Capitolo uno
Era la mattina del venticinque maggio quando portarono Trevor all'ospedale.
Era solo inciampato per strada e caduto malamente di faccia, ma una signora che passava casualmente di lì aveva avuto la premura di chiamare l'ambulanza.
Doveva essere solo un controllo, un accertamento veloce e semplice. Non fu così.
Sclerosi multipla, dissero i dottori.
Usarono parolone che non compresi, termini medici che mi entrarono da un orecchio e uscirono dall'altro.
Sclerosi multipla.
Era bastato un secondo, un piccolo intralcio nella normale routine e cambiò tutto radicalmente.
L'uomo con il quale avrei dovuto viaggiare attraverso il globo, adesso era rilegato su una sedia a rotelle. L'uomo con il quale sognavo di costruire una famiglia, adesso si preoccupava di arrivare alla mattina dopo.
L'uomo con il quale avevo progettato di spendere il resto della mia vita, adesso lottava giorno dopo giorno per sopravvivere contro qualcosa più grande di lui.
Avevo passato gli ultimi due anni ad occuparmi di lui. Mi svegliavo la mattina e lo accompagnavo al bagno, lo cambiavo, lo lavavo e lo vestivo. Cucinavo per lui, passavamo il pomeriggio a guardare vecchi film che conoscevamo a memoria, poi lo spostavo con la carrozzina sulla spiaggia, (la nostra casa era situata vicino al mare) passeggiavamo sulla battigia per un'ora circa, o finché il suo umore non peggiorava a causa degli sguardi altrui e allora tornavamo a casa. Cucinavo nuovamente per lui, gli lavavo i denti, gli mettevo il pigiama e lo spostavo nel letto dove restava fino alla mattina dopo e ricominciava la routine.
Non era un problema per me prendermi cura di lui, anzi mi faceva piacere esserci nel momento del bisogno, ma sentivo l'esigenza di tornare a lavoro, di prefissare dei nuovi obbiettivi e di agire per raggiungerli.
Non avevo espresso a Trevor i miei desideri per paura di deluderlo, ma una sera, mentre gli rimboccavo le coperte, fu lui a intuire i miei pensieri.
«La tua vita non può fermarsi a questo.» Aveva detto, sforzandosi di indicarsi con le mani il suo corpo supino nel letto.
«Voglio che ricominci a vivere per entrambi.» E così avevo fatto.
Avevo indossato il mio miglior vestito ed ero andata in città a cercare lavoro. Sorprendentemente c'erano più opzioni di quanti pensassi e mi ritrovai a decidere se accettare un'offerta come cameriera, lavorare in un call-center, oppure di attecchirmi nel mio ruolo: pedagogista.
Avevo conseguito una laurea di cinque anni in Scienze Pedagogiche e avere la possibilità di attuare quello per cui avevo studiato arduamente mi riempiva d'orgoglio.
Non c'è bisogno che vi dica quale delle tre opzioni scelsi.
Iniziai a lavorare in una scuola elementare. Seguire i bambini e aiutarli nelle loro difficoltà mi rendeva felice, nel mio piccolo riuscivo a fare qualcosa per per enfatizzare le loro immense capacità. Il sorriso sul loro volto era la cosa migliore della giornata.
Quando tornavo a casa però trovavo sempre una situazione più difficile dell'altra. Trevor rimaneva da solo per qualche ora, anche se gli avevo chiesto espressamente di assumere qualcuno che si prendesse cura di lui nelle mie ore di assenza, lui si era rifiutato categoricamente, sostenendo che non avevamo soldi da sperare.
Funzionò per un po', ma dopo piccoli incidenti come un bicchiere rotto, il latte rovesciato sul tappeto e via dicendo, un giorno rincasai e lo trovai disteso sul parquet.
Non so da quanto tempo fosse rimasto paralizzato sul pavimento. Lo aiutai a rimettersi sulla carrozzina e gli chiesi cos'era successo.
«Stamani sei uscita di corsa e ti sei dimenticata di portarmi al bagno. Mi scappava pipì.» Abbassai lo sguardo sul suo grembo e notai la macchia gialla sui suoi pantaloni. Si
scusò con un sorriso triste e le guance rosse per la vergogna.
Capii che non era possibile lasciarlo da solo, anche se per poche ore.
Inizialmente Trevor non volle sentirne nemmeno parlare, ma quando minacciai di licenziarmi per restare a casa ad assisterlo, scese a compromessi.
Una donna, voleva un'infermiera donna. Sosteneva che un uomo l'avrebbe fatto sentire a disagio e rinforzò la sua tesi dicendo che una donna sarebbe stata in grado di farlo divertire molto più di uomo. Non so su che base trasse certe congetture, ma non indagai a fondo.
Misi un annuncio sul giornale. In tanti risposero, fra cui però dieci furono uomini e quindi vennero depennati all'istante, le restanti dodici erano donne, sette delle quali però erano troppo anziano per reggere il peso di Trevor e rischiavo di tornare a casa e trovare entrambi distesi sul pavimento. Perciò il cerchio si ristrinse a cinque.
Una di loro non fece impressione su di noi. Uso il plurale perché i colloqui si svolgevano nel nostro salotto e Trevor era costantemente presente.
Non ci piacque la sua presenza, non per qualcosa in particolare, semplicemente percepimmo che non potevo essere lei quella giusta.
La seconda della lista venne scartata a priori. Era una maniaca della pulizia, indossava i guanti qualsiasi cosa facesse e rimase negativamente colpita dalla polvere depositata sotto il divano. Se si scandalizzava così tanto per un leggero strato di polvere, chissà che faccia avrebbe fatto quando Trevor avesse sentito la possibilità di essere accompagnato in bagno.
La terza fu presa seriamente in considerazione, ma ci chiamò pochi giorni dopo informandoci che era rimasta incinta e non se la sentiva di fare sforzi eccessivi.
Quindi ne restavano solo due.
La penultima era impaurita da qualsiasi cosa. Non se la sentiva di portare Trevor in spiaggia perché sosteneva che la carrozzina si potesse affossare nella sabbia e rimanere bloccata. E le sarebbe svenuta. Aveva paura che si strozzasse con il cibo e lei sarebbe svenuta. Aveva il timore di aiutarlo ad andare in bagno perché temeva che gli venisse un'erezione involontaria e sarebbe svenuta. Cancellata.
Riponevamo le nostre speranze nell'ultima candidata.
«Ho paura che non dovremo essere così ottimisti.» Ammise Trevor spostandosi impacciatamente fra il tavolo e il divano, per incastrarsi vicino alla poltrona.
«Per favore Trevor non precludiamoci l'opportunità di conoscere qualcuno che magari potrebbe essere la persona giusta, perché le altre opzioni sono state.. pessime. Davvero pessime.» Feci una smorfia a metà divertita e a metà affranta.
Trevor mi rivolse un'occhiata avvilita, accompagnata da un piccolo sorriso complice.
«Vuoi ripensarci? Voglio dire io posso restare a casa e prendermi cura di te, non è un problema.» Posai la biro dentro all'agenda dove avevo appuntato le note su tutte le candidate e scarabocchiato qualche informazione in più su ognuna di loro.
«No Lauren, non se ne parla nemmeno. Quel lavoro ti rende felice e io non voglio che rinunci per colpa mia.» La sua mano scivolò tremolante sulla mia.
La strinse con convinzione e gli sorrisi ringraziandolo per l'ennesima volta.
La nostra conversazione venne interrotta dall'arrivo della donna.
Mentirei se dicessi di non rimanere affascinata da lei. Era l'atipica persona che non si incontra molto spesso. Sempre sorridente che a volte ti viene da pensare che abbia una paresi o quant'altro. Indossava un cardigan verde sfilacciato, che era decisamente troppo grande per la sua corporatura esile. Un paio di jeans sbiaditi che le fasciavano le gambe e delle convers nere con le stringhe allentate.
La massa di capelli neri leggermente ondulati sulle punte risaltavano sotto la luce che trapelava timidamente dalla finestra e colpiva la stanza orizzontalmente.
«Scusate sono in ritardo.» Disse educatamente, poi esitò incerta sul da farsi. Sono sicura che non fosse stata a molti colloqui lavorativi prima d'ora. Tutto nel suo comportamento dava l'idea di essere una principiante alle prime armi e questo normalmente mi avrebbe reso scettica, ma c'era qualcosa in lei che mi ispirava fiducia e così mi limitai a sorridere sotto i baffi davanti alla sua camminata impacciata.
«Nessun problema signorina...» Trevor lasciò che fosse lei a completare la frase, approfittandone per presentarsi.
«Camila. Cabello Camila, o Camila Cabello. Come preferite, non fa differenza voglio dire... non cambia molto, resta sempre Camila Cabello, o Cabello Camila.» Si soffermò sull'ultima frase con un po' più di pesantezza, rendendosi conto di quanto stupida dovesse suonare.
Trevor rise animatamente. Erano settimane che non lo vedevo lasciarci andare così spontaneamente e la sua risata genuina mise di buon umore anche me, o forse fu la parlata ingenua della ragazza a rasserenarmi.
«Lei ha qualche esperienza in questo campo, signorina Cabello?» Domandò Trevor unendo le mani in grembo e rivolgendole un'occhiata ancora sorridente.
«Ah no, presuppongo di no. Voglio dire se non contante una sorella di sette anni a carico mio, no. Non ho nessuna esperienza.» Drizzò la schiena e cercò di apparire il più professionale possibile, ma il suo intento venne subito smontato quando Trevor le rispose in tono vagamente serio.
«Mi sta dando del bambino?» L'espressione stampata sul volto di Camila fu impagabile. Alzò le sopracciglia e rimase a bocca aperta per qualche secondo farfugliando parole incomprensibili.
«No intendevo dire che... che ho un'esperienza nell'occuparmi anche di un'altra persona. Non volevo essere scortese... ci tengo a precisare che non penso... Io... maledizione.» Trevor allungò una mano verso di lei e le toccò il braccio rassicurandola che andava tutto bene e che stava solo scherzando.
In quel momento Camila si rilassò vedendo i nostri volti allegri e anche lei si lasciò trascinare.
La sua risata sembrò risvegliare qualcosa che si era depositato nell'appartamento e addormentato molto tempo addietro.
«La mia fidanzata si occupa di bambini.» La loquacità di Trevor mi sorprese. Durante i colloqui era sempre rimasto ammutolito, rispondeva solo in caso estremo e invece stavolta era lui a fare conversazione.
«Oh è fantastico...» Per la prima volta durante quella sera, il suo sguardo si posò su di me. Pensai che non mi avesse minimamente notato fino a quel momento, forse per l'ansia che evidentemente l'attanagliava, non ne sono sicura. Fatto sta, che quando i nostri occhi si incrociarono per la prima volta ebbi un sussulto. «Fantastico.» Ripeté con voce meno acuta e molto più bassa, come se qualcosa le avesse appena portato via il respiro.
Proseguimmo la conversazione per molto tempo, ci dilungammo più del previsto e poi la ragazza dovette scappare, dovendosi trovare davanti all'aula di danza della sorellina alle sette in punto.
Non ci scambiammo molte opinioni a riguardo, ci bastò guardarci negli occhi e Trevor disse con convinzione.
«È lei.»
«Sì.» Acconsentii voltandomi verso la porta dalla quale era appena uscita, cercando di scorgere un movimento dietro ai vetri colorati.
«È lei.»
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