occhi, ansimando leggermente mentre il biondo riempiva il mio collo di baci. «Perché non voglio essere la causa di tremiti d'ansia e stati di trance incontrollabili. E poi spiegami perché dovremmo fare sesso in un auto, nel bel mezzo del parcheggio di una stazione di servizio», dissi eloquente, desiderando tuttavia di starmi zitto e lasciare che Luke vincesse. Stavo bramando quella scopata da decisamente troppo.
«Non ho detto mica che saresti la causa di tremiti d'ansia e stati di trance incontrollabili», ribatté Luke, leccandosi le labbra, «Ho solo detto che dovresti provare a farmi impazzire. E poi non ti sembra eccitante, farlo dove tutti ci possono vedere?».
Le sue parole mi fecero pensare al sogno che feci dopo la festa di Halloween e raggelai. «Non mi sembra molto eccitante, semmai è pericoloso», continuai a mentire.
Forse era meglio stare zitti. Magari Luke dopo una bella scopata è più loquace...
«Mmh, lo vedo nei tuoi occhi che menti», mugolò lui, posando un bacio sulla mia mascella.
Alzai gli occhi al cielo. «Perché per te è così difficile confidarti con me? Io ti ho detto di Jasper, del ragazzo che mi piace e che non è venuto all'aeroporto, insomma, me lo devi!».
Luke in risposta si morse il labbro inferiore. «Lo so che te lo devo. Ma... È troppo intimo per essere condiviso. Non lo sa nessuno, soltanto Calum e mi ci sono voluti secoli per dirglielo...», mugugnò, facendo cadere le fondamenta di quel muro di sicurezza che gli vedevo sempre attorno.
Gli accarezzai una guancia rovente. «Fatti coraggio e raccontami tutto. Sai che io non potrò mai giudicare, il massimo che potrei fare è qualche battuta di pessimo gusto», dissi, ridacchiando.
Luke sospirò. «Va bene. Ma possiamo andare nei sedili di dietro? Così stiamo più comodi».
Ci sistemammo nei sedili posteriori mettendo la busta delle schifezze tra di noi; questa volta Luke scelse un pacco di biscotti che prese a divorare nervosamente. Attesi che cominciasse a parlare senza mettergli fretta, del resto era già tanto che si stesse confidando con me.
Quando finalmente si decise a parlare aveva mangiato già tre biscotti. Luke prese un respiro profondo, deglutendo. «Il lui tanto terribile da farmi scappare da New York a gambe levate si chiama Andrew Hemmings», disse solenne, come se stesse recitando un elogio funebre, «Ed è mio padre».
Oh, finalmente sentivo parlare del padre di Luke! Mi chiedevo chi fosse, dove fosse e cosa facesse da quando Luke venne a cena da me. Certo, aver appreso che molto probabilmente terrorizza Luke per chissà quale motivo mi fa capire molte cose, però... Ecco spiegato perché non ne facevano menzione. In effetti avevano ragione a non farlo.
«Hai paura di lui?», gli chiesi, afferrandogli una mano. Aveva ricominciato a tremare.
«S-sì».
Guardai Luke rassicurante, stringendogli la mano. «Puoi parlarne con me, Luke. Sfogati».
Luke sospirò. «È iniziato tutto quando avevo dodici, tredici anni. Quando ho cominciato a pensare che forse le ragazze non mi piacevano come dovevano piacermi. All'epoca io e... Andrew eravamo molto legati, lui mi portava alle partite di baseball, mi aiutava con i progetti di scienze, mi dava consigli sulle ragazze. Insomma, ciò che un padre fa con i propri figli.
Poi tutto è cambiato con me: ho cominciato ad odiare il baseball, non partecipavo più alle gare di scienze e dei consigli sulle ragazze non me ne facevo nulla perché non ero neanche più attratto da loro... Il mio sbaglio più grande è stato dirglielo, me ne rendo conto ora. Come un totale coglione gli ho rivelato tutto, pensando che mi avrebbe capito, accettato ed amato come aveva sempre fatto e invece... Mi si è rivoltato contro. All'inizio non voleva più parlarmi, non mi considerava neanche più suo figlio... Voleva disconoscermi, Michael. Io, sangue del suo sangue, non valevo niente per lui perché avevo interessi diversi. Poi ha cominciato a trascinarmi in chiesa sperando che Dio mi portasse sulla retta via, che mi "purificasse", sempre perché non voleva accettarmi. Ci ho sofferto tantissimo, pensando che avesse superato il limite... Ma ovviamente quello non era niente.
È successo una sola volta, ma è stata sufficiente perché mi si imprimesse a vita nella memoria. Era l'estate prima che ci trasferissimo ad Hollow's, la mia ultima estate a New York, e io ero appena tornato a casa da un appuntamento con il mio ragazzo. Lui mi aspettava in salotto, seduto sul divano; all'inizio avevo pensato che si fosse preoccupato per me, visto che avevo sforato il coprifuoco di una quindicina di minuti. E invece no, mi aspettava per rimproverarmi, sapeva di poterlo fare più liberamente perché la mamma non c'era, era partita quella sera stessa per stare con mia nonna. Quella sera, però, scoprii che voleva fare di più oltre a dirmi quanto gli facessi schifo come al solito...
Mi riempì di botte. Quella sera mi riempì di botte. Nessuno dei miei genitori aveva mai alzato le mani su di me, quella era la prima volta che lo faceva ma cazzo, se faceva male. Non era tanto il dolore fisico, quello dopo una serie di colpi non lo senti più. Era il dolore psicologico che stavo provando che faceva male più degli schiaffi, dei pugni e dei calci. Mio padre, la persona che amavo di più al mondo, la persona che pensavo mi avrebbe protetto, aiutato, amato per sempre, mi stava trascinando verso l'incoscienza a suon di botte, ripetendo quanto mi odiasse, quanto avrebbe voluto che non fossi mai nato. Quello mi ha totalmente sopraffatto.
Ci è mancato poco alla mia morte. Ero a tanto così dal lasciare tutto. Se Ben non fosse tornato a casa in quel momento sarei morto sul serio. Non posso dire di essere tutto intero, però. Una parte di me è morta, se l'è portata via lui».
Luke concluse il suo discorso con un singhiozzo, seguito da altri che riempirono l'abitacolo; istintivamente lo abbracciai, lasciando che piangesse sulla mia camicia. Vederlo piangere mi faceva stare male, forse peggio di ciò che avevo provato sentendo le sue parole. Non riuscivo a concepire una cosa del genere, un padre che ripudia il proprio figlio così. Era terribile.
Nel silenzio dell'auto, alzai il viso di Luke dal mio petto, tenendolo fra le mie mani mentre poggiavo le mie labbra sulle sue delicatamente; Luke ricambiò il bacio, mantenendolo ad un ritmo costante mentre mi distendevo sui sedili posteriori, trascinandolo con me e mettendogli il cappotto sulle spalle a mo' di coperta per riscaldarlo, per diminuire quei tremiti che ormai non sopportavo più, conoscendone la causa.
Nelle ore successive nessuno dei due parlò, l'unico rumore presente era quello delle nostre bocche che si scontravano, lo schioccare delle nostre labbra non appena si staccavano per permetterci di riprendere fiato. E forse io sentii il mio cuore battere sempre più velocemente, ad un ritmo terrificante, ma questo devo saperlo solo io.
***
[A/N] E' la prima volta che posto dal computer nuovo, God bless :')
Alcune di voi avevano già scoperto l'identità dell'uomo misterioso (aka Andrew), in effetti era una cosa abbastanza ovvia anche perché Michael aveva menzionato già qualcosa nel capitolo 4 che spoilerava un bel po' di cose. Non mi tolgo mai il vizio di spoilerare le cose nelle mie storie :(
Ora però, risolto questo bel mistero, Michael avrà un bel po' di cose da affrontare... dormire con il tuo acerrimo nemico (che nemico non è più, per giunta) dopo che lui ti ha raccontato una cosa importante della sua vita, talmente importante che non riusciva a confidarla neanche al suo migliore amico? Mmh, direi che è una bella gatta da pelare. State a vedere cosa succederà ;)
Comunque, visto che ho praticamente finito di scrivere la storia, dalla settimana prossima partiranno le double updates, il lunedì e il giovedì. Mi dispiace finire questa storia, ormai è parte di me (un po' come tutte, ma questa occupa un posto speciale. Non chiedetemi perché, non so spiegarvelo AHAHAHA)
Detto questo, ci vediamo lunedì! ♥
**Il titolo del capitolo è ispirato al film... *rullo di tamburi* GALLINE IN FUGA! AHAHAHAHA è stata la prima cosa a cui ho pensato mentre scrivevo il capitolo, rido malissimo**
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