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La Chiave

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"Non c'è libertà a questo mondo; solamente gabbie dorate."
- "Passo di Danza", Aldous Huxley

Cara Joanna,
sono felice che tu non abbia gettato questa lettera. Quanto tempo è passato dal giorno in cui ci siamo salutati per l'ultima volta? Ogni mattina mi sveglio con la paura che, nella notte, il tuo viso possa essere svanito; se dovesse accadere non riuscirei più a ricomporlo.

Sai, ultimamente ripenso all'infanzia che abbiamo trascorso insieme. Spendevamo interi pomeriggi d'estate in ginocchio sui sassi che circondavano le nostre case a raccogliere i pesci dal lago con il mio retino, ti ricordi? Una volta presi, tu allungavi le mani a forma di conca; io, però, prima di farceli scivolare mi fermavo alcuni secondi a osservarli mentre sguazzavano incastrati fra i fili in cui li avevamo rinchiusi, senza capire per quale motivo tentassero di scappare via: in fondo, noi non avremmo fatto loro alcun male. Non abbiamo mai pensato che non potessero saperlo, e che il loro spaesamento, il loro timore di dover abbandonare il branco per morire in una trappola di spago fosse dolore esso stesso, e le nostre azioni, che si ispiravano a una morale così retta, portassero in realtà soltanto sofferenze. Allora li afferravamo, stringendoli forte e puntando l'indice contro di essi. ‹‹Perché non fuggite da questo misero laghetto?›› chiedevamo. ‹‹Un mare infinito vi attende fuori di qui! Seguite la corrente, lasciatevi andare, sarà lei a trasportarvi››. E, ignari del fatto che esistessero pesci d'acqua dolce e pesci d'acqua salata, li gettavamo nel fiume convinti di aver donato loro la libertà.

Non abbiamo mai destinato le nostre parole unicamente a quei piccoli animali. La Terra, con le sue costrizioni e la sua dittatura mediatica, popolata da persone che, incapaci di fronteggiare una realtà ostile, avevano tollerato fino alla resa una convinzione imposta con l'inganno, la Terra aveva smesso di essere un luogo adatto a quelli come noi, assetati di un'emancipazione assoluta. Così, pieni di speranza, siamo partiti e ci siamo spinti lontano, senza pensare che se il destino ci aveva ancorati lì forse era perché non avevamo altri spazi riservati in tutto l'universo: siamo pesci d'acqua dolce, Joanna, e il mare è troppo esteso, non ci permetterà di sopravvivere a lungo. Ma né i limiti né la logica hanno mai fermato l'ostinazione umana, perciò abbiamo proseguito col nostro piano senza curarcene affatto.

Eravamo guidati dai saldi princìpi dell'indipendenza, Joanna, questo lo sai tu come lo so io. Le nostre erano buone azioni, basate su idee legittime; eppure anche una buona azione ha degli effetti collaterali, così come una dittatura può avere dei lati positivi, e mi chiedo se non sarebbe stato meglio accontentarsi di quei risvolti argentei piuttosto che istituire qualcosa di opposto, certo, ma non necessariamente migliore. Abbiamo condotto i nostri compagni lontano dal lago in cui erano relegati e, come a quei pesci intimoriti, abbiamo mostrato loro l'infinita vastità dell'oceano che si stagliava sopra i loro occhi. In gioventù si crede possibile vivere e lasciar vivere, dicevamo: ‹‹La pace può essere raggiunta con gli accordi, con la distanza, con il compromesso››. Fu questo a darci il coraggio di tentare una rivoluzione pacifica.

Ho perso gran parte delle memorie riguardanti la Terra. Riesco ancora a tenere stretta la casa sul lago, il Fox Terrier con cui giocavo nei giardini di fronte alla scuola, le lacrime dei miei genitori quando dissi loro che me ne sarei andato e, soprattutto, il grosso faccione paffuto e senza capelli che durante i pasti raccontava i progressi del nostro secolo, infondendo tranquillità e fiducia. ‹‹Alzate la bandiera Terrestre,›› esclamava, ‹‹siate fieri di abitare in questo nostro mondo unito, allegro, libero. Qui, nel nostro mondo unito, ognuno ha il suo ruolo, e vige la libertà. Qui, nel nostro mondo unito, ogni essere umano viene rispettato, qualunque sia la sua classe sociale. Qui, nel nostro mondo unito, tutti hanno ciò che desiderano, perché ognuno di voi›› e poi diceva il numero di persone vive sulla Terra in quell'istante, ‹‹ognuno di voi è per me come un figlio››. Le persone credevano a quel grosso faccione; le sue parole suscitavano un tale senso di appartenenza verso qualcosa di più grande della loro stessa vita che era come se ogni individuo cessasse di esistere, trasformandosi nella cellula di un gigantesco corpo la cui sopravvivenza garantiva, pur nella morte dei singoli componenti, una totale e morbosamente ambita immortalità. Noi invece eravamo diversi, Joanna: l'emancipazione, a nostro avviso, era ben altro che la prigionia dei media, della predestinazione, del rispetto basato sull'odio fra classi; così, senza sapere che la libertà è soltanto una menzogna, ci siamo ribellati. Ho capito troppo tardi che, in qualsiasi organizzazione sociale, la libertà è schiavitù: essa infatti non esiste che per i solitari perché, per vivere insieme, è necessario imporre delle regole, e le regole restringono l'autonomia. Ma chi sarebbe disposto a vivere da eremita per un briciolo di insignificante indipendenza? Nessuno, credevo, invece è proprio ciò che io e te abbiamo fatto: le nostre esigenze erano così estreme da impedirci di stringere un accordo, e pur di non limitare i nostri privilegi abbiamo sacrificato il nostro amore. Ci siamo abbandonati per seguire un'idea senza fondamenta, Joanna.

Un'altra cosa che ricordo sono i sorrisi degli abitanti della città. Vedendoli passeggiare per le strade coi loro sguardi felici e inconsapevoli - o forse dovrei dire: felici perché inconsapevoli - pensavamo: "Come fanno a non accorgersene? Sono tutti sotto controllo, vittime di un palese inganno. Se a loro sta bene, che restino pure a guardare; noi ce ne andremo senza recare disturbo". A che scopo abbiamo smascherato quell'illusione, Joanna? L'ignoranza ci avrebbe riservato una vita migliore, ma noi no: noi sentivamo il bisogno di assaporare il gusto della libertà pura, incondizionata, non soggetta alla mediazione di una società composta e governata da idioti; ma ci siamo rimasti fregati, perché non c'è alcuna libertà al di fuori della convinzione di essere liberi.

E adesso mi torna alla mente ciò che ripeteva la maestra prima di ogni lezione. ‹‹Mai,›› diceva, ‹‹mai in tutta la storia c'è stato un periodo migliore di questo››, e noi, sentendo parlare di guerra, di omicidi e di depressione, scoprivamo le barbarie presenti nelle civiltà antiche e non potevamo fare a meno di crederle. Eravamo felici, felici e anche fieri di essere nati e cresciuti in un mondo dove tutti erano unificati sotto la stessa bandiera e la guerra non poteva esistere; un mondo privo di omicidi perché il rispetto del proprio corpo inteso come bene comune, della propria classe sociale e delle altre classi sociali veniva insegnato con estremo rigore; un mondo dove non avremmo mai provato un sentimento folle come la depressione, perché tutti quei problemi sulle frustrazioni perenni ci sembravano assurdi, incapaci come eravamo di concepire una vita con un proprio scopo, con una propria estetica, che non fosse la nostra insignificante esistenza finalizzata a nient'altro che il concepimento e l'appagamento dei bisogni.

Ma, sai, forse la maestra non mentiva affatto: abbiamo davvero avuto il privilegio di nascere nel migliore dei periodi. Quando ci insegnavano la storia ascoltavamo, spaventati e inorriditi, le vicende di quei popoli che prima di noi avevano abitato la Terra, credendo si trattassero di leggende: il mondo diviso in tanti Stati, ognuno con le sue regole, che idiozia! Come se le priorità di un uomo cambiassero a seconda della posizione geografica! Da ragazzo ritenevo il patriottismo una grandissima sciocchezza, e questo era abbastanza per convincermi che il mondo in cui vivevamo, composto da un unico grande blocco soggetto alle stesse regole, fosse davvero la migliore delle alternative, anzi l'unica. Eppure, per quanto trovassi stupido schierarmi da un lato o dall'altro solo perché il destino mi aveva fatto nascere qui piuttosto che altrove, decisi di schierarmi a favore di un'idea, la nostra idea: ovvero che era giunto il momento di cambiare le carte in tavola in quanto, in un impero così vasto, la libertà non poteva che essere ridotta al minimo indispensabile. Ed era vero, non lo nego; ma è vero anche che l'uomo non è mai stato libero in nessuna società e, Joanna, dobbiamo arrenderci a questa evidenza: mai lo sarà.

Mi chiedo se sia stata una giusta scelta, la nostra. Ogni giorno guardo fuori dalla finestra, vedo le stesse persone vestite degli stessi sorrisi così autentici da sembrare fasulli e penso: "È ciò che avevamo anche prima, allora a cosa sono serviti i nostri sforzi? Proprio non riesco a capirlo". Rifletti, Joanna, cosa c'è di perfetto in questo mondo ormai assillato dal tarlo dell'espansione? Nulla. Abbiamo regalato la pace a chi già l'aveva, abbiamo scambiato una vecchia e falsa felicità con una nuova, ancora più finta della precedente; e l'indipendenza? Quello era il nostro scopo principale - o dovrei dire la nostra ossessione? Perché di questo si trattava: un'ossessione - ma, a conti fatti, l'unica libertà che abbiamo donato agli uomini è quella di scegliere da chi farsela togliere.

Sempre più gente se ne va dalla Luna. Il nostro codice ci vieta di impedirglielo - chi siamo noi per togliere ai cittadini l'unico diritto che hanno? - e così la popolazione ne sta uscendo decimata. Ti ricordi quando siamo arrivati qui la prima volta? Eravamo poco più di mille: io, te e i nostri compagni, tutti sognatori. Abbiamo costruito questo posto dal nulla: sarebbe stato il nostro Eden, la casa che avevamo sempre desiderato, il nostro piccolo spazio all'interno del mare sconfinato, un luogo dove vivere indisturbati e senza disturbare nessuno. Fu così all'inizio, un'utopia; lavoravamo, andavamo d'accordo, ognuno si prendeva cura della propria famiglia - noi due, Joanna, eravamo una famiglia, te lo ricordi questo? - e degli altri. Ci eravamo scelti, mille persone fra otto miliardi, tutti con lo stesso modo di ragionare perché, dicevamo, non si può convivere se non si ha una mentalità simile. Ma presto nacquero le prime discussioni sulle questioni comunitarie, sul codice morale, sulla politica riguardo alla Terra e a tutti coloro che, avendo saputo di noi, ora bussavano alla nostra porta in cerca di ospitalità. Ci espandemmo come un virus: cinquemila, diecimila, fino a milioni.

Coordinare tutta quella gente senza scontentare nessuno divenne impossibile, così iniziarono gli anni della frammentazione; il problema fondamentale degli uomini, Joanna, è questo, che non sono stati fatti per accontentarsi e accettare dei limiti. Intere famiglie se ne andarono e, seguendo l'esempio di chi come noi li aveva preceduti, approdarono su Venere, su Marte e sulle sue Lune, intenzionati a creare il proprio Paradiso Terrestre, mentre il nostro luogo di origine si svuotava di tutti quelli che si erano convinti della loro condizione di prigionia mascherata. E infine te ne andasti anche tu. Dicevi che i nostri obiettivi non avrebbero mai potuto coincidere, dicevi che eravamo diversi, così diversi da non poter più abitare sullo stesso pianeta, e fondasti la tua colonia portandoti dietro parte della popolazione.

Spesso, parlando con degli stranieri, ricevo alcune notizie sulle altre Leghe. Pare che io non sia l'unico ad aver visto la propria gente decimata. Non abbiamo regalato all'umanità il libero arbitrio, Joanna, l'abbiamo infettata con il nostro tarlo; ora tutti quanti sono impazziti, ognuno ha le proprie idee e quando non sopporta più quelle altrui se ne va e fonda una propria colonia. Una famiglia di mercanti mi ha raccontato di aver visto Leghe formate da venti, trenta persone al massimo, situate ai confini del Sistema Solare in villaggi autosufficienti. Quanto manca prima che la tecnologia ci permetterà di spingerci oltre? Le persone abbandoneranno il Sole, poi abbandoneranno le altre persone e, infine, abbandoneranno loro stesse. Ecco a che tipo di rivoluzione abbiamo dato inizio, la rivoluzione dei frammenti sparsi nella vastità di quel mare che tanto desideravamo raggiungere ma che si è rivelato troppo vasto per noi. Non andremo avanti ancora per molto: credevo che nessuno fosse disposto a sacrificare la propria compagnia e invece questo della libertà è diventato un tormento così potente da annebbiarci il cervello. Adesso che siamo vittime di una distopia dell'ossessione rimpiango la vecchia distopia mediatica; per la specie umana, ormai, non c'è rimasto altro che l'incompatibilità. Abbiamo sperato di poter cambiare le cose e di trovare il sistema perfetto, Joanna, ma abbiamo fallito, perché non ne esiste alcuno: l'uomo non è incapace di organizzarsi.

So a cosa stai pensando. Forse è vero, forse sto solo immaginando un futuro più catastrofico di quello che sarà - dev'essere la vecchiaia, la paura di morire, anche se non la sento più molto. L'umanità è sopravvissuta a lungo e, in effetti, non credo si estinguerà a causa nostra, senza contare che cinquant'anni sono davvero pochi per dare un giudizio corretto sulla storia. Dicono sia essenziale per non ripetere gli errori del passato, la storia: io ne ero convinto, anzi proprio questo ispirava la mia fiducia quando mi dicevo: ‹‹Nessuno l'ha mai tentato, perciò non potrò sbagliare››. Ma adesso che il tempo si è preso i miei occhi speranzosi della giovinezza, adesso non riesco a vedere altro che una ripetizione di ciò che è stato, e non posso fare a meno di pensare che ci disperderemo tutti quanti in infinitesimi villaggi sparsi per il cosmo finché non arriverà un nuovo Alessandro e fonderà il suo Impero, e a quel punto qualcuno lo sovrasterà prendendo il suo posto, e poi qualcun altro ancora e ancora e ancora fino a che l'Impero non sarà troppo grande e verrà diviso in altri piccoli staterelli, e tutto ricomincerà da capo.

Basta così, non voglio andare oltre. Spero davvero che tu stia bene, Joanna, e che la tua Lega possa prosperare più di quanto credano le mie previsioni. Se ho sentito il bisogno di scriverti, dopo tanti anni, e di renderti partecipe delle mie folli congetture è perché sono diventato vecchio e pieno di rimpianti, certo, ma anche perché ritengo di aver compreso un dettaglio che ci è sempre sfuggito: è vero, la libertà è schiavitù, e l'uomo lotta da millenni per un diritto che non esiste, ma se, per un momento, mettessimo da parte la favola dell'emancipazione sociale, allora ci accorgeremmo che ognuno di noi possiede una libertà interna su cui poter fare sempre affidamento. Essa ci permette di delineare il nostro futuro al di là di ogni legge, di seguire coloro che ci stanno a cuore anche dove non potremmo seguirli, e di vivere in pace con noi stessi nonostante tutto ciò che ci sia accaduto. Abbiamo puntato sulla libertà sbagliata, Joanna, ma spero che insegnerai ai tuoi figli e a chiunque altro incontrerai come riconoscere quella giusta. Forse è questa la chiave per emancipare l'uomo: condurlo per mano verso l'accettazione di se stesso prima che degli altri. Io ce l'ho fatta: ho sciolto i nodi che si sono formati nei miei pensieri e ho deciso di vivere con te, l'unica donna che abbia mai amato, ma per farlo non posso più sottostare alle rigide leggi del mondo e della natura. Spero che ci incontreremo di nuovo, in un mondo utopico e senza regole, un vero Eden dove potremmo vivere felici.

Addio, Joanna. O, magari, arrivederci.

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