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9. Running for you.

I primi raggi solari filtravano attraverso le nuvole rosee, dando inizio a una nuova giornata primaverile.
Il cielo era di un bel colore roseo-indaco, che si rifletteva sul mare, mentre uno stormo di rondini volava felicemente, sbattendo le ali, in una libertà assoluta che gli esseri umani potevano soltanto sognare.
Eren respiró profondamente, e la brezza mattutina mista all'odore del mare gli rinfrescó i polmoni; chiuse per un attimo gli occhi,  per ascoltare il cinguettio degli uccelli e il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli.
Il ragazzo si chinó a raccogliere uno dei tanti ciottoli bianchi che formavano la spiaggia, e caricó il braccio dietro la testa, per poi tirare il ciottolo verso l'orizzonte indefinito.
Il sassolino cadde dove l'acqua era un po' più profonda, e dei cerchi che si formarono in seguito in quel punto spezzarono il perfetto specchio variopinto che rifletteva il cielo.

Il ragazzo ricordó di quando era bambino, e veniva là, insieme a sua madre e a Mikasa, una volta al mese, di domenica, a guardare l'alba.
Non faceva nient'altro, la donna; semplicemente restava a guardare il sole sorgere per un tempo che le sembrava infinito, mentre Mikasa leggeva un libro, oppure faceva a gara con Eren a chi riusciva a tirare i sassolini più lontano.
Vinceva sempre Mikasa, nonostante gli sforzi del bambino.

"La prossima volta ti batteró, lo giuro!" Gridó Eren, anni fa, stizzito per l'ennesima sconfitta.
Due settimane, dopo Carla morì, e i due fratelli non tornarono mai più su quella spiaggia, all'alba, a tirare i ciottoli verso l'orizzonte lontano.

Evidentemente, il ragazzo era migliorato, nel corso di tutti quegli anni, nonostante non si fosse mai allenato.
Eren rimase ancora qualche minuto a guardare l'aurora, poi tornó indietro, incamminandosi verso le scale di roccia che risalivano il promontorio.
Poi giró verso la stradina che portava a casa sua, che passava in mezzo a delle bellissime aiuole di fiori colorati, bagnati dalla fresca rugiada del mattino.
Non c'era anima viva, a parte qualche lavoratore mattiniero.
Era tutto così calmo.

Un giorno ci porteranno via anche la nostra tranquillità.

Fuori da quel piccolo paesino, le organizzazioni mafiose stavano divorando tutto, come belve inferocite che azzannano la preda.

Eren strinse forte la chiave che teneva al collo, ripensando a ció che il Capitano Erwin gli aveva detto.

Tu potresti essere la nostra salvezza.

Il ragazzo si trovó presto davanti a casa sua, che era un piccolo cottage dipinto di bianco, in aperta campagna.
Il giardino era rigoglioso di piante (erbe medicinali e non), che sua madre coltivava con cura e passione, quando era ancora viva.
Ora se ne occupava Armin, che veniva tutte le settimane a seminare e raccogliere piante, assicurandosi di eliminare i parassiti, dato che il figlio di Carla non era per niente portato per il giardinaggio.

Eren guardó la bicicletta blu elettrico, che era appoggiata alla staccionata dipinta di bianco, e, come colto da un impulso improvviso (o forse un bisogno), la afferró bruscamente, montandoci sopra e sfrecciando in fretta per le stradine, deserte, diretto verso la fonte principale del tormento dei suoi pensieri: Levi.

Aveva appena passato la notte intera ad aspettarlo davanti alla sua villetta, appoggiato al cancello, ma in vano.

Nonostante ció, Eren sentiva il bisogno irrefrenabile di aspettarlo.
E l'avrebbe fatto, anche per sempre.

Poi lo vide.

Al volante della sua macchina sportiva laccata rossa, mentre si passava una mano sui capelli, con le sopracciglia inarcate, e voltava la strada, dopo essere uscito dal cancello.

Appena lo vide, il cuore del ragazzo ebbe un sussulto.
Sfrecció con la bicicletta più veloce che potè, inseguendo l'auto rossa, che era di parecchi kilometri più avanti.
Sarebbe stato impossibile raggiungerla, se non fosse stato per il fatto che Levi viaggiava a velocità poco elevata, per gli standard dell'auto sportiva. 
L'uomo stava per svoltare nell'ultima via rimasta per raggiungere l'autostrada, quando Eren fece un'ultimo sforzo, che fu eccessivo, e cadde di lato, sbattendo violentemente la tempia, e tutto il lato destro della faccia sull'asfalto.
Faticosamente, il ragazzo si rialzó, sanguinante, e fece per rimettersi in sella sulla bici, quando si accorse che la catena era spezzata.
Ma non si arrese.
Si mise a correre più veloce che poteva, tenendosi la tempia sanguinante con un semplice fazzoletto di carta.
Le gambe gli facevano male, molto male.
La macchina era già lontana.

Ma lui continuó a correre.

Levi accostó, fermandosi davanti al distributore di benzina self service.
Scese dalla macchina, sbattendo la portiera, poi andó davanti al distributore, e si voltó, guardandosi attorno.
E lo vide.
Un corpo disteso, su un lato della strada, circa 80/90 metri più indietro, apparentemente privo di sensi.
L'uomo corse verso l'individuo, nell'intento di soccorrerlo, credendolo un forestiero, magari inseguito; ma mano a mano che si avvicinava a lui, lo riconobbe.

"EREN!" gridó, chinandosi verso il ragazzo e alzandogli leggermente il volto, scoprendolo coperto di sangue.
L'uomo lo sollevó, sorreggendolo poi sulla schiena; lo sdraió sui sedili posteriori dell'auto, per poi aprire il cofano, cercando il kit del pronto soccorso.
Gli pulì la ferita, gliela dinisinfettó e gliela fasció a dovere, fermando il sangue.
Poi gli guardó le palbebre, chiuse, e desideró profondamente di rivedere quegli occhi verde smeraldo.
Ma Eren ancora non si svegliava.

Merda.

Ciao ragazzuole!
Che ne dite?
È un po' più corto rispetto agli altri capitoli, ma mi rifaró nel prossimo capitolo :D
La domanda è:

Avete consigli da darmi?
Che ne pensate di questo libro, fino ad ora?

Ci vediamo venerdì con un nuovo capitolo! :3

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