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Capitolo trentanove

«Torno a casa stanotte. Prendo il primo volo e torno a casa.» Camminavo nervosamente avanti e indietro per la stanza, le mani madide di sudore e la fronte imperlata dalle stesse gocce.

«Camila non giungiamo a conclusioni affrettate.» Cercò di tranquillizzarmi Dinah, ma il tono tremulo della voce la tradì. Anche lei era in apprensione per la ragazza, la quale sembrava sparita nel nulla.
«Avrà saltato l'appuntamento con Lucy perché non aveva voglia di incontrarla, ma sicuramente sta bene.» La rapidità con la quale parlava mi agitava ancora di più invece che calmarmi e, come se non bastasse, le rassicurazioni che metteva in atto sembravano esser indirizzate a se stessa più che a me.

«Ma allora perché non risponde a telefono?» Chiesi mordendo con forza una pellicina sul pollice fino a farla sanguinare. Di solito avrei provato un fastidioso prurito, ma il mio cuore batteva così audacemente che ero incapace di sentire qualsiasi altra cosa.

«Probabilmente vuole restare da sola. Si sta solo prendendo del tempo per se stessa.» Sospirò apparentemente rallegrata, come se si fosse auto convinta di quella teoria.
«Si starà leccando le ferite lontano da qualsiasi luogo possa, anche solo vagamente, ricordarle di te.»

Il suo sguardo, che finora era sempre rimasto celato dietro la mano premuta contro la fronte, adesso si allacciava al mio. Ci lessi esattamente ciò che non avrei voluto vedere. L'insicurezza dilagava nelle sue pupille come un fiume in piena che prima o poi straripa.
Affossai le spalle, piegai il braccio e l'appoggiai contro la parete, nascondendoci infine la testa.

«Non ci credi nemmeno tu.» Mormorai socchiudendo gli occhi. «Maledizione Lauren!» Sbottai chiudendo la mano in un pugno e colpendo con forza il muro. Le nocche sbiancarono subitamente e un leggero formicolio si espanse fino al polso.

Sventolai la mano velocemente, cercando di dissipare il lieve dolore diffusovi anche nelle dita adesso. Non avevo mai tirato un pugno, ma adesso sentivo la necessità di colpire nuovamente il muro.

Alzai il braccio, tesi i muscoli, contrassi le labbra e chiusi gli occhi mentre la mano subiva l'impatto violento.
Stavolta fece più male. Le nocche diventarono rosse per colpa del nuovo colpo ricevuto.
Il dolore fisico si propagava velocemente , ma affievoliva quello interiore.

Aprii e chiusi reiteratamente la mano. Bruciava come se mi fossi appena scottata ed era impensabilmente una sensazione gradevole.

Caricai di nuovo il pugno, incisi il palmo con le unghie e decisi di sferrare un colpo ancora più violento stavolta, uno che avrebbe sicuramente causato un dolore insopportabile, irrorando come pioggia le fiamme che ardevano dentro di me.

«Basta così Camila. Basta!» Dinah corse verso di me, mi afferrò da dietro assicurandosi di stringere con abbastanza forza le sue braccia attorno al mio busto, in modo da non potermi lasciar scappare. Mi sollevò di qualche centimetro da terra, allontanandomi dalla parete.

Mi dimenai, colpendo i suoi avambracci con le mani serrate in due pugni e scalciai in avanti nel tentativo di liberarmi, ma furono tutti sforzi vani.
Dinah mi rimise a terra, mi voltò verso di lei e afferrò il mio volto nelle sue mani.

«Mila basta! Capito? Basta!» Disse suggestivamente, servendosi di un tono esageratamente alto per calmare i miei nervi.
A volte il fuoco si spegne col fuoco.

Il mio respiro era irregolare, smorzato dalla rabbia che si era impossessata ingiustamente di me.
Lentamente schiusi i pugni, lasciai cadere le braccia lungo i fianchi e mi appoggiai contro la spalla della ragazza languidamente.

«Deve solo dirmi che sta bene.» Sussurrai contro il maglione che attutì maggiormente il suono.
«Voglio solo sapere se sta bene.» La mia voce uscì in un sussurro flebile, quasi impermeabile, ma che per via della vicinanza Dinah riuscì a cogliere. La ragazza annuì leggermente, stringendomi in un abbraccio consolatorio.

«Anch'io Mila... Anch'io.» Mormorò al mio orecchio.

.....

Il giorno seguente saremmo tornate a casa. Non so che cosa avrei fatto se Lauren non si fosse trovata lì. Certo adesso probabilmente dormiva in un hotel, ma mi attenevo alle parole che aveva detto "ci vediamo a casa".
E li doveva essere. A casa.
Se non ci fosse stata non so come avrei reagito, ma soprattutto cosa sarebbe significato?

Non voleva più stare con me? Non le interessava la nostra relazione, oppure le era successo qualcosa? E se le fosse accaduto qualcosa io cosa avrei dovuto fare?

Troppe domande assillavano a fiotti i miei pensieri. Avevo provato a concentrarmi su altro, a pretendere che andasse tutto bene, ma senza Lauren a riempire l'altra parte del letto ero sperduta e spaventata.

Riempii le valigie velocemente, senza curarmi di piegare i vestiti, o di scindere le bottigliette di shampoo dagli indumenti. Gettai tutto dentro con inerzia e poi mi lasciai cadere sul letto a braccia aperte, lo sguardo alto verso il soffitto.

«Se non torni a casa Lauren, giuro che...» Mormorai rivolta verso lo sfondo bianco, come se qualcuno potesse accogliere le mie preghiere e far ragionare la ragazza; riportarla da me.
Strusciai il dorso della mano contro gli occhi, asciugando delle lacrime che si erano formate agli angoli, cancellando ogni traccia di un possibile pianto. Ero stufa di piangere, infondo sapevo che i continui sfoghi erano dovuti non solo alla paura di perderla, ma anche alla rabbia che ardeva dentro di me cercando risposte che non era possibile avere.
Quel sentimento incontenibile trovava via di sbocco solo nel pianto, non riuscendo ad esprimersi sotto altra forma.

Ally si era presa due settimane in più di vacanza. A quanto pare Troy le aveva chiesto di uscire e lei non sembrava sdegnata da quell'offerta, ma anzi le si era illuminato il volto quando aveva ricevuto la chiamata che sospettava non sarebbe arrivata mai.

Tornare a casa senza di lei, l'unico appoggio sicuro che avevo sempre avuto nei momenti di difficoltà, era più difficile del previsto, specialmente adesso che non sapevo dove fosse Lauren e l'aiuto di Allison mi sarebbe stato molto d'aiuto.

Aiutai Heali a finire la valigia, ovviamente ponendo più cura nelle sue cose di quanta ne avessi usata per le mie.
Notai un certo sorriso nascere sulle sue labbra, non la vedevo così contenta da giorni ormai, quindi la curiosità mi spinse a domandarle il motivo di tale gioia.

«Perché torniamo a casa.» Disse piegando malamente una maglietta. Il suo naso si era arricciato, le guance arrossate e la sua era la consueta espressione di chi voleva essere incalzato a dire di più.

«Non ti piace stare qui?» Corrugai la fronte confusa, scuotendo leggermente la testa da un lato all'altro. Heali si sedette sul bordo del letto e sbatté la mano accanto a lei, facendomi segno di sedermi.

«Io mi sono divertita molto.» Ammise guardandomi dritta negli occhi. Le sorrisi e annuii, confermando che anche per era stato lo stesso. «Però...» Abbassò lo sguardo sui suoi piedi che dondolavano avanti e indietro, sfiorando il pavimento con le punte.
«Voglio rivedere Lauren.»

Respirai profondamente, trattenni il respiro per qualche secondo cercando di liberare le parole, ma non uscì niente. Espirai rumorosamente e mi limitai a sorridere accondiscendente. Allungai le braccia verso di lei e l'avvolsi al mio petto, trovando conforto.

Speravo che Lauren fosse abbastanza intelligente da tornare a casa in tempo, non solo per me, ma anche per non ferire Heali, la quale si era affezionata indicibilmente alla donna che ormai aveva preso un posto fisso nelle nostre vite e non rimpiazzabile.

Mentre Heali si sbrigava a raggiungere le altre che avevano deciso di andare in spiaggia un'ultima volta, io mi trattenni in camera con una scusa banale e quando rimasi da sola composi il numero di Lauren.

Suonò tre volte a vuoto, poi un'altra volta. Quel bip continuo iniziavo ad odiarlo, ogni volta mi illudeva che avrei sentito la voce di Lauren dall'altra parte della cornetta, ma dopo pochi secondi scattava l'usuale segreteria telefonica e stavolta non attaccai, aspettai per registrare un messaggio vocale.

«Lauren.» Iniziai sospirando «Sono io. Sono Camz, o forse Camila... Non so chi delle due persone ti stia chiamando a dire il vero.» Mi bloccai un attimo, misi in ordine le idee che somigliavano a bambini che correvano da tutte le parti urlando e gridando, portandomi un gran mal di testa.
«La prima è una persona ferita, addolorata, che ha pianto giorno e notte da quando te ne sei andata. Ha affrontato ogni giorno col sorriso per non deludere nessuno, ma diamine le manchi da morire.» Tirai su col naso, allontani le lacrime che si erano formate agli angoli degli occhi e mi presi qualche secondo per ricompormi.
«La seconda invece è una persona arrabbiata, molto arrabbiata. Questa persona sta diventando violenta e questo non mi piace affatto. Sta cercando delle risposte a domande che solo tu puoi darmi, ma non sei qui.» Lasciai cadere la testa all'indietro, volgendo lo sguardo verso il soffitto che sembrava abbassarsi sempre di più, fino a schiacciarmi.

«L'unica cosa che accomuna queste due persone sei tu. Lauren non voglio chiudere con te perché sento che abbiamo scritto soltanto un capitolo e io invece voglio pagine intere di un libro con te...»

Trasalii quando un rumore si palesò alle mie spalle. Mi voltai di scatto, nascondendo il telefono nella tasca posteriore dei jeans.
Dinah era in piedi sulla soglia, con le braccia conserte e un sorriso sornione.

«Non ha risposto?» Domandò inclinando la testa di lato. Unii le labbra in una linea contraddittoria e scossi la testa in dissenso.
Dinah annuì comprensiva e si spostò leggermente in avanti, sistemandosi contro lo stipite della porta.

«Domani la rivedrai.» Asserì con estrema convinzione. Una parte di me -una di quelle persone ingabbiate dentro di me -credette alle sue parole, perché Dinah conosceva Lauren da diverso tempo e forse sapeva decifrare i suoi atteggiamenti meglio di me, essendo anche una persona esterna che vedeva le cose oggettivamente.

A volte quando ci troviamo in situazioni complesse che ci riguardano personalmente non abbiamo una visione chiara dei fatti e la mente è predisposta a creare scappatoie per lo più negative. È un processo meschino, machiavellico, nel quale si rischia di annegare se qualcuno non ci lancia un salvagente.

«Spero tu abbia ragione.» Mi sforzai di sorridere per mostrarle la mia riconoscenza.
Non volevo allontanare anche lei con il carattere frammentario (quasi "bipolare" oserei dire) che aveva preso possesso negli ultimi giorni.

«Oh, certo che ho ragione.» Ribatté schioccando le dita per attirare la mia attenzione che si era spostata un attimo sulla valigia.
«Lauren sarà sicuramente a casa ad aspettarti. E starà bene...» Fece una breve pausa, abbassò lo sguardo sulla punta delle scarpe rovinata
«Deve stare bene.» Aggiunse deglutendo con forza. La sua precaria sicurezza fece vacillare le certezze che aveva insediato in me. Per un attimo persi il ritmo stabile del respiro e boccheggiai.

Dinah si accorse dell'errore misero che aveva commesso e si affrettò a rincuorarmi.
«Ma sono sicura che sta bene! Di certo starà mangiando ciambelle rintanata in qualche stanza d'albergo.» Fece un vago cenno con la mano, allontanando i dubbi che per un attimo erano arieggiati nella stanza.

Annuii flebilmente e prima che potesse andarsene per finire di mettere le cose in valigia, mi avvicinai a lei e l'abbracciai.

«So che le altre sono preoccupate per Lauren, ma credo che solo tu possa capire davvero come mi sento.» Pronunciai a bassa voce vicino al suo orecchio, serrando con forza gli occhi per impedire alle lacrime di uscire qualora si fossero presentate con la solita irriverenza.

«Dovrei sostenerti anch'io proprio come fai tu con me, ma non ci riesco. Sento di avere poca energia e tutta quella che mi rimane la uso per rimanere in piedi. Mi dispiace.» Strinsi ancora più forte la presa.

Immaginai che ci fosse Lauren fra le mie braccia, ma non riconobbi il familiare profumo di primavera miscelato all'odore di una torta appena sfornata.
Le mani di Dinah non mi accarezzavano con lo stesso tocco gentile, non conoscevano le mie curve a memoria e quindi si spostavano con indecisione, che era ben diversa dalla sensualità con la quale le dita di Lauren esploravano ogni mio anfratto.
Quel respiro era più greve e rumoroso, mentre quello che ricordavo della corvina era più lieve e timido, a volte trattenuto, come se un suono più scontroso potesse spezzare l'intimità che i nostri corpi avevano trovato.

«Non devi dispiacerti Mila. Riconosco che questa situazione per me sia strana, perché entrambe siete molto mie amiche e non vorrei dover prendere le parti di una o dell'altra.» Si distaccò da me lentamente, fece scivolare le mani lungo le mie braccia e le riposò sulle mie spalle.

«Ma sono contenta di avere la possibilità di stare vicina almeno ad una di voi. In più... Non devi consolarmi per la "scomparsa" di Lauren, perché sono sicura che sia a casa, al sicuro e che abbia solo deciso di spegnere il telefono.» Mi scosse dolcemente, come per imprimere con più enfasi le parole appena pronunciate.

«Io ti rassicuro perché so quanto tu sia in apprensione, ma io sono sicura al cento per cento che Lauren stia bene ed è mio dovere ricordartelo.» Sorrise amichevolmente, con affettuosità che mi scaldò il cuore. Le sue mani si strinsero con maggior insistenza sulla rotondità delle mie spalle, mentre si protendeva in avanti per baciarmi la guancia.

«Grazie. Sei una vera amica.» Ammisi con la voce rotta, commossa dalle parole che mi aveva appena dedicato.

«Vado a finire le valigie. Devo anche aiutare Normani..» Fece una smorfia, contraendo le labbra in maniera simpatica «Non sai quanto sia disordinata quella ragazza.»

«In realtà posso immaginarlo.» Lanciai uno sguardo alla valigia aperta sul mio letto, alludendo alla maniera sciatta con la quale avevo gettato i vestiti.

Rimasi da sola. Feci mente locale di tutte le cose che avrei dovuto recuperare e con un dito indicai gli oggetti sparpagliati dentro la borsa.
Sembrava esserci tutto.
L'indomani ci saremo alzate presto per arrivare in tempo all'aeroporto, quindi decisi di farmi una doccia.
Mentre sfilavo i pantaloncini il mio telefono prese a vibrare contro il comodino.

Mi voltai di scatto.
Il respiro spezzato a metà, gli occhi strabuzzati in fuori. Il mio cuore echeggiava in ogni parte del mio corpo, facendo rimbombare i miei organi come un tamburo suonato da mani esperte.

In un primo momento rimasi paralizzata, preoccupata che sullo schermo potesse apparire un nome diverso da quello sperato è quello avrebbe ucciso ogni mia illusione.
Dopo, però, corsi velocemente verso l'oggetto, spinta da una forza ignota, che reputai poter essere chiamata speranza.

Girai lo smartphone a faccia in su.

Il nome di Lauren lampeggiava sul display.

Risposi subitamente, dovendo ricordare a me stessa come respirare.

«La...Lauren?» La salivazione eccessiva, le mani tremolanti come esposte al gelo e il respiro trafelato.

«Ciao Camila.» La sua voce rauca graffiò piacevolmente i miei timpani. Chiusi gli occhi e respirai a fondo, riempiendo i polmoni di quella sensazione gioiosa che per giorni avevo scordato.

«Come stai? Maledizione mi hai fatto preoccupare tantissimo, anche Dinah era in apprensione per te. Non capisco come tu abbia potuto tagliarci fuori così. Cioè intendo, so perché l'hai fatto con me, ma avesti almeno potuto...» Se prima non trovavo le parole adesso straripavano come un fiume in piena. Avevo tante cose da dirle, ma non sapevo come così lasciavo semplicemente che uscissero in maniera sconnessa.

«Camila ho sentito il tuo messaggio.» Mi interruppe con una certa freddezza, che non nego facesse male come una percossa sulla pelle.

«Volevo dirti che non sono a casa.» Dovetti aggrapparmi alla prima cosa che riuscii a trovare, in quel caso la maniglia della finestra, per non cadere.
Farfugliai qualcosa di incomprensibile.
In quel momento riuscivo solamente a guardare il cielo e chiedermi sotto quale pezzo di azzurro si trovasse lei.

«Sono a casa dei miei genitori.» Disse in tono più flebile, come se qualcuno si fosse appena avvicinato e lei avesse deciso di mantenere la conversazione più privata possibile.

«Ma... ma non tornerai domani..?» Riuscii a dire, stringendo con più forza la maniglia, conficcando la punta aguzza contro il palmo della mano.

«Non posso. Ho promesso che resterò per altri tre giorni; fino al compleanno di mio padre.» Fece una pausa, un tempo breve che però si depositò sul mio petto come un macigno.

«Pensavo potessi raggiungermi tu. Dobbiamo parlare.» Sospirò nervosamente, sfibrando ogni tessuto del mio corpo.
Mi accorsi che era caduto il silenzio già da qualche secondo. Segno che aspettava una mia risposta.

«Ehm... certo, sì. Dove?» Giocai con l'orlo della maglietta, tirando un filo che si era allentato.

«A Washington.»

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Ciao a tutti! Spero che il capitolo vi sia piaciuto e vi ringrazio ancora per i commenti, le stelline che lasciate e i messaggi. Forse lo dico troppo spesso, ma per me è importante che arrivi forte e chiaro il messaggio.. È grazie a voi che trovo l'ispirazione di scrivere e lo faccio sorridendo. Grazie davvero a tutti, ad ognuno di voi.

Detto questo, vi aspetto nel prossimo capitolo... Vi avverto già che è uno dei miei preferiti, perciò spero piaccia anche a voi! Un bacio ❤️

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