Capitolo quaranta
«Ma quindi sta bene? Ti ha chiamato e sta bene?!» Domandò Dinah agitata. Era l'ennesima volta che le raccontavo la successione degli eventi, ma voleva accertarsi di aver sentito bene, o forse si stava solo crogiolando nella piacevole sensazione che traeva dopo essersi liberata dalla preoccupazione che Lauren le aveva procurato.
«Si, sta bene. È a Washington dai suoi genitori e vuole che la raggiunga.» Risposi frettolosamente, mentre controllavo, attraverso il finestrino, con il naso schiacciato sul vetro, se il traffico si smaltiva.
«Non capisco. Non si fa sentire per giorni interi, non si presenta all'impegno che ha preso con Lucy rischiando di allungare i tempi di ristrutturazione e poi improvvisamente ti chiama e ti chiede di raggiungerla a Washington.» Sintetizzò Ally, con un cipiglio che le attraversava la fronte demarcando la confusione che la pervadeva mentre riassumeva i fatti.
«E la sai la cosa più assurda?» Domandò retoricamente Normani infiltrandosi nella conversazione. Scossi la testa e aspettai che fosse lei ad illuminarmi.
«Che tu abbia accondisceso a raggiungerla.» Puntualizzò scandendo bene ogni parola, come per sottolineare la follia che credeva stessi commettendo.
«Lo so, ma ho bisogno di vederla e se devo deviare un po' la rotta... va bene. Così sia!» Dissi mostrando una sfacciata disinvoltura.
So che agli occhi di tutte loro apparivo come una marionetta che si faceva manipolare da Lauren, ma per me la necessità principale era chiarificare la situazione e l'avrei fatto a qualsiasi costo.
«Spero che risolviate le cose ragazze.» Disse in tono neutro Dinah. Era ancora un po' risentita con Lauren per non averla ancora contattata, e sono sicura che provasse un pizzico di invidia nei miei confronti per aver avuto la possibilità di parlare con la sua migliore amica.
«Anch'io lo spero.» Asserì poggiando una mano sulla spalla di Heali, la quale dormiva pacificamente al mio fianco. Sarebbe rimasta a Miami con Ally. Non che non mi fidassi abbastanza delle altre due ragazze per riportarla a casa, ma non mi sentivo sicura a lasciarla partire su un aereo senza di me.
I genitori di Allison si erano dimostrati subito disponibili ad occuparsi della bambina mentre la loro figlia sarebbe stata fuori con Troy e, dato che si era instaurato un bel rapporto fra quelli che ormai Heali considerava nonni, non mi opposi alla gentil concessione.
La macchina si fermò davanti all'ingresso dell'aeroporto. Il solito vigile ci intimò di andarcene, ma gli dissi che avremmo fatto veloce e perciò ci consentì di sostare per cinque minuti.
Presi la valigia riposata nel bagagliaio, aiutai Dinah e Normani con le loro cose e poi andai a svegliare Heali. Aveva insistito per venirmi a salutare, anche se io avrei preferito farlo a casa, dove il distacco sarebbe sembrato meno significativo.
«Camz... Già parti?» Si stropicciò gli occhi assonnata, poi si guardò intorno spaesata e affossò le spalle quando riconobbe il posto.
«Sì, ma ti prometto che sarò a casa in un batter d'occhio.» Sorrisi, mentre con una mano le spostavo i capelli dal volto e gli ponevo con cura dietro le orecchie. «Tu fai la brava con zia Ally e se hai bisogno di qualcosa o semplicemente senti la mia mancanza, chiamami. Capito?»
Heali annuì energicamente prima di avvinghiare le braccia esili al mio collo. La strinsi forte a me, trovando il conforto e il coraggio dei quali avevo bisogno in quel momento.
«Ci vediamo presto.» Conclusi infine, lasciandole due baci sulle guance e uno sulla fronte.
Dinah e Normani aveva già salutato Ally e ora si dirigevano verso il check-in.
Andai a ringraziare velocemente la ragazza, dovetti sbrigarmi perché il vigile ci aveva già sollecitato più volte a togliere l'auto.
«Prenditi cura di Heali e chiamami per qualsiasi cosa. Grazie mille Ally.» La strinsi in un abbraccio frettoloso, un po' sgarbato, ma lei sembrò non farci caso.
«Okay. Tu prenditi cura di te stessa.» Rispose inclinando la testa e alzando le sopracciglia, per improntare maggiormente il messaggio che mi stavano tramandando le sue parole.
Dopo aver salutato anche Allison raggiunsi Dinah e Normani all'intero dell'aeroporto.
I nostri voli partivano a distanza di un'ora.
Io sarei stata la prima a salire a bordo.
Dopo aver fatto il check-in mi diressi verso la sala d'attesa e trovai le due intente a mangiare una barretta di cioccolato che avevano comprato al negozio.
Mi sedetti accanto a Dinah e poggiai la testa contro la sua spalla, aspettando che la voce meccanica uscisse dagli altoparlanti e mi avvertisse che era arrivato il momento di correre a riabbracciare Lauren.
«Salutala da parte mia.» Proferì la ragazza al mio fianco. Alzai lo sguardo su di lei, ma i suoi occhi erano fissi davanti a se, poggiati su un punto indefinito. «E dille di non fare mai più scherzi del genere.» Aggiunse con voce soffocata, come se il timore di perdere una persona cara si agitasse ancora dentro di lei.
«Lo farò.» La rassicurai accarezzando la spalla dove prima avevo riposato la testa.
Mi ero alzata dalla seduta perché era arrivato il momento dell'imbarco.
Strinsi con forza il trolley fra le mani, scaricando la tensione nella presa salda.
Mi dondolai avanti e indietro sulle punte dei piedi e salutai le ragazze, augurando loro buon viaggio. Dinah mi abbracciò un'ultima volta rassicurandomi che sarebbe andato tutto bene.
Volevo davvero credere alle sue parole, ma il tono che Lauren aveva adottato durante la chiamata tradiva le aspettative.
Mi diressi verso il punto d'interesse, facendomi spazio nella massa di persone che gremiva l'atrio.
Chissà dove stavano andando, chissà se anche loro come me raggiungevano persone amate, se fra tutta quella gente si nascondeva qualcuno che correva da qualche parte a recuperare un rapporto attualmente diviso.
Chissà se uno fra di loro comprendeva il mio stato d'animo, o se semplicemente si recavano in viaggi di lavoro, o vacanze familiari.
Ebbi quasi lo smanio di fermare un passante e domandargli "Signore, secondo lei sono pazza?". Non lo feci, perché sapevo che la risposta sarebbe stata "No, lei è solo innamorata."
Il viaggio fu più lungo del previsto, o forse fu la mia angoscia a prolungare il tempo d'attesa.
Quando si ha un peso sul cuore la lancetta sembra smettere di ticchettare e i minuti passano più lenti, inesorabili.
Passai la maggior parte del tempo a leggere, a pisolare, a formulare possibili risposte alle affermazioni che Lauren avrebbe potuto fare in seguito. Ero immersa in questo intento quando la voce del pilota ci ringraziò per aver volato con la loro compagnia.
Guardai fuori dal finestrino.
La città si faceva sempre più vicina, piano piano le nuvole tornavano a incombere sopra di noi e il cielo riprendeva il posto che gli spettava.
Presi un taxi per raggiungere la casa di Lauren.
Mentre ero seduta sul sedile posteriore avvertì Ally che ero appena arrivata. Lei mi informò che Dinah e Normani erano in volo in quel preciso momento e mi rassicurò che Heali stava bene e che procedeva tutto alla grande.
Tirai un sospiro di sollievo.
«Signorina siamo arrivati.» La voce del tassista risultò arrochita, probabilmente dalle sigarette. L'abitacolo puzzava di cenere e dedussi fosse dovuto al vizio del fumo.
Gli passai i soldi, dicendogli di tenersi il resto, che non dovevano essere stati più di qualche dollaro spiccio.
Chiusi la portiera alle mie spalle e l'auto gialla ripartì, lasciandomi da sola davanti alla facciata della casa.
Il cuore batteva contro la cassa toracica esigendo di essere ascoltato. Mi avviai a passo goffo verso la veranda, trascinando il trolley dietro le mie spalle. Le ruote si incastrarono più di una volta nei ciottoli, minacciando l'equilibrio della mia camminata.
Lasciai la valigia al lato della porta d'ingresso, mentre mi apprestavo a bussare.
Feci un bel respiro, gonfiai il petto e battei la mano, chiusa in un pugno, contro l'anta.
Sentii dei passi dall'altra parte, una voce che però non riconobbi perché il mio battito del mio cuore riverberava nelle orecchie ovattando i suoi esterni.
Quando la porta si aprì rilasciai andare il respiro in un sussulto e gli angoli della mia bocca si incresparono spontaneamente in un sorriso.
«Camila... ma che...» Non diedi tempo a quell'espressione confusa di imprimersi sul suo volto che già avevo avvinghiato le mie braccia attorno al suo collo.
Lauren inizialmente rimase inerte, probabilmente colta alla sprovvista, ma poi le sue braccia si chiusero attorno al mio busto e la sua testa penzolò sulla mia spalla, appoggiando la guancia contro di essa.
Immersi la testa nel suo collo, baciai la pelle a contatto con le mie labbra e strinsi con una certa disperazione i suoi capelli in un pugno.
Mi venne quasi da piangere, perché mai come in quel momento avevo sentito di essere a casa, di aver trovato un posto nel mondo il quale paesaggio era stagliato nei suoi occhi verdi e le pareti che mi tenevano al sicuro dalle intemperie erano le sue braccia.
«Tu sei pazza! Mi hai fatto passare giorni d'inferno.» La rimproverai piegando leggermente il collo all'indietro per catturare il suo sguardo fisso su di me.
La colpì sulla spalla con non troppa forza.
«Mi dispiace.» Disse sinceramente, le sue labbra si contrassero verso il basso, le palpebre si adombrarono fievolmente «Non volevo farti preoccupare... Avevo bisogno di restare da sola.» Sospirò contro la mia fronte e il calore del suo respiro inumidì la pelle che aveva subito tale atto.
Chiusi gli occhi; lasciai che quella sensazione familiare mi avvolgesse fra le sue braccia accoglienti.
«Ah.. Mi dispiace. Non ti ho neanche avvertita che sarei venuta. Spero non... non sia un problema.» Balbettai imbarazzata facendo un passo all'indietro. Lauren si affrettò a poggiare le mani sulle mie spalle e rapidamente dissentì.
«Non lo è.» Chiuse la porta alle sue spalle e mi fece segno di sedermi sulla sedia a dondolo situata sulla veranda.
Quando mi sedetti sui cuscini un profumo di iris pervase il mio olfatto, come se fosse rimasto impregnato per tutto quel tempo nel tessuto ricamato e il peso dei nostri corpi l'avesse sprigionato facendolo risalire fino alle narici.
«Come stai?» Domandò contaminando l'odore floreale con il suo alito caldo.
Annuii flebilmente alludendo al fatto che stessi bene, ma lo sguardo di tralice che mi riservò mi fece intuire che non credette neanche per un istante alle mie intenzioni.
«Non sto bene. Non senza di te.» Mormorai a bassa voce, cercando istintivamente la sua mano per giocare con le dita, ma ritrassi il braccio quando mi resi conto che sarebbe stato inappropriato.
«Lo so, anche per me è lo stesso.» Ammise in tono flebile, ma deciso. Alzai lo sguardo su di lei. Il suo volto era screziato dalle ombre dei rami che il sole proiettava su di lei, il colore delle labbra schiuse risaltava sotto la luce del giorno, rendendole più rosse.
«Ho avuto bisogno di questi giorni per pensare. Ho cercato un modo per allontanare la rabbia, la delusione, ma l'unico pensiero che riuscivo a concepire eri tu. L'idea che fossi così lontana da me mi ha fatto impazzire...» Lasciò la frase in sospeso.
Ormai avevo imparato a interpretare i suoi comportamenti, sapevo quando faceva una pausa in attesa di una mia risposta, quando ne faceva una per raccogliere le idee e quando interrompeva una frase, cambiava espressione e si preparava a proferire la parte seguente che il più delle volte era la peggiore.
Quest'ultimo era il caso che ci riguardava.
«Ho anche pensato di prendere un aereo e tornare a Miami, ma ogni volta che ponderavo l'idea di rivederti c'era questa sensazione acida allo stomaco, terribilmente nauseabonda... Non volevo tornare da te per litigare, ma soprattutto non volevo rivedere la persona alla quale ero più legata e scoprire che non c'era più quel sentimento che ci univa, ma solo rancore.» Sospirò, dandomi un assaggio di quei giorni che evidentemente non erano stati logoranti solo per me, ma avevano corroso anche lei. «Non lo sopportavo.» Terminò portando indietro i capelli e di conseguenza scoprendo il volto al sole che baciò i suoi lineamenti riempiendoli di luce a profusione e schiarì il sentimento riversato nei suoi occhi, rendendolo trasparente e reale, quasi tangibile.
«E ora ti senti così?» Chiesi con voce tremula, impaurita al cospetto di quella che poteva rivelarsi essere una risposta negativa.
«No... Però sono delusa.» Le sue parole aleggiarono nell'aria, il sole si curò di portarle a me e scottarono contro la mia pelle. Annuii flebilmente, raccogliendo il suo rammarico in maniera comprensiva.
«Io mi fidavo ciecamente di te e non posso credere che sia venuta a conoscenza di una parte così importante della tua vita grazie a Lucy.» Era chiaro il risentimento nelle sue parole, ma non era arrabbiata come la prima volta che avevamo avuto un confronto, solo atterrita.
Le sue sopracciglia si abbassarono verso il centro, la fronte si corrugò e dalle labbra uscì un sospiro che espresse chiaramente la sua delusione, demarcando ciò che le parole non potevano imprimere.
«Me l'avresti mai detto Camila?» Domandò in un guizzo rapido, volgendo il suo sguardo verso di me.
La sua domanda mi lasciò basita. Avrei potuto mentire, ma era proprio per colpa delle bugie che ci trovavamo lì adesso, perciò dichiarai il vero.
«Volevo dirtelo, ma non era programmato di farlo a breve.» Deglutii, sentendo Lauren ispirare profondamente, mentre incanalava quella nuova informazione.
Calò il silenzio. Ora solo la chioma degli alberi sussurrava contro il vento, anche il suono si perdeva velocemente in lontananza.
Avevo preso a giocare freneticamente con le dita delle mani, spostai lo sguardo su di lei e un dettaglio infinitesimale risaltò ai miei occhi.
«Hai ancora indosso la collana che ti ho regalato.» Additai il ciondolo poggiato delicatamente sul suo petto. Lauren alzò l'angolo della bocca in quello che parve lontanamente un sorriso, con la mano cercò la catenina e raccolse fra due dita il cuore d'argento.
«Te l'avevo detto che non l'avrei mai tolta.» Ripose in tono malinconico, fissando un punto indefinito davanti a se, invece il mio sguardo era fissato su di lei e si premurava di cogliere ogni sfaccettatura del suo volto.
Tanta era la paura che quella fosse l'ultima volta che mi sarebbe stato concesso vederla che avevo memorizzato anche il modo in cui il sole toccava la sua pelle, il modo in cui le sue labbra fiorivano sotto la luce, di come le palpebre si socchiudessero quando un refolo di vento le sfiorava con più audacia e di come le lunghe ciglia nere schiarissero a contrasto con il sole.
«Lauren... Che cosa ci faccio io qui?» Domandai non sopportando più il peso dell'attesa. Volevo sapere se quello era un nuovo inizio, o il punto che avrebbe decretato la fine.
Inspirò profondamente, piegò una gamba portandola sotto di lei e si girò di modo che le sue spalle fossero rivolete verso il sole e i suoi occhi allacciati ai miei.
«Per un momento sono stata così arrabbiata con te che ho deciso di prendere seriamente in considerazione l'idea di chiudere la nostra storia, ma poi quando arrivavo a togliere la collana non ci riuscivo. Toglierla sarebbe stata l'allegoria che avrebbe dichiarato la fine reale di.. noi.» Indicò lo spazio fra me e lei, poi fece ricadere le mani sulle gambe e prima di continuare sospirò rumorosamente, trasmettendomi tutta la difficoltà che provava ad esporre i suoi sentimenti in quel momento, forse perché nemmeno lei riusciva bene a scinderli l'uno dall'altro.
«Mi sono resa conto che oltre il rancore, la rabbia, la delusione tutto ciò che volevo era poterti abbracciare di nuovo, perché l'idea che saresti potuta cadere in mani sbagliate che ti avrebbero fatta soffrire mi trafiggeva violentemente.» Si avvicinò a me, io assecondai il suo movimento spostandomi in avanti. Ora il suo ginocchio premeva contro la mia gamba e il suo gomito sfiorava il mio timidamente. Mi sembrava di essere tornata a quella giornata al parco quando aveva preso per la prima volta la mia mano.
«Poi mi sono accorta che quelle mani erano le mie.» Il tono con il quale pronunciò quelle parole non lo scorderò mai. Scosse la testa, abbassando lo sguardo sulle colpevoli in questione ora unite in grembo. Socchiuse gli occhi e si ricompose, impedendo alle lacrime, che minacciavano costantemente il tono della voce, di uscire.
«Ti ho chiesto di venire qui perché voglio assicurarti che non ti farò mai più del male, che mi prenderò cura di te e non scapperò, se...» Alzò l'indice in maniera rigida, inclinò la testa e mi guardò di sbieco, facendo cadere il dito al centro del mio petto.
«Se prometti che non mentirai mai più, qualsiasi cosa la condividerai con me, anche se la reputerai banale io voglio esserne al corrente. Così nessuno potrà interferire nella nostra relazione, nessuno avrà potere di farci del male.» Ticchettò la punta del dito contro il punto nel quale si era posato prima. Sospirai profondamente e forse per la prima volta da quando avevamo iniziato a parlare ritrovai la certezza che l'ossigeno arrivasse ai polmoni.
«Te lo prometto. Mi dispiace tanto di averti tenuto all'oscuro. Ammetto che adesso che lo sai mi sento molto meglio e avrei dovuto farlo molto tempo fa.» Mi affrettai a prendere le sue mani nelle mie. Le raccolsi con foga eccessiva, come se avessi paura che potesse cambiare idea da un momento all'altro e il mio unico desiderio era di farla restare.
Fu Lauren ad intrecciare spontaneamente le nostre dita. Le sue labbra si innalzarono in un sorriso, stavolta veritiero.
«Ti ringrazio e ti credo.» Protese il suo volto in avanti, le sue labbra erano dannatamente vicine alle mie, tanto che socchiusi gli occhi in una fenditura e mi godetti la sensazione del suo respiro sulla mia pelle.
«Lasciamo alle spalle i litigi e riprendiamo da dove ci eravamo lasciate...» Sussurrò sfiorando la mia bocca pronta ad essere baciata da lei, quasi fosse stata creata solo per conoscere la sua.
«Concordo.» Mormorai annuendo impercettibilmente. Feci scivolare la mano dietro la sua nuca e spinsi le labbra verso di lei, annullando la distanza che prima ci divideva.
Risentire il suo sapore dilagare dentro di me era come rivedere sbocciare il primo fiore dopo un inverno freddo.
Lauren succhiò famelicamente il mio labbro inferiore, mi afferrò per i fianchi e mi attirò a lei, spronandomi a sedermi sulle sue gambe.
Senza interrompere il bacio montai a cavalcioni su di lei, avvinghiai le braccia al suo collo e la strinsi con forza, quasi stritolandola nella mia presa. Le sue mani percorsero la mia schiena dolcemente, si soffermarono sulle spalle prima di esplorarla all'inverso, però stavolta scivolando lungo il bacino con più sensualità.
«Mi sei mancata.» Anelai, distaccandomi di qualche millimetro necessario per parlare.
Lauren mugolò in risposta, un po' contraddetta per aver interrotto il bacio.
«Anche tu.» Ammise frettolosamente, ma in tono sincero. Le sue labbra furono di nuovo sulle mie insaziabili.
Premetti il mio corpo contro il suo, facendo scontrare i nostri seni libidinosamente.
Lauren alzò l'orlo della mia maglietta, il suo tocco scatenò una bordata di brividi lungo la mia schiena che si prorogarono in tutto il mio corpo, accendendo il familiare tepore fra le mie gambe. Fremetti per averne di più.
«Camz.» Il nomignolo con il quale mi richiamò mi fece sorridere spontaneamente, districando ogni dissapore fosse rimasto finora, seppur lieve, in sospeso fra di noi.
«Voglio presentarti i miei genitori come la mia fidanzata.» Spostò una ciocca dei miei capelli, che nell'impeto era ricaduta davanti al volto, dietro l'orecchio.
«Ah.. ne, ne sei sicura?» Domandai allibita, provando una certa gioia, ma allo stesso tempo uno stato di frustrazione non indifferente.
«Sì. Assolutamente certa.» Non notai un minimo di esitazione nei suoi occhi che continuarono a fissarmi con lo stesso affetto di prima.
«Però prima andiamo in camera mia.» Disse con tono rauco e malizioso, la tipica voce che graffiava ardentemente tutti i miei sensi.
Tornai a baciarla con fervore, mentre sorridevo contro le sue labbra totalmente d'accordo con la sua teoria.
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Ehilà! Spero che il capitolo vi sia piaciuto. È quello che più o meno tutti aspettavano, no? :)
Non so se domani uscirà il capitolo nuovo per vari problemi... ma spero di farcela a pubblicare, in caso contrario mi scuso in anticipo.
Fatemi sapere cosa ne pensate di questo capitolo, per me la vostra opinione è la cosa che più conta. Un bacio a tutti 😘
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