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Capitolo ventuno

Scusate se aggiorno tardi, sono stata fuori tutto il giorno e sono riuscita solo adesso a finire il capitolo.
Buona lettura😘

«Non ne abbiamo mai parlato.» Dissi evitando volutamente l'argomento, così come facevo da settimane ormai. Erano passati dieci giorni. Trevor aveva avuto un'altra crisi, così era rimasto in osservazione all'ospedale, ma ora stava molto meglio. Riusciva a parlare e a inghiottire il cibo, ma non poteva muovere le mani.

«Lo so, ma hai sempre desiderato sposarti.» Aprì la bocca permettendomi di poggiare il cucchiaino sulla lingua. Un po' di budino al cioccolato gli cadde dall'angolo della bocca, mi affrettai a pulirlo. Odiava quando succedeva. Sosteneva di assomigliare a un vecchio, o peggio a un bambino.

«Si, ma... Insomma è presto non credi?» Risposi rapidamente, non trovando una scusa plausibile. Trevor alzò le sopracciglia, inghiottì il boccone e poi rispose
«Stiamo insieme da quasi sei anni. Ci sono coppie che si sposano dopo un anno di fidanzamento. Secondo me abbiamo aspettato anche abbastanza.» Poi spalancò nuovamente la bocca, facendomi capire che voleva un altro cucchiaio di budino.

Scrollai le spalle e farfugliai qualcosa di incomprensibile. Avrei dovuto dirgli della relazione con Camila, ma come potevo farlo adesso? Non solo era il momento peggiore della sua vita, ma anche il più frustrante perché sua madre aveva prenotato una camera in un albergo vicino, sostenendo di essersi pentita di averlo abbandonato nel momento del bisogno è di voler rimediare agli errori passati.
Il rapporto fra me e Luisa non migliorava, anzi si deturpava ogni volta che ci vedevamo. Nessuna della due aveva intenzione di chiedere scusa all'altra e le nostre conversazioni si basavano solamente sulle condizioni di suo figlio e i turni notturni.

Comunque da quando avevo scoperto le intenzioni di Trevor riguardo al matrimonio, ero molto più rigida anche con lui. Stavo cercando di farmi odiare, così sarebbe stato lui a lasciarmi e avrebbe risparmiato a me la fatica. Ogni volta che provavo a parlargli dei miei sentimenti mi si bloccavano le parole in bocca. Come si può dire all'uomo con il quale hai condiviso sei anni della tua vita che improvvisamente non lo ami più e che non sei nemmeno sicura di averlo mai amato.
Non provavo più quel sentimento per lui perché adesso il mio cuore batteva per Camila, ma questo non vuol dire che non volessi bene a Trevor e non provassi compassione per lui.

«Potremo sposarci in campagna.» Disse interrompendo i miei pensieri. Mi accorsi di avere il barattolo del budino, ormai vuoto, ancora fra le mani. Lo buttai nel cestino e andai a lavare il cucchiaino al lavandino, prendendo quell'azione come pretesto per voltargli le spalle.

«Non lo so Trevor.» La mia voce uscì più dura di quanto volessi. Mi stavo irritando e non era colpa sua, ma tutti quei discorsi su un futuro matrimonio che già sapevo non sarebbe avvenuto mi facevano venire l'orticaria.

«Dobbiamo parlarne, altrimenti arriveremo al giorno prima senza aver organizzato niente.» Sospirò infastidito, prendendo la mia indifferenza come negligenza. Mi girai verso di lui, ancora steso sul letto con il la flebo che gli entrava nella vena del braccio. Era un omone, ma quella stanza lo faceva sembrare così piccolo.
Annuii senza dire niente e sorrisi acconsentendo a decidere alcuni dettagli per le nozze, ma l'indomani.
Poche ore dopo arrivò Luisa, così io me ne andai. Sarebbe toccato a lei restare in ospedale per la notte. Non ero sicura che Trevor fosse contento di avere sua madre attorno, ma non stava a me decidere che tipo di rapporto dovessero avere.

Mi immisi nel traffico. La radio accesa su una frequenza hip-hop e la voce di qualche cantante anonimo che riempiva l'auto.
Battevo la mano a ritmo di musica sul volante e muovevo la testa in sincronia, mentre guidavo verso casa di Camila.
Nelle ultime settimane ci eravamo viste poco, ma appena potevo andavo a trovarla e passavamo insieme gran parte del tempo. Una volta ero anche rimasta a dormire da lei, ma solo perché Heali si era messa a cavalcioni su di me, la testa appoggiata al torace e in poco tempo dormiva pesantemente. Mi aveva trasmesso la sua serenità, la tranquillità di una bambina di sette anni e alla fine mi ero addormentata anch'io. Camila non mi aveva disturbato ma anzi, la mattina dopo, mi aveva confidato che si era appollaiata accanto a me ed era rimasta a guardarmi dormire, aveva anche cercato di intrufolarsi nei miei sogni, ma aveva fallito penosamente e allora si era arresa alla volontà di Morfeo accoccolandosi sulla mia spalla.

Parcheggiai l'auto a pochi isolati e mi diressi a piedi verso la casa. Era un quartiere abbastanza silenzioso, ma durante le ore di punta si riempiva di bambina urlanti e genitori apprensivi, un rumore piacevole in fondo.
Bussai alla porta sorridente. Erano da tre giorni che non vedevo Camila, perché ero stata impegnata con Trevor e ora finalmente potevo trascorrere qualche ora con lei.

Sentii dei passi provenire dall'interno, così iniziai ad oscillare dalle punte ai talloni e intrecciai la mani dietro la schiena, aspettando con ansia che aprisse la porta.
Mi sentivo rifiorita. Come se stessi affrontando una seconda adolescenza e non c'è niente di più bello che sentirsi giovani e liberi, senza confini e un'immensità di sogni nel bagaglio.

«Lauren.» L'espressione sul suo volto si addolcì subito quando riconobbe i miei lineamenti scaglionati sotto la luce del sole.
Reciprocai con un gesto veloce della mano, vagamente ironico. Camila lanciò le sue braccia al mio collo. Il suo seno si scontrò col mio, il suo profumo restò impigliato ai miei capelli.
Strinsi i suoi fianchi, accarezzando con le dita la sua schiena.

«Mi sei mancata.» Sussurrò nel mio orecchio, immergendo maggiormente la testa nella mia spalla come se la imbarazzasse ammetterlo.
Percorsi la sua spina dorsale con il palmo aperto. Mi fermai sulla massa aggrovigliata dei sui capelli, li strinsi con forza sentendo il disperato bisogno di baciarla. Distaccai leggermente il collo, con la mano tirai indietro la sua testa con non troppa violenza e le stampai un bacio sulle labbra.
Camila rimase stupefatta all'inizio, soprattutto perché eravamo ancora sulla soglia e chiunque poteva vederci. Sapevo il rischio che stavo correndo, ma se avessi aspettato altri cinque minuti per baciarla credo che mi sarebbe scoppiato il cuore.

Camila accarezzò il mio collo con le sue dita affusolate, il suo indice sfiorò il mio mento e lo alzò leggermente per prendere fra i denti il mio labbro inferiore. Gemetti un po' per il dolore, un po' per piacere. Aprii gli occhi per incontrare il suo sguardo divertito, ma acceso anche da un barlume malizioso che bastò per solleticare il mio basso ventre.

«Sei andata all'ospedale?» Domandò tornando sulle piante dei piedi e riacquistai qualche centimetro di vantaggio che avevo perso quando si era alzata in punta di piedi.
«Praticamente ci vivo.» Risposi con una veloce scrollata di spalle accompagnata da un'alzata degli occhi al cielo.
«Erano tre giorni che non uscivo da quella stanza, mi ero quasi dimenticata com'è fatto il sole.» Sorrisi debolmente, volendo far apparire tutto meno pesante di quanto realmente fosse. Non mi andava di appesantire Camila con la storia noiosa della mia vita, o di scaraventare i miei problemi sulle mie spalle. Volevo dimenticare tutto per un po', vivere la mia spensierata "adolescenza".

Camila mi tirò per la maglietta, chiuse la porta alle mie spalle e intrecciò le mie dita alle sue, dopodiché saltellò verso il salotto guidandomi assieme a lei.
«Heali?» Domandai guardandomi intorno alla ricerca di quella piccola peste. Camila si voltò verso di me, innalzò le nostre mani ancora legate insieme vicino ai nostri volti. Distese le dita sulle mie, facendo combaciare i suoi polpastrelli ai miei.

«È da zia Ally.» Disse avanzando un passo verso di me, ma mantenendo lo sguardo sulle nostre mani congiunte con aria assorta.
Spostai anch'io la mia attenzione sulla stessa immagine e capii perché ne era tanto ammaliata. Era come se adesso il suo corpo fosse incollato al mio, come se fossimo una cosa unica. Potevo vedere tutte le mie paure, i miei sogni, le speranze, i ricordi, le ambizioni tutto concentrato in quel semplice legame e potevo sentire che anche lei percepiva lo stesso.

«Mhh.» Mugolai in risposta. Lei salì gentilmente sulle punte dei miei piedi, il suo peso esile adesso caricato sulle mie scarpe.
Con la mano libera cinse i miei fianchi e fece scontrare i nostri bacini togliendomi immediatamente il respiro.
Non credo di aver mai desiderato qualcuno nel modo in cui volevo lei.

Mi aggrappai alla sua nuca con foga e spinsi la lingua dentro la sua bocca. Adesso eravamo impegnate in una battaglia feroce, ma altrettanto piacevole. Venni scossa da un brivido quando la sua mano sfiorò la mia pancia accarezzandone ogni imperfezione per fermarsi sull'orlo dei pantaloni e indugiare nell'indecisione di proseguire, o ripercorrere il tragitto all'inverso.
Staccai le labbra dalle sue, schiusi lentamente gli occhi per guardare le sue guance rosse, le labbra gonfie e umide.

«Non adesso.» Decisi io per lei. Subito la sua mano si ritrasse all'indietro come se fosse complice di qualche orrendo crimine. La presi nella mia, intrecciai le dita assieme e sorriso rassicurante.
«Lo voglio anch'io, ma non così e non ora. Prima devo parlare con Trevor, spiegarli che non voglio sposarlo e informarlo della piega inaspettata che le nostre vite stanno per prendere.» Giocai spensieratamente con i suoi capelli, mentre lei ritrovava l'equilibrio momentaneamente perso e si sistemava adeguatamente sulle mie scarpe.

«Mi dispiace. Non volevo correre, è solo che...» Il suo sguardo si posò sul mio seno, perlustrò i miei fianchi, ispezionò le mie gambe e infine tornò a guardarmi in faccia «Quando ci sei tu non capisco più niente.» Si leccò le labbra, reprimendo l'istinto di baciarmi di nuovo.
Le sue parole accompagnate da quel gesto malizioso scatenarono un familiare tepore fra le mie gambe. Per un istante mi pentii di averla fermata, ma ero sicura di aver fatto la scelta giusta.
Con lei era stato un turbinio di emozioni, era avvenuto tutto così velocemente che nemmeno me ne ero resa conto. Ecco perché volevo prendere tempo e fare le cose per bene, godermi quell'attimo insieme a lei senza pentimenti o sensi di colpa.

«Lo so. È lo stesso per me.» Catturai il rossore delle sue guance con il mio pollice. Camila inclinò la testa di lato, approfondendo il contatto. Lasciò un bacio sul mio polso e restò ad occhi chiusi a fissarmi soddisfatta.

Restammo sedute sul divano a guardare vecchi episodi di Grey's Anatomy, esprimendo opinioni del tutto contrarie sui personaggi.
Mangiammo schifezze, tra cui brioche e cioccolatini, poi Heali rientrò a casa e si mise a sedere in mezzo a noi. La sua testa penzolava sulla mia spalla, la mano giocava con il filo della felpa di Camila.
Ovviamente ci costrinse a guardare i cartoni animati, ma a me non dispiacque.

«Loro due sono le fate che avverano i desideri di Timmy, ma si mettono sempre nei guai.» Mi spiegò coprendosi la bocca con una mano per ridere della sua stessa affermazione. Sorrisi accorgendomi di quanta innocenza e spensieratezza occupasse l'anima di un bambino.
«Ah si? E...» Non finii la frase che il mio telefono si mise a squillare insistentemente.
Lanciai un'occhiata a Camila, la quale aveva preso ad accarezzare nervosamente i capelli della sorella.

Guardai il nome scritto sullo schermo. Luisa.
Sospirai rumorosamente e feci scorrere il pollice sullo schermo per rispondere.

«Lu..» Mi interruppe immediatamente come se non sopportasse il suono della mia voce, o semplicemente non volesse perdersi in chiacchiere.
«Dimettono Trevor. Abbiamo bisogno di una mano per portarlo a casa.» Non aggiunse altro, agganciò. Era il momento di tornare alla realtà.

Restai qualche secondo inerme, poi annuii lentamente come per ricordare a me stessa di doverlo fare. Avvertii Camila dell'imminente situazione. Mi avvicinai per baciarla sulle labbra, ma mi ricordai della presenza di Heali e mi spostai giusto in tempo per premere le labbra sull'angolo della sua bocca.
Camila sorrise rallegrata dal mio istinto primordiale.
Mi veniva spontaneo di baciarla per salutarla, per darle la buonanotte, o il buongiorno. Per quanto potesse sembrare banale, per me non lo era, non per il mio temperamento solitamente apatico.

Raggiunsi l'ospedale in poco tempo. Trevor era sistemato sulla sua sedia, un'infermiera si stava assicurando di fissare le gambe agli appositi poggiapiedi e un medico si stava occupando della prescrizione dei medicinali.
Quando mi vide tese le mani verso di me con fare esasperato, come se non ne potesse più di tutto quel trambusto e trovasse conforto nel mio arrivo.
Mi sistemai al suo fianco, ma non afferrai le sue mani.
Spinsi la carrozzina verso l'ascensore, allontanandolo dalle continue rassicurazioni del medico e dalla voce squillante di sua madre.

«Grazie. Non ne potevo più.» Ammise quando ci immettemmo nel corridoio. Posai una mano sulla sua spalla, mentre con l'altra continua a guidare la carrozzina. Non aveva riacquistato l'uso delle mani, anche se i dottori di dicevano positivi.

«L'ho visto.» Risposi con un sorriso un po' malinconico. Ogni volta che passavo del tempo con lui sentivo i sensi di colpa brucarmi lo stomaco. Non potevo continuare con quella messa in scena, non era salutare per me, per lui e per Camila.

«Pensavo che potremo optare per l'usuale chiese. Mi piacerebbe vederti camminare lungo la navata a braccetto con tuo padre, con i fiori e tutto.» Disse piegando leggermente il collo all'indietro per guardarmi, ma non raggiungendo comunque il mio volto.
«Già ti vedo. Con il vestito bianco, il bouquet, i petali di...»

«Non posso.» Esordii improvvisamente, sorprendendo anche me stessa.
«Cosa?» Pausa «Cosa non puoi?» Ripeté sbalordito e confuso.

Sospirai, chiusi gli occhi e usai tutto l'ossigeno per confermare
«Non posso sposarti.»

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