Capitolo dodici
*Volevo avvertirvi che questo capitolo sarà un po' "spinto"😬 Se vi dà noia, non leggete.
Stavamo giocando da qualche minuto. I bambini erano più elettrizzati del solito, specialmente quando si ritrovavano la palla fra le mani e nuotavano a fatica verso la porta avversaria. Gli adulti naturalmente gli lasciavano passare senza ostacolarli, ma quando erano i più grandi a tentare di fare goal, allora si scatenava il caos.
Si buttavano tutti sopra l'avversario e la battaglia continuava sott'acqua. Alla fine qualcuno riemergeva vincente e lanciava la palla verso un compagno, il quale correva nuotava velocemente verso il fondo della piscina, ma il più delle volte veniva fermato violentemente.
Io restavo in difesa, a proteggere la porta.
Non rischiavo di essere immersa nel caos ed evitavo di farmi male.
«Cristo Santo Lauren! Muovi le chiappe, stiamo perdendo!» Mi aveva ripreso Dinah, la quale non aveva fatto altro che ammonirmi per tutta la durata della partita.
Era veramente una furia. Si lanciava nel mezzo con foga e arrancava per recuperare la palla, ma il più delle volte la sua temerarietà veniva sconfitta dalla forza fisica di qualche altro insegnante e lei imprecava sotto voce per non essere sentita dai bambini che sguazzavano lì vicino.
Ad un certo punto Camila presa la palla. Anche lei non aveva fatto molto finora. Quando l'oggetto rotondo si ritrovò per caso fra le sue mani, lei fu indecisa se lasciarla lì a galleggiare penosamente, o se afferrarla e nuotare verso la porta che stavo proteggendo.
Gli altri stavano ancora cercando di riemergere, evidentemente erano presi da una battaglia sott'acqua e tentavano di evitare il passaggio gli uni agli altri per mettere in difficoltà la squadra avversaria.
Camila strinse la palla in una mano e iniziò a nuotare instancabilmente verso di me.
Ogni bracciata che faceva dimezzava la distanza fra di noi e ora non ero più sicura di aver fatto una scelta saggia, forse avrei preferito trovarmi nel mezzo della piscina ad arrancare piuttosto che ritrovarmi faccia a faccia con lei.
Quando fu davanti a me, alzai le mani in aria e le impedì di tirare. Allora lei si issò sulle punte e saltellò in avanti proteggendo la palla con il corpo. Fece qualche finta per distrarmi, ma tutti i suoi tentativi vennero bloccati.
«Andiamo Lauren fammi passare. Tanto avete già perso.» Brontolò facendomi notare il segnapunti manuale posizionato sul bordo della piscina.
«Non ci penso nemmeno.» Replicai sorridendo, improvvisamente colta da un'aspra competitività.
Camila fece un sorrisetto strano, come se avesse qualcosa in mente ed io iniziai a preoccuparmi.
Si avvicinò a me, si girò di schiena e portò la palla in alto, proteggendola con il suo corpo dai miei vani tentativi di rubarla.
Il suo sedere sfregò contro la mia intimità, la sua schiena si appoggiò contro il mio petto e i miei seni si addossarono ad essa.
Per un istante mi sentii come un pesce fuor d'acqua, impossibilitato a respirare.
«Te lo chiedo di nuovo.» Disse con voce sensuale sospingendo maggiormente il suo corpo contro il mio e lasciando cadere la testa all'indietro sulla mia spalla, cosicché il suo naso sfiorò il mio collo e le sue labbra si avvicinarono pericolosamente alla mascella.
«Lasciami passare.» La sua voce rauca vibrò contro il mio volto, la punta del naso si mosse fievolmente contro il mio collo solleticandolo.
Deglutii. Sentivo quel familiare tepore fra le gambe, avvampai sopraffatta dalla cupidigia.
Provai a parlare, ma mi soffocai con le mie stesse parole.
Camila approfittò del mio momento di trance per sgusciare via. Strofinò volontariamente il suo corpo contro il mio, scivolando alle mie spalle con un sorriso compiaciuto sul volto, mentre io rimasi inerme, completamente paralizzata dal desiderio ardente di poter sentire nuovamente il suo corpo contro il mio.
Il bagnino fischiò, segnando la fine della partita. Mi girai di scatto, risvegliata da quel suono acuto e vidi la palla galleggiare sul fondo della rete. Camila aveva segnato e la sua squadra aveva vinto.
Heali nuotò faticosamente verso di lei e alzò le braccia in aria con fare vittorioso, mentre Camila tese un pugno verso l'alto muovendolo vincente. Tutti i suoi compagni urlarono eccitati e schizzarono i perdenti.
«Lauren.» Mi girai verso Dinah, la quale mi aveva affiancata senza che me ne rendessi conto. «Fai proprio schifo a pallanuoto.» Lo disse con aria seria, ma dopo un secondo scoppiò a ridere e mise una mano sulla mia spalla con fare confortante.
Quasi non percepii il suo tocco, il mio corpo era ancora intorpidito dalla sensazione che aveva lasciato Camila e ardeva avidamente desiderando qualcosa di più di un assaggio.
Dopo la partita tornammo tutti nelle nostre stanze. Heali si vantava di aver vinto, mettendo in bella mostra la coccarda che avevo ricevuto. Camila la guardava sorridente, ma le ricordava umilmente di non schiaffeggiare in faccia la vittoria alle perdenti, che in quel caso eravamo noi.
«Ah.» Si indurì Dinah, ostentando un atteggiamento d'offesa «Abbiamo perso solo perché Lauren non è in grado di giocare.» Lanciò un'occhiata verso la coccarda che la bambina girava fra le mani e poi spostò lo sguardo su di me, come dire "doveva essere nostra." Aveva una faccia buffamente indurita e sapevo che la sua competitività era solo apparente, in realtà era contenta che Heali potesse festeggiare la vittoria.
«Io.. io non è- okay si è vero.» Risi con disinvoltura, ricordando di quando al collage evitavo addirittura di giocare a qualsiasi sport che includesse una palla perché ero proprio impedita. Una volta dovettero portarmi in infermeria, perché un colpo sfortunato mi aveva centrato dritta in faccia e il sangue era sgorgato dal naso come una rubinetto rotto.
«Almeno ci hai provato.» Mi consolò Camila, spostando il suo corpo verso di me. Cinse la mia vita con una mano e poggiò il mento sulla mia spalla e strinse la presa sul mio fianco in maniera rincuorante. Il suo profumo mischiato al cloro formava un aulente odore che pizzicava soavemente il mio olfatto. Respirai a pieni polmoni per cogliere quell'esalazione tramandata dal suo corpo.
Le mie ginocchia ebbero un lieve cedimento, quando il ricordo del suo contatto fisico contro di me riaffiorò nella mente come un fiore che si era avvizzito, ma adesso rifioriva.
«Ah... Io devo-devo andare a fa-fare la doccia.» Interruppi il suo tocco, distaccandomi da lei di qualche passo e camminando all'indietro verso la porta della mia camera.
«Allora, allora ci vediamo dopo.» Farfugliai impacciatamente e feci un altro passo all'indietro, mentre Dinah mi guardava confusa e Camila abbassava lo sguardo sul pavimento, avendo intuito il mio improvviso cambio d'umore.
Andai a sbattere contro la porta, non accorgendomi di averla raggiunta. Sbattei la testa contro il legno e subito portai una mano sul punto dolorante e lo massaggiai imprecando sotto voce.
Salutai un'ultima volta le tre figure stagliate nel corridoio ed entrai nella camera.
«Merda, merda, merda.» Respirai in maniera affannosa. Misi una mano sul petto per spingere il cuore in basso ed impedirgli di uscire fuori.
Mi tolsi la maglietta bagnata, sfilai il costume zuppo e lo lasciai sul pavimento, prima di dirigermi verso il bagno.
Dovevo lavare via quel pensiero peccaminoso dalla mente, eliminare il ricordo del suo corpo a contatto con il mio.
Lo scorcio d'acqua mi colpì violentemente.
Alzai la testa all'indietro e lasciai cadere le gocce lungo il mio viso. Tenni gli occhi chiusi, mentre l'acqua scrosciava su di me.
Passai una mano fra le gambe, strofinando il bagno schiuma sulla pelle. La mia mano scivolò in mezzo alla gambe, con le dita toccai la mia intimità, per poi salire lungo la pancia e spalmare la schiuma sui seni.
Avevo ancora gli occhi chiusi, le palpebre si erano fatte pesanti sotto la pressione dell'acqua. Nella mia mente ripercorsi il momento in cui il corpo di Camila era stato a contatto con il mio. Le emozioni inondanti che avevo momentaneamente dimenticato, tornarono a solleticarmi intemperantemente.
La sua pelle che sfregava contro la mia, il suo sedere premuto sensualmente contro la mia intimità e i miei capezzoli che strusciavano contro la sua schiena indurendosi ogni volta che Camila saltellava all'indietro.
Sciacquai la mano ancora insaponata sotto il getto d'acqua e, dopo averla ripulita dalla schiuma, la feci scivolare sulla pancia, immaginando che fosse Camila a toccarmi.
Percorsi le curve dei miei fianchi, fino a ricongiungerle sul monte di Venere.
Due dita scivolarono sulle labbra, fino a raggiungere il culmine del mio essere, entrando dentro di me lentamente. Aprii le bocca per far uscire un gemito, ma si ruppe in gola e uscì un flebile suono che venne sommesso dal rumore scrosciante della doccia. L'acqua lisciò la mia pelle, qualche goccia cadde sulle mie labbra e si disperse sulla lingua. Tenevo ancora gli occhi chiusi e creavo la figura di Camila con l'immaginazione.
Mi stava guardando, mentre il suo corpo nudo si muoveva contro il mio sotto il getto d'acqua. Le sue labbra si posavano sul mio collo e lentamente scendevano sulle mie clavicole, per poi sollevare con la mano libera il mio seno e racchiudere il capezzolo nella sua bocca. I suoi denti mordicchiavano la mia parte sensibile, mentre il dorso della sua mano affondava nella carne soffice, ma egualmente soda.
Appoggiai la schiena contro le mattonelle fredde, adesso l'acqua non si infrangeva più sulla mia fronte, ma scivolava direttamente lungo il mio torace. Lasciai cadere la testa all'indietro e immaginai le sue gambe stringersi attorno alle mie e trascinarmi più vicina a lei, fino a piegarsi su di me ed unire i nostri corpi, di modo che i nostri seni combaciassero l'uno con l'altro.
Gemetti quando il mio corpo si irrigidì convulsamente e subito dopo si rilassò come svuotato.
Restai ad occhi chiusi, godendomi la sensazione piacevole dell'acqua sulla mia pelle.
Stabilizzai il respiro, che dapprima era diventato affannoso e instabile, ma adesso riacquistava un ritmo normale.
«Porca troia.» Mormorai ancora scossa dal piacere che mi ero appena auto provocata.
Aprii gli occhi. Spensi l'acqua ed uscii, avvolgendomi in un asciugamano morbido.
Ero entrata con l'intenzione di pulirmi da ogni peccato, ed ero uscita più sporca di prima.
Mi guardai allo specchio. Le guance arrossate e non per il vapore condensatosi nella doccia e le labbra tremanti, come se fosse rimasto intrappolato un brivido di piacere.
Non mi era mai successo prima di trarre piacere pensando a qualcuno che non fosse Trevor, non avevo nemmeno lontanamente immaginato di poter creare scenari fittizi a sfondo sessuale su una donna.
Non riuscivo a guardarmi allo specchio. Tutto ciò che vedevo era una persona che non conoscevo, qualcuno che assomigliava a me, ma non ero io.
Esalai sul vetro per appannare l'immagine e renderla sfuocata. L'unica cosa che ora potevo contraddistinguere erano delle forme asimmetriche colorate.
Mi vestii velocemente. Asciugai i capelli e gli raccolsi in uno chignon.
Dopo aver finito di prepararmi tesi le braccia sul lavandino davanti a me, guardai l'immagine ancora deforme nello specchio e ci passai il palmo sopra, schiarendo il riflesso.
Incontrai il mio stesso sguardo e sospirai profondamente.
«Tu sei una pervertita.» Mi auto incriminai puntando il dito contro lo specchio.
«Ti rendi conto di ciò che hai appena fatto? Sei una pervertita e basta. Non c'è altro da dire.» Adesso mi muovevo avanti e indietro nella stanza, fissando lo specchio e parlando con il mio stesso riflesso.
Stavo impazzendo, quella donna stava risucchiando la mia ragione, distruggendo la razionalità. Non potevo continuare così, dovevo chiarire questa situazione.
Dovevo parlare con Camila, subito. Dirle di restare lontana, di lasciarmi perdere, di prendere il nostro rapporto solo professionalmente, o al massimo amichevolmente, ma niente di più. Non poteva più provocarmi come evidentemente aveva fatto per il resto della giornata.
Ero convinta. Sarei andata in camera sua e l'avrei ammonita per il suo comportamento riprovevole.
«E tu che hai da guardare?» Domandai arrabbiata in direzione dello specchio, prima di marciare verso la porta della sua stanza.
Arrivata a metà corridoio quasi mi venne voglia di tornare indietro, ma fermai quell'impulso ricordando a me stessa che non potevo continuare a vivere vergognandomi anche di guardare la mia immagine allo specchio.
Mi stagliai davanti alla porta e bussai con estrema forza. Avevo le mani sui fianchi, la testa leggermente alzata ostentando spavalderia, le gambe divaricate. Avevo assunto la tipica posizione da supereroe disegnato nei fumetti.
Sentii dei passi, una frase pronunciata a volume troppo basso per essere colta e subito dopo la porta si aprii e Camila apparve dietro di essa.
«Ehi.» Disse con disinvoltura, allungando le labbra in un sorriso smagliante.
Il mantello che avevo immaginato svolazzare sulle mie spalle, adesso si era penosamente afflosciato e più che un eroe assomigliavo a una ragazzina durante la sua prima recita scolastica, quando arriva il momento di dire la sua battuta, i riflettori sono puntati su di lei e tutti aspettavano con trepidazione che dica qualcosa, ma lei improvvisamente dimentica la sua frase.
«Ci-ciao.» Portai le braccia conserte e intrecciai le caviglie e mi sporsi un po' indietro, perdendo un po' l'equilibrio.
«Posso entrare?» Domandai, poggiando una mano contro lo stipite per recuperare la stabilità. Camila corrugò la fronte confusa, ma subito dopo aprì di più la porta e mi fece accomodare.
«Heali?» Domandai guardandomi intorno non trovando la bambina da nessuna parte.
«A giocare con la sua amica nel parco.» Camila si stava asciugando i capelli con un asciugamano, evidentemente anche lei aveva fatto la doccia.
La doccia.
Avvampai al solo ricordo e abbassai lo sguardo imbarazzata, come se lei potesse trovare le tracce della mia libidine scritte in faccia.
«Devo parlarti.» Dissi infine trovando il coraggio di parlare.
Camila si mosse nella stanza, io mantenevo lo sguardo sul pavimento, ma potei intravedere la sua ombra spostarsi nella stanza.
«Okay...» Risultò un po' nervosa e preoccupata «Ho fatto qualcosa di sbagliato?»
«No... cioè si, ma no. Oddio.» Afferrai la testa fra le mani e piegai il collo all'indietro, verso l'alto. Provai a trovare le parole giuste, ma la mia mente era in subbuglio e non riuscivo a collegare un solo discorso sensato.
«Stai bene Lauren?» I suoi passi si fecero più vicini. Avevo ancora le mani sugli occhi e stavo cercando disperatamente di mettere su una frase di senso compiuto, che non mi accorsi della sua estrema e pericolosa vicinanza.
Sussultai quando posò una mano sulla mia spalla e il mio corpo reagì a quel gesto irrigidendosi subitamente.
«No!» Feci un passo indietro, lasciando cadere la sua mano nel vuoto. «È esattamente di questo che sto parlando.» Indicai lo spazio fra di noi, alludendo al gesto che aveva appena compiuto, ma lei sembrò non capire.
L'espressione confusa che si disegnò sul suo volto le attribuì un'aria tenera e parlare diventò ancora più difficile di quanto già non fosse.
«Lauren non capisco... Mi dispiace.» Scosse la testa da un lato all'altro. I capelli bagnati sgocciolarono sulle sue guance.
«Ho fatto qualcosa che in qualche modo ha infastidito Trevor?» Mi accigliai. Non era possibile, stava rendendo tutto più complicato e non capivo se lo stava facendo apposta, o se veramente non comprendesse.
«Devo parlarti.» Ripetei con più sicurezza stavolta.
«Di che cosa?» Scrollò le spalle e scosse la testa inclinandola su un lato, poi la sua espressione si fece più seria, assorta nelle mie parole.
«Di noi.»
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Ehilà! Mi sono divertita troppo a scrivere questo capitolo, giuro ahahahah. Spero che sia piaciuto anche a voi e come sempre fatemi sapere cosa ne pensate.
Grazie a tutti e un bacio.❤
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