Capitolo venti
Dinah le rassettò il vestito, lo aggiustò sulle spalle e fece un passo indietro; reclinò la testa per osservare il lavoro completo e sorrise soddisfatta.
«Guardati.» Disse a Camila, additando lo specchio posizionato alle sue spalle.
La cubana si voltò lentamente, intimorita dal riflesso che avrebbe scorto nel vetro. I boccoli le ricadevano selvaggi sulle spalle, creando un leggero contrasto con la pelle caramellata. Il vestito aderiva alle sue curve, carezzandole dolcemente, senza eccedere in volgarità. La scollatura lasciava intravedere il petto, ma copriva interamente il seno come aveva imperato Camila. E l'orlo le...
«È troppo corto!» Protestò la cubana, cercando di allungare la balza lungo le gambe per nasconderle maggiormente.
La polinesiana di affrettò a impedirglielo. Le afferrò i polsi e li portò lontani dal vestito, poi le sibilò «Guarda che se lo strappi ce lo fanno ripagare.»
Camila sbuffò, roteando gli occhi al cielo.
«Mila, sei bellissima così.» Le assicurò Dinah, ravvivando i capelli dell'amica.
La cubana tornò ad ammirarsi. In effetti non le stava così male quell'abito, ma qualsiasi cosa indossasse ai suoi stessi occhi appariva imperfetta. C'era sempre un dettaglio, un minimo particolare che deturpava la visione di se stessa, qualcosa che distorceva la realtà e la faceva sentire tremendamente inappropriata. Era un meccanismo che esisteva solo nella sua mente, perché la bellezza è relativamente labile.
A volte, quel dettaglio apparentemente insignificante che ai suoi occhi la deformava, sarebbe potuto essere proprio il dettaglio insignificante che altri avrebbero amato. Dobbiamo imparare ad apprezzare i nostri pungenti difetti, perché sono bellezze irriproducibili.
«D'accordo.» Sentenziò infine senza addurre altro.
Avrebbe indossato quel vestito, non per Dinah, non per Lauren, non per gli invitati, ma per dimostrare a se stessa che la bellezza sta proprio nell'essere imperfetti.
Le vacanze natalizie erano iniziate otto giorni prima. Lauren, con i suoi risparmi, aveva comperato due biglietti per Los Angels ed era partita con Lucy il giorno seguente. Anche quello era stato un consiglio di Camila, si perché la cubana l'aveva sollecitata a vario pingere la sua relazione movimentandola e cosa c'era di meglio che intraprendere un viaggio assieme? Quando Lauren le aveva domandato quale fosse l'ingrediente segreto per insaporire il suo rapporto, Camila non aveva esitato e le aveva suggerito di fare un viaggio, ma l'attimo dopo se ne era subito contrita. Otto giorni senza vedere la corvina, senza nemmeno sentirla, erano stati asfissianti, opprimenti. Lei che non aveva mai creduto nell'esistenza del tempo, aveva compreso cosa significasse sentire il peso dell'assenza ingigantirsi minuto dopo minuto.
Finalmente, quella sera, l'avrebbe rivista.
Dinah l'aveva trascinata al centro commerciale, dopo che le madri, venendo a sapere della serata, avevano sovvenzionato la soddisfazione di sfoggiare un vestito nuovo.
Avevano ispezionato boutique dopo boutique per trovare l'abito adatto e ora che se ne erano impossessate Camila si godeva il meritato frullato tributato dalla polinesiana, mentre raggiungevano l'uscita.
«Sei impensierita per stasera?» Chiese Dinah, carpendo la disattenzione dell'amica che nonostante le fosse vicina sembrava distante anni luce.
«I-io? No.» Arricciò le labbra e scrollò le spalle, facendo decadere l'ombra di ogni minimo dubbio.
Ma certo che sono preoccupata! Porco cazzo! Imprecò mentalmente, mantenendo una tempra pacata all'esterno che le consentisse di apparire il più disinvolta possibile.
Sapeva che Dinah non l'avrebbe criticata, era la sua migliore amica per un motivo, ma conosceva anche l'idea che la polinesiana aveva sulla faccenda e sapeva che se avesse esternato le sue angosce sarebbero state barattate con l'ennesima predica e in quel momento, in quella giornata di libera spensieratezza e turbinante euforia, non voleva che la paternale dell'amica scalfisse il suo umore.
«Mh.. Sarà.» Convenne Dinah, la quale pretese di non aver intuito la tangibile apprensione dell'amica. Anche lei stessa era consapevole che, se Camila avesse snocciolato i suoi timori, non sarebbe stata capace di trattenersi dal metterla in guardia.
Nutriva simpatia per Lauren, le era riconoscente per l'amicizia che rinvigoriva Camila (e anche per la giacca di pelle che le aveva fatto recapitare a casa), ma -anche se aveva colpa solo indirettamente- era comunque la stessa ragazza per la quale la sua migliore amica si logorava da tempo. E di riflesso -per istinto naturale o qualcosa che aveva a che fare con il codice delle ragazze- in lei ribolliva un certo astio nei confronti di Lauren. Era un rapporto di amore-odio.
Scortò la cubana davanti casa, le consegnò il sacchetto contenente il vestito per la serata e la salutò ammiccando.
Camila trascorse il restante pomeriggio a guardarsi allo specchio, a catalogare ogni minima imperfezione, a farla sua, a riconoscerla ed accettarla senza disprezzarla, ma sorridendone. Stava sistemando l'acconciatura, quando lo schermo del suo telefono si accese e prese a vibrare contro il piumone colorato che abbelliva il letto.
Camila lesse il nome impresso sopra, sorrise e fece scorrere il pollice rapidamente, improntando subito il tono in maniera ironica
«Parlo con la dispersa Lauren Jauregui?»
«Ah-ah.» La voce roca dall'altra parte della cornetta era inconfondibile.
Camila proseguì la chiamata ad occhi chiusi, era un modo per sentirla più vicina, immaginarla lì.
«Wow! Lo sai che verrò ricompensata con un'ingente somma di denaro per averti trovata e non mi sono neanche dovuta sforzare.» Continuò divertita, avvertendo un leggero riso vibrare attraverso la ricezione.
«Potrei ricompensarti con qualcosa di migliore.» Ipotizzò Lauren, destando la curiosità di Camila che prontamente domandò
«Tipo?»
Ci fu un silenzio prolungato, interrotto da balbettii rari che smorzarono l'assenza di parole.
«Beh, non lo so adesso, ma sicuramente c'è qualcosa che potrebbe dissuaderti da consegnarmi alla polizia.» Tergiversò Lauren, garantendosi una risata da parte di Camila che si difese dietro l'ilarità per non dar voce al flusso di pensieri che tracimavano nella sua mente.
Io saprei cosa potrebbe comprarmi. Si spiaccicò la mano in faccia e la scosse, sorpresa lei stessa dei pensieri malsani che quella ragazza riusciva a scaturirle.
«A parte gli scherzi, ho chiamato per accertarmi che venissi alla festa.» Interruppe il silenzio Lauren; Camila si guardò allo specchio.
«Mi stavo provando adesso il vestito. Ho liberato l'agenda, quindi... Ci sarò, non preoccuparti.» Ammise senza preamboli. Inizialmente aveva ponderato l'idea di tenere Lauren sulle spine, ma non ci era riuscita.
«Eh, certo, l'agenda... Allora ci vediamo stasera.» Il tono con cui pronunciò l'ultima frase, leggermente sollevato e contento -spirato quasi- fece sorridere Camila.
Attaccò. Risentire la voce di Lauren l'aveva messa di buon umore. Sembrava allegra, rilassata, forse l'idea del viaggio era stata una buona intuizione; da una parte Camila ne gioiva, o forse pretendeva di gioirne, mentre dall'altra ne soffriva e quel magone che le opprimeva il petto non era modellato dalla sua mente: era dannatamente reale.
Tante volte si era fermata a chiedersi come sarebbe stato se non avesse nutrito alcun sentimento per Lauren; forse la loro amicizia sarebbe stata ancora più genuina, forse avrebbe goduto maggiormente di quei momenti assieme senza che il dolore interferisse. Aveva provato spesso a privarsi di quei sentimenti, di modo che il loro legame si fondasse su basi puramente amichevoli e appaganti, ma la verità è una soltanto: il dolore è autentico, è l'unico sentimento che cerchiamo continuamente di nascondere agli altri, ma che siamo costretti a mostrare a noi stessi. Quindi Camila si accontentava di ciò che avevano e quando avvertiva il peso gravarle sul petto, ricordava a se stessa che mesi prima non le era consentito percepire nemmeno quello.
Prima era niente, adesso aveva una forma, un po' sgangherata, dismessa, sciupata, ma pur sempre viva.
Tornò davanti allo specchio e ricominciò ad elencare, ma stavolta contò i pregi.
*****
Dinah passò a prenderla attorno alle otto e mezzo. Sinu, Alejandro e Sofia si sarebbero recati a casa Hansen per trascorrere il capodanno. La madre della cubana si perse in raccomandazioni di vario genere: non bere alcolici, non accettare bibite da altri, resta sempre in compagnia... Solite cose che ribadiscono le madri apprensive.
Poi fu libera di andare. Dinah le aprì la portiera dell'auto, facendola scivolare sul sedile anteriore. Camila si chiuse rapidamente nell'abitacolo, allontanando l'aria fredda che si stava infiltrando nella vettura. Strofinò le mani l'una contro l'altra, poi le nascose fra le cosce per riscaldarle.
«Sei pronta?» Domandò Dinah, innestando la marcia.
«Guida.» Rispose laconica Camila, intenta a sviare il discorso.
Era in ansia, parecchio in ansia, e quando le succedeva di venir colta da quell'emozione ingombrante preferiva non parlarne perché darle sfogo l'accresceva maggiormente.
Dinah non proferì parola per tutto il tragitto, conoscendo bene i meccanismi intricati di Camila. Si azzardò a parlare solo quando arrivarono davanti al cancello della villa.
Notò Camila respirare sommessamente, ma pesantemente, e si affrettò a poggiare la mano -che finora era stata ferma sul cambio- su quella della cubana.
«Andrà tutto bene.» La rassicurò gentilmente, girando le chiavi nel quadro della macchina per spegnerla.
«Dinah lì ci sono tutti quelli che.. che..» Balbettò convulsamente Camila, tenendo lo sguardo fisso sull'incombente edificio che si stagliava in fondo al viale; i suoi occhi erano pregni di timore.
«Lo so. Ed è per questo che lo stai facendo.» Le ricordò la polinesiana, la quale non distoglieva l'attenzione per un attimo dalla cubana «Per dimostrare a te stessa quanto gli altri si sbagliano su di te.»
Camila virò lentamente il volto in direzione di Dinah, la guardò senza dire niente, solo sorridendole flebilmente. In fondo perché avere tanta paura? Il peggio l'aveva già fronteggiato, ora le cose potevano andare solo meglio.
Scesero dalla macchina e si incamminarono a passo lento verso la casa. Gli ospiti pullulavano già fuori dall'abitazione, Camila aveva scorto alcune facce familiari, Dinah era già stata trattenuta più di una volta e la cubana si era sempre fatta da parte aspettando che la polinesiana terminasse i convenevoli. Era imbarazzante restare muta mentre Dinah conversava con le sue amiche, ma d'altronde lei non conosceva nessuno e tutti quelli che aveva intravisto solitamente erano coloro che la deridevano quotidianamente.
Quando riuscirono a liberarsi da qualsiasi distrazione, oltrepassarono indisturbate la soglia di casa. All'interno era la confusione più totale!
Camila che l'unica festa alla quale aveva partecipato era stata quella a casa di Lucy, per un attimo fu sopraffatta dal panico. Persone che vagabondavano a giro per casa, altre che giocavano a birra-pong, altre ancora che si ingegnavano per bere in quanti più modi possibili, compreso leccare l'alcol dall'addome delle ragazze... Insomma, era attorniata dal caos e per lei era una situazione del tutto nuova. Si sa, le novità spaventavano eccome.
«Non sclerare! Sono solo persone!» Urlò Dinah nell'orecchio di Camila, cercando vanamente di rincuorarla.
«Sono tante persone! Troppe!» Specificò la cubana, guardandosi continuamente attorno.
«Andiamo a cercare Lauren, ok?!» Tentò di indirizzare il suo pensiero su qualcosa che la dissuadesse dall'esaminare meticolosamente la situazione.
Camila doveva imparare a lasciarsi andare, non poteva avere sempre tutto sotto controllo e Dinah stava in qualche modo tentando di radicare questo insegnamento in lei.
La sospinse dolcemente, dalle spalle, verso l'altra stanza. La guidò attraverso la ressa di persone, fulminando con lo sguardo chiunque la indicasse e ridesse sotto i baffi. A volte si chiedeva se poteva fare di più, se tempo prima avesse potuto fare di più. Forse era una pusillanime o forse non c'era stato niente che potesse fare perché, proprio come propinava a Camila, alcune cose sfuggono al nostro controllo.
Dopo aver oltrepassato la ridda, Dinah e Camila sopraggiunsero in cucina. Lauren stava servendo le bevande quando la cubana incrociò il suo sguardo. La corvina circumnavigò il bancone che le separava e le andò incontro a braccia aperte, con un sorriso smagliante.
Indossava una gonna nera a tubino che le fasciava il busto mettendo in risalto le sue torniate formosità. Un top rosso, corto, entrava in netto contrasto, rifinendo il seno prosperoso. Si muoveva con destrezza e leggiadria sui tacchi, facendo spiccare maggiormente -e involontariamente- le sinuosità del suo corpo.
Camila ingoiò a vuoto, temporaneamente a corto di respiro. Per la cubana, Lauren era bella sempre, anche con un sacchetto di iuta, ma con quell'abbigliamento l'aveva ammaliata.
Dio grazie per non avermi dotato di un organo maschiale, altrimenti adesso sarebbe ben visibile. Pensò Camila, corrugando lei stessa la fronte per il pensiero che l'aveva appena lambita.
«Ciao!» Le salutò entusiasta, avvinghiando le braccia attorno al collo di Dinah e poi a quello di Camila, trattenndola qualche secondo in più rispetto alla polinesiana.
«Benvenute!» Gridò a distanza ravvicinata, sopraffacendo la musica che rimbombava nella stanza.
«Siete splendide, davvero.» Si complimentò la corvina, afferrando le mani di entrambe le invitate e scrutando prima una poi l'altra.
«Anche tu!» Ci pensò Dinah a verbalizzare il pensiero di Camila che si leggeva chiaro nei suoi occhi, ma le parole le si erano assopite sulle labbra seccate.
«Devo finire di servire i cocktail, ci vediamo a giro, ok?!» Sorrise Lauren, indicando con un cenno del capo gli astanti infervorati che sostavano alle sue spalle.
Prima di andarsene si avvicinò pericolosamente all'orecchio di Camila e le sussurrò «Poi ti racconto tutto.» E si discostò, tornando alla sua postazione.
Che gioia. Meditò Camila, prospettandosi già eventuali scenari che Lauren le avrebbe raccontato riguardo il suo viaggio con Lucy.
«Andiamo a farci una birra!» La istigò la polinesiana, trascinandola verso il tavolo imbandito che campeggiava alla loro destra.
«Ah.. no, no.. Io, io non ho mai bevuto. Non, non credo sia una buona...»
«Zitta e cammina.» Ingiunse Dinah, spingendola con più forza verso il tavolo «Stasera sei sotto la mia supervisione, quindi non preoccuparti. Andrà tutto bene!» La rassicurò, poi afferrò il cavatappi apposito e fece saltare l'alluminio merlettato che turava la bottiglia di vetro e la porse a Camila.
La cubana osservò la schiuma straripare dal bordo, con un dito arginò la spuma bianca che colava lungo il vetro verde e succhiò la pelle inumidita dalla bevanda. Dinah sollevò le sopracciglia e annuì, sorridendo incoraggiante.
Andrà tutto bene, lasciati andare. Si ripeté mentalmente la cubana mentre ingollava la birra.
Continua...
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