Capitolo ventisette
«Se ti tocca di nuovo le strappo a morsi quella mano.» Ringhiò Camila al mio orecchio, per poi rivolgere un sorriso tirato a Lucy che si voltò verso di noi per illustrarci il camino situato in salotto.
«Non dire stupidaggini.» La pregai a bassa voce quando la donna di fronte a noi riprese a camminare spocchiosamente verso la cucina. Lei non era così altezzosa, ma il contesto qual era il suo lavoro le imponeva di esserlo.
«Non sto scherzando.» Rimarcò Camila, stringendo il mio braccio al quale si stava stringendo in un'istintiva maniera possessiva.
«Non mi piace come ti guarda, come ti tocca. E se è per questo non mi piace neanche che tu glielo permetta.» Mi colpì sulla spalla con la mano chiusa in un pugno. Non fece male, ma comunque usò una dose eccessiva di forza e mi stropicciai il punto dove aveva sferrato il colpo, guardandola di sbieco.
«E cosa dovrei dirle? Non toccarmi altrimenti la mia ragazza ti stacca le mani?» Le domandai in maniera ironica, ma lei alzò gli occhi verso le travi del soffitto e rifletté sull'ipotetica scena, infine riportò lo sguardo su di me e annuì convinta, sfoderando un sorriso perfido. Per quanto quel suo lato leggermente sadico fosse irrimediabilmente sensuale, la dissuasi anche solo dal pensarci.
«Va bene, non dirglielo.» Sbuffò infastidita «Sfrutterò l'effetto sorpresa.» Scrollò le spalle con disinvoltura e prese a camminare davanti a me, raggiungendo la donna nell'ampia stanza dove sorgeva la cucina.
Sperai che non ci fossero coltelli, o qualsiasi oggetto affilato.
Lucy stava illustrando la cucina, ma i suoi occhi si posavano su di me ogni volta che parlava, il che non sfuggì alla supervisione di Camila, la quale si apprestò a marcare il territorio.
Posò la mano sulle mie spalle, l'altra cinse il mio fianco e appoggiò la testa contro il petto mentre ascoltava, apparentemente, assorta la dettagliata spiegazione della donna, ma in realtà stava solo incidendo il suo marchio, sfruttando al meglio le armi che disponeva per evidenziare l'assoluto possesso che esercitava su di me.
«Questo è tutto. Di sopra ci sono due camere, ma sono ancora in ristrutturazione e sarebbe inutile farvele vedere.» Il suo sguardo cadde sulla mano di Camila, che ora stava accarezzando il mio fianco dilungandosi verso il seno «Magari la prossima volta.» Aggiunse con meno entusiasmo e con un pizzico in più di sdegno.
La ringraziai per averci dedicato il suo tempo, Camila fece altrettanto, elargendo elogi verso la casa dove, a sua detta, avremo trascorso i nostri giorni. Sapevo che non era vero, stava solo imponendo ancora una volta la sua supremazia, ma la lasciai fare. Infondo mi divertiva veder uscire la sua gelosia. Di solito Camila era sempre una persona posata, non lasciava trapelare spesso quello che provava, dovevo tiraglielo fuori io e spesso avevo la sensazione che restasse sempre qualcosa di non detto, ma lei era fatta così; aveva bisogno di tempo per aprirsi.
Comunque quella mattina niente riuscì a tarpare le ali delle sue emozioni e, anche se agli occhi di Lucy non era evidente, per me era chiarissimo che fosse gelosa.
Mi piacque veder uscire quel suo lato spudoratamente autentico.
«L'hai vista come ti guardava? Maledizione avrei voluto cavarle un occhio.» Ammise a voce lievemente acuta Camila quando fummo rientrate a casa.
Strinse le mani e si guardò attorno, come se stesse cercando qualcosa su cui sfogare la frustrazione.
«Camz.» L'abbracciai da dietro, immergendo la testa dentro i suoi capelli e lasciando l'alone del mio respiro sul suo collo. Il suo corpo, dapprima teso come la corda di un violino, si sciolse immediatamente. I muscoli contratti adesso si rilassavano sotto le mie mani.
«Non ti devi preoccupare. Io ho occhi solo per te.» Sussurrai l'ultima frase in tono flebile, quasi sensuale. Il suo corpo venne scosso da brividi, che si caratterizzarono come piccoli puntini sulla pelle.
Ebbe un effetto riflessivo su di me e i suoi brividi divennero i miei.
«Lo so, però...» Allentò un po' la presa delle mie braccia sulla sua pancia per girarsi verso di me e guardarmi negli occhi. Mi affrettai a stringerla saldamente a me, premendo la stretta sulla sua schiena, vicino alle natiche.
«Ho dovuto rinunciare a te quando c'era Trevor, non voglio farlo di nuovo. Non posso sopportarlo capisci?» I suoi occhi luccicarono di lacrime, ma tirò su con il naso e ingoiò il groppo che aveva in gola, pretendendo che non avessi mai visto quel mutamento nel suo sguardo.
«Camila.» Mormorai commossa. Solo adesso vedevo chiaramente, senza nessun velo che oscurasse le sue emozioni, la pura verità in fondo al suo cuore. Aveva una tremenda paura di perdermi, di dover ricominciare da capo il viaggio che avevamo affrontato fino a lì e sapevo quanto sforzo avesse fatto per non crollare durante il nostro percorso. Non era in grado di farlo di nuovo, né mentalmente né fisicamente.
«Non ti lascerei per niente e nessuno al mondo.» La rassicurai, poggiando istintivamente la fronte contro la sua per enfatizzare le mie parole. Agognavo un bacio, tutto quello che volevo era unire le nostre labbra in un contatto ricercato da entrambe, ma aspettai che formulasse una risposta, perché era più importante sferzare i suoi dubbi.
«Era da tanto tempo che non ero felice come lo sono con te. A volte penso di non meritarlo.» Abbassò lo sguardo isolandosi in un luogo dove non mi era permesso entrare, ma che sapevo essere molto buio e pericoloso, forse un angolo che si era creata in passato per difendersi. Avrei fatto di tutto per abbattere le pareti, entrare da ogni spiraglio e ridarle luce.
«Tu meriti la felicità, sei una ragazza immensamente buona per non meritarla.» Le scostai le ciocche dei capelli ricadute ad entrambi i lati del suo volto, poi approfittai per stringere le sue guance fra le mie mani e far scontrare i nostri sguardi. «Spero tanto di essere io la persona in grado di dartela.» Pronunciai con un filo di voce, attanagliata dalla mia stessa paura.
Ero timorosa di non essere abbastanza, sempre quel costante timore di non dare abbastanza. La paura di essere sempre la seconda scelta e mai la prima perché appunto, non abbastanza.
Sentivo di riuscire a dare solo la metà di ciò che davano gli altri anche quando mi impegnavo il triplo di loro.
E invece desideravo ardentemente di essere in grado di colmare i vuoti lasciati dal tempo nella sua anima, volevo illuminare ogni suo angolo buio e sprigionare solo luce in lei, quella luce che meritava di conoscere.
«Lo sei Lauren.» Socchiuse gli occhi e avvicinò le sue labbra alle mie, il suo respiro si confuse al mio, le sue mani sollecitarono i miei fianchi a farsi più vicini e quasi come comandati dal suo volere i nostri bacini si incontrarono.
Sentii la sua lingua farsi spazio fra le mie labbra, esplorò ogni centimetro della mia bocca. Accarezzai la sua schiena con le mie mani, la strinsi con più forza a me quando raggiunsi l'altezza della sua nuca. Camila infilò le dita sotto l'orlo della mia maglietta, percorse ogni anfratto della mia pelle con veemenza, facendo pressione lungo le scapole.
Deglutì faticosamente, il suo respiro si faceva sempre più affannato e il mio seguiva il ritmo irregolare del suo petto che si gonfiava esponenzialmente contro il mio.
Lentamente le sbottonai i jeans, mentre lei mi sfilò la maglietta e la lasciò cadere dimenticata sul pavimento.
Giocò con il gancio del mio reggiseno, fino a sfibbiarlo rapidamente. Feci scontrare volontariamente il mio seno contro il suo petto, ma mugolai in protesta quando trovai il tessuto della sua maglietta ad ostacolare il contatto dei nostri corpi.
Mi sbrigai a toglierle la t-shirt, indugiai sulla fascia del suo reggiseno, come se stessi facendo qualcosa di sbagliato che probabilmente le avrebbe dato fastidio. Camila spazzò via ogni dubbio, sfilando per me l'indumento e restando a petto nudo davanti ai miei occhi.
Portai all'indietro i capelli e mi presi qualche istante per ammirarla. Era così bella, che sembrava quasi una figura immaginaria, fonte di un sogno dal quale prima o poi mi sarei svegliata.
Abbassai i pantaloni senza distogliere lo sguardo dal suo, che mi osservava con occhi penetranti. Era un'occhiata così profonda da fare quasi male.
Anche lei fece lo stesso e ora solo l'intimo divideva i nostri corpi attanagliati nuovamente in un abbraccio passionale.
Approfondì il contatto, spingendomi sul divano, ma stavolta mi distesi e le permisi di montare a cavalcioni su di me e di adagiarsi sul mio petto.
Il suo sesso sfregava freneticamente contro il mio, il suo seno si muoveva sul mio e ad ogni spinta i miei capezzoli si facevano più turgidi.
La sua mano entrò sotto le mie mutandine, torturò il mio clitoride forsennatamente, non lasciandomi tempo di riprendere il respiro, perché ogni movimento circolare che muoveva sul mio punto debole mi mozzava letteralmente il fiato.
Lasciai cadere la testa all'indietro, cercai il suo petto con le mie mani e scesi giù lungo la sua pancia, memorizzando ogni singola curva del suo corpo. Raggiunto il tessuto elasticizzato delle sue mutandine lo alzai con la punta delle dita e mi feci spazio al centro, scoprendo quanto fosse bagnata.
Camila entrò dentro di me con due dita. Lanciai un gemito di beatitudine che suonò più disperato di quanto pensassi. Stuzzicai la sua entrata, godendomi l'espressione supplichevole del suo volto. Le diedi ciò che mi stava chiedendo silenziosamente.
Entrai dentro di lei e mossi le dita vorticosamente, sfidando la velocità della sua stessa impostazione.
Camila gettò il collo all'indietro, gemito soffocati lasciarono le sue labbra ed aumentarono la mia eccitazione.
Ormai ero vicina, sentivo delle ondate di piacere avvampare il mio corpo.
Desideravo prolungare quegli attimi di piacere, ma non riuscii a frenare quel turbinio di emozioni e mi lasciai andare. Dapprima contrassi involontariamente i muscoli, poi mi rilassai riversando i miei ormoni sulla sua mano.
Camila fece lo stesso, si lasciò trasportare e venne sulle mie dita.
I nostri respiri si regolarizzarono lentamente, i suoi capelli ancora appiccicati al volto madido di sudore e le labbra incurvate in un sorriso soddisfatto.
La spronai ad appoggiare la testa sul mio petto e lei obbedì, trovando rifugio sul mio torace ancora affaticato per lo sforzo di poco prima.
«Comprerai la casa?» Boccheggiò Camila, sentii le sue labbra muoversi contro la mia pelle e solleticarla appena.
«Non lo so.» Risposi con lo sguardo rivolto verso il soffitto e la mano a cercare il suo fianco.
«Mi sarebbe piaciuto poter comprare le due opzioni, ma Lucy ha detto...» Un grugnito sfuggì dalle sue labbra alla pronuncia di quel nome «... Che l'altra casa è già stata venduta. Ho paura che se non mi sbrigherò venderanno anche quest'ultima.» Sospirai indecisa. Volevo trasferirmi in quel quartiere per stare più vicina a Camila ed ad Heali, ma la cifra era più alta del previsto e poi c'era da tenere di conto dei restauri e dell'arredamento. Non ero sicura di potermelo permettere.
«Beh in tal caso potresti venire a vivere qui.» La sua voce arrivò flebile alle mie orecchie, ma compresi ogni parola e scoppiai a ridere.
Lei alzò la testa verso di me corrucciata, la guardai ancora con il sorriso sulle labbra che qualche secondo dopo scemò notando la sua interdizione.
«Era uno scherzo vero? Stavi... stavi scherzando no?» Domandai prospettandomi solo adesso la possibilità che fosse seria e la sua espressione lo confermò.
Appoggiò le braccia sul punto dove prima aveva riposato la testa e poggiò il mento su di esse, cosicché i nostri sguardi non si perdessero neanche per un istante.
«È una cosa così terribile?» Domandò alzando le sopracciglia, evidentemente sorpresa dalla mia reazione. Sbarrai gli occhi e tentai di proferire parola, ma morirono in gola e mi limitai ad annuire.
«Cioè no.» Mi affrettai a direi notando i suoi occhi adombrati da un velo di delusione. Merda. «Camila è solo troppo presto. Ho convissuto per anni e adesso non me la sento di buttarmi a capofitto. Voglio fare le cose gradualmente.» Non lasciai per un secondo i suoi occhi, come se a rendere maggiormente veritiere le mie parole potesse essere il contatto visivo.
Camila abbassò lo sguardo, catturò il labbro fra i denti e farfugliò qualcosa a me incompressibile. Aveva un'aria colpevole, come se si stesse rimproverando di qualcosa.
Interruppi quel momento di tortura alzandole il mento per incontrare i suoi occhi più spenti rispetto a prima. Avrei voluto baciare via quella tristezza.
«Non sto dicendo che non andremo mai a vivere insieme, solo... non adesso.» Scrollai leggermente le spalle, facendo decadere l'argomento. Lei annuì sorridente, ma sapevo che dietro quell'increspatura delle labbra si nascondeva uno stato d'animo atterrito, rabbuiato dalle sue insicurezze.
Mi sporsi in avanti per baciarla, lei si affrettò a venirmi incontro, come se aspettasse solo quel momento. Le mie labbra, ancora vagamente sorridenti, si posarono sulle sue distrattamente afflosciate verso il basso.
Lentamente le nostre lingue si trovarono e districarono ogni dubbio insinuatosi nella sua mente.
.....
L'indomani mi svegliai in una stanza d'albergo diversa da quella dove avevo dormito la notte precedente. Dormivo dove capitava, non volevo invadere lo spazio di Camila, anche se so che a lei avrebbe fatto piacere, ma Heali ancora non sapeva niente di noi e non volevo ingarbugliare le cose. In più avevo bisogno di tempo. Tempo per stare solo con me stessa.
Mi vestii per andare all'incontro con Lucy. Avevo deciso di acquistare la casa. Non volevo perdere l'occasione di restare vicina a Camila e in più, anche se il prezzo era esuberante, infondo era vantaggioso per una villetta come quella.
Mentre mi preparavo ricevetti un messaggio da parte di Dinah, la quale mi pregava di tornare a lavoro presto perché senza di me era una noia e mi confermava la sua partecipazione alla vacanza natalizia.
Mancava una solo settimana, poi saremo partite. Heali non stava più nella pelle, anche Camila fremeva dall'eccitazione di visitare un posto lussureggiante qual era Miami.
Dinah si era mostrata contenta, ma specialmente per abbondare i doveri casalinghi. Ed io, beh io avevo già visitato le spiagge di Miami al collage, ma era come se fosse la prima volta anche per me.
Raggiunsi l'abitazione dove Lucy mi stava già attendendo. Diedi uno sguardo alla casa e mi convinsi ancora di più della mia decisione.
«Sono contenta che tu abbia chiamato.» Disse la donna ad una distanza ravvicinata. Indossava ancora quegli occhiali tondi ed esageratamente grossi per la sua faccia.
«Ho deciso di comprare.» Mi sfregai le mani, ricordando che nei film facevano sempre così durante un acquisto importante.
Lucy aveva già stilato un contratto, mancava solo la mia firma.
Scrissi il mio nome nella parte bassa a destra e in un attimo diventai la legittima proprietaria.
«Bene.» Disse piegando il foglio «Questo vuol dire che ci vedremo più spesso.» Disse facendomi l'occhiolino. Le rivolsi un'occhiata di tralice e l'avvertì che sarei partita per due settimane, perciò non ci sarebbe stato modo di vederci.
«Oh beh.» Scivolò dietro le mie spalle, le sue labbra così vicine al mio orecchio da poter contraddistinguere l'odore di menta nel suo alito «Prima o poi tornerai.» E se ne andò, lasciandomi a riflettere su quanta verità avesse potuto scovare Camila su di lei.
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Ehilà. Spero che il capitolo vi sia piaciuto! Domani pubblicherò il prossimo e, come sempre, vi aspetto! 😘
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