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L'arte del kyudo

Estate. Ryota Tanaka aprì la porta scorrevole che portava al dojo della scuola, quando intravide un altro ragazzo. Era di spalle rispetto a lui e con un movimento elegante delle braccia tirò l'arco e scoccò la freccia, centrando il bersaglio. Ryota lo osservò in silenzio, affascinato, fino a quando il ragazzo che si stava allenando non si voltò.
"Scusa non volevo disturbarti...", iniziò a parlare Ryota. Si bloccò quando vide che si trattava di Eiji Ōta, la persona che più odiava: primo della classe, sempre avanti a lui, un tipo strano, taciturno, dall'aria altezzosa, che sembrava sempre ignorare chi gli stava accanto.
"Non ti preoccupare", rispose laconico Eiji, e tornò a concentrarsi sull'allenamento. A quanto pare avevano avuto la stessa idea: sapendo che le attività del club avrebbero ripreso solo dopo la pausa estiva, avrebbero trovato il dojo deserto per esercitarsi da soli in pace. Ryota fece per andarsene. Di sicuro non voleva rimanere ancora a lungo con quel ragazzo.
"Aspetta, Tanaka-kun", lo chiamò Eiji, "puoi allenarti con me, se vuoi". Ryota esitò, poi prese arco e frecce e si posizionò accanto a lui, voleva dimostrargli di essere migliore. Quando però la freccia mancò il bersaglio, Ryota, ferito nell'orgoglio, si aspettava di essere deriso, ma non accadde nulla. L'allenamento continuò nel silenzio.

Autunno. "Sei troppo concentrato sul colpire il bersaglio", esordì una volta Eiji. Si erano ritrovati ancora da soli nel dojo. Ogni tanto Eiji dava dei consigli, che sulle prime Ryota trovava irritanti ma che poi si rivelavano giusti, il che lo faceva arrabbiare ancora di più.
"E non è quello l'obiettivo?", chiese sarcastico Ryota. Eiji scosse il capo.
"La vera arte del kyudo è tirare senza intenzione, senza scopo. Devi staccarti da te stesso", rispose Eiji, "mirare oltre il bersaglio, e pensare che la nostra vita e il nostro spirito volano con la freccia".
"E come dovrei riuscire a fare questo? Dici solo cose senza senso"
"Fallendo, ricominciando e fallendo di nuovo. Poi un giorno capirai e la freccia colpirà da sola il bersaglio. Si tratta di tenacia"
"Io la chiamerei stupidità"
"Va bene, allora chiamiamola stupidacia", fece Eiji con un sorriso. Era raro vederlo sul suo volto, aveva sempre un'espressione malinconica e distante. Ryota sorrise a sua volta.

Inverno. Gli studi erano diventati massacranti e Ryota era peggiorato nei voti. Non riusciva più a concentrarsi.
"Non ci riesco, rinuncio", sbottò dopo aver fallito ancora il tiro.
"Continui a pensare solo a centrare il bersaglio", disse Eiji, "è per questo che sbagli"
"É facile parlare per te, fai sempre tutto alla perfezione, non sbagli mai. Non capisci come mi sento!", sbottò Ryota.
"Non mi riesce sempre tutto", ammise Eiji, "tu mi invidi perchè riesco a essere migliore in alcune cose, ma in altre fallisco, proprio come te. Io non riesco a farmi degli amici o essere bravo negli sport o disegnare bene e comporre temi come fai tu, ma cerco sempre di rialzarmi e non rinunciare"
"Sei solo un ragazzino superbo che crede di essere migliore di tutti. Per questo non hai amici", sbottò Ryota, allontanandosi. Eiji rimase da solo nel dojo.

Primavera. A Ryota mancava il dojo, non aveva più frequentato il club e aveva continuato ad allenarsi a casa, ma sentiva di essere peggiorato. Gli mancava anche Eiji, ma non l'avrebbe mai ammesso. Si sentiva in colpa. Alla fine erano diventati amici, nonostante tutto. Quando tornò, trovò Eiji, solo come sempre.
"Mi dispiace per la scorsa volta", disse Ryota. Eiji alzò lo sguardo su di lui e sorrise.
"Vuoi allenarti con me?", chiese. Ryota annuì. Prese arco e frecce e si preparò. Non sarebbe successo niente se avesse fallito. Avrebbe sbagliato e poi avrebbe ricominciato, sarebbe caduto e poi si sarebbe rialzato. Incoccò la freccia e tese l'arco.

Nota
Meno di 3800 caratteri per questo racconto breve scritto per un concorso dal tema "la libertà di sbagliare", a cui si è classificato sesto. L'ispirazione viene direttamente dalle pagine di un libretto, "Lo zen e il tiro con l'arco" di Eugene Herrigel, che affronta l'insegnamento del tiro con l'arco giapponese e la filosofia che esiste dietro tale tecnica. Ho dovuto un po' semplificare ovviamente  il senso generale del discorso per poterlo rendere comprensibile in poche righe, ma spero che possiate apprezzare lo stesso. In ogni caso, se vi capita, vi consiglio di dare una letta al libro di Herrigel!

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