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18- "C'è un uomo". "C'è sempre un uomo"

Il cameriere ci portò il tortino al cioccolato con cuore caldo e due cucchiaini per poterlo dividere.
Avevo lo stomaco chiuso da quando ci eravamo messi d'accordo di uscire, nemmeno lo volevo in realtà il dolce, ma mi costrinsi a prenderne un paio di morsi.
Il mio sguardo cadde sul suo solito viso rilassato, mentre affondava il cucchiaino nel tortino, rivelandone il cuore morbido. Sorrise soddisfatto e lo portò alle labbra gustandoselo.

Mi aveva raccontato entusiasta che l'avevano accettato all'Università di Padova, come assistente di un vecchio professore che lo voleva prendere sotto la sua ala. Così avevo scoperto che in realtà non aveva la cattedra nella scuola di Camilla, e che pochi, oggi come oggi, erano i fortunati ad averla alla sua età. Aveva quindi sorriso come un bambino, raccontandomi della telefonata avuta con il direttore del Corso di Laurea di Storia, che lo informava di aver accolto la sua candidatura e lo invitava a contattare il professore al più presto. Ed io ovviamente ero felicissima per lui.

Cercai di celargli un sospiro malinconico. Aveva passato tutta la serata ad intrattenermi, come se non volesse farmi rimanere da sola con i miei pensieri più di qualche minuto. Io Massimiliano non me lo meritavo e mai me lo sarei meritata.
Inconsciamente, o forse no, mi stavo allontanando da lui, ma era per proteggere lui da me, o il contrario?.

Mi prese la mano, passandomi un pezzo di dolce. <<Devi anche mangiarci insieme il gelato, se no non vale>> mi sorrise.
Lo mangiai, osservandolo serena. A quanto pareva ero brava a recitare.
Poi allungò una mano verso la mia accarezzandone il dorso, ma rimasi immobile, non giocai con le mie dita come mio solito.

Avevo i brividi.

<<Ho avuto una brutta discussione con mia madre>> gli rivelai, come se quello potesse scusare il mio comportamento disinteressato nei suoi confronti.
In risposta mi strinse di più la mano, facendo intrecciare le nostre dita, e come stavano bene unite così. Distolsi lo sguardo, non pensando alla morsa che mi stringeva lo stomaco insistentemente. <<Riguardo il tuo lavoro?>> domandò.

<<Anche>> sussurrai. <<In realtà io e lei siamo così simili che riusciamo a scontrarci su qualsiasi cosa, facciamo di ogni erba un fascio>> cercai di spiegargli. <<Tutto è nato quando mi resi conto di non voler più sottomettermi ai suoi insulsi ordini>> sentii il suo sguardo su di me, ma il mio era fisso sul tortino. Sapevo che mi avrebbe ascoltata e quindi glielo raccontai, sperando che quello placasse i miei sensi di colpa nei suoi confronti.<<Come mi devo vestire, come devo mangiare, cosa devo mangiare, con chi devo uscire, chi devono essere i miei amici, tutte cose a cui da bambino non fai caso, ma che da adolescente non riesci più a sopportare, finché non le accetti più. Quindi a diciotto anni, dopo l'ennesima lite, fuggii di casa, per andare a studiare giornalismo a Milano, io e lei non ci parlammo più finché non tornai a Verona>> scossi la testa al ricordo di quegli anni di silenzio. <<Avevamo raggiunto una specie di tregua, che domenica sera si è rotta, rivelando il nostro vero animo vendicativo e nulla, era come se me ne fossi andata di casa di nuovo>> sospirai, alzando lo sguardo verso di lui.

Massimiliano mi sorrise tristemente, accarezzando il dorso della mia mano. <<Tua madre ha la fama di essere una persona davvero decisa, come la figlia d'altronde>> sussurrò, osservandomi dolcemente. <<Se hai bisogno di conforto comunque, sappi che puoi contare su di me Sibyl>> sussurrò poi, portando una mano sul mio mento, alzandomelo verso di lui. <<Anche solo per ascoltarti, oppure solo per essere di fianco a te mentre siamo in silenzio>> sorrise.

Stava peggiorando la situazione.

<<Hai freddo?>> mi chiese notando i miei tremori e la pelle d'oca.
<<Un po'>> ammisi.
Mi odiavo così tanto.

Mi riportò a casa e lo invitai a bere una tisana calda. Ci accomodammo sul mio letto, il suo braccio era attorno alle mie spalle, mentre la sua mano accarezzava pigramente la spalla.
Aveva messo della musica, ma io non la sentivo, troppo presa a pensare. Come glielo spiegavo che avevo bisogno di lui nella mia vita, ma non nel modo in cui voleva lui?.

In quei giorni di solitudine passati con me stessa, avevo capito che non ero ancora pronta ad aprire la porta, nonostante la chiave l'avesse ancora lui.
Non volevo immischiarmi in territori inesplorati, soprattutto dopo aver appreso la notizia della mia presunta promozione.

<<Massimiliano..>> lo chiamai.
<<Mh?>> domandò, sorseggiando la sua tisana.
Presi un bel respiro. <<Ho bisogno di più tempo>> riuscii a sussurrare, chiudendo gli occhi per non scoppiare di nuovo in lacrime.
<<Cosa intendi?>> domandò.

Dovevo smetterla di essere codarda ed affrontare la realtà. Quindi mi misi a sedere e mi voltai verso di lui. La sua espressione era così rilassata che, come sempre, riuscì a confortarmi. <<Odio dovertelo dire, odio poter in qualche modo farti del male...>> mi si ruppe la voce e chiusi di nuovo gli occhi. Sentii la sua mano calda sulla mia guancia. <<Non riesco ancora a darti quello che vorresti>> riuscì finalmente a dire. <<Non ancora>> mentii.

Il suo viso non sembrò molto sorpreso dalla mia rivelazione, ma la sua reazione non fu comunque piacevole. Quelle parole non erano di certo quelle che avrebbe desiderato sentire, e fu proprio quello a fermarmi dal dire la completa e sincera verità.

Non mi sarei mai lasciata andare, perché ero fatta così.
Non mi sarei mai lasciata andare, perché avevo paura.
Non mi sarei mai lasciata andare, perché in tutti quegli anni avevo imparato solo a fuggire dalle situazioni scomode, senza riuscire ad affrontarle o semplicemente a conviverci.
Avevo paura della felicità, avevo paura dell'amore, perché quello che immaginavo io non esisteva, o almeno era quello di cui volevo convincermi.

Gli mentii, sperando di annoiarlo a tal punto di farlo allontanare da sé, senza che gli facessi del male, perché era l'ultima cosa che volevo.
Io ero la mina, ma dovevo essere la sola ad esplodere, non volevo coinvolgere innocenti.

Massimiliano mi prese la mano. <<Tu pensi troppo>> affermò, riuscendo persino a ridacchiare, rivelando anche la sua di capacità nel recitare.
<<Scusami>> sussurrai, facendo fuggire una lacrima dal mio autocontrollo.

In risposta lui mi abbracciò a lungo, ma non piansi, non potevo piangere quelle lacrime da coccodrillo, non davanti a lui.
Mi baciò la fronte, accarezzandomi lo zigomo con il pollice. <<Non rivelerò a nessuno che hai versato una lacrima>> sussurrò, facendomi sorridere. <<Sarà il nostro segreto>>.
Mi fiondai di nuovo fra le sue braccia calde come una sedicenne, perché sapevo che prima o poi avrei combinato il più grande fra i casini.

-

Il Natale era una fra le mie feste preferite. Per i colori, per l'atmosfera, per il profumo e per il pandoro con spalmata sopra un'abbondante porzione di crema al mascarpone. Sembrava crearsi in casa un' energia che spazzava via ogni risentimento, lasciando spazio solo a sorrisi e serenità.

Al pranzo in casa Zanetti partecipavano il fratello e le due sorelle di mio padre, con i rispettivi figli e nipoti, una mandria di veronesi amanti del vino e delle battute squallide in dialetto, che però riuscivano a strappare sempre un sorriso.
La sera prima era anche arrivata in città mia zia Clary, la sorella minore di mia madre, che amava venire a trovarci in Italia. Mentre il più piccolo della famiglia di mia madre, Julian, quell'anno si trovava in Brasile per lavoro, e non sarebbe venuto.

Fu proprio Clary a raggiungermi in giardino, dopo l'infinito pranzo, con una bottiglia di vino in mano e due bicchieri. <<Sibyl cara>> mi chiamò, riscaldandomi con il suo adorabile accento inglese. Purtroppo per quanto amasse il mio Paese, non conosceva molto la lingua, ma non era affatto un problema per me ed Aurora, in quanto nostra madre ci avesse insegnato a masticare la sua lingua natale fin da quando pronunciammo le nostre prime parole.
<<Ti stai perdendo un entusiasmante partita a scarabeo>> mi avvertì, versandomi il vino rosso.

<<Non voglio mettermi contro a zia Rossella>> le spiegai nominando la moglie del fratello più grande di mio padre. <<I cruciverba sono la sua passione e con lei si perde già in partenza>> sorrisi.
La donna mi annuii, rivolgendomi un caloroso sorriso, prima di prendere un pacchetto di sigarette dalla tasca della sua giacca. <<Ti dispiace?>> mi chiese.
Scossi la testa, sorseggiando il mio vino.

Se mai avessi dovuto decidere un parente che mi stesse particolarmente più a cuore, quello sarebbe di certo stata mia zia Clary. I lineamenti del viso erano severi, il taglio degli occhi era uguale al mio, ed il colore glaciale era sporcato da una particolare macchiolina verde in quello sinistro. Una spruzzata di lentiggini sporcava la sua pelle candida, contornata da una massa di capelli grigi e ricci. Era una donna determinata e forte, che sapeva sempre quello che voleva e riusciva ad ottenerlo, a qualsiasi costo.
Era una detective, lavoro che riscontrava un certo interesse ogniqualvolta uscisse il discorso, ma a lei non sembrava pesare dover parlare della sua professione, al contrario riusciva persino a vantarsene.

<<Ne vuoi una?>> mi domandò, porgendo,i il pacchetto di sigarette.
<<No, non oggi grazie>> ridacchiai, ricordando ancora i Natali scorsi dove zia Clary mi passava una sigaretta di nascosto da mia madre. Era il nostro segreto. <<Come stai zia?>>.

<<Oh bene cara>> sorrise, accendendosi la sigaretta. <<L'anno prossimo andrò i pensione sai>> mi informò.
<<Davvero?>> chiesi. <<E cosa farai? Tu ami il tuo lavoro>>.
Rise. <<Sì lo amo, ma questo non vuol dire che non veda l'ora di avere un po' di tranquillità>>.

Era sempre stata il mio esempio di tenacia e rimasi perplessa davanti a quell'affermazione. <<Non me ne starò con le mani in mano, se è di quello che mi stai accusando con il tuo sguardo>> aggiunse, notando la mia espressione. <<Sai che non riesco a starmene ferma, solo che finalmente potrò leggere molti più libri, ho ancora la libreria piena di quelli di Alfred>> spiegò nominando il suo defunto marito.
Zio Alfred ci aveva lasciati non molti anni prima, era rimasto vittima di un brutto incidente, e la sua perdita aveva distrutto mia zia. Secondo mia madre senza Alfred era tornata a chiudersi in se stessa, come lo era stata da giovane, difetto che lo zio aveva abbattuto, rubandole il cuore che nemmeno lei ricordava di avere.

<<Tu invece come stai? Ti vedo un po' più sciupata rispetto agli altri anni>> commentò osservandomi con il suo sguardo indagatore.
Sospirai, prima di stringermi nel cappotto. <<Non saprei>> ammisi rigirandomi fra le mani il bicchiere. <<É un periodo un po' turbolento>>.

<<Allora è meglio che ci sediamo>> sorrise, prima di accompagnarmi verso il tavolino in legno che mio padre aveva fatto mettere per i compleanni di me e di Aurora, quando eravamo bambine. <<Voglio sapere tutto>>.
<<Non ne ho mai parlato con sincerità a nessuno>> le sorrisi.

<<Nemmeno con quella tua graziosa amica? Greta?>>.
Scossi la testa, ricordando che dopo un'intera settimana di silenzio le avessi scritto solo un misero messaggio di auguri, nemmeno l'avevo chiamata.

<<Ho ricevuto una promozione al lavoro>> iniziai a dire, facendole illuminare lo sguardo. <<In pratica vorrebbero che andassi a supervisionare la rivista a Londra, vogliono iniziare a pubblicarla anche nel territorio inglese>>.

<<Ma è magnifico!>> mi guardò entusiasta. <<É quello che hai sempre desiderato, tesoro, no?>>.
<<Sì, lo è, ma..>> osservai la sua sigaretta, scuotendo la testa. <<Mi sa che accetto la sigaretta che mi hai offerto poco fa>>.

Lei sorrise prima di passarmi il pacchetto e l'accendino. L' accesi ed inspirai la nicotina, sperando che quello avrebbe calmato i miei nervi. <<C'è un uomo>> riuscì a rivelare, ripassandole il pacchetto.
Lei scosse la testa divertita. <<C'è sempre un uomo>> ridacchiò prima di portarsi la sua sigaretta alle labbra.

Sorrisi. <<Mi ha detto che si è innamorato di me, ma non lo posso ricambiare, o meglio non ne sono così sicura>>.
<<Qual'è il problema? La vita sessuale?>> scoppiai a ridere, mia madre non mi avrebbe mai risposto così, lo avrebbe ritenuto inopportuno.
<<Credimi, no>> ammisi, cercando di non pensare a quelle notti perfette. <<Il problema sono io zia, io che non ho mai amato e che ho paura di farlo>>.
<<Mi ricordi me a venticinque anni, quando Alfred avrebbe fatto di tutto pur di sposarmi>> ricordò con un amaro sorriso in volto.

<<Cosa ti ha fatto cedere?>> domandai curiosa.
Lei guardò davanti a se, lasciandosi trasportare dal dolci ricordi di suo marito. <<Le piccole cose, le sue attenzioni sincere nei miei confronti, ma non quelle che fomentano la vanità e l'ego>> scosse la testa. <<Mi apriva sempre la porta, in ogni posto in cui andavamo, persino quella di casa, oppure quando mi raggiungeva sul divano mi portava sempre una tazza del mio infuso preferito, anche se non gliel'avevo chiesto>> sospirò, riportandosi la sigaretta alle labbra. <<Sai all'epoca amavo alla follia una band di Edimburgo, musica che te nemmeno avresti il coraggio di ascoltare e così Alfred>> rise. <<Di punto in bianco ricordo che si presentò a casa mia, ci stavamo frequentando da almeno cinque mesi, ma per me non era nulla di serio, e ricordo che mi disse - con determinazione - che mi avrebbe sposata a tutti i costi, anche se quello significava dovermi portare in giro per tutto il Regno Unito ad ascoltare quella band>>.

<<Povero zio, era davvero perso>> le sorrisi.
Lei mi accarezzò la spalla. <<Si lo era, così come lo ero io, ma ancora non riuscivo a vederlo, sai tua madre era già sposata e lontana da casa, e prendevo il suo matrimonio come esempio del perfetto legame che possa unire due persone, ma Alfred mi fece ricredere>> si piegò a spegnere la sigaretta. << Fra ogni coppia si crea un'intimità unica che non l'accomunerà mai con qualcun'altra e con il passare degli anni ho ringraziato il cielo di non aver trovato l'amore come quello di mia sorella, perché non ne sarei mai stata all'altezza, il mio era decisamente più riservato e passionale e per nulla adatto ad una grande casa, ad una grande famiglia o ambizioso>>.

Inspirai dell'altro fumo, rimuginando sulle parole di mia zia.
Le mie paure si fondavano principalmente sulle aspettative, e a detta sua quello che si desidera non sempre è ciò di cui si ha bisogno.
Ma che amore desideravo?.

<<Sibyl cara, non assillarti>> mia zia mi accarezzò la testa, sorridendomi. <<E poi come dice sempre tuo padre "se son rose fioriranno">> affermò in un italiano un po' storpiato.

Ridacchiai un po' meno nervosa e malinconica di prima.
Mi abbassai a spegnere al sigaretta proprio quando mia madre ci trovò. <<Voi due venite!>> urlò dalla portafinestra. <<Stiamo tagliando il pandoro>>.
Sentii il telefono di casa squillare e mia madre corse dentro, sperando che fosse suo fratello minore che ancora non si era fatto sentire, mentre sia io che mi zia ci alzammo in velocità per accaparrarci la fetta migliore con quanta più crema al mascarpone possibile.

Mi sedetti di fianco a mio padre, rubando il posto a mio zio Giorgio, che si era spostato in fondo alla tavola a conversare con mia sorella Aurora.

Giacomo mi salì sulle ginocchia, rivelando così il peso che non ricordavo avesse. <<Cosa ti da tua madre da mangiare?>> gli chiesi ridendo.
<<Pollo e patate>> esclamò. <<É il mio piatto preferito, una volta devi fartelo cucinare>> mi fece l'occhiolino.
<<Posso essere invitato anche io?>> domandò mio padre, scompigliando i boccoli di Giacomo.
<<Solo se poi giochiamo a scala quaranta>> esclamò il piccoletto. Giacomo era conosciuto in famiglia per essere il più scaltro nei giochi con le carte, riusciva sempre a batterci tutti, come se avesse sempre un asso nella manica, letteralmente. A mio padre non piaceva particolarmente perdere, per quello evitava di giocare contro il nipote.
<<Per questa volta va bene>>sussurrò scuotendo la testa.

Davanti a me mia cugina Barbara, la figlia del maggiore della famiglia di mio padre, si scambiava delle battutine all'orecchio con suo marito, prima che la loro bellissima bambina Laura comparisse dietro di loro per essere presa in braccio.

Mi osservai attorno notando che fossi l'unica a quella tavola a non essere ancora sposata. C'era da dire che ero la più piccola fra i miei cugini. Come se fosse una reale scusa.
In realtà non ne sentivo il peso, non ero ancora pronta al matrimonio, soprattutto perché prima avrei dovuto imparare ad amare, ed essere amata.

Vidi con la coda dell'occhio mia madre venirci in contro entusiasta. <<Sai chi era al telefono?>> chiese urlando.
<<Chi?>> domandò lui, con il suo piattino in mano.
<<Era Anna, la famiglia Castellani ci fa gli auguri di Natale>> disse riferendosi alla moglie di Nicola, il suo migliore amico. <<Ma non sai la notizia più bella>> quasi saltò sul posto, mentre abbassò la testa fra me e mio padre. <<Vuoi sapere chi si sposa?>>.
Mio padre la guardò curioso. <<Chi cara?>>.

<<Massimiliano ha finalmente deciso di sposare quella povera ragazza>> rise. <<Speriamo che questa volta non rinunci come la prima>> scosse la testa.
<<Tesoro ti sbagli con Davide, non può essere Massimiliano>> provò ad indagare mio padre.
<<Sono sicurissima! Perché non può essere lui?>>.

Il mio sguardo era fisso sulla tovaglia, incredulo. Osservai le mie mani immobili fra le briciole lasciate dal pranzo, mentre Giacomo si muoveva sulle mie ginocchia.
Mi sentii osservata sia da Aurora, che molto probabilmente aveva sentito mia madre urlare fino all'altro capo del tavolo, che da mio padre, rimasto impassibile accanto a me.

Massimiliano si sarebbe sposato?.

Nota
Buon Natale a voi e alle vostre famiglie, cari lettori.

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