Farfalle, Leggi e Coscienze
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Toadino2
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LightFansy
Mio padre è sempre stato un uomo con poche pretese,con una vita ordinaria, un lavoro ordinario e una famiglia ordinaria. Aveva un'innata fiducia nell'ordine degli eventi, per questo non era mai triste: sene andava in giro raccontando di come una risata potesse risolvere tutto.
‹‹Tutto,›› mi diceva, ‹‹qualunque problema.››
‹‹Anche questa ferita?››
‹‹Sì, anche quella ferita. Proprio tutto.››
‹‹E se non cambia niente? Se poi mi cade il braccio?››
‹‹Allora ridi del tuo braccio caduto.››
‹‹Ma io lo voglio il mio braccio! Lo voglio qui, attaccato al resto del corpo!››
‹‹Un braccio in più, uno in meno. Che differenza fa? Le disgrazie accadono a chiunque. Si ripetono, una dopo l'altra, giorno dopo giorno. Non puoi sperare che ci siano gioie senza dolori, capisci? È l'equilibrio del mondo. Azione, reazione. Però, finché sei vivo, un modo per superarle esiste, puoi starne tranquillo. Dipende solo da te, da quello che decidi di prendere in considerazione.››
Ero ancora un bambino. Credevo alle sue parole, e allo stesso tempo mi sembravano troppo folli per essere vere. In ogni caso mi fidavo di lui, questo sì. Di lui mi sono fidato fino alla fine.
‹‹Papà,›› piagnucolavo, ‹‹la ferita brucia ancora. Mi fa male!››
‹‹E tu prendila in giro.››
Io la prendevo in giro. Dicevo: ‹‹Ah, questa ferita mi fa proprio ridere! Me la sono fatta come uno stupido, cadendo dall'altalena. Una ferita nata da un incidente stupido non può che essere stupida››, e mi sbellicavo dalle risate. Il dolore non cessava, però mi sentivo meglio.
Devo ammettere che questo suo metodo gaio è stato d'aiuto: mi ha permesso di sperare anche contro ogni senso comune. ‹‹Trova sempre un motivo per ridere di ciò che capita››, ecco il consiglio di mio padre. Me ne sono convinto e ci ho fatto affidamento per molto tempo. Anche perché lui ci credeva più di me. Ha riso della polmonite che se l'è portato via fino al giorno prima della sua morte. La mamma piangeva nella sala d'attesa dell'ospedale e lui intanto, sottovoce, prendendomi da parte, mi mostrava l'assurdità di quella malattia che voleva ucciderlo pur sapendo che, se moriva lui, moriva anche lei. Come se le polmoniti avessero una coscienza; ma all'età di nove anni non ci si fa caso a certi dettagli.‹‹Manco fosse un'ape,›› mi diceva, ‹‹che se ti punge muore››, e io pensavo che una cosa così stupida non poteva che essere innocua. Alla messa d'addio sorridevo. Le persone guardandomi pensavano: ‹‹Si può essere così insensibili?››, ma io avevo capito che scherzava e sarebbe tornato presto.Mi aveva giurato che le cose si sistemano sempre da sole, e che tutto va comemeglio può andare grazie all'equilibrio del mondo. Mio padre non conoscevaEdward Murphy Junior; gli sarebbe stato antipatico di sicuro.
Lui richiama la mia attenzione. ‹‹Che fai?››
‹‹Penso›› rispondo.
‹‹A cosa?››
‹‹A mio padre.››
Siamo all'interno del Crew Return Veichle, distanti centinaia di miliardi di chilometri da casa e senza alcun contatto con il mondo ormai non so più da quanto. Lo spazio è stretto, le provviste diminuiscono. Il carburante è finito. A ciò che succederà dopo non ho voglia di pensarci: l'istinto di sopravvivenza me lo vieta. Dev'essere per questo che sono tornato indietro nel tempo invece di andare avanti.
‹‹Tuo padre?››
‹‹Sì.››
‹‹E cosa pensi di lui?››
‹‹Penso che sia stato molto fortunato.››
‹‹Non lo è più?››
‹‹È morto. Tanti anni fa.››
‹‹Doveva essere giovane.››
‹‹Lo era.››
‹‹Ma dici che è stato fortunato.››
‹‹Sì.››
‹‹Perché?››
Tutto era iniziato con lo stormo di asteroidi. Ci aveva incrociato a ventuno mesi dalla partenza, già lontani dal sistema solare ma non abbastanza vicini alla meta - un condensato di energia oscura scoperto dal telescopio Hubble: il nostro compito era di prelevare campioni e studiarli. Lo shuttle aveva preso a roteare. Il motore, lievemente danneggiato, scaricava nello spazio bolle di carburante che fluttuavano in mezzo a quel buio senza fine. Il canale per la comunicazione era completamente andato: se c'è una cosa che puoi rompersi per prima è quella, sempre. Impiegammo parecchi minuti per riprendere il controllo, nel frattempo la fiancata si era lacerata, minando la stabilità di gran parte degli interni. Finita la tempesta ci sedemmo intorno al tavolo. Bisognava decidere cosa fare. L'unico a mancare era il medico di bordo: entrati nella sua camera per chiamarlo, l'avevamo trovato disteso a terra, privo di coscienza, immerso nel suo sangue che scolava dai muri. Era stato scaraventato contro le pareti e aveva battuto la testa. Lo portammo in infermeria sperando in una ripresa, dodici giorni dopo l'elettrocardiogramma era piatto. Noi, intanto, avevamo deciso di attendere: prima o poi qualcuno sarebbe venuto a prenderci.
‹‹Allora,›› incalza l'uomo che mi sta di fronte, ‹‹come mai credi che sia stato fortunato?››
‹‹Tu gli somigli›› dico.
‹‹A tuo padre?››
‹‹Sì, a mio padre.››
‹‹Te lo ricordi bene?››
‹‹Un po'.››
‹‹Non sono lui.››
‹‹Non ho mai detto questo. Solo che gli somigli.››
‹‹Ok.››
‹‹Mio padre è morto.››
‹‹Appunto.››
‹‹Però è stato fortunato. È morto prima di mia madre.››
Rifletto sulle mie prossime parole. Devo pensarci bene, non voglio solo sputare inchiostro dalla bocca senza dargli una forma. È un ragionamento complesso quello che sto per fare, mi chiedo se l'uomo che mi sta di fronte riuscirà a comprenderlo. Lui non ha conosciuto mio padre, non capirebbe. Sta in silenzio e mi fissa, in attesa di assorbire le mie parole. Spero solo che non mi prenda per matto.
‹‹Mio padre,›› inizio a spiegare, ‹‹credeva nella speranza, e rideva sempre. Era convinto che le cose si sistemassero da sole. Diceva che vivere è come fare un enorme mosaico: i tasselli sono gli stessi per tutti, ma ognuno è libero di incastrarli come meglio crede; ogni tessera è un'alternativa, la nostra coscienza sceglie istintivamente la migliore fra quelle che ci vengono offerte e la aggiunge al quadro finale.››
‹‹E i fattori esterni? Esistono altre persone, oltre a noi stessi.››
‹‹Già.››
‹‹Allora non ci credi.››
‹‹Ho provato a perfezionare le cose. Ma dev'essere andato stortoqualcosa.››
‹‹Che cosa?››
‹‹Non lo so. Forse mi sbaglio.››
‹‹Se ti sbagli è la fine.››
‹‹Io proprio non ci riesco a trovare un motivo per riderne. Mio padre: lui sì che ce la faceva sempre. Per questo lo invidio.››
‹‹È la fortuna di cui parlavi?››
‹‹Sì, essere morto prima di mia madre. Altrimenti si sarebbe reso conto che certe volte le cose vanno dal verso sbagliato, che ridere di tutto è impossibile, e che c'è un punto in cui la speranza svanisce. Non abbiamo il permesso di prendere in giro ciò da cui non si torna indietro. Una ferita, un litigio, e perché no anche una polmonite, quelli sono problemi passeggeri; ma la morte no. La morte cancella ogni speranza, e senza speranza non c'è beatitudine. Non ci si prende gioco della morte.››
‹‹Tu non gli credi più perché non hai nessuna speranza, non è così?››
‹‹Sì. Credo di aver perso anche l'ultima.››
Non ho più nessuna speranza. Ho passato sei anni della mia vita in un mare cavo di stelle lontane. Lo shuttle aveva smesso di funzionare a causa dei guasti alla centralina. Nessuna colpa a chi l'ha progettato, per carità; niente di quello che è accaduto poteva essere previsto. Ci trovavamo su un rottame, dispersi nel nulla. Tutte le parti inutili le avevamo scaricate nello spazio per aumentare la velocità. Con una manovra improvvisata eravamo riusciti a invertire la rotta, ma lo scostamento dal percorso dell'andata era notevole. Ammesso che qualcuno ci stesse cercando, non sarebbe riuscito a trovarci. Di provviste ne avevamo abbastanza per tutti perché chi riempie quei cosi si prepara sempre al peggio. Ti lasciano tutto l'occorrente per sopravvivere ma poi a salvarti non ci vengono; se te la cavi da solo bene, altrimenti muori.
Ricordo che la solitudine iniziava a farmi sentire strano e la noia era così lacerante da graffiarmi il cervello. Un giorno mi sono addormentato guardando l'esplosione di una supernova col telescopio. Al mio risveglio, due settimane fa, ho preso del cibo dal magazzino e sono scappato con il modulo di fuga. Non so di preciso quale distanza mi separi dalla Terra, ma la direzione dev'essere giusta. L'unico rimpianto è di non aver portato anche una pistola carica.
‹‹Non c'è nessuno, oltre a noi›› asserisce l'uomo.
Annuisco. ‹‹Siamo gli unici rimasti.››
‹‹E gli altri? Dove sono gli altri?››
‹‹Chi?››
‹‹L'equipaggio.››
‹‹Non lo so.››
‹‹Sono morti.››
‹‹È un'affermazione?››
‹‹Sì.››
Rimango in silenzio per un po'. ‹‹Se lo sapevi già perché me l'hai chiesto?››
‹‹Volevo conoscere la tua versione dei fatti.››
‹‹Non ce l'ho una versione dei fatti.››
‹‹Eravate nello stesso shuttle, devi avere una versione dei fatti.››
‹‹Quando mi sono svegliato non c'era nessuno.››
‹‹Li hai cercati?››
‹‹No.››
‹‹E così, sei fuggito senza neanche cercarli.››
‹‹Non sono fuggito.››
‹‹Sì che l'hai fatto.››
‹‹Ma loro non c'erano.››
‹‹E dov'erano, allora?››
‹‹Magari erano fuggiti anche loro.››
‹‹Questo è l'unico modulo. E ci sei tu.››
‹‹Allora non lo so.››
‹‹Sono là fuori. Nudi, senza tute.››
‹‹Come fai a saperlo?››
‹‹Li ho visti.››
‹‹Avranno deciso di farla finita.››
‹‹O tu hai deciso per loro.››
È la verità? Ho deciso io per loro? La mia mente è vuota, come lo spazio in cui sono immerso. Mi sento così solo. Devo essere impazzito. Se non sono già impazzito impazzirò presto. Ma ormai, che importanza ha? Non cambierebbe le cose. Il resto dell'equipaggio ha avuto il destino migliore, si è fermato; a me tocca andare avanti e indietro, ripercorrendo il filo di questa storia e raccontandola. Ma sono destinato a non capirci niente tutte le volte.
Come pezzetti di legno incastrati sotto la sabbia che si liberano e tornano a galla, alcuni ricordi riaffiorano. È solo la parte superficiale, quella esposta all'aria, ma è già un inizio.
Mi metto a ricomporre i frammenti. Ci sono io. Sto urlando. Non è il mio punto di vista, vedo la scena dall'esterno. Andrea, l'aiuto-pilota, subisce passivamente i miei latrati inginocchiata a terra. Alle mie spalle, ciondolante sul tavolo circolare, c'è Jacques, l'ingegnere francese. O meglio, c'è il suo involucro; il resto di Jacques non appartiene più a questo mondo. Ha cinque o sei tagli sull'addome, lunghi e profondi. Il sangue zampilla da quei rift che gli sono spuntati sulla pelle. È un corpo pieno di strappi il suo, il corpo di uno che ha lottato: straziato, sporco. Lo sono anche le mie mani. Il me stesso del ricordo ulula, io cambio visuale e guardo fuori. Il capitano Fonda, nudo, sbatte contro il vetro dello shuttle e rimbalza, perdendosi nel nulla. Sembra una bistecca del supermercato: rigida, surgelata, coperta da uno strato di brina bianca. Insieme ad Andrea sono l'unico a percepire il tic di quell'urto; fuori, il silenzio dell'universo non permette rumori.
Lei ha la testa bassa, fissa il pavimento rosso e bianco. Piange. Le gocce d'acqua salata, cadendole dagli occhi, scivolano sulle macchie e le scoloriscono. Guaisce. Sembra un animale indifeso. Come ho potuto fare questo? Non me lo ricordo.
‹‹L'ho fatto per loro!›› grida quell'uomo che mi somiglia così tanto. No, non posso essere io.
E invece sì. Ora me la vedo davanti, Andrea. Tutto inizia ad apparire più chiaro. Le prendo i capelli con forza, tirandoli verso me; lei non si muove, si lascia strattonare. Sono lunghi e lisci e mi ricordano quelli di mia moglie quando ancora avevo la speranza di rivederla, di tornare a casa e stringerla fra le braccia. "Avrà già pianto per me," penso, "ormai ha smesso. Chissà come sta il bambino. Se solo ci fosse un oceano cosciente di gelatina! Potremmo vivere qui, insieme. Ma quella è fantascienza, la realtà è che ormai non mi aspetta più nessuno. Sono solo un morto in vita."
‹‹Nessuno ci aspetta più, Andrea. Non in questa vita.››
Con la mano destra impugno un coltello ancora sporco del sangue di Jacques. Presumo sia soltanto suo ma potrebbe anche essere un misto di quello di tutto l'equipaggio. Andrea è l'unica rimasta. Non tenta nemmeno di scappare, sa che non può farlo. Sa che è per il suo bene.
‹‹Aspetta›› mi dice, ma non stacca gli occhi da terra. ‹‹E se ci fosse ancora una possibilità?››
‹‹C'è.››
‹‹Oltre a questa.››
‹‹Questa è l'unica.››
‹‹Come puoi dirlo? Sei impazzito!››
‹‹Non è vero! So quello che faccio, l'ho studiato e perfezionato per una vita intera. Mio padre diceva ogni cosa va al suo posto spontaneamente. È il cervello che lo fa: tra tutte le possibilità sceglie quella migliore e la segue. D'istinto, inconsapevolmente. È così, altrimenti come spiegheresti il determinismo che ci circonda, eh? Il mondo segue certe regole, nessuno può negarlo. Se io infilassi questo coltello nella tua carne, quella si spaccherebbe in due, con un taglio verticale. Le viscere verrebbero lacerate e tutto sputerebbe sangue. Tu moriresti, Andrea, è prevedibile da semplici leggi fisiche. Allora dov'è il libero arbitrio che tanto ci pare di avere? Forse è che non esiste?››
Resto in silenzio a osservare il suo pianto. Starà pensando che no, il libero arbitrio non esiste se il suo destino è quello di morire lontana da casa, ancora così giovane, con un coltello in mezzo allo sterno mentre ascolta le farneticazioni di un pazzo. Ma non è così.
‹‹Non è così, il libero arbitrio esiste. Come le leggi predicono, allo stesso modo aprono delle possibilità. Il mondo è possibilità, Andrea, questo è l'assioma più importante. Conosci la terza legge della dinamica?››
Lei non risponde. Resta immobile.
‹‹La conosci?››
Annuisce.
‹‹Dimmela.››
Alza lo sguardo. ‹‹Se un corpo A esercita una forza su un corpo B, allora B esercita su A una reazione di medesima intensità, la quale ha stessa direzione ma verso opposto.››
‹‹Brava,›› dico accarezzandole la testa, ‹‹e sai che significa? Che il cosmo è un sistema stabile. Al suo interno, le forze si annichiliscono. La risultante è zero. Ma prova a pensare a cosa succederebbe se uscissimo dal nostro universo. L'equilibrio deve permanere. Ogni sistema, per quanto complesso esso sia, è stabile. A ogni azione deve corrisponde una reazione uguale e contraria, che sia qui o altrove. Come io muovo la mia mano destra, la apro e la chiudo, impugno il coltello e lo lascio cadere, così c'è un altro me, da un'altra parte, che fa la stessa cosa con la sinistra, e un altro me che non lo fa per niente. E tutto si biforca, si divide e ramifica in possibilità. Io, tu, chiunque è presente su molteplici rami. Per mantenere l'equilibrio, capisci? Questo è la realtà più ampia e assoluta, il vero regno delle occasioni, che non si alimenta solo di cause e conseguenze, ma anche di probabilità. È un regno biforcuto e pieno nodi, di archi, di gerarchie; tanto intricato che un uomo non riesce a percorrerlo senza smarrirsi in una realtà che non lo soddisfa. Ma la coscienza è vigile, e sceglie sempre la strada migliore. Mi segui, Andrea?››
‹‹Sì›› piange. ‹‹Ci provo.››
‹‹Su, dai, non è difficile. Sei intelligente. Quello che voglio dirti è che ogni universo conosce già la sua fine, perché essa è intrinseca nella nascita. Ma di universi ce ne sono tanti: ognuno è un ramoscello, e si può discostare più o meno da un qualunque altro; dipende dalle impostazioni iniziali. Non siamo in grado di controllare il caos delle farfalle, però possiamo scegliere il nostro percorso fra i tanti generati. Io e te siamo qui, e allo stesso tempo siamo anche altrove; ciò che cambia, almeno per me, è che qui risiede anche la mia coscienza. E non capisco perché! Come può essere questa una vita desiderabile? Forse avvicinandoci all'energia oscura c'è stata un'interferenza, un blocco, un errore; dev'essere andato storto qualcosa. Spero che tu abbia avuto la fortuna di scappare molto tempo fa, Andrea, o di non prendere affatto parte alla spedizione. In ogni caso, che la tua coscienza appartenga a questo mondo o a un altro, ucciderti è la cosa migliore che posso fare per te. Se davvero, in tutti gli universi possibili, non c'è per noi un'alternativa, allora dovremo dire addio alla vita; malgrado ciò, proseguire non avrebbe senso. Se invece un'alternativa esiste, non ci rimane che tentare un transfert di coscienza. Preparati, pensa alla tua vita di prima. Questi sei anni cambieranno. In meglio, te l'assicuro. Devi fidarti di me, Andrea. E devi avere speranza, anche adesso che sembra impossibile averne.››
Lei posa lo sguardo sul suo riflesso nella lama affilata. Sa che è finita. Affondo il coltello e quello le entra nella carne come un alieno. Il ventre si apre a metà, come se volesse far spuntare un occhio. Sto per fare lo stesso con me ma cado a terra. E si fa buio.
‹‹Allora è così,›› dico guardando l'uomo, ‹‹sono stato io.››
‹‹Sì.››
‹‹E quella cosa, quella che ho spiegato ad Andrea, è vera?››
‹‹Sì. È la tua scoperta. Hai perfezionato le cose, ed emancipato chiunque.››
‹‹Devo tentare il transfert. Devo imporre il mio libero arbitrio sul determinismo dell'universo.››
‹‹Sì.››
Chiudo gli occhi e penso alla mia vita precedente. Visualizzo mia moglie, mio figlio. Libero la mente da tutte le preoccupazioni. Lei sussurra la sua poesia preferita come quando stiamo insieme, stesi sul letto, e lascia che la mia testa poggi sopra al suo seno. Le parole provengono direttamente dal torace, e si infondono nel mio corpo. Bright star, would I were steadfast as thou art. La luce delle stelle batte sulle mie palpebre chiuse. Vorrei essere una di loro: immobile, splendente. Un tassello fisso in un mosaico così contorto. Era lei il mio tassello fisso, non so come possa essere scivolato via. Dev'esserci stato un errore, un'interferenza. È crollato tutto. Le cose non sono andate al loro posto, ma posso rimediare.
‹‹È solo una stupidaggine,›› dico, ‹‹lo spazio è così stupido››. E sorrido. Ma ho un po' paura.
Nelle mani stringo qualcosa di vagamente appuntito. Tengo gli occhi ancora chiusi. Picchio forte contro il vetro del modulo di fuga. Sento del sangue nero e appiccicoso colarmi addosso. Qualcuno mi afferra un braccio.
‹‹Stai per partire?›› mi dice.
Il vetro va in frantumi. È tutto così freddo, ma quel braccio mi infonde calore. Come il calore di una stella.
‹‹No.››
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