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Capitolo ventidue

«Che significa che non mi puoi sposare?» La sua voce appariva greve, irrimediabilmente ferito.
Strinsi più forte le maniglie, puntando le unghie nella gommapiuma.

«Trevor non è il luogo adatto per parlarne.» Risposi guardandomi attorno. C'erano dei malati che barcollavano nell'atrio aggrappandosi con le ultime forze al corrimano, medici che controllavano cartelle cliniche e infermiere che arrancavano con il carrello del pranzo, o preparavano un'iniezione di insulina. Non mi piaceva l'idea di rattristare le loro giornate, già di per se lugubri, dichiarando il mio amore per una donna al mio ragazzo malato.

«Perché? Ci hai ripensato?» Il suo tono sarcastico mi irritò notevolmente, ma non lo diedi a vedere e mi limitai a rispondere con altrettanta ironia.
«In realtà non ho mai detto sì.» Intanto eravamo arrivati all'ascensore, avevo dovuto tenere le porte aperte con un piede, perché per caricare Trevor in quello spazio angusto prima dovevo girare la carrozzina ed entrare camminando all'indietro.

«Non pensavo ce ne fosse bisogno, dato che non posso inginocchiarmi.» Intravidi la sua espressione beffarda attraverso lo specchio e la evitai di proposito, rimbeccando con un'aria lievemente alterata.
«Nessuno ti ha chiesto di farlo.» Sospirai e mi ricomposi. Non potevo perdere il controllo proprio adesso, quella era la mia chance di fare le cose per bene, non avrei permesso al suo umore di rovinatemela.

«Ti ho solo fatto notare che sono venuta a saperlo da tua madre e che non ho mai acconsentito.» Tamburellai il dito contro la gommapiuma provocando un suono ovattato, che venne sommesso quando le porte si aprirono emettendo un rumore acuto.
Spinsi la carrozzina oltre le porte automatiche e scansai giusto in tempo un passante.

«Quindi cosa ti ha fatto cambiare idea?» Riprese l'argomento quando fummo abbastanza lontani dal caos per poter parlare ad un tono neutrale.
Alzai gli occhi al cielo. Proprio non voleva capire. Non avevo cambiato opinione, non avevo mai accettato. È diverso.

«Non ho mai det...» Ripetei annoiata, ma mi interruppe prima che potessi terminare la frase.
«Perché non hai mai detto sì?» Domandò con tono canzonatorio e infastidito dalla mia perseveranza.
«Non sono sicura di voler fare questo passo.» Risposi con noncuranza, evitando di menzionare Camila per ora. Prima dovevamo risolvere altre questioni.

Un giovane signore mi aiutò a tenere aperta la pesante porta a vetri. Lo ringraziai con un cenno del capo e feci scivolare faticosamente le ruote sulla moquette. Si incepparono più di una volta, ma con uno sforzo riuscii a portarlo fuori dall'ospedale. Ci sedemmo all'ombra su una panchina in attesa di sua madre.

«È colpa mia? Te l'ho forse chiesto nel modo sbagliato?» Ipotizzò mordendosi il labbro disordinatamente. Credo che non riuscisse a coordinare bene neanche i muscoli facciali, ma i dottori non avevano detto niente a riguardo.
«No Trevor.» Sfregai tra di loro le mani, che scivolarono malamente contro i palmi madidi di sudore. «Non è colpa tua.» Sospirai inarcando leggermente la schiena in avanti per abbassare lo sguardo sulle mie scarpe.

«E allora cos'è? Dimmelo!» Sbottò attirando l'attenzione dei pochi passanti intorno, che lo guardarono con occhi compassionevoli.

Respirai profondamente e mi presi qualche secondo per riordinare le idee.
«Non sono più innamorata di te.» Mormorai in un filo di voce, che sfociando dalle mia bocca bruciò intensamente le labbra, come se avessi appena sputato fuoco.

Trevor, per quanto possibile, si irrigidì. I lineamenti del suo volto erano coperti da una barba ispida, ma notai che si indurirono sotto quello strato folto di peluria. La bocca scomparsa in una linea acerba e gli occhi chiusi, come se volesse dimenticare ciò che aveva appena sentito.

«Da quanto?» Domandò con voce gutturale, senza però aprire gli occhi, o smorzare quell'espressione rigida.
«Da quando...» Passai la lingua sulle labbra seccate dal vento, deglutii faticosamente e poi aprii la bocca intenzionata a proseguire, ma l'arrivo di sua madre ci interruppe.

Il rumore dei tacchi echeggiò nelle mie orecchie, poi il profumo si impossessò delle mie narici e un secondo dopo la donna era apparsa alle nostre spalle. Teneva una cartella clinica tra le mani, nell'altra una busta piena di medicinali che conoscevo a memoria.
Mi alzai dalla panchina e sgusciai dietro la carrozzina di Trevor, poi la spinsi verso la macchina. Nessuno disse niente.
Sua madre indispettita dal dover passare alcuni minuti nella stessa auto in cui ero io. Trevor immerso nei suoi pensieri, lontani è inafferrabili. Io concentrata sulla strada pensavo a come sarebbe proseguito il discorso che avevamo spezzato sul nascere.

Arrivammo davanti alla villa nel giro di dieci minuti. Sua madre portò la carrozzina davanti alla portiera, io mi chinai per prenderlo in braccio e sistemarlo su di essa.

«Ho ricevuto dei precisi ordini dal medico.» Esordì sua mamma quando la porta si chiuse alle nostre spalle. Riportò meticolosamente ogni parola, ogni enfasi e persino ogni gesto che il dottore aveva compiuto. Si atteggiava come se fosse un'esperta, come se avesse passato lei quattro anni della sua vita ad occuparsi di suo figlio.

«Si mamma, lo sappiamo.» Tagliò corto Trevor quando sua madre entrò in argomento igiene personale.
Luisa se ne andò sotto richiesta di suo figlio, il quale le chiese cinque minuti da solo con me.
Non è che si allontanò più di tanto, semplicemente si chiuse in cucina a preparare un tè.

«Allora? Da quanto?» Chiese schiettamente, come se per tutto quel tempo non avesse fatto altro che pensare a quello.
«Da quando ho conosciuto Camila.» Lo guardai negli occhi. Corrugò la fronte, scosse la testa confuso, ma poi tutto fu chiaro.

La sua espressione si appiattì, gli occhi sbarrati e le sopracciglia alzate. Aveva avuto una rivelazione, era come se adesso riuscisse a collegare tutti i punti.

«Non ci posso credere.» Mormorò beffardo, stampandosi in faccia la sua solita maschera. Non mi avrebbe dato la soddisfazione di implorarmi, o di piangere e io di questo ne ero grata. Però, avrei voluto parlare con lui senza il timore che stesse evitando i suoi sentimenti, volevo chiuderla nel modo più veritiero possibile.

«Trevor... mi dispiace.» Inspirai a fondo, riempii i polmoni d'aria e cacciai indietro le lacrime sbattendo più volte le palpebre.
«Non l'ho programmato, non l'ho deciso. È successo e basta.»

«Te la sei scopata?» Domandò con disprezzo. Un grugno dipinto sul volto, come se il solo pensiero lo inorridisse.
«No.» Risposi unendo le mani davanti al busto. Lui sospirò sollevato, ma poi proseguì.
«L'hai baciata?» Questa volta la sua voce uscì dolorante. Penso che avrebbe preferito che mi fossi lasciata andare ad una nottata di passione sfrenata, piuttosto che ad un bacio.

«Si.» Sussurrai e abbassai lo sguardo, senza incontrare il suo adesso cinereo e vuoto.
Calò il silenzio, interrotto solo da respiri sporadicamente pesanti.
Quella situazione stava diventando scomoda, sentivo che se fossi rimasta qualche secondo in più avrei dato di matto.

«Andrai a vivere da lei?» Chiese girando il collo verso di me per potermi almeno guardare.
«No. Voglio dire... non ne abbiamo mai parlato e...» Scrollai le spalle lasciando la frase in sospeso. Non ero sicura della piega che avrebbe preso la mia vita dopo Trevor. Non sapevo come sarebbero proseguite le cose con Camila, ma non ero pronta a fare passi da gigante. Volevo prendere tutto alla leggera, senza fare di un problema un dramma.

«Sei innamorata di lei?» La sua domanda arrivò come un fulmine a ciel sereno. Mi voltai di scatto, incontrai il suo sguardo severo e le palpebre leggermente affossate per nascondere la delusione dentro ai suoi occhi.
«No... cioè si. Non lo so.» Sbuffai indispettita come se mi avesse appena fatto una domanda molto privata e personale che finora non avevo posto neanche a me stessa.
«Ciò di cui sono sicura è che non sono più innamorata di te. E questo non può cambiare.» Scossi la testa enfatizzando le mie parole e strinsi con forza il divano dove ero seduta quando un'espressione di dolore attraversò per un secondo il suo volto per poi scomparire agli angoli della bocca.

«Voglio che te ne vada.» Pronunciò senza vacillare, senza esitazione. Ciò che gli avevo appena rivelato lo aveva sconvolto a tal punto da fargli dimenticare gli anni passati insieme. Potevo biasimarlo?

Annuii debolmente e senza aggiungere altro andai in camera a fare le valigie. Piegai qualche maglietta, alcune camice stirate, dei jeans e delle, infine gli abiti più formali.
Presi lo spazzolino, il dentifricio, la ceretta, l'intimo e non dimenticai il filo interdentale.
Quando ebbi finito tornai in salotto trascinandomi il trolley dietro la schiena. Sua madre era accanto alla carrozzina di Trevor, lo stava abbracciando e lui singhiozzava contro il suo petto.
Restai a guardare la scena senza avere niente da dire, nessuna parola di conforto, non riuscivo a pensare a niente che potesse farlo sentire meglio.

Gli occhi di sua madre si puntarono su di me. Si alzò ritrovando la sua mancanza supponenza e puntò severamente il dito sulla porta d'ingresso.
«Non ti far più rivedere Lauren.» Disse mantenendo un contegno altezzoso e sprezzante. Sospirai e annuii, poi come un cane bastonato uscii dalla casa.

Un raggio di sole mi colpì in pieno volto, l'odore della spiaggia misto al sale marino arrivò alle mie narici. Qualcuno stava prendendo il sole, mentre i bambini si divertivano a far volare l'aquilone e altri costruivano castelli di sabbia.
Sorrisi nel vedere quanta gioia può regalare una giornata. Mi incamminai verso la macchina e caricai la valigia nel bagagliaio.
Pensai di andare a prenotare una stanza in albergo, ma prima che potessi formulare altri ipotesi avevo già imboccato la strada che portava a casa di Camila.

Mi sentivo una persona nuova, qualcuno che non stava vivendo la propria vita per sostenere qualcun altro. Ero solo una ragazza che aveva scoperto l'adrenalina della vita e che non se la sarebbe lasciata sfuggire dalle mani, non questa volta.

Bussai alla porta di casa.
Lei venne ad aprirmi. Indossava solo una canottiera bianca che metteva in risalto i muscoli dell'addome e dei pantaloncini in flanella che mostravano le gambe.

«Lauren..? Ma che ci fai tu qui?» Domandò corrugando la fronte. Mi piaceva la sua espressione confusa, era tenera, vagamente sexy.
Come fa una persona ad essere sensuale in tutto quello che fa?

Avanzai un passo verso di lei, dimezzando la distanza fra di noi. I suoi occhi si posarono sulle mia labbra, poi tornarono a luccicare contro i miei.
«Camz...» Arrotolai una ciocca dei suoi capelli al mio dito «Gli ho detto tutto.» Sussurrai accennando ad un sorriso.

Lei si tirò indietro, mi guardò perplessa. Le sue sopracciglia si alzarono in un movimento istantaneo, le labbra si schiusero mostrando tutta la sua incredulità e il petto di gonfiò dopo un respiro più profondo, che le servì per fare riserva d'ossigeno.

«Tutto tutto?» Domandò in cerca di conferme. Annuii sorridendo ampiamente. Il volto di Camila si schiuse in un'espressione gioiosa, ma non ebbi il tempo di costatare la sua felicità che le sue labbra furono subito contro le mie.
Afferrai i suoi fianchi con forza e l'attirai verso di me, facendo scontare i suoi seni privati di reggiseno contro i miei. Camila emise un gemito soffocato che catturai con la mia bocca. Approfittai dell'apertura creatasi per far scontrare la sua lingua con la mia.

Assaggiai il suo sapore, mentre con le mani percorrevo i confini dei suoi fianchi e con le dita sfioravo il suo seno duro contenuto sotto il tessuto fine della canotta.
Camila afferrò la mia nuca e spinse più in profondità la lingua, non essendo abbastanza sazia.

«Dove andrai adesso?» Chiese interrompendo il bacio. Il suo respiro affannoso si imbatteva contro le mie labbra elargendo tutta la sua voluttuosità.
«In albergo.» Scrollai le spalle non dando molta importanza alla cosa. Con una mano accarezzai i suoi capelli, mentre con l'altra la tenevo stretta a me evitando che si allontanasse.

«Per stasera potresti stare da noi. Ad Heali farebbe piacere.» Catturò il labbro fra i denti e mi rivolse un'occhiata speranzosa. Ponderai l'idea di passare la notte da lei. Sotto alcuni aspetti avrei accettato subitamente, ma sotto altri forse avrei fatto meglio ad evitare.
Ero appena uscita da una relazione e so che l'avevo fatto per stare con lei, ma sentivo il bisogno di prendermi un po' di tempo da sola. Di imparare a volere bene anche a me stessa.

«Non lo so Camz.» Scossi la testa da un lato all'altro, la sua mano fu subito contro la mia guancia per fermare il moto. Inarcò gli angoli della bocca in un sorriso gentile e poi annuii, come se avesse appena preso la decisione per entrambe.
Le lasciai un bacio casto sulle labbra e mi lasciai trascinare dentro casa. Heali stava facendo il pisolino pomeridiano, ma andai comunque a salutarla.
Feci attenzione a non svegliarla, muovendomi in punta di piedi nella stanza. Sembrava un campo minato di bambole e pupazzi, ma Ginger non aveva un posto fra questi, era stretta fra le sue braccia.

Passai una mano fra i capelli della bambina e mi chinai sul letto per darle un bacio in fronte. Lei mugolò in risposta e si voltò dall'altra parte, come se i suoi sogni fossero troppo belli per essere interrotti.

Tornai al piano di sotto, dove Camila stava cucinando un piatto di pasta.
Il vapore annebbiava la cucina e si riversava sulla sua pelle rendendola appiccicata e umida.
Mi posizionai accanto a lei, con le braccia conserte e il collo piegato in avanti per controllare a che punto fosse la cottura.

«Heali dorme ancora.» Dissi. Camila annuii in risposta e continuò a girare il mestolo di legno dentro la pentola.
«Domani mattina, quando si sveglierà e ti troverà qui, sarà la bambina più felice del Mondo.» Sorrise prospettandosi già la scena e spostò il peso da un piede all'altro come se non stesse più nella pelle. Si vedeva che la felicità della sorella minore per lei era una priorità insormontabile e da oggi lo sarebbe stato anche per me.

«E lo sarò anch'io.» Aggiunse lanciandomi un'occhiata veloce, per controllare che le sue parole non fossero state dette nel momento sbagliato.
Cinsi la sua vita con una mano e l'attirai a me. Lei appoggiò la testa contro la mia spalla e il suo fianco aderì con la mia pancia. Le lasciai un bacio sulla testa rassicurante.

«Lo saremo tutti allora.»

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Ciao volevo avvisarvi che in questi giorni non credo che avrò il tempo di aggiornare, penso che il prossimo capitolo uscirà fra lunedì e martedì. Vi aspetto :)

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