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Questo è ufficialmente il capitolo più lungo che io abbia mai scritto; ho iniziato a scriverlo perché avevo un momento di ispirazione, senza pensare che l'avrei finito. Ma, all'1:20 di notte, mi sono ritrovata a rileggere il capitolo intero. L'ho scritto di getto, senza dover stare delle ore a pensare a come trasformare le idee che ho su carta. Non voglio dilungarmi ancora perché avete tanto da leggere; chiedo scusa per la lunghezza eccessiva di questo capitolo (sono quasi 5500 parole e so che è una follia, ne sono consapevole), ma almeno avrete l'occasione per capire bene la situazione. E chissà, magari gioire perché i due protagonisti risolvono...😘
Buona lettura!
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•Isabella's pov•
Dimmi come si fa a rialzarsi
Anche quando fa male
E continuare
Ad allacciarsi le scarpe
E ripartire da zero
A ricordare che niente e nessuno
Può rubarti il futuro
Quando sono salita in macchina e ho sentito che alla radio era partita questa canzone, la prima cosa a cui ho pensato è che questo è un complotto; credo che i testi di Laura Pausini racchiudano, ognuno in modo diverso, il mio rapporto con Davide. Questa canzone, in particolare, mi fa riflettere su questo periodo e sembra che non sono l'unica che lo pensa.
«Se vuoi, spengo la radio e attacco il mio telefono.» Mi dice, girandosi verso di me e muovendo il suo braccio destro in avanti per spegnere la radio.
«No, non preoccuparti; dovresti sapere che amo la Pausini, ma questa canzone in questo momento non è proprio la più adatta.» Gli rispondo, facendogli capire che la pensiamo allo stesso modo.
«Te l'ho chiesto proprio per questo, dimenticandomi che non sarebbe una novità se collegassi il tuo telefono senza dirmi nulla.» Dice ciò e si fa scappare una risata.
«Se vuoi posso farlo anche adesso, facendo partire una bella playlist di canzoni melodrammatiche, proprio come piace a te.» Mi abbasso per prendere la borsa, ma la sua mano che si posa sulla mia interrompe ogni mio movimento. Cerco di ignorare i brividi causati da questo minimo contatto, ma è impossibile; e il ragazzo alla guida sembra accorgersene. Toglie la mano e mi chiede scusa.
«Davide, non scusarti; non possiamo negare l'attrazione che ancora c'è tra di noi.» Gli dico, posando successivamente la mia mano sulla sua, appoggiata al cambio. Vedo che fa un sorriso e, senza mai staccare gli occhi dalla strada, mi dice:
«Quindi se la mia mano dovesse finire casualmente nel punto in cui era solita stare, non rischio di beccarmi uno schiaffo?» Più che uno schiaffo, rischieresti di cenare da solo vorrei potergli dire, ma mi trattengo.
«No, non rischieresti uno schiaffo; ma non vorrei esagerare, Davide. Almeno fino a quando non ci siamo chiariti del tutto; credo che tu possa immaginare quanto mi manca sentire la tua pelle a contatto con la mia, ma non mi sembra il caso adesso.» Cerco di essere il meno distaccata possibile, per fargli capire che non dobbiamo fare un passo più lungo della gamba. Siamo usciti perché dobbiamo parlare e qualche carezza non può sistemare la situazione.
«Immaginavo che mi avresti detto una cosa del genere, ma hai ragione; ma per parlare di queste cose abbiamo tutta la serata. Ora parliamo di altre cose.»
«Tipo, potresti dirmi dove mi stai portando.»
«Oppure, potresti dirmi da quando hai una camicia nell'armadio.»
«Te l'ho fatta prima io la domanda, quindi tocca a te rispondere.»
«Fuori Milano.»
«Guarda, non l'avevo capito; stiamo andando forse verso Brescia?»
«Calma bella, tocca a te adesso.»
«Me l'ha prestata mia madre, non avevo voglia di mettermi un vestito perché avrei dovuto mettere i collant, quindi mi sono fatta aiutare da una che usa camice tutti i giorni.»
«Onorato di essere la prima persona che ti vede in camicia.»
«Smettila cretino, non è la prima volta che metto una camicia comunque; l'ho messa anche per una stupida foto di classe al liceo.»
«Comunque sì, stiamo andando verso Brescia; e no, tranquilla, non stiamo andando dai miei. Conosco un ristorante molto carino vicino a Brescia e stiamo andando lì. Ho scelto questo posto perché so che è sempre tranquillo.»
«Neanche ci speravo che mi rispondessi e che mi dicessi il posto in cui stiamo andando; comunque, come stai?» Gli dico, girandomi verso di lui e osservandolo illuminato dai fari delle auto che corrono di fianco alla nostra. Lo guardo e mi fermo a pensare a quanto sia bello, con quel filo di barba che mi fa solletico quando mi sfiora il mio viso e quel sorriso leggermente accentuato sul viso. Mi risveglio dai miei pensieri quando lo sento pronunciare queste parole:
«Ripeto tutto perché ho visto che eri concentrata su altro; adesso sto bene, davvero. Non ho bisogno di fingere un sorriso o di dire che sto bene, quando in realtà è il contrario. Nonostante tutto, mi fai stare bene e ne ho avuto conferma anche stasera.» Sento le guance colorarsi di rosso, per questo mi giro verso il finestrino; improvvisamente, le macchine che stiamo superando sono diventate molto interessanti.
«È inutile che ti giri per non farmi capire che sei arrossita. Ti conosco ormai e so che sei bellissima anche quando arrossisci.» Aggiunge dopo aver notato che mi ero girata verso il finestrino.
«Davide, ma tu vuoi portarmi a casa viva o morta? No perché se continui così, ti ritroverai a cenare da solo. Io ti ho avvisato.» Questa mia affermazione provoca una risata da parte del difensore; e non smette di ridere, ma è una sua caratteristica ridere per le mie affermazioni.
«Visto che non vorrei essere messo sul mercato da tuo padre o, peggio, non vorrei rischiare di finire la mia carriera a quest'età, vorrei portarti a casa viva. Ma se vuoi ti scarico nel Naviglio, basta cambiare strada al prossimo bivio.» Mi risponde dopo aver finito di ridere; come risposta, riceve un dito medio da parte mia.
«Ma papà Paolo lo sa di avere una figlia maleducata?» Mi domanda, cercando di trattenere un sorriso.
«Ma io non sono maleducata; semplicemente, è più breve risponderti a gesti piuttosto che a parole, quando posso.»
«Cavernicola.»
«Non pensavo di essere un tuo compagno di squadra; solitamente, sono loro i cavernicoli. Motivo per cui ti trovi bene in quella squadra.»
«Hai vinto, non so come risponderti.»
Il resto del viaggio lo passiamo a ridere, come se tra noi due non fosse successo nulla. Conoscendo i nostri caratteri, non dovrei stupirmi; siamo sempre stati bravi a trovare il giusto momento per parlare di cose serie; e, sicuramente, parlarne in macchina prima di andare a cena non sarebbe stata la cosa più intelligente, visto che ancora non sappiamo quale sarà l'esito della nostra chiacchierata. Io mi auguro di poter risolvere, trovando il giusto compromesso per i nostri comportamenti; entrambi abbiamo sbagliato e, sicuramente, in un'altra situazione non sarei mai riuscita a superare un tradimento. Ma so che, fondamentalmente, Davide non avrebbe mai reagito se io mi fossi comportata in modo diverso, quindi non posso fargliene una colpa.
***
«Chi non muore, si rivede!» Dopo essere entrati nel ristorante, ad accoglierci è la voce di un giovane cameriere che avrà più o meno la nostra età; guardandolo meglio, mi accorgo che ha un viso famigliare. Presumo che, essendo amico di Davide, io l'abbia visto in qualche foto.
«Ti avevo promesso che sarei tornato, appena sarei riuscito a liberarmi dai vari impegni.» Gli risponde Davide, avvicinandosi per abbracciarlo.
«Credo che tu debba raccontarmi qualcosa o sbaglio?» Gli dice il ragazzo, spostando l'attenzione su di me. A questo punto, anche l'attenzione del mio accompagnatore si sposta su di me e mi invita ad avvicinarmi a loro, così da potermi presentare al suo amico.
«Lori, lei è Isabella; Isa, lui è Lorenzo, come avrai capito.»
«Cazzo amico, presentazione più formale non potevi farla.» Afferma Lorenzo, facendomi ridere.
«Io sono Lorenzo, conosco questo cazzone da quando i suoi hanno iniziato a frequentare il ristorante; mio padre ne è il proprietario e, quando ero piccolo, passavo molto tempo qui insieme a lui. Tu devi essere la santa ragazza che ha deciso di sopportarlo, visto che sei la prima persona di sesso femminile che ci porta.» Aggiunge sempre Lorenzo, avvicinandosi per prendermi la mano e lasciarmi un bacio sul dorso.
«Anche meno, amico; comunque, è una situazione complicata, te ne parlerò un'altra volta.» Il ragazzo in mia compagnia, fortunatamente, mi salva da questa conversazione che stava diventando troppo imbarazzante.
«Scusate, non volevo fare domande inappropriate; comunque, mio padre mi ha detto che hai richiesto quel tavolo in particolare, spero per te che sia per una buona causa.» Lorenzo si rivolge al difensore, mentre ci accompagna al tavolo che, a quanto ho capito, è stato espressamente richiesto da Davide.
«Fidati, sarà per una giusta causa; poi ti spiegherò tutto.»
«Calabria, ci conto; comunque, vi lascio i menù e tornerò appena sarete pronti.»
«No Lori, aspetta; tuo padre sa già cosa fare. Dovresti solo avvisarlo che siamo arrivati e potresti anche dirgli che vorrei salutarlo appena può allontanarsi dalla cucina?» Non so se aver paura di questa versione di Davide che organizza la serata nei minimi dettagli; fatto sta che, dopo aver fatto cenno al suo amico di poter andarsene e notando il mio sguardo dubbioso, si gira per rassicurarmi:
«Paolo, suo padre, conosce perfettamente i miei gusti e, fortunatamente, sono anche i tuoi. Quando l'ho chiamato per prenotare, mi ha detto che avrebbe preparato lui il menù.»
«Grazie per avermi spiegato, stasera mi stai stupendo. Ti faccio una domanda e mi rispondi, complimenti Calabria.» Gli dico con l'intenzione di sfotterlo.
«Ti conviene fare poco la spiritosa, signorina.»
Anche la cena passa tra risate e momenti di silenzio, fortunatamente, per niente imbarazzanti; c'è lo stesso clima che ha caratterizzato il nostro viaggio in macchina. Purtroppo, e per fortuna, si sta avvicinando la fine della cena e questo significa dover rivivere tutto una volta per tutte; manca solo il dolce, anche se io sto per scoppiare. Il proprietario del ristorante è uscito personalmente dalla cucina per servirci il secondo, in modo da fermarsi a parlare per un po' con Davide.
«Davide, vero che il dolce non è nulla di pesante? Io potrei scoppiare da un momento all'altro, menomale che non ho messo nulla di attillato; in questo momento sembrerei una balena.» Chiedo con la speranza che la mia richiesta venga esaudita.
«Visto che ti conosco, ne ho chiesto solo una porzione perché ci teneva a farcelo assaggiare; e poi perché, magari, ti addolcisci un po'.» Mi risponde lui, prima di ricevere un dito medio come risposta da parte mia, il secondo nel giro di poche ore.
Dopo aver condiviso il dolce, si alza dal tavolo dicendomi che deve andare a parlare due minuti con Lorenzo; ne approfitto per controllare il telefono e tra le varie notifiche noto un messaggio di mio padre, che recita:
Sapevo che avresti fatto la cosa giusta; goditi la serata e dì al tuo carissimo accompagnatore di dormire stanotte, che domani mattina deve affrontare una bella chiacchierata con il sottoscritto. Tranquilla, non ho intenzione di metterlo sul mercato o altre cose strane finché sta buono. Non dirgli che ti ho detto queste cose, baci a domani😘 (tanto so già che stanotte non dormirai a casa)
Mi scappa una risata leggendo il messaggio di mio padre e penso che sia davvero il caso che Davide non legga questo messaggio, altrimenti si preoccuperebbe per niente. So che mio padre non vuole fargli il solito discorso da padre geloso, ma ci tiene a lui e vuole capire quali sono le sue intenzioni.
«Prendi la giacca e indossala, devo portarti in un posto.» È la voce di Davide a farmi distrarre dal telefono; risponderò più tardi a mio padre.
«Tranquillo, non pensare al mio povero cuore.» Gli dico, lamentandomi del suo vizio di apparire alle spalle delle altre persone di colpo. Indosso la giacca e mi giro verso il difensore che, prima di guidarmi verso un'altra meta sconosciuta, mi prende la mano e intreccia le sue dita con le mie. Un altro contatto, altri brividi che percorrono il mio corpo. Come per abitudine, poso la mia testa sulla sua palla e gli sussurro:
«Mi era mancato tutto questo e so che puoi capirmi perché ti conosco.»
Inizialmente, lui non sembra intenzionato a rispondere, ma mi stupisce lasciando la mia mano e posando il suo braccio sulle mie spalle, per stringermi ancora più a se. «Come hai detto tu, anche a me era mancato tutto questo; mi auguro di poter risolvere tutto stasera, comunque andrà, perché non sopporterei ancora a lungo il fatto di essere in questa situazione.»
Lo ascolto e non so cosa rispondergli; forse non ci sono parole per rispondergli e il silenzio è quello che serve adesso. Mi accorgo che mi sta portando verso una porta, oltre la quale c'è una scala che sale e che porta chissà dove. Per salire le scale, toglie il braccio dalla sua precedente posizione e fa strada passandomi davanti; arriviamo al primo piano, dove noto una sala con altri tavoli, ma passiamo oltre e continuiamo a salire. Arrivati in cima alle scale, noto un'altra porta e capisco dove ci stiamo dirigendo: stiamo andando sulla terrazza. Oltrepassata la porta, un ventata di aria fredda mi fa rabbrividire e irrigidire sul posto; del resto, siamo comunque a metà gennaio e fa freddo.
«Tranquilla, ho pensato anche al freddo; Federico mi ha detto che ha lasciato delle coperte sul divano.» Mi dice, notando che mi sono fermata sulla soglia della porta. «Dai, ora vieni qui; dobbiamo parlare di un bel po' di cose.» Mi fa cenno di sedermi di fianco a lui, su uno dei divani che ci sono fuori.
«Prima che tu possa dire qualsiasi cosa, vorrei chiederti una cosa.» Prendo parola io, attirando l'attenzione del ragazzo seduto alla mia sinistra che annuisce in risposta.
«Vorrei parlare prima io, perché farà male rivivere tutto quanto, ma almeno so che alla fine ti avrò spiegato tutto, alla fine mi sarò tolta un peso che porto dentro da troppo tempo ormai.» È come se lo stessi implorando; l'ho guardato negli occhi per tutta la durata del mio piccolo discorso.
«Non lo dico per accusarti, ma non avrei di certo aperto io il discorso stasera; va bene il tuo essere orgogliosa e tutto quello che vuoi, ma non sono io quello che è stato nel torto per la maggior parte del tempo. Avrò anch'io le mie colpe e non lo metto in dubbio, ma quella che deve parlare sei tu; io ti ho già detto cosa è successo quella sera, ho anch'io le mie cose da dirti, ma vengono dopo tutto ciò che mi hai fatto passare. Non voglio assolutamente farti sentire ancora più in colpa di quanto ti senti, ma è giusto che tu sappia cosa ne penso di tutta questa situazione. Adesso, io smetto di parlare e mi metto in ascolto; non parlerò fino a quando non avrai finito.» Non mi aspettavo sicuramente che rispondesse così, ma non potevo neanche pretendere il silenzio da parte sua.
«Non mi aspettavo che mi dicessi queste cose, ma hai ragione: è giusto che questa volta sia io la prima a parlare. Partiamo dal presupposto che non ti ho chiesto di parlare per dirti come mi sono sentita in quei mesi da sola perché non sono quelle le cose importanti; anche perché non sei stupido e so che sei perfettamente consapevole di cosa io abbia passato, nonostante non sia stata obbligata da nessuno a partire. Comunque, quando mi scrivesti che non ero l'Isabella che conoscevi tu, mi hai fatto riflettere: ero consapevole di non essere la ragazza che tutti conoscevano perché non stavo reagendo come ho sempre fatto, ma non lo avevo mai ammesso a nessuno. Per il primo periodo, non ti incazzare ti prego, sono stati con me Matthew e Jasmine; inutile dire che la loro compagnia non mi ha aiutata, anzi ha peggiorato solo la situazione. Continuavo a ripetermi quanto mi stessi comportando da stronza nei vostri confronti; fatto sta che, dopo neanche un mese, ho chiesto loro di andarsene e lasciarmi sola perché non stavo risolvendo nulla. Dopo che loro se ne sono andati, cominciai a convincermi che era arrivato il momento per voltar pagina; questo significava trovare distrazioni. Ma che distrazioni potevo trovare in una città in cui ero sola?» Lascio un momento di silenzio prima di rispondere a questa domanda; per tutta la durata del discorso ho tenuto lo sguardo in basso, inchiodato sulle mie mani incrociate e appoggiate sulle mie cosce.
Alzo lo sguardo e inizio a fissare un punto indefinito davanti a me; proprio quando sto per riprendere a parlare, sento una mano infilarsi tra le mie e stringere la mia mano sinistra con le sue dita. È un gesto che apprezzo perché lui sa bene che, in determinate situazioni, ho bisogno di un incoraggiamento; ed è questo che fa ogni volta che ci ritroviamo a parlare.
«Alla mattina, mi svegliavo presto per andare a correre; poi rientravo in casa e l'unica cosa che potevo fare era leggere un libro o guardare un film. Un giorno sono andata a leggere in spiaggia, in un punto in cui andavo sempre con i miei quando ero piccola; ero immersa nella lettura e, a un certo punto, un pallone arrivò vicino ai miei piedi. Alzando lo sguardo per capire di chi fosse quel pallone, mi accorsi di conoscere il proprietario: era il nipotino dei nostri vicini di casa. Era in spiaggia con il padre, che si avvicinò subito per chiedermi scusa. Passai il pomeriggio con loro, facendomi del male visto il motivo per cui ero andata a Miami. Ma in quel momento sentivo che fosse la cosa giusta da fare; la madre di quel bambino è la ragazza con cui ho passato estati intere, da bambina e da ragazzina. Le ho sempre raccontato tutto e, non so bene il motivo, le raccontai anche cosa mi aveva portata a Miami a ottobre. Decise di aiutarmi a tornare il prima possibile, così iniziò prima con il portarmi fuori con ogni scusa possibile, poi mi chiese di fare da baby sitter al piccolo; mi ricordo ancora il momento in cui si è presentata a casa e mi ha detto: "Oggi pomeriggio io ho un impegno, mio marito è al lavoro e i miei sono a casa di loro amici; non so dove lasciarlo e mi sei venuta in mente tu, non ho tempo di chiamare la sua baby sitter". Sul momento non avevo pensato che fosse una cosa premeditata, ma accettai; ero riluttante all'idea di dover passare un pomeriggio intero con lui, ma lo dovevo a quella ragazza. Così, giorno dopo giorno, mi ritrovai a dover passare sempre più tempo con quel piccolino. Ed è stato questo il problema, ciò che mi faceva piangere ogni sera: più stavo con quel bambino, più pensavo al fatto che noi non potessimo condividere con loro quella gioia, la gioia di essere diventati genitori.» Gli lascio del tempo per metabolizzare ciò che gli ho appena detto; con la coda dell'occhio vedo che si è portato una mano in faccia. Conoscendolo, gli sarà scesa qualche lacrima, ma lo vuole nascondere.
«I giorni passarono e arrivò il tuo compleanno; ma di quel giorno sai già tutto. Certo, non avrei mai immaginato che, un mese dopo, sarei stata a Milano. Comunque, passai le feste con loro e in quel momento capii davvero quanto fossi stata stronza; stronza per essermi comportata con te da egoista, stronza per non aver voluto ascoltare tutti i consigli della mia famiglia e dei miei amici, stronza per aver deciso di ignorare tutti e di concentrarmi solo su me stessa. Avrei dovuto capire prima che non siamo stati male solo noi due, ma tutte le persone che ci vogliono bene hanno sofferto. E io non ho fatto altro che procurare ulteriore dolore; e questo non me lo perdonerò mai. Sarà il mio più grande rimpianto, ne sono sicura. Comunque, a quel punto, feci il primo passo: rimettendo le mie credenziali su Instagram, sarei tornata a vedere cosa stavate passando voi a Milano. Era un passo che andava fatto, prima di ritrovarmi catapultata nella realtà che avevo abbandonato, nella realtà dalla quale ero scappata come una codarda. Da quel giorno in poi, mio fratello Daniel iniziò a scrivermi per convincermi a tornare; non volevo farlo per vergogna: mi vergognavo di tornare dalle persone che, a causa mia, hanno sofferto per mesi; mi vergognavo di tornare, dopo mesi e mesi, a condividere la mia quotidianità con le persone che avrebbero fatto di tutto per me e che io ho ignorato alla grande. Insomma, avevo paura di come mi avreste accolta, soprattutto avevo paura di te; avevo paura del ragazzo che conoscevo da oltre 13 anni, con cui ho condiviso cose belle e cose brutte, con cui sono cresciuta e maturata, con cui ho affrontato anche i momenti peggiori, tipo la perdita dei miei nonni. Avevo paura del ragazzo che era diventato ormai un pezzo fondamentale della mia vita, del ragazzo che era diventato molto di più di un semplice migliore amico; avevo paura di come mi avresti accolta, dopo averti fatto soffrire più di quanto ti meriti. Stavi già soffrendo per la perdita di tuo figlio e io, da stronza egoista quale sono, ho deciso di aumentare la dose scomparendo nel nulla per mesi. Ho scelto di percorrere la strada che mi sembrava più semplice, ma che si è rivelata comunque difficile. Avevo paura di tornare e di essere respinta in qualche modo da voi ed era quello che mi meritavo; sicuramente non mi meritavo l'accoglienza che mi hanno riservato le ragazze, non mi merito di essere seduta qui di fianco a te stasera.» Adesso devo interrompere il mio discorso per cercare di ricacciare indietro le lacrime che minacciano di uscire; Davide sembra accorgersene e, senza dire niente, mi fa girare il viso verso di lui e, con la mano libera, mi asciuga le lacrime che non sono riuscita a trattenere.
«Puoi abbracciarmi? Ho bisogno di te in questo momento, di uno dei tuoi abbracci.» Gli chiedo sussurrando.
Lui, senza aprire bocca, avvolge il mio corpo con le sue braccia forti e mi fa appoggiare la testa sul suo petto coperto dalla giacca pesante che indossa. Mi tiene stretta a sé fino a quando non mi sono sfogata del tutto; adesso, dopo essermi staccata dal suo abbraccio, realizzo che, se dovessi tornare indietro, non ripeterei lo stesso errore. In questi mesi mi sono mancate delle braccia in cui rifugiarmi nei momenti di crollo e non era scontato che stasera lui accettasse di consolarmi. Continua a dare dimostrazione del fatto che mi ama e che per me farebbe qualsiasi cosa, solo che adesso non merito di ricevere nulla.
«Ho accettato la proposta di mio padre di partire il 4, nonostante io mi vergognassi un casino a rientrare; ritrovare quel tuo messaggio al mio risveglio è stato un colpo al cuore. Ma non posso fartene una colpa Davide, non posso smettere di parlarti perché è colpa mia se è successo tutto. E in quel momento, la paura di averti perso mi logorava dentro; il fatto che tu mi abbia scritto subito per dirmi come stavano le cose mi ha fatto piacere. Visto come mi sono comportata, avresti potuto benissimo nascondermi il tutto e aspettare una mia mossa prima di dirmi cosa fosse successo. La paura di averti perso mi ha accompagnata per tutto il viaggio di ritorno e per i giorni che hanno preceduto la mia chiacchierata con mio papà, avvenuta oggi a pranzo. È stato lui a farmi tirare fuori tutto quello che provavo, le ragazze e i miei fratelli non ci erano riusciti.» E inizio a raccontargli tutto quello che ho detto a mio padre giusto qualche ora prima. Quando finisco di parlare, ritorno a fissare un punto indefinito davanti a me, in attesa della risposta di Davide.
Si prende qualche minuto per pensare a tutto quello che gli ho detto e per elaborare la riposta; attimi in cui il mio cuore accelera in modo incredibile per paura di quello che potrebbe dirmi. Potrebbe benissimo mandarmi a fanculo e riportarmi velocemente a Milano, dicendomi che non vuole più avere a che fare nulla con me e non avrebbe neanche tutti i torti nel farlo.
«Allora, metabolizzare il tutto è difficile; posso dirti che devi togliere qualsiasi brutto pensiero ti stia passando per la testa perché non intendo lasciarti. Se avessi voluto lasciarti, non ti avrei portata fuori a cena per chiarire. Non voglio dirti come mi sono sentito in questi mesi, ma sono sicuro che qualcosa mi scapperà. Quando mi hai scritto che saresti partita, mi sono incazzato; credo che sia normale, no? Eravamo di fronte a una scelta: dividerci e affrontare tutto da soli oppure unirci ancora di più per affrontare tutto insieme. È scontata quale sarebbe stata la mia scelta; e pensavo di conoscerti abbastanza da poter dire che sarebbe stata anche la tua scelta. Ma non è stato così; comunque, passata l'incazzatura iniziale, è arrivato il senso di colpa per non aver impedito che tu partissi. Non ti dico cosa non me ne hanno urlate dietro Manuel e Patrick quando ho detto loro che mi sentivo in colpa; mi hanno detto di non offendermi, ma che eri solo una stronza e che io non avevo nessuna colpa. E in effetti avevano ragione: che colpe avevo io? Avevo paura di perderti e questa paura l'avevo trasformata in una sorta di senso di colpa; ho vissuto con questa paura per mesi. L'incazzatura è tornata il giorno del mio compleanno, quando mi hai scritto e da lì credo che sia rimasta a farmi compagnia fino a oggi, fino a quando mi hai scritto se potevamo vederci per parlare. Ma quella famosa sera, tornarono i sensi di colpa; mi sentivo un bastardo, sia nei tuoi confronti che nei confronti di Margherita. So quello che ti ha fatto passare, ma mi sono comunque comportato da bastardo; non ho ricordi lucidi di quella serata, ma solo flash. E quei flash bastano per farmi capire che mi sono comportato come il genere di ragazzo che ho sempre odiato: il tipico ragazzino consapevole della sua bellezza che usa le ragazze. Al di là di questo, comunque, mi sentivo un bastardo anche nei tuoi confronti: non sapevo se fossimo ancora fidanzati o meno, ma ti ho tradita e non me lo perdonerò mai. Quando ho trovato quel messaggio di tuo fratello, volevo prendere il primo volo per qualche paese sconosciuto ed emigrare lì per tutto il resto della mia vita. Ma poi ho capito che non sarebbe servito per cancellare ciò che avevo fatto e, quindi, mi sono convinto che scriverti sarebbe stata la decisione più saggia. Mi aspettavo solo insulti da parte tua e, invece, hai reagito così. Non sapevo cosa pensare, ti giuro.» Mi aspettavo che dicesse queste cose, sono sincera.
«La cosa che mi ha fatto più schifo di me è il fatto che, mentre toccavo lei, io stessi pensando a te; pensavo a quanto mi mancasse abbracciarti, lasciarti baci ovunque, sentire il calore della tua pelle a contatto con la mia. Per tutta la sera ho pensato a te, ma rimane comunque il fatto che io ti abbia tradita. Se vuoi tirarmi uno schiaffo, fai pure; anche se Sara ha già dato.» Conclude, sforzandosi di sorridere.
«Tranquillo, lo schiaffo non era nei miei piani. Sarò sincera, in un'altra situazione non ti avrei perdonato facilmente un tradimento; ma non riesco ad essere incazzata con te, non dopo tutto quello che ti ho fatto passare. Anzi, mi hai dimostrato di amarmi in più occasioni; perché dovrei portarti rancore? Io sono disposta a lasciarmi alle spalle il tuo tradimento, proprio perché non riesco ad essere incazzata con te. E poi, portare rancore non porta da nessuna parte. Però ti capirei se tu non sei ancora disposto a perdonarmi per tutto quello che hai passato per colpa mia; io te l'ho detto: sono disposta a ricominciare tutto da capo, ad andare con calma, se questo significa poter riconquistare la tua fiducia. Ti lascio tutto il tempo che vuoi per pensare a cosa fare; adesso so di essere più in pace con me stessa perché ti ho raccontato tutto.» Finisco il mio discorso e mi alzo da divanetto, per raggiungere il muretto della terrazza davanti a noi; mi appoggio con i gomiti sopra ad esso e mi metto a fissare la campagna lombarda che si estende davanti ai miei occhi. Lo lascio da solo a pensare perché ha bisogno di incanalare tutte queste informazioni e di pensare a cosa fare.
Mi perdo nei miei pensieri, fino a quando due braccia che avvolgono la mia vita non mi risvegliano; raddrizzo la schiena che avevo incurvato precedentemente per essere più comoda e mi lascio avvolgere dal profumo del ragazzo che, per me, ha sempre avuto un solo significato: casa.
«Credo che risponderti con un vaffanculo sarebbe molto più semplice e meno divertente; potrei dirti che non voglio più avere a che fare con te e sarebbe più facile. Ma poi mi chiedo cosa guadagnerei mandandoti a fanculo; se scegliessi di farlo, dovrei trovare un modo per dimenticarti e credo che sia come chiedere a Patrick e Manuel di smetterla di fare i cretini anche in situazioni serie. Scegliendo la via semplice, perderei molto più di quanto guadagnerei. E ha senso? Ha senso perdere la ragazza che mi capisce con un solo sguardo? La ragazza che mi conosce meglio di chiunque altro, che mi sopporta e supporta da anni, che c'è sempre stata per me? La ragazza per cui darei e farei di tutto pur di vederla felice? La ragazza che fa lo stesso per me? La ragazza che mi sono accorto di amare poco più di un anno fa, quella che credevo fosse la mia migliore amica e invece si è rivelata la ragazza che vorrei avere nel mio futuro? Perché sì, è partito tutto da un bellissimo rapporto di amicizia, ma adesso sei la ragazza che vorrei avere al mio fianco ogni giorno, al mattino quando mi sveglio e alla sera quando vado a dormire; quella che vorrei avere al mio fianco dopo una vittoria e dopo una sconfitta, durante un infortunio, durante un momento no. L'unica ragazza che vorrei come madre dei miei figli sei tu e, purtroppo, la prima volta non ci è andata bene, ma non è detto che ci vada male la seconda. Potrei sembrare ridicolo in questo momento: ti sto facendo una dichiarazione d'amore, quando dovrei fare tutt'altro.» Lo devo interrompere perché, se continua così, rischia di perdermi.
«Sei tutto tranne che ridicolo e ti prego, smettila di dire queste cose perché no riesco più a fermare le lacrime che scorrono sul mio viso. Non mi aspettavo assolutamente che tu mi facessi una dichiarazione del genere e, anzi, sto capendo quanto sia stato giusto chiederti di chiarire perché tu non hai mai smesso di amarmi, nonostante tutto. Qualsiasi altro ragazzo se me sarebbe già andato a quest'ora, forse senza neanche stare ad ascoltare tutto quello che avevo da dire.» Mi giro verso di lui per poterlo stringere a me.
«L'unica cosa che ti chiedo è di andare con calma, perché dovrò pur fartela pagare in qualche modo.» Mi dice stampandomi un bacio sulla fronte e strappandomi un sorriso; poi riprende a parlare:
«Non ti dico di tornare a quando eravamo migliori amici, ma è come se tu dovessi conquistarmi. Continuerei a vederci come facevamo quando ancora non avevamo ammesso i nostri sentimenti, ma senza forzare le cose. È il massimo che posso fare, mi spiace.»
«A te sembrerà poco, ma fidati che vale molto per me; vedrai che saprò come conquistarti, Calabria.» Gli dico, lasciandogli un bacio all'angolo della bocca, giusto per provocarlo un po'.
«Non sapevo che provocare fosse sinonimo di conquistare.» Mi dice ridendo.
«Ti regalerò un dizionario allora.»
«In che lingua, scusa?»
«Nella mia, ovviamente.» E, mentre lo dico, lo supero e mi dirigo verso la porta per rientrare; va bene che Davide conosce il proprietario, ma non possiamo restare qui fino a tardi.
«Mi farai impazzire un giorno, io lo so.» Mi dice, per poi venirmi dietro.
«O forse l'ho già fatto, ma non lo vuoi ammettere adesso.» Mi giro verso di lui, guardandolo con aria di sfida. Inizia ad avvicinarsi lentamente e, posandomi le mani sui fianchi, si avvicina pericolosamente al mio viso.
«Io non rischierei tanto, fossi in te; ti conosco e so quali sono sono i tuoi punti deboli.» Mi sussurra, prima di stupirmi e lasciarmi un bacio a stampo.
«Sembra che qualcuno non sappia resistermi.» Lo schernisco, guardandolo negli occhi.
«Ho una vaga idea di chi sarà la prima accedere tra i due.» Mi risponde con lo stesso tono.
«Io la penso al contrario, chissà chi avrà ragione.» Concludo, prima di aprire la porta e scendere le scale. Lo sento sospirare mentre scende e capisco cosa devo fare per conquistarlo, come ha detto lui.
Dopo esserci scusati per il disturbo, ringraziamo e salutiamo Paolo e Lorenzo per l'ospitalità e ci dirigiamo in macchina. Durante il viaggio, mi chiede se ho voglia di fermarmi a casa sua, visto l'orario e io non posso fare altro che accettare, ricordandomi di non aver risposto al messaggio di mio padre. Il viaggio continua in silenzio, anche perché ogni parola sarebbe superflua in questo momento. Una volta in casa, i ricordi riaffiorano e Davide se ne accorge, dal momento che si avvicina per stringermi a se e dirmi che tutto tornerà come prima, dobbiamo solo dare tempo al tempo. Mi faccio prestare qualcosa per dormire e poi ci infiliamo a letto, dove ci addormentiamo abbracciati, stretti nelle braccia che ormai ci mancavano da mesi.
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Vi chiedo ancora scusa per la lunghezza del capitolo, ma almeno si è capito tutto🙈
Come al solito, spero che vi sia piaciuto❤️
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