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Capitolo trenta

«Hanno detto che sono contenti di avermi rivisto, che sono cresciuta, che ho cambiato pettinatura, ma ho ribadito che è sempre la stessa. Solite cose noiose.» Scrollò le spalle Ally, per poi ricadere all'indietro nel divano e affossarsi nei cuscini.
Dinah poggiò una mano sul suo ginocchio in maniera confortante, come se fosse appena tornata da un viaggio sfiancante, invece che dall'usuale visita ai suoi parenti.

Ci raccontò di come suo padre avesse sminuito il suo lavoro e la sua mediocre vita, come la definiva lui. Di come sua madre fosse corsa in suo aiuto, inducendo il padre a tacere altrimenti non avrebbero più rivisto la figlia. I suoi nonni invece l'avevano accolta a braccia aperte, riempita di strenne ed elogi. Gli zii erano invecchiati a vista d'occhio, per quello che diceva Ally e l'avevano a malapena riconosciuta, pensava che sua zia l'avesse scambiata per una delle sue cugine della quale non aveva notizie da tempo.

Tutto sommato si figurava che andasse peggio quella visita natalizia imposta dalle buone maniere. Durante tutto il racconto Heali si era seduta sulle mie gambe, come se nulla fosse cambiato. Aveva riposato la testa contro il mio petto, con l'aria vagamente annoiata, mentre si distraeva giocando con Ginger o con i miei capelli. Camila mi fissava dall'altra parte del divano, le mani incrociate sulle gambe. Aveva osservato attentamente l'interazione fra me e sua sorella e aveva tratto le sue conclusioni, esprimendole platealmente con un sorriso raggiante che sprigionava tutto il suo affetto verso i nostri confronti, un'emozione che non poteva essere disgregata.

Abbattei l'interstizio che ci separava, andandomi a sedere vicino a lei, tenendo ancora saldamente Heali fra le braccia, la quale ora però scalpitava per lanciarsi tra quelle di Normani, che fu ben felice di trascorrere del tempo con la bambina.

Mi sentii libera, anche sotto lo sguardo furtivo della sorella minore, di accarezzare la gamba di Camila con la mia mano e di raggiungere la sua poggiata sull'estremità del ginocchio per intrecciare le dita assieme. Lei, seppur distratta dal racconto di Ally, strinse la presa nella mia senza preamboli e forse non si accorse dello sguardo timido che Heali ci riservò, ma comunque non sembrò essere in imbarazzo davanti a quell'esplicita dimostrazione d'affetto.
Mi piaceva la spensieratezza con la quale compiva certi gesti, come se fossero sempre stati movimenti quotidiani e segretamente nostri. Era come se fossero sempre stati dentro di noi, tanto erano familiari e istintivi, avevano solo bisogno di essere svegliati dall'assopimento nel quale erano ricaduti per colpa delle presenze, o nel caso di Camila delle assenze, delle quale ci eravamo circondate.

Passammo la giornata in spiaggia. Dinah prese lezioni di surf, Normani la seguii fra le onde con una telecamera resistente all'acqua. Ally passeggiò con Heali sulla riva, dedicando il tempo a fare castelli di sabbia.
Io e Camila restammo a guardia dell'ombrellone, lei distesa sull'asciugamano a prendere il sole, io al suo fianco.

«Camz, dovresti mettere della crema protettiva.» La ripresi gentilmente, preoccupandomi di una possibile scottatura. Il Sole batteva audacemente e lei continuava a spargersi l'abbronzate sulle braccia, gambe e pancia. Per quanto fosse sexy, la sua sensualità non le avrebbe risparmiato un'insolazione.

«Sto bene Lauren.» Rispose sorridendo divertita per la mia eccessiva preoccupazione «Credo che la tua apprensione sia più invidia perché avrò una pelle splendente quando torneremo a casa.» Disse beffardamente, rivolgendo le braccia al sole con fare vanitoso.
Scoppiai a ridere, seguita immediatamente dal suono della sua risata.

«Però seriamente, posso spalmarti un po' di crema protettiva?» Mi voltai verso di lei, trovando i suoi occhi immersi nella luce riverberante del sole.
Camila sorrise maliziosa, allungò la mano verso la lozione alle sue spalle e me la porse.

«Avresti dovuto dire prima che me l'avresti spalmata.» Aggiunse con tono basso e volontariamente arrochito. La guardai di tralice, rimproverandola per aver provocato in me quel solito brivido che scalpitava ogni volta che Camila alludeva ad un senso voluttuoso.

Strizzai una goccia di crema sui palmi delle mani, le strusciai l'una all'altra, poi mi inginocchiai più vicina a lei e posai le mani sulle sue spalle calde.
Massaggiai la parte superiore della sua schiena, facendo maggior pressione sulle scapole.
Con le dita ampliai il movimento, raggiungendo i suoi fianchi.

Muovevo le mani circolarmente, non spostandomi da un punto finché non assorbiva completamente la crema. Camila mugolava in assenso, compiaciuta dal massaggio che le stavo riservando.
Sorrisi quando le mie dita sfiorarono minacciosamente l'orlo del suo costume e lei sussultò. Se prima aveva deciso di non esagerare e di tornare a spalmare la crema solo sulla schiena, adesso invece mi intromisi più in basso, trascendendo la linea del suo sedere con le dita.
Camila teneva la testa girata su una parte, la guancia che aderiva al tessuto morbido dell'asciugamano, una visuale perfetta dalla quale notai il modo disperato in cui catturò il labbro fra i denti.

La liberai da quel brivido che conoscevo bene, sfilando via la mano da sotto il costume per percorrere il contorno delle sue gambe.
Spalmai la crema sulle cosce, sui polpacci e quando sfiorai le caviglie decisi di rimarcare il percorso già effettuato, calcando con i polpastrelli le linee astratte che avevo lasciato.

Mi fermai sulle spalle, le diedi un bacio sul collo e mi abbassai vicino all'orecchio.
«Finito.» Sussurrai maliziosa, mordendo infine il lobo.
Camila alzò la testa verso di me, gemendo sopraffatta dal gesto inaspettato.

«Lauren.» La voce spezzata in gola, il respiro mozzato «Smettila di provocarmi.» Intimò rudemente, probabilmente sentendosi colma di esasperazione per i miei continui attacchi libidinosi. Ridacchiai ancora piegata vicino al suo orecchio, sfiorando involontariamente la pelle del suo collo con le mie labbra, trasmettendole nuovamente un messaggio voluttuoso che avrei dovuto evitare.

«Stasera te ne pentirai.» Minacciò suggestivamente, facendo scorrere la sua mano lungo il mio fianco, fino a soffermarsi sotto il mio seno tastandolo solo fugacemente.
Trattenni il respiro, sentendomi svuotata di ogni cosa a quel contatto indulgente.

Le si formò un sorriso in volto, che accese i suoi occhi di malizia, scurendoli a tal punto da confondere il suo abituale color cioccolato di un nero abissale.
Mi leccai le labbra, cercando di dissimulare il desiderio che si stava riversando in esse.

«Baciami.» Ordinò lei, come se avesse intuito la mia intenzione e volesse dissuadermi dal cancellare quel pensiero dalla mia mente e di attuarlo invece.
Scossi la testa incredula davanti alla nostra complicità.

Protesi le labbra verso di lei, Camila piegò leggermente il collo all'indietro per porgermi le sue e le schioccai un bacio umido, che lei si affrettò ad approfondire subito.
Portò una mano dietro la mia nuca e spinse più in profondità le sue labbra, aprendosi un varco con la lingua. Guerreggiammo dolcemente, immergendoci in una battaglia dalla quale entrambe ne saremo uscite vittoriose.

La mia mano trovò con naturalezza le ciocche dei suoi capelli e prese ad accarezzarli, mentre succhiavo il suo labbro inferiore e talvolta lo mordicchiavo, desiderosa che fosse già notte per poterla avere tutta per me.
Allontanai leggermente il volto, Camila appoggiò la fronte contro la mia, mantenne salda la presa sulla nuca stringendo i capelli in un pugno. Le sue guance erano più purpuree adesso, dopo che le nostre labbra si erano abbracciate, piuttosto che prima quando il Sole batteva intransigente sulla sua pelle.

«Mi fai impazzire.» Ammise sottovoce, socchiudendo gli occhi mentre mi concedeva il piacere di quella rivelazione, che finora sembrava aver ancorato in posti reconditi e di aver messo a tacere l'impeto di tale dichiarazione.
«Non so come fai, succede e basta.» Diede una rapida scrollata con le spalle, in maniera del tutto indecisa, davvero incosciente di quale, e da dove, questo impulso prendesse forma.

«Lo so.» Annuii affine alla sua stessa incognita. Lei avevo lo stesso effetto su di me. Un tocco e le ginocchia mi diventano molli, perdevo la cognizione del tempo, mi sembrava di trovarmi in un sogno dal quale mi sarei svegliata appena avessi riaperto gli occhi, ma era tutto vero e non c'era una spiegazione logica a quella follia.

«Succede e basta.» Confermai la sua teoria, spingendo il naso in avanti per sfiorare la punta del suo. Camila lasciò che compissi quel gesto timidamente gentile, ma poi con irruenza mi baciò di nuovo, come se stesse dando prova della sua confessione, mettendo in atto ciò che le parole non potevano esprimere.

«Domani sarà Natale e noi non abbiamo nemmeno fatto l'albero.» Mi lamentai, sedendomi a gambe incrociate per restare vicina a lei e non essere costretta a togliere la mano dalla sua schiena che ora accarezzavo, sentendone l'untuosità che aveva lasciato la crema.

«Lo faremo stasera.» Mi rassicurò sorridente, mentre i suoi piedi giocavano con la sabbia e le sue mani, distese lungo i fianchi, cercavano di catturare la mia.
«È da un po' che io ed Heali non festeggiamo il Natale, sarà felice di ritrovare questa vecchia abitudine.»

«Heali non crede più a Babbo Natale?» Le domandai sorpresa. Camila scosse la testa, i suoi occhi si abbassarono verso i granelli di sabbia depositatasi sull'asciugamano.

«Dopo che mia madre ci ha lasciate non avevo più un soldo, mi era rimasta solo la casa. Come potevo farle credere a Babbo Natale, quando a malapena arrivavamo a fine mese?» Unì le labbra in una linea dura, contagiata dall'asperità che quel ricordo suscitava in lei.
Provai un'immensa tristezza, non solo per il racconto che aveva appena condiviso con me, ma per tutto ciò che aveva attraversato da sola.
Non era solo un sentimento di dolore però, provavo anche molta ammirazione nei suoi confronti. Era incredibile come fosse riuscita a ricostruire le loro vite usando solo le macerie di ciò che il destino aveva lasciato loro.

«Quest'anno sarà diverso però.» Disse scuotendosi dal torpore nel quale era caduta e volgendosi a me con un sorriso «Ho messo dei soldi da parte e sono riuscita a comprarle tre regali. Non vedo l'ora che li apra.» Il suo entusiasmo era palpabile. Ciò che era riuscita a fare le infondeva tanto orgoglio, ma mai quanto quello che provavo io nei suoi confronti.

Le baciai la fronte, soffermandomi a lungo su quel bacio che speravo potesse trasmetterle, in parte, la stima che conservavo per lei.
Camila giocò con le punte dei miei capelli, intrecciandole alle dita.
Mentre stavamo in codesta posizione, il mio telefono prese a squillare insistentemente. Credetti che fossero i miei genitori che, come ogni anno, mi auguravano in anticipo di passare un sereno Natale.

Mi alzai con riluttanza e sfilai lo smartphone da dentro la borsa di paglia di Camila.
Non era la mia famiglia, ma bensì Lucy.

Lanciai un'occhiata a Camz, la quale aveva cambiato posizione e ora riposava supina, con gli occhiali poggiati sul naso a schermare il sole.
Indugiai qualche secondo, prima di allontanarmi di qualche passo e rispondere.

«Ciao. Qualche problema con la casa?» Andai dritta al punto, volendo affermare che non mi interessava ricevere notizie se non su quell'esclusivo argomento.

«Oh ciao Lauren, sì sto bene grazie, tu?» Ironizzò altera. Nonostante la sua risatina risuonasse dall'altra parte della cornetta, io non riso affatto e non risposi alla sua provocazione.

«Ad ogni modo.» Continuò notando il silenzio che si era venuto a creare «Nessun problema. Volevo solo dirti che avevi ragione.» Avvertii un certo tono beffardo, come se si stesse preparando a proferire una frase che finora aveva studiato attentamente, per far modo che mi colpisse nel modo in cui aveva sperato.

«Su che cosa?» Chiesi, accorgendomi troppo tardi che era esattamente ciò che voleva sentirsi dire.

«Su Miami. È proprio un bel posto.» Seguì del silenzio.
Improvvisamente mi guardai attorno meticolosamente. Ponderai l'idea che si trovasse nei paraggi, che mi stesse osservando dapprima, da quando avevo spalmato la crema sulla schiena di Camila e l'idea che i suoi occhi si fossero intromessi in un momento nostro mi turbò.

Non riconobbi la sua figura da nessuna parte. C'erano tante persone, quindi avrebbe potuto essere nascosta fra la baraonda, o magari era seduta al bar dove il mio sguardo non riusciva ad identificare i volti.

«Che ci fai tu qui?» Ringhiai arrabbiata, lanciando un'occhiata a Camila che non si era mossa dalla posizione che aveva assunto prima.

«Tranquilla Lauren, non sono venuta per corteggiarti.» Le sue parole mi infastidirono, aveva inteso che io alludevo alla sua attenzione, ma in realtà era tutto il contrario.
«Devo far vedere una casa ad un cliente famoso, ti direi chi è, ma ha chiesto la massima riservatezza.»

Alzai gli occhi al cielo. Come se mi interessasse minimamente per quale personaggio importante lavorasse.

«Adesso ti devo lasciare, ma ti chiamerò presto.» Disse con voce più bassa, vagamente sensuale. Un'espressione di disgusto si dipinse sul mio volto e la intimai a non provocarmi a più. La pregai di svolgere il suo lavoro e di restare fuori dalla mia vita sentimentale.

«Come vuoi.» Tagliò corto lei «Comunque il costume nero ti sta davvero bene.» E attaccò.

Girai la testa da un lato all'altro, senza però riuscire a scorgerla. Mi sentivo osservata, oserei direi seguita e non gradivo affatto la sua presenza, o le sue continue attenzioni.
Avevo questa sensazione nefasta che si smuoveva piano nello stomaco e non mi permetteva di pensare lucidamente.
Che cosa aveva in mente?

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