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Capitolo venti

«Luisa... che ci fai qui?» Mormorai sbalordita. Non la vedevo dallo scorso anno, quando si era presentato quello spiacevole evento del Natale.
Si tolse lentamente i guanti di velluto, mi rivolse uno sguardo solenne, al limite dell'inquietante e per un secondo pensai che fosse venuta per uccidermi.

«Sono passata a fare una visita di cortesia, ma quando sono arrivata non c'era nessuno in casa.» La sua voce usciva come un rimprovero costante, anche quando pronunciava il mio nome mi sentivo sotto accusa.
«Lo so Luisa. Ti avrei avvertito proprio adesso...» Mi pizzicai la guancia interna con i denti. Dovevo smetterla di dire bugie.
«Trevor è stato portato all'ospedale in seguito ad una crisi. Sono rimasta lì tutta la notte e non ho minimamente pensato di chiamarvi. Mi dispiace.» Cercai di enfatizzare il concetto di essere stata sveglia l'intera notte, ma non si soffermò nemmeno su quel dettaglio, era già passata oltre.

«Avresti dovuto chiamare subito.» Passò la mano sulla collana di perle ed estese un sorriso nella mia direzione. Per quanto volesse apparire affabile, la rigidità dei suoi lineamenti e l'incurvatura chiaramente tirata agli angoli della bocca le rendevano questo compito impossibile.

«Non ci ho pensato Luisa.» Rimbeccai con un tono più serio di quanto pensassi. Quella donna mi dava sui nervi e quando c'era lei nei dintorni perdevo il buon senso.
Era la tipica persona che crede di saper fare tutto, di essere superiore alla massa e di doversi distinguere impartendo lezioni educative a chiunque. A volte avrei proprio voluto colpirla in faccia.

«Ci penserai la prossima volta.» Disse accantonando la conversazione. Si alzò dal divano adagia, con le mani spiegazzò le pieghe sulla gonna, poi prese la borsa poggiata sulla poltrona e venne verso di me, producendo un rumore acuto ogni volta che i tacchi entravano in contatto con il parquet.

«Saresti così gentile da accompagnarmi all'ospedale?» Domandò retoricamente. Mi ispezionò con lo sguardo, percorrendo interamente la mia figura. Da capo a piedi.
Non proferì parola dopo che ebbe tratto le sue conclusioni sull'inaffidabile fidanzata di suo figlio, ma riuscii a leggere chiaramente il suo giudizio tanto scalpitavano i suoi pensieri.

«Luisa io pensavo di dormire. Sono rimasta lì tutta la notte. Sono distrutta.» Dissi con la voce che si rompeva facendo fatica anche a venir fuori. Adesso che non mi concentravo più sui suoi comportamenti meschini e silenziosamente arroganti, riuscivo a sentire le gambe indolenzite, le ginocchia molli e le braccia pesanti come se fossero di piombo.
Se non avessi avuto la possibilità di recuperare energia sarei stata io quella da ricoverare.

«Se aspetti qualche ora sarò più che lieta di accompagnarti, ma adesso ho davvero bisogno di dormire.» Indicai il divano dietro a lei. Ero stremata e desideravo soltanto chiudere gli occhi e lasciarmi trasportare nel mondo dove Morfeo tutto può.
Con aria supponete imbracciò la borsetta, passò ossessivamente la mano lungo la collana di perle e mi disse che avrebbe raggiunto l'ospedale in taxi. Lasciai che uscisse. Per una volta non recitai la parte della brava conserte, perché ero fin troppo stanca anche per quello.

Mi lasciai cadere di pancia sul divano, affossai la testa nel cuscino e restai sdraiata per un tempo indeterminato, ma sicuramente rigenerativo.
Quando mi svegliai erano le due di notte. Ero ancora stravaccata sul divano. Adesso un dolore insistente mi percuoteva il petto per essere rimasta a lungo sdraiata.
Il mio telefono vibrava insistentemente sul tavolo. Ecco cosa aveva interrotto il mio sonno.
Scivolai giù dal lato del divano e mi trascinai fino alla fonte.
Avevo tre chiamate perse da Luisa, una da Camila. So che avrei prima dovuto richiamare la madre di Trevor, magari aveva degli aggiornamenti importanti, ma per istinto inoltrai la chiamata a Camz.

«Tutto bene?» Le domandai appena sentii mugolare dall'altra parte. Impiegò qualche secondo prima di rispondere.
«Lauren... Sono le due.» Una leggera risata lasciò le sue labbra, come se avesse sempre desiderato essere svegliata da uno spasimante nel bel mezzo della notte.
Dannazione. Ero così preoccupata che le fosse successo qualcosa che non avevo neanche controllato quando mi aveva chiamata, mi ero semplicemente limitata a dar sfogo alla mia apprensione.

«Scusa. Ho visto che mi avevi cercata e io ho pensato...» Mi interruppi e sospirai, poi scossi la testa allontanando i pensieri malsani «Non importa. Stai bene.» Avvicinai maggiormente l'orecchio al display come se riuscissi a esserle più vicino.
Intanto la chiamata veniva interrotta da ulteriori messaggi di sottofondo che mi avvertivano che qualcuno mi stava cercando.
Attaccai con Camila rassicurandola che le avrei fatto sapere appena avremo avuto notizie.

«Luisa.» Esordii quando finalmente riuscimmo a metterci in contatto. Anelava nella cornetta, ma fece di tutto per ricomporsi e sembrare il più naturale possibile. Doveva essere difficile mantenere sempre quella posizione altezzosa.

«Trevor ha avuto un'altra crisi. Se hai finito di dormire raggiungici.» Non disse nient'altro. La comunicazione cadde e tutto quello che riuscii a sentire furono ripetuti bip.

Mi vestii velocemente, misi i vestiti che avevo indossato il giorno prima nella cesta apposita.
Spazzolai i capelli, ravvivandoli leggermente con le mani. Non mi truccai minimamente.
Nel giro di dieci minuti mi ero già immessa in strada. Essendo tardi non c'era traffico, così raggiunsi l'ospedale in pochi minuti.

Aspettai l'ascensore, ma evidentemente doveva essere in uso perché non si decideva ad arrivare, così corsi verso le scale e arrivai al secondo piano dove era ricoverato Trevor.
Vidi sua madre in piedi nel corridoio, camminava avanti e indietro tenendo la collana di perle fra le dita. Mi avvicinai a lei boccheggiante, incapace di fare un respiro senza tossire.

«Lo stanno stabilizzando.» Disse continuando a darmi le spalle, producendo quel fastidioso rumore echeggiante ogni volta che faceva un passo. Annuii senza dire niente, stavo ancora recuperando fiato e non ne avevo da sprecarne con lei.
Mi sedetti su una sedia, aprii le gambe e poggiai i gomiti sulle ginocchia, per poi raccogliere la testa fra le mani.
I capelli ricaddero in avanti oscurando la mia vista e ora riuscivo soltanto a sentire la donna camminare, ma fortunatamente non riuscivo più a vederla. Era solo un rumore lontano e acuto, qualcosa che potevo evitare se mi concentravo su altro.

Aspettammo per tre ore. Nessuno venne a dirci niente, i dottori passavano e ci ignoravano come se non fossimo nemmeno lì.
Luisa si lamentava continuamente del servizio medico americano, probabilmente aveva solo bisogno di sfogare la sua frustrazione su qualcuno che non fosse se stessa. Non credo che qualcuno le avesse mai insegnato a gestire situazioni di questo tipo. Luisa era una di quelle persone che nella vita ha tutto spianato, nessun ostacolo si presenta nel suo cammino e se avverte la presenza anche di un minimo problema ci pensano le persone attorno a lei a risolverlo al posto suo.
Ecco perché io ero in grado di gestire la situazione, mentre lei camminava nervosamente avanti e indietro, uggiolava continuamente prima attribuendo tutta la colpa all'ospedale, poi riversandola su di me per essermene andata di casa e aver lasciato suo figlio da solo.
La lasciavo parlare, le accuse che stava ipotizzando su di me mi scivolavano addosso. Me ne sarei andata molto volentieri, ma volevo conoscere le condizioni di Trevor e perciò restai seduta senza dire niente.

Dopo ore di attesa un dottore, non lo stesso che mi aveva avvicinato quella notte, venne ad avvertirci che ora il paziente era stabile e che non aveva subito danni al cervello nonostante la crisi si fosse prolungata.
Sua madre aveva scaricato una lista di domanda da internet da fare ad un professionista e non perse tempo per leggere tutti e quindi i punti della lista. Il dottore la rassicurò su tutto e le disse di non preoccuparsi, che si sarebbero presi cura di suo figlio. Lo vidi quello sguardo orgoglioso zampillare negli occhi dell'uomo minuto. Era convinto di avere davanti a se una madre amorevole, in apprensione per il figlio.
Se solo avesse saputo.

Quando se ne andò Luisa raggiunse la stanza di Trevor e a qualche passo di distanza io la seguivo. Entrammo in camera, dove una fioca luce illuminava l'ambiente.
Luisa si sedette accanto al letto, prese la mano del figlio nella sua e la baciò amorevolmente.
Mi venne la nausea e dalla smorfia che contornò il suo viso per Trevor fu lo stesso.
Mi avvicinai a lui, notai la sua mano muoversi faticosamente sul materasso. Spostò le dita verso di me, senza riuscire a piegarle però.
Afferrai la sua mano nella mia, accorgendomi di quanto bisogno avesse di me.

«Come stai?» Chiesi a bassa voce per non disturbare. Fece un leggero cenno col capo, per confermare che si sentiva meglio.
«Il mio bambino.» Esordì drammaticamente Luisa portando la mano del figlio, ancora stretta nella sua, alle labbra.
Alzai gli occhi al cielo, irritata dal suo improvviso mutamento d'umore.
Questa volta non le sfuggì la mia indignazione e si affrettò a farmelo notare.

«Almeno in questa circostanza potresti mostrare un minimo di decenza.» Disse acidamente senza girarsi verso di me, ma continuando a riempire la mano di Trevor di baci, mentre con l'altra mano toccava la collana di perle.

«Tu invece sembri aver ricordato solo adesso cosa sia la decenza.» Riposi con stizza. Mi morsi subito la lingua. Avrei dovuto evitare di dirlo, lasciare che si crogiolasse nella sua ignoranza e mostrarmi superiore a lei, ma quella volta non riuscii a tenere a freno la lingua.
«Come prego?» Voltò la testa verso di me lentamente, enfatizzando il suo indegno.

«Oh per favore non fingiamo che ti interessi qualcosa di tuo figlio. Non ti è mai importato.» Sentivo la rabbia repressa prendere il sopravvento, uscire dall'angolo buio dove era stata sepolta con tanta accuratezza, ribellarsi imprudentemente e venir fuori.
«Anzi a dire il vero non so nemmeno perché tu sia qui. Sicuramente hai bisogno di qualcosa, altrimenti saresti a prendere il sole sul bordo piscina della tua villa.» Sentivo le mie guance avvampare, il mio corpo fremere iroso e intanto stringevo più forte la mano di Trevor, non riuscendo a contenere quel sentimento ardente.

«Quindi Luisa dimmi. Di cosa hai bisogno stavolta? Forse di un'altra collana di perle e potresti usare questa come anti stress.» Dissi additando l'oggetto rilegato al suo collo ancora stretto nelle sue grinfie. La lasciò andare immediatamente, sentendosi minacciata dalle mie congetture.

«Sei una ragazza insolente Lauren. Lo sei sempre stata e non so davvero come mio figlio abbia potuto innamorarsi di una come te.» Si alzò dal letto, stavolta in uno scatto rapido e disordinato. Una reazione che non apparteneva minimamente al suo repertorio.
Mi insultò, mi incolpò di tutto il male che Trevor aveva passato negli ultimi anni e mi accusò di negligenza nei sui confronti.
Più parlava, più mi veniva voglia di stringere le mani al suo collo e fidatevi che non me ne sarei pentita.

Trevor emise un mugolio contrariato, intromettendosi nel nostro litigio.
Un cipiglio attraversava la sua fronte corrugata. Doveva essere straziante per lui assistere a quella scenata e non poter dire la sua, restare inerme.
Feci un bel respiro e mi calmai, respinsi in un luogo recondito la rabbia di pochi istanti prima e sperai che sua madre facesse lo stesso, ma evidentemente non aveva nessuna voglia di lasciare andare la presa.

«Mio figlio merita molto più di te! Dovresti uscire dalla sua vita seduta stante!» Gridò istericamente, tendendo duramente il dito verso la porta.
«Sei una persona subdola, meschina e narcisista! Dio non so come tu faccia a stare con lei.» Disse sua madre adesso rivolta verso suo figlio, il quale la guardò supplichevole pregandola silenziosamente di smetterla di urlare. Il battito cardiaco sul monitor era accelerato e faceva fatica a respirare anche con la mascherina.

«Senti Luisa.» Ringhiai a denti stretti «Se non vuoi smettere questa scenata isterica per me, fallo per tuo figlio. Se continui così avrà un'altra crisi.» Le indicai Trevor con un cenno del capo. La sua fronte era madida di sudore. Presi un fazzoletto dalla prima cassetta del comodino e la passai gentilmente sulla fronte dell'uomo. Mi ringraziò con un sorriso cordiale e io ricambiai.
In quel momento sentii il telefono vibrare nella tasca posteriore dei jeans. Ebbi un sussulto pensando che fosse Camila.
Mi scusai e dissi che sarei rientrata subito, ma fu l'affermazione di su madre a fermarmi sulla soglia e a gelare il sangue nelle mie vene.

«Non so davvero perché tu voglia sposarla.»

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