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18. Natale pt 2

                            Louis

L'ultimo giorno di scuola, prima dell'inizio delle vacanze natalizie, era stato straziante. C'erano state tre interrogazioni consecutive di materie totalmente diverse, mi sentivo la testa scoppiare e da un momento all'altro mi sarebbe uscito del fumo dalle orecchie per il troppo surriscaldamento del mio cervello.
Alla fine potevo anche saltarle, le interrogazioni, ma dovevo mantenere la mia media alta. Lo facevo più per mio padre visto che ai colloqui era obbligato a venire, e cercavo sempre di addolcirlo con il mio ottimo profitto scolastico. Ma, ovviamente, non si ammorbidiva per niente. Sapevo che, in verità, se avevo un'ottima media era un bene per me per quanto riguardava il futuro. Ma se mi avesse detto un bravo non lo avrebbe ucciso nessuno.
E se solo pensavo al fatto che quella sera l'avrei dovuta passare proprio con lui, mi sentivo svenire.

Ma la sera di Natale non tardò ad arrivare, e mi sentii l'ansia farsi posto dentro di me. Ogni natale era la stessa cosa: timore, distacco, indifferenza e silenzio.
Il pomeriggio lo passai a decidere come comportarmi e a chiedermi se quest'anno sarebbe cambiato qualcosa. Però, quando mio padre tornò allo stesso orario e con la stessa busta di cibo da trasporto, anche la più piccola speranza che avevo scivolò via.
Appoggiò il sacchetto sul tavolo e andò nella sua stanza a cambiarsi. Io, invece, mi alzai per avvicinarmi alla tavola. Sollevai tutti quegli strati di carta stagnola e pellicola che avvolgevano i due contenitori riempiti di spezzatino di manzo, patate al cartoccio, dell'insalata e delle crocchette di non so cosa.
Vedendo quel cibo, pensai che non era così male. Alla fin fine non lo prendeva in una di quelle rosticcerie da quattro soldi, però il fatto di essere così impassibile dall'approcciarsi con me o un minimo discorso non glielo toglieva nessuno.
Accesi la televisione come da consuetudine e mi spostai in cucina per apparecchiare la tavola.
Una volta portato tutto l'occorente mi sedetti al mio posto, e poco dopo fece capolino anche lui a tavola.
Come immaginavo non si sentì neppure fiatare, il suo sguardo era diretto solo ed esclusivamente al piatto e alla televisione. Infilzava la prima cosa che gli capitava sotto la forchetta e se la portava in bocca, ingurcitando senza fermarsi ad assaporare; sembrava uno robot.
All'improvviso, alla tv passò una di quelle notizie dell'ultima ora. Informava che proprio in quella sera una famiglia era sbandata con la macchina sulla strada per un inizio di bufera che li aveva presi alla sprovvista. Ma dall'auto avevano preso in tempo solo l'uomo che stava alla guida e la moglie seduta al lato del passeggero, ma del loro piccolo figlio nessuna possibilità di sopravvivenza. "Una grave disgrazia la notte della vigilia per questa famiglia " aveva annunciato la reporter.
Mi si insediò un'angoscia dentro, pensando a quella povera gente che magari non aveva mai fatto nulla di male. E vidi anche mio padre mettersi la mano davanti alla bocca a mo' di preoccupazione. Quasi mi stupii che potesse provare un simile sentimento, per altro per degli sconosciuti mentre con suo figlio assolutamente niente.
Non sapevo con quale forza avevo detto quelle determinate parole, ma nel momento in cui lo vidi in quel modo non ci avevo visto più dalla rabbia.
<Non è strano provare compassione per delle persone ignote e non provare un poco di commiserazione per il proprio figlio?>
Mi tremò tutto il corpo a quelle parole appena dette. La paura mi fece annebbiare la vista, ma solo una volta fatta mente locale mi resi conto di essere a terra, e che a farmi prendere quei pochi secondi di cecità era stato proprio mio padre.
Se ne stava lì alzato davanti al tavolo, gli occhi sbarrati dall'ira, le labbra corruciate e le mani all'altezza dello stomaco.
Lo guardai atterrito, tremolante con gli occhi che bruciavano come un fuoco a contatto con della paglia.
<Tu non sei assolutamente mio figlio!> sibilò a denti stretti prima di girarsi di spalle e sparire nella sua stanza. La porta venne letteralmente chiusa con forza, credevo quasi che si stacchasse dai cardini.
Ancora a terra, cercai di rialzarmi. In sottofondo la televisione trasmetteva la canzone Hello di Adele, mentre avanzavo verso l'entrata e uscivo di casa. Mi sentivo davvero male. Non mi aveva mai alzato le mani addosso, ma a quanto pareva i miracoli di Natale potevano essere anche negativi.
Scesi le scale velocemente e poi mi gettai nella foschia della sera. Faceva freddo, gli occhi mi si chiusero per un istante. Sentivo tutto girare intorno a me.
Poi, non so con quale spinta divina, le gambe si misero a correre verso una meta poco precisa. Ma non ci volle molto che cominciai ad ansimare per il fiatone e mi fermai di getto, quasi come se fossi arrivato a destinazione.
Il gelo mi stava quasi soffocando. Sentivo l'aria fredda entrarmi nelle ossa flaccide e pendenti. Avevo un groppo in gola che cercava di non far passare il rigurgito che proveniva dallo stomaco. Il mio respiro era lento e mozzato.
Ma quando alzai la testa persi anche quell'ultimo di respiro che avevo nei polmoni. Mi trovavo sotto gli scalini della biblioteca, ovviamente chiusa e al buio.
Cosa mi aspettavo? Che fosse aperta per me? Che all'interno ci fosse Walter ad aspettarmi a braccia aperte? Che mi avrebbe consolato come un bambino di quattro anni?
Il mio subconscio doveva essere un vero e proprio masochista per farsi così male!
Mi sentii cadere inesorabilmente, niente aveva più senso. Vorrei solo che mi prendessero e mi aiutassero a riazare, ma nulla. Non c'era nessuno.
Però non avevo bisogno di una persona qualunque, ma solo di lui.
Preso da un'altra scarica di energia, mi misi a correre di nuovo. Passai strade su strade, mi infilai nei vicoli ombrosi senza pensarci due volte, come se nel mio cervello fosse già chiaro il posto in cui arrivare ma impercettibile da mettere a fuoco.
I miei pensieri erano ormai confusi e malridotti. Della mia essenza rimaneva solo l'eco che echeggiava in un corpo inanimato, era rimasta solo l'ombra e vorrei tanto che qualcuno colmasse quel vuoto tormentato.
Quando arrivai nei pressi di un parco, con le ringhiere azzurre, capii dove mi trovavo. Imboccai il cancello principale e oscuro, poi mi ritrovai seduto sulla giostra in cui c'ero andato tempo fa con Walter. E lì, quasi come una liberazione, le lacrime cominciarono a farsi sentire.
Vorrei tanto che le sue mani accarezzassero il mio viso bagnato, ma lui non c'era.
Soffiò improvvisamente un vento impetuoso che mi fece accorgere di non aver indossato neppure il giubbotto prima di uscire.
La folata d'aria stava smuovendo tutti i rami degli alberi provocando un frastuono insopportabile, e la giostra girevole prese anche a volteggiare lentamente producendo un suono stridulo.
Mi guardai le mani tremolanti diventate rosse, con gocce salate cadere alternativamente.
È quando ti scorrono le lacrime sul viso che capisci di essere davvero solo, perché non c'è nessuno lì pronto ad asciugatele, pensai.
Singhiozzai. 
D'un tratto sentii in lontananza delle voci divertite urlare e schiamazzare.
Mi chiusi la faccia nei palmi delle mani, sperando di scomparire da un momento all'altro.
Mi avevono scavato dentro, lacerato. Il dolore era ormai troppo da sopportare. Se solo ci fossi tu, walter, ad abbracciarmi e ad accarezzarmi le ferite, sarebbe tutto più facile.
Quasi come una chiamata celestiale, qualcuno mi adagiò la mano sulla spalla, facendomi saltare sull'attenti.
E poi lì vidi, i suoi occhi azzurri guardarmi dritto nei miei verdognoli. Però c'era qualcosa che non andava, come una macchia che inglobava una parte del suo occhio, ma la luce era troppo fioca per osservarlo bene.
<Louis?> sussurrò Walter.
Non risposi, bensì rimasi in silenzio a capire se fosse solo una visione.
<Che cazzo ci fai qui?! Hai le labbra tutte blu e il naso arrossato come un incendio!> disse in tono perentorio.
Da dietro di lui si sentì un vocio basso. Poi si voltò e disse: <Andate pure senza di me, torno più tardi. Dite che ho avuto da fare>
Subito dopo provenì un simultaneo va bene, seppure non molto convinti. Erano due ragazze ed un ragazzo, e mi sentii il cuore fulminato da una scossa al pensiero che una di quelle potesse essere la sua ragazza.
Una volta che si erano allontanati si slacciò il cappotto e lo mise addosso a me, poi mi caricò a cavalcioni sulle spalle facendomi allacciare le braccia al suo collo e mi portò fuori dal parco. Avevo il viso accanto al suo, mentre mi teneva saldamente dalle mani.
<Scusa se ti ho fatto saltare l'uscita con gli amici> bisbigliai al suo orecchio dopo un tratto di strada passato in silenzio.
Si irrigidì.
<Zitto.>
Sussultai a quella risposta. Riaprii bocca per scusarmi di nuovo, ma mi precedette.
<Ti ho detto di stare zitto> digrignò i denti.
Ce l'aveva con me? Forse si era sentito in obbligo di aiutarmi, e adesso si era dovuto accollarsi una zavorra come me. Mi sentii tremendamente a disagio, un senso di colpa che mi stava asfissiando.
Non sapevo dove stavamo andando, pensavo mi stesse portando a casa. Ma quando si fermò davanti alla biblioteca, mi stranii. Girammo intorno all'edificio fino alla porta di servizio. Fece uscire un mazzo di chiavi e infilò la più piccola nella serratura, aprendola.
Ci ignettammo nel buio alla ricerca dell'interruttore. Sentivo il suo braccio alzarsi e abbassarsi strusciandolo sulla parete. Si muoveva lento, quindi decisi di scendere per dargli una mano, ma quando non sentì più la mia presenza attaccata a lui si voltò in cerca del mio corpo.
<Lou? Dove sei?!> domandò frettoloso, come una mamma in cerca di suo figlio perso nella folla.
<Sono qui>
Allungai il braccio nel buio e poco dopo me lo sentii aggrappare. Sembrava in ansia.
Mi trascinò con lui per trovare il bottone della luce, e successivamente lo trovammo vicino alla porta di entrata; quindi avevamo girato a vuoto per tutta la stanza.
La luce si accese con fatica, ma quando si fece tutto più chiaro Walter mi guardò in viso, con le nostre mani ancora intrecciate. Diventò subito paonazzo e mollò la presa in un lampo.
Si diresse in un angolino della stanza e armeggiò contro una piccola stufa mal messa, mentre quasi si giustificò con: <Quelli non erano miei amici, Ma solo mio cugino e le mie sorelle>
E subito mi scivolò un macigno dalla testa
Mi avvicinai a passo silenzioso, ma lui sembrò sentirmi lo stesso.
<Che ti è successo?> chiese con la voce ferma.
Ingoiai istintivamente la saliva, nervoso.
<Perché eri nel parco? Tutto infreddolito. Vestito come se fossero i primi di novembre> continuò.
Ma stetti in silenzio. Non volevo fargli carico dei miei problemi.
Con un calcio verso il basso la stufa partì e si illuminò.
<Almeno dimmi chi cazzo è stato a picchiarti?!> disse spazientito, voltandosi verso di me.
Come faceva a sapere proprio quello?
<Da cosa lo deduci?> domandai.
Con un ghigno si prestò a passarmi una mano sulla guancia, e appoggiò con più forza il pollice su un punto preciso. Mi formicolò quel tratto di pelle e d'istinto strizzai l'occhio destro.
<Questo graffio, è fresco. Chi te l'ha fatto?>, sentenziò. Poi aggiunse: <E non mi rifilare la solita solfa che sei caduto. Sputa il rosporo Donzella!>
Donzella? Cosa?
<Come mi hai chiamato?!> mi alterai senza un vero e apparente motivo.
Alzò un sopracciglio senza scostare lo sguardo.
<Ti ho appena trovato in un parco mentre piangevi. Ti ho coperto con il mio caldo mantello, nonché giacca, e ti ho portato in groppa al suciro. Altre motivazioni?>
Allora baciami e facciamo il pacchetto completo. Ma in quel momento mi dovetti stare zitto, mentre sulla sua bocca si formava un sorriso lascivo.
Abbassai il capo, arrossendo sul viso.
<Dico davvero, che ti hanno fatto?> insistette con tono calmo.
<Come sai non ho un buon rapporto con mio padre. Diciamo che ho detto una cosa che non avrei dovuto dire. E di rimando ne ho ricevuto uno schiaffo> ammisi, ma dalla fretta di uscire non mi ero nemmeno accorto che mi aveva lasciato un segno.
Strinse i pugni e battè i denti.
<Non doveva assolutamente alzarti le mani addosso!>
Scossi la testa, per dire che non ne valeva la pena arrabbiarsi.
Ricomincia improvvisamente a tremare e mi fece sedere su una sedia vicino alla piccola stufa.
Non sapevamo che ora fosse, ma parlammo per un bel po' vicini a quel piccolo riscaldamento. Discorsi senza senso giusto per sdrammatizzare quell'atmosfera che si era creata.
<Le tue labbra sono ancora fredde, ma dal blu sono scese al viola> fanfugliò preoccupato.
<Che dovrei fare, mettere la faccia sul fuoco?> lo incalzai.
<Perché no, almeno si abbronzano> disse con nonchalance.
Lo guardai con faccia impassibile mentre lui se la rideva di gusto.
<Dai scherzo. Ci vorrebbe solo qualcosa di piccolo e caldo da...>, si avvicinò al mio viso, <appoggiarci sopra>
Eravamo ad un millimetro di distanza, il suo respiro veniva ingloberato dal mio. Non potevo crederci che stava per succedere.
Tutto in torno a noi si era ammutolito.  Il mio cuore batteva all'impazzata come quello di una ragazzina quindicenne alle prese con il suo primo bacio, d'altronde lo era anche. Chiusi gli occhi convinto e mi lasciai andare.
E all'improvviso il rumore dei fuochi d'artificio ci gettò entrambi indietro con un balzo. Dopo un attimo di silenzio alquanto imbarazzante, parlò.
<Auguri.> balbettò
<Oh sì, auguri...> dissi avvilito.

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