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12 - Restless

«È mattina» mormorai.

Sarah e Charlotte si voltarono verso di me. I loro volti erano emaciati, pallidi come neve. Avevano entrambe un'espressione di terrore misto a confusione. Passai lo sguardo dalle iridi chiare di una a quelle scure dell'altra, come a voler trovare una traccia di vita in fondo alle orbite vuote.

La luce bluastra del sole faceva capolino dalla piccola finestrella rettangolare, posta in alto sulla parete, ma non bastava per togliere all'ombra il dominio sulla stanza. Avevamo optato per nasconderci in modo temporaneo in uno sgabuzzino di servizio, uno di quelli usati dai bidelli. Eravamo stanche, nonostante il sonno forzato, e questo era l'unico motivo per cui avevo ceduto alla loro richiesta. Presto avremmo dovuto levare le tende.

«Lo vediamo anche noi, Kay» mi rispose dopo alcuni istanti Charlotte. Aveva un tono aspro. Probabilmente era ancora arrabbiata con me per il nostro precedente scambio di battute. Non che mi importasse. La sua amicizia non era certo il mio problema principale al momento.

Allungai lentamente la gamba ferita davanti a me e vidi le garze già pregne di sangue sotto allo strappo nei jeans. Avrei dovuto cambiarle. Scossi le spalle e tirai la stoffa blu più in basso per coprire la vista nauseante. «Intendevo dire, oggi è il terzo giorno. La filastrocca, ricordate? Il terzo giorno qualcuno scompare. È quello che è successo. Avremmo dovuto prestare più attenzione a quella stupida canzoncina per psicopatici in fasce.»

Sarah raddrizzò la schiena. In un'altra situazione, così circondata da un trono di scope e secchi di metallo, sarebbe sembrata ridicola. Strinsi le labbra e mi obbligai a rimanere concentrata sul presente. Un presente in cui rischiavo di contrarre una febbre mostruosa da un momento all'altro, in cui le vite di due ragazze, più la mia, erano nelle mie mani e in cui un ragazzo apparentemente noioso ci teneva sotto torchio, uccidendoci una alla volta. Osservai Sarah riflettere sul da farsi. Conoscevo quello sguardo, la ruga di concentrazione in mezzo alle sopracciglia fulve e il labbro inferiore sporto in avanti, stretto fra indice e pollice. «Oggi non ucciderà nessun'altra» insorse lei alla fine. Sollevò lo sguardo su di noi, che la fissavamo in attesa. «Abbiamo un giorno per organizzarci. Per trovare un nascondiglio sicuro.»

Sospirai e mi lasciai ricadere contro la parete rivestita di scaffalature, fra prodotti per pulire e stracci usati. Speravo in un piano migliore. «Dubito che ci lascerà del tempo libero, Sarah. Forse non ci ucciderà, perché la sua piccola mente malata gli impone di aspettare, ma avrà sicuramente qualcos'altro in mente a cui sottoporci. Come la faccenda di quel ragazzo, Jacob. Si diverte come uno scienziato con le sue cavie. Sta testando fino a quando riusciremo a sopravvivere senza impazzire.»

Charlotte sbuffò una risata amara, per poi incrociare le braccia sul petto. Non lo disse apertamente, ma potei percepire il suo astio con una chiarezza palpabile. La scrutai con attenzione mentre si chiudeva le ginocchia fra le braccia, stringendole a sé come se fossero un'ancora di salvezza. La sua voglia di vivere spruzzava da ogni poro ed era così disgustosamente vivida per me, già consapevole di cosa sarebbe accaduto, che non potei trattenere una smorfia. Lei dovette notarla, perché nel suo mutismo forzato si lasciò sfuggire un insulto a mezza voce.

Mi sporsi verso di lei. «Cosa c'è adesso, Charlotte? Credi che l'idea di Sarah sia realizzabile?» la punzecchiai. «Non è nemmeno un piano vero e proprio. Non sapremmo da dove iniziare. Finiremmo per continuare a spostarci finché lui non deciderà cosa fare, lo sappiamo tutte.»

«Perchè tu hai idee migliori, Kay?» urlò a quel punto la ragazza, alzandosi in piedi. Lo spazio era angusto, stracolmo, e sebbene lei non fosse molto alta sembrava quasi minacciosa in quella posa, mentre strillava tutta la sua paura e la sua frustrazione. Non mi preoccupai troppo. Andrew ci avrebbe trovate anche senza le sue grida. Forse sapeva già dove fossimo e ci stava ascoltando. «Le tue idee non ci sono state certo di aiuto al momento. Sembra quasi che tu sia d'accordo con lui! Proponi di fare il suo gioco, non fai nulla per difenderci. E poi lui continua a scriverti e a parlarti. Qui qualcosa non quadra e tu non mi convinci affatto!»

Inarcai entrambe le sopracciglia. Nella penombra il viso rosso di rabbia di Charlotte sembrava una maschera grottesca, ornata da righe scintillanti di lacrime sulle guance. Ci fu un silenzio di tomba alla fine del suo sproloquio. Un silenzio rotto solo dal ronzare dell'elettricità nell'aria. Ascoltai quel suono fino a posare lo sguardo in un angolo del soffitto, incontrando un luccichio freddo in mezzo all'ombra. Aggrottai la fronte. Era una telecamera? Non potevo vederla bene, ma immaginai che potesse esserlo perfettamente. Quindi Andrew sapeva davvero dove eravamo ed era al corrente di ogni nostra decisione. Era strano che non avesse ancora agito. Forse una parte delle parole di Sarah era vera. Oggi non avrebbe ucciso nessun'altra.

Riportai lo sguardo sul volto tumefatto di Charlotte, che ancora mi fissava furente. Mi alzai a fatica a causa della gamba, appoggiandomi alle mensole dietro di me. La sovrastavo in altezza, ora, ma il mio intento non era di intimidirla. Volevo solo andarmene da quella gabbia. «Ascoltami bene, perché non lo ripeterò» le sussurrai, sottolineando la frase con un dito alzato. «Quel pazzo sta facendo tutto questo per distruggermi la vita. Non so se lo faccia per farmi un favore, nel suo modo contorto e malato di pensare, o perché la cosa lo diverta. Probabilmente entrambe. Ma in ogni caso non vedo perché avrei dovuto aiutarlo a uccidere mio padre, l'unica persona che mi fosse rimasta, e a farmi incastrare in questo gioco maledetto. Quindi vedi di tenere le tue accuse per te. Quando sarai morta smetteranno di tomentarti.»

La mora spalancò le palpebre prima di tornare a ringhiarmi contro. «Come diavolo fai a dire certe cose? Ma ti senti?»

«Tu, piuttosto, come fai a ingannarti così bene da poter credere di sopravvivere?» la zittii. Lei non replicò e io feci altrettanto. Scambiai uno sguardo con Sarah, ancora seduta a terra con espressione affranta, e capii di non poter sopportare quel cubicolo strabordanre un secondo di più. Diedi loro le spalle e liberai la maniglia. L'avevamo bloccata con delle strisce di tessuto, aggrovigliate all'intelaiatura. C'erano dei chiodi fra le altre attrezzature e li avevamo usati per fissare quel lucchetto improvvisato. Avevo anche recuperato una piccola mazza da carpentiere e un cacciavite a stella, che avevo infilato fra la vita dei jeans e la pelle. Per tenerlo nascosto, ma forse ora sarebbe stato inutile. «È ora di andarcene da qui. Dobbiamo spostarci. Cercare Andrew e tutte le altre idiozie che vorrete fare. Se vi farà stare meglio, buon per voi.»

Aprii la porta e mi feci da parte per far passare prima loro. Charlotte mi guardò con odio e sospetto prima di fare qualsiasi passo fuori dalla stanzetta. Temeva ancora che fossi un'alleata dello psicopatico che ci teneva prigioniere? Doveva avere una considerazione davvero bassa di me per credere che in una simile situazione avrei accettato di fare la doppia faccia e di venire ferita per reggere la recita di un folle.

Il corridoio era libero e desolato come sempre. L'odore di chiuso e morte ormai si era sparso ovunque, così come la lieve luce mattutina. Era una giornata nuvolosa, a giudicare dall'oscurità ancora fin troppo presente. Passai lo sguardo con attenzione su tutto il passaggio in cerca di altri luccichii sospetti, ma non ne notai. Solo superfici grigie, con quadri anonimi e insignificanti a romperne l'omogeneità, e un pavimento di parquet rovinato per l'usura. Faceva freddo. Lo sbalzo di temperatura rispetto al piccolo sgabuzzino - che si era riscaldato con il calore dei nostri corpi - si fece sentire come una secchiata di acqua gelida giù per la schiena.

«Andate a controllare in entrambe le direzioni. Cercate le posizioni delle prime telecamere, poi tornate qui. Forse ho un'idea, ma prima devo fare una cosa» spiegai brevemente alle due ragazze, mentre un piano prendeva pian piano consistenza nella mia mente. Indicai entrambi i capi del corridoio e poi il soffitto, come a mostrar loro dove guardare.

Sarah annuì. Charlotte non sembrava affatto convinta, ma una spinta da parte della rossa la convinse a muoversi verso il lato opposto. Sarah tuttavia attese alcuni secondi prima di imitare il gesto. Mi lanciò una lunga occhiata. Sembrava voler analizzare ogni mio pensiero. Voleva parlarmi di qualcosa, glielo leggevo in faccia. Era preoccupata? Confusa? «Sta attenta, okay?» si limitò però a dire, cambiando idea. Mi voltò le spalle e si incamminò verso sinistra senza lasciarmi modo di replicare.

Presi un respiro profondo. Spostai lentamente lo sguardo dalle mura grigie alla porta da cui ero appena uscita, i cardini arrugginiti e la vernice trasparente scrostata in più punti. Tornai dentro. Mi feci spazio fra scope di vimini e cera per pavimenti, fino a portarmi sotto a quella che avevo immaginato fosse una piccola telecamera. Non era stata messa lì da mio padre. Non apparteneva alla scuola. Ero abbastanza sicura che lui non avrebbe mai speso soldi per un'apparecchiatura così sofisticata da essere quasi invisibile. Avevo visto quelle che aveva installato anni prima: vecchio modello, grosse come macchine fotografiche e poste solo nelle sale comuni. Avrei scommesso qualsiasi cosa che Andrew l'avesse posta lì da tempo.

Come se stesse progettando quel gioco macabro da anni.

«So che mi senti» sibilai fra i denti. «Ascoltami bene, Slow. Forse tu sarai superiore a tutte noi mentalmente, forse hai più risorse e forse non hai niente da perdere, ma non dimenticare che nemmeno io ce l'ho. Hai fatto male a uccidere l'unico parente che mi fosse rimasto, perché ora non avrò rimpianti. Sono pronta a tutto. Forse morirò, ma stai pure certo che ti porterò a fondo con me, costi quel che costi.»

Ci fu silenzio. Forse Andrew non aveva preso sul serio la minaccia e stava ridendo fra sé, ovunque si trovasse, o forse quel congegno non aveva un microfono che consentisse una risposta da parte sua, ma in ogni caso rimasi immobile nel silenzio. Il peso della promessa mi comprimeva il petto, ma non mi sarei rimangiata nulla. Non sarei morta senza combattere.

«Kay, ci sei?»

Mi riscossi dai miei pensieri. Lanciai un'ultima occhiata alla telecamera e alzai il dito medio in sua direzione, per poi uscire definitivamente dalla stanza. Fuori Sarah mi stava aspettando perplessa. Anche Charlotte era già tornata, ma non aveva aperto bocca per annunciare la sua presenza. «Trovato niente?»

«Da quella parte la prima telecamera si trova all'angolo con la presidenza. Dove si trova, sai... tuo padre» mormorò Sarah, scostando i capelli lisci e sporchi di polvere dietro un orecchio.

«A destra invece ne ho vista una davanti all'aula di biologia. Però potrebbe essercene un'altra prima, davanti allo spazio studio. Non ne sono certa» continuò Charlotte con voce atona. Era visibilmente stanca e provata, ma non voleva mollare.

Annuii. Soppesai il martello in una mano. Forse sarebbe stato un po' azzardato e avremmo solo ottenuto  l'effetto indesiderato di farlo infuriare, ma avremmo preso tempo. «Okay, vi spiego la mia idea» feci a bassa voce. Non avevo idea di come identificare delle cimici, ma immaginavo ce ne fossero alcune nei paraggi. «La filastrocca dice che domani ci sarà una specie di pausa, ma non sappiamo se Andrew abbia dei progetti per allora. Mentre oggi, in teoria, non dovremmo avere ulteriori inconvenienti. Quindi possiamo agire. Dobbiamo distruggere tutte le telecamere.»

«Non sarebbe come un invito a farci trovare? Dovremmo nasconderci, non farci riprendere mentre distruggiamo le sue spie» protestò Charlotte alzando la voce.

La zittii con un gesto. «Ci divideremo e ne disattiveremo alcune in stanze diverse per confonderlo.»

Sarah mi guardò con gli occhi grandi di paura. «Dividerci? Mi spaventa come idea, a essere sincera.»

«Non abbiamo molte alternative» tagliai corto. «Dobbiamo essere veloci. Andrew potrebbe decidere di intervenire, se ci vedrà perdere tempo. Per smuovere un po' i giochi.  Sono piuttosto certa che ci abbia lasciato questo tempo perché vuole vedere come ci ingegneremo per vincere. Dobbiamo coglierlo di sorpresa.»

Charlotte si guardò alle spalle preoccupata. Si strofinava i palmi delle mani sulle braccia e batteva i denti per il freddo. «E se se lo aspettasse già? Non è stupido.»

Ci avevo già pensato, ma sollevai le spalle. «È comunque meglio che stare qui ad aspettare la fine.»

***

Guardai l'obiettivo come se attraverso di esso potessi scrutare dritto negli occhi del mostro che ci teneva prigioniere. Poi sollevai il braccio e lasciai che il martello pesante ricadesse sul congegno di plastica e metallo con fragore. I pezzi ormai inutilizzabili caddero a terra. Li osservai macchiare il tappeto persiano del salotto con il loro bianco artificiale. Scesi dal mobile su cui mi ero inginocchiata per raggiungere la telecamera con un salto e mi guardai intorno. Desolazione. Nonostante fosse già pomeriggio la luce che penetrava fra le persiane abbassate era tetra, scura, e avvolgeva ogni cosa in un cupo manto di oscurità. Persino la polvere sembrava tinta di un triste grigio nerastro.

Le altre ragazze si stavano occupando del piano superiore. Avevo dato loro la possibilità di restare insieme pur di non sentire le lamentele di Charlotte per un istante di più. Io invece ero scesa al piano terra. Da sola.

Con le prime telecamere avevo usato un approccio diverso. Le raggiungevo da un punto cieco, in modo da non essere ripresa, per poi tagliare i cavi. Dopo la terza però mi ero resa conto di quanto tutta quella faccenda fosse laboriosa. E inutile, in fondo: altre decine di telecamere mi avrebbero ripresa mentre ne eludevo una soltanto. Così ero passata alle maniere forti. Ne distruggevo una, poi correvo dall'altra parte del collegio per fare lo stesso con un'altra e così via, senza una logica precisa.

Dopo un paio d'ore di lavoro avevo cominciato a dubitare del piano. Andrew non aveva avuto nessuna reazione e non ne capivo il motivo. Gli stavamo bloccando ogni via di controllo e lui non faceva nulla per evitarlo? Speravo che si facesse vedere, che rivelasse la sua presenza in qualche modo, ma quel maledetto era bravo nel suo gioco. Non un passo, non una voce, nemmeno un minimo respiro. Non ero riuscita a percepire nulla, come se lui non fosse nemmeno lì. Cosa stava aspettando?

Camminai fino alla mensa, ormai stanca di correre. Mi trattenni dal lasciar cadere lo sguardo sui corpi in decomposizione e tirai la maglietta sul naso per non sentirne l'odore mentre attraversavo la stanza, fino a giungere alla cucina. Aprii la porta con una spallata. Si scontrò con la parete con tanta forza da tremare sui cardini, ma non ci feci troppo caso. Ero irritata. Volevo che Slow uscisse dal suo dannatissimo rifugio. Non poteva essere così tranquillo. Non poteva e basta.

Spalancai il primo cassetto sotto ai fornelli. Decine di forchette, cucchiai e coltelli brillarono lucenti sotto la debole luce, scintille d'argento nel buio. Sorrisi mentre estraevo un grosso coltello da carne e lo infilavo all'interno di una manica, attenta a non ferirmi con la lama. Non aveva un filo tagliente, ma era abbastanza appuntito da rendersi utile in caso di bisogno. Solo a quel punto controllai le telecamere. Ce n'era soltanto una, posta sopra un armadietto di legno chiaro.

Posai il martello, troppo complicato da usare in quella posizione, e mi arrampicai sul ripiano della cucina. In punta di piedi, in precario equilibrio, mi allungai per tagliare i cavi con il coltello. Dovetti premere per parecchi minuti, mentre la lama liscia scorreva troppo facilmente sul rivestimento di gomma. Ero solo a metà del lavoro quando pensai di recuperare le forbici che avevo scorto nel cassetto poco prima.

Saltai giù, atterrando in ginocchio sulle mattonelle bianco sporco. Una fitta di dolore mi esplose davanti agli occhi. Fu in quel momento, mentre mi rimettevo in sesto dopo il doloroso atterraggio sulla gamba ferita, che udii un grido. Acuto e prolungato.

Sentii i brividi ricoprirmi le braccia di pelle d'oca e i capelli chiari sulla nuca rizzarsi come aghi. Mi immobilizzai. Ancora accucciata dietro alla penisola della cucina, un coltello in mano e completamente sola, rimasi in silenzio. Sentivo il freddo della ceramica bucarmi i vestiti, un palmo sudato aperto sul bianco. Vedevo le piccole sbrecciature di ogni piastrella, mentre l'urlo non smetteva di perforarmi i timpani.

Poi finì. Così come era iniziato, l'urlo cessò di rimbombare fra le pareti dell'edificio e cadde il silenzio. Rimase soltanto il brusio dell'elettricità a infrangere l'atmosfera di calma inquietante, mentre le mie orecchie fischiavano senza sosta.

Fu proprio quel brusio a riscuotermi dal mio torpore. Mi alzai di scatto e afferrai il martello dal ripiano con un gesto brusco. Lo lanciai contro la telecamera. Con un colpo solo ruppi l'aggeggio e feci cadere l'intero armadietto, ma non rimasi lì abbastanza a lungo da vederne le conseguenze.

Corsi su per le scale e corsi ancora per tutta la lunghezza del corridoio. Mi orientai seguendo le telecamere distrutte, vagando di stanza in stanza come un'ossessa. Non avevo abbastanza fiato per chiamare le altre. Continuavo solo a correre e a correre, senza sapere dove andare o cosa fosse successo. Il brusio non cessava.

Mi ritrovai improvvisamente davanti alla biblioteca, dove ancora giaceva il corpo di Martha. I portoni di legno mi sbarravano la strada e mi invitavano a entrare al tempo stesso. Ci posai una mano sopra, accarezzando la superficie liscia di verniciatura. Presi un respiro profondo. Poi l'aprii.

La scena che mi si presentò davanti non fu molto diversa da quella che avevo lasciato l'ultima volta in cui ero stata lì dentro. Almeno in un primo momento. Poi sentii una voce. «Kay, Kay, aiutami!»

Spostai lo sguardo dalla libreria caduta e dal sangue rappreso fino a incontrare gli occhi allarmati di Sarah, rossi di pianto e lucidi. Era inginocchiata a terra, davanti al corpo svenuto di Charlotte. La ragazza non si muoveva. Un forte odore di bruciato cominciò a insinuarsi nelle mie narici, mentre alzavo gli occhi alla telecamera carbonizzata posta sopra di loro. «Che diamine è successo qui?»

Sarah scosse la testa e singhiozzò, una mano premuta davanti alla bocca. «Stava staccando la telecamera dal muro, ma all'improvviso... deve aver preso una scossa molto potente. Forse un cavo scoperto, non lo so. Oh, Dio, non lo so, non lo so!» Si mise le dita fra i capelli, tirando le ciocche verso il basso. Davanti a lei Charlotte non dava segno di vita.

Deglutii, senza staccare lo sguardo dalla telecamera. «È morta?»

«No. Il battito è leggero, ma c'è.»

«Quindi l'ha fatto di proposito» mormorai. Non potevo crederci. Come, come aveva fatto? Non si era nemmeno spostato dal suo nascondiglio! Come era possibile?

Sarah singhiozzò ancora. «Cosa?»

«Andrew» ringhiai. «Non poteva ucciderla oggi, ma ha fatto in modo che recepissimo il messaggio. Vuole farci capire che può fare del male a una qualsiasi di noi anche senza vederci. Vuole spaventarci!»

«E ci sto riuscendo grandiosamente» eruppe una voce graffiante da un altoparlante. Contrassi i muscoli della mascella con rabbia. Era ancora lui. «Pensavo l'aveste capito. Non è questo il modo in cui voglio che giochiate, anche se apprezzo l'inventiva. Ora starete alle mie regole. Vi ho dato solo un assaggio delle penitenze che potreste subire. Comportatevi bene e ricordate» calcò il tono sull'ultima parola, per poi scoppiare in una breve risata. «Io posso vedervi anche senza telecamere. Io sono ovunque e da nessuna parte. Io sono il buio e la luce, sono i pavimenti e le pareti. Io sento e vedo ogni vostra mossa.»

Ci fu silenzio per alcuni minuti. Nessuno disse nulla. Io fumavo di rabbia e una nauseante sensazione di impotenza e paura si stava diffondendo nelle mie ossa contro la mia volontà. Poi l'altoparlante gracchiò un'ultima volta, prima di zittirsi di nuovo. «Buona fortuna per la vostra prossima mossa. Il gioco è appena cominciato.»

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