Chào các bạn! Vì nhiều lý do từ nay Truyen2U chính thức đổi tên là Truyen247.Pro. Mong các bạn tiếp tục ủng hộ truy cập tên miền mới này nhé! Mãi yêu... ♥

Quel ch'è fatto è fatto

Avevo da poco compiuto dodici anni quando de­cisi quale lavoro avrei fatto da adulto.

Ricordo come fosse ieri l'attimo in cui presi questa decisione, senza crogiolarmi troppo e sen­za pensarci più del dovuto decisi di fare l'usciere.

Sì, avete capito bene. L'usciere.

Non di un grande hotel, uno piccolo era più che sufficiente per le mie basse aspirazioni di vita; per carità, non che ci fosse nulla di male in un la­voro rispettabilissimo e onesto, però, com'è risa­puto, quando i bambini sognano il loro futuro, so­litamente lo fanno in grande. Infatti i miei coeta­nei fantasticavano di diventare astronauti, piloti di formula 1 o campioni di football. Io no, io volevo soltanto fare l'usciere di un modesto hotel in un'altrettanta modesta cittadina. Non ricordo se a ispirarmi fu un film o un libro, in ogni caso non credo sia importante ai fini della mia storia.

Divenuto ragazzo prima e uomo poi, le mie aspirazioni non cambiarono. Terminata la scuola trovai lavoro al MORRISON HOTEL, un mediocre ho­tel situato in una piccola cittadina nel Delaware.

In tanti anni di lavoro posso affermare di averne viste di tutti i colori. Personaggi più o meno noti trascorrevano qualche notte nel nostro modesto hotel di passaggio; una o due erano più che sufficienti per le loro indagini.

No, la risposta è no.

Se vi state chiedendo se al Morrison hotel mo­rissero le persone, la risposta è no. Nessun vec­chio proprietario dell'hotel infestava le stanze e nessun fantasma gridava nella notte il nome della sua amata perduta.

Niente di niente.

Queste visite erano dovute al fatto che negli anni 40 si sparse la voce che l'hotel fosse in­festato, non ne conosco il motivo, ma senza dub­bio quella era la principale causa delle visite di quei personaggi - perlopiù giornalisti di televisioni locali - che dopo una o due notti al massimo decidevano di andare via; non sentivano nulla, non vedevano nulla e, soprattutto, non assistevano assolutamente a nulla di insolito. Perciò, ringraziato lo staff per il servizio scadente e per qualche scarafaggio in avanscoperta nottur­na, recuperavano i propri bagagli e filavano via.

A quei tempi ero convinto di essere l'unico ad aver compreso cosa fosse realmente il Morrison hotel. Non si doveva aver paura di fantasmi o al­tre cose simili, ciò che si doveva temere era quel­lo che accadeva una volta lasciato l'edificio: per­ché, e di questo ne ero certo, quell'hotel portava sfortuna.

Mi accorsi (purtroppo troppo tardi e a breve ca­pirete il perché) che una volta messo piede in quel posto anche soltanto per pochi minuti, la sfortuna ti si avvinghiava addosso come fosse una sangui­suga affamata. Infatti, gli ospiti occasionali che di passaggio alloggiavano nell'hotel per un motivo o per un altro incappavano nella sua maledizione. Chi cadde in rovina, chi morì in circostanze mi­steriose, chi divorziò, chi perse il lavoro o la sua posizione di spicco. Tanti eventi diversi ma con un unico responsabile: l'hotel.

Inizialmente venni assunto come facchino dal responsabile occhialuto dell'hotel Andrew Ander­son. Per due lunghi anni non feci altro che portare borse e aiutare i clienti a sistemarsi nelle proprie stanze, ricevendo delle mance così misere con le quali a malapena potevo permettermi di prendere un caffè doppio.

Nonostante questo, il mio mediocre stipendio mi diede comunque la possibilità di mettere su fami­glia. Io e Camilla ci sposammo molto giovani, trasportati dagli eventi e non curanti di ciò che sa­rebbe potuto accadere il giorno dopo e il giorno dopo ancora; un modesto matrimonio per un mo­desto uomo come me.

D'altro canto, passando la maggior parte del tempo ad aprire porte e a regalare finti sorrisi, il tempo che rimaneva da dedicare alla mia famiglia era veramente poco.

Io non ti amo più.

Lo disse improvvisamente un giorno di maggio di diciannove anni fa mentre, seduto a tavola in­tento a guardare un talk show, mangiavo in tutta tranquillità del tiramisù - il mio dolce preferito - preparatami probabilmente con lo scopo di addolcire la brutta notizia che di lì a poco mi avrebbe dato. Per circa due anni credetti a quelle terribili parole, fino a quando, un giorno, capii; capii che Camilla non aveva colpe, compresi che la colpa era soltanto di quel maledetto hotel.

Un anno prima di quel suo annuncio di rottura, io e mia moglie decidemmo di passare una notte romantica lontani dai figli per cercare di riac­cendere la fiamma della passione che oramai sembrava affievolirsi giorno dopo giorno. Quello fu l'errore più grande della nostra vita. Passammo una notte tra le mura maledette del Morrison Ho­tel, e nel giro di un anno Camilla mi lasciò. Quel­la sera, tra un boccone e l'altro di tiramisù, vomi­tò a gran voce cose assurde e non veritiere. Quel­le parole le sento ancora vive nelle mie memorie, come se le sentissi pronunciare impetuosamente ogni singola volta come se fosse la prima.

«Mi dispiace Isaac, io... io non posso più an­dare avanti così. Ci abbiamo provato ma...»

«Ma cosa dici? Sei impazzita? È vero, forse ti ho trascurata un po' per via del mio lavoro, ma è soltanto perché amo quel posto. E se non sbaglio

questo mio grande amore ci porta anche dei gua­dagni.»

«Isaac è questo il problema, tu ami troppo que­sto lavoro; forse l'hai sempre amato più di me, più della nostra famiglia.»

«Ma cosa dici Camilla, non è così io...»

«Non è così? Allora dimostralo. Mio padre è riuscito a farti avere un colloquio di lavoro per l'ufficio postale poco distante da casa nostra. Guadagnerai di più e lavorerai soltanto mezza giornata.»

«D-dovrei lasciare l'hotel? Ma io... ecco, in­somma...»

«Lo sapevo, sei soltanto un vigliacco... è finita Isaac. Per cortesia prendi le tue cose e vai via!»

«Ma io ti amo!»

«Mi dispiace, non posso amare il tipo di uomo che sei diventato.»

Mi cacciò via dalla nostra casa, dal nostro letto. Fui costretto a passare le notti come ospite dell'hotel. Trascorsi il poco tempo libero a dispo­sizione nella mia stanza - la 28 - a bere ogni tipo di schifezza potesse annebbiarmi la mente e farmi abbandonare anche solo per qualche ora la mia squallida vita.

Squallida, sì.

Squallida perché lei non era più con me, ma non di certo per via del mio lavoro. L'avevo scelto a dodici anni e non mi ero mai pentito di quella scelta, anche se alla fine dei conti, mi era costato l'amore della mia vita. Ho sempre trovato fanta­stico conoscere ogni giorno persone nuove, ado­ravo poter dire ai miei figli di aver incontrato l'attore o l'attrice del momento, anche se, in real­tà, quando arrivava qualche attore, era perlopiù protagonista o comparsa di qualche film di serie B.

Arrivai a convincermi della maledizione dando inizialmente adito a qualche voce di corridoio tra colleghi, poi con delle indagini personali vere e proprie.

Monica Smith, una giornalista di quarantadue anni, passò due notti all'hotel nella stanza 39; a distanza di una anno si tolse la vita gettandosi nelle rotaie di un treno in arrivo. I giornalisti scrissero che quasi certamente si sentiva respon­sabile della morte di sua sorella avvenuta qualche anno prima.

Evan Williams di trentasei anni, trascorse dodici giorni nella stanza 14; a distanza di sei mesi fu li­cenziato dal suo lavoro di direttore di un centro commerciale. Voci di corridoio dissero che erano ormai anni che rubava merce con la complicità di un suo collega.

Tyler Rodriguez e Michelle Miller, amanti di cinquantadue e ventiquattro anni, passarono sol­tanto tre ore nella stanza 32. Due mesi più tardi Tyler strangolò la ragazza dopo che quest'ultima minacciò di rivelare la loro relazione alla moglie.

Nolan Robinson, un attore di trentadue anni, co­nosciuto per aver interpretato ruoli secondari in alcuni film di discreto successo, passò due notti nella stanza 5; a distanza di quattro mesi morì sui­cida dopo esser stato rifiutato per l'ennesima vol­ta come comparsa in un film di serie B. I giornali affermarono i suoi grossi problemi legati all'alcol e alla violenza domestica.

Oliver Walker, un milionario di cinquantasei anni passò soltanto quindici minuti nell'hotel. Di ritorno da un lungo viaggio lavorativo, si fermò per prenotare una camera per la notte, ma una volta viste le condizioni decadenti della stanza, andò via senza neanche pensarci un minuto di più. Quei novecento secondi, tuttavia, furono sufficienti per rovinargli la vita. Dopo appena un anno, a causa di un imbroglio che architettò nel tentativo di rovinare il suo socio in affari, perse tutto il suo patrimonio diventando la vittima anziché il carnefice. Ho sentito dire che lavora ormai da anni come autista di quel suo stesso ex socio.

Come dicevo, tutto mi portava a pensare che quell'hotel fosse maledetto. Per questo e altri mo­tivi, dovevo dunque cercare in qualche maniera di aiutare mia moglie. Non potevo accettare che una stupida maledizione ci rovinasse la vita. Ma come potevo liberarla? Come si può sconfiggere qual cosa che non si vede e che nemmeno si percepi­sce?

La risposta era tanto semplice quanto scontata: non si poteva.

Non potevo fare nulla, non ero uno stregone, non ero nemmeno un mago da quattro soldi che rimuoveva maledizioni grazie all'aiuto di qualche preghiera. Decisi dunque di rinunciare a tutto per lei, e di accettare un altro lavoro, uno qualsiasi pur di poter tornare insieme a lei.

Al termine del mio turno lavorativo, mi recai a casa nostra per pregarla ancora una volta di darmi un'altra possibilità. Avrei lasciato il mio lavoro, l'avrei fatto per lei, per il nostro amore. In realtà, - anche se non ero mai stato un tipo particolar­mente orgoglioso - mettersi in ginocchio sarebbe stato troppo persino per me, ma, in quella situazione critica, se necessario, avrei fatto anche quello. Io l'amavo, e avrei fatto di tutto per annullare la maledizione dell'hotel.

Purtroppo, ciò che accadde dopo è tutt'oggi me­morizzato nei computer del dipartimento dello sceriffo.

Avvicinatomi alla casa, intravidi dalla finestra che non era da sola. Un uomo di mezza età e di bell'aspetto era seduto a capotavola e rideva insieme a lei e ai miei due figli.

Fu in quel momento che compresi che mettersi in ginocchio non sarebbe servito a nulla. No, or­mai era troppo tardi, dovevo pertanto fare qualco­sa di più drastico, di più disperato. Avevo il dove­re morale di liberarli dalla maledizione una volta per tutte. Provavo pena per loro, credevano di es­sere felici, ma in realtà non lo erano. Era impossi­bile lo fossero, non potevano sorridere o voler bene ad un altro uomo che non fosse il loro padre biologico. Lo stesso discorso valeva per mia mo­glie. Come poteva amare qualcuno che non fossi io? No, non potevo accettarlo, dovevo liberarli. Dovevo farlo per il grande amore che provavo e che tutt'oggi provo nei loro confronti. Erano pri­gionieri, dei burattini nelle mani del burattinaio: il Morrison hotel.

Attesi che l'usurpatore e la mia famiglia si riti­rassero nelle loro stanze e, quella notte stessa, mentre dormivano, li liberai tutti.

L'uomo fu il primo.

Mia moglie la seconda.

Una pugnalata in testa.

Veloce.

Indolore.

Un gesto di pietà.

La stessa misericordia che adottai anche per i miei due bambini.

Certo, non fu per nulla facile fare ciò che dovet­ti fare, ma il fine giustificava i mezzi. O perlome­no è ciò credevo all'epoca.

Mi consegnai allo sceriffo con un bel sorriso di­pinto sul volto, consapevole di essere riuscito a salvare la mia famiglia e di aver fatto un bel ge­sto, per quanto risultò però essere disperato. Sal­vai tutti, tutti tranne me stesso.

Sono morto in carcere all'età di 73 anni a causa di un infarto che non mi ha lasciato scampo; ed è ormai da circa otto mesi che sono tornato a svolgere re­golarmente il mio lavoro di usciere al Morrison Hotel.

Ormai il mio aiuto nell'aprire e chiudere le por­te dell'hotel è del tutto ininfluente, anzi, spaventa le persone più sensibili che dopo una o due notti scappano via terrorizzate.

Nonostante questo, però, grazie alla mia eterna presenza, l'hotel è divenuto molto conosciuto e addirittura amato da scrittori, attori e giornalisti di prim'ordine vogliosi di percepire la presenza di un'entità misteriosa: il sottoscritto.

La morte mi ha anche dato la possibilità di ra­gionare più lucidamente su una questione: forse l'hotel non è mai stato realmente maledetto, forse chi portava sfortuna erano gli ospiti. Sicuramente non delle brave persone, ognuno di loro aveva fatto qualcosa di brutto, e le loro rovine o le loro morti erano probabilmente dovute a una giustizia divina.

Lo stesso discorso vale per me. Forse ero soltanto uno squilibrato mentale che non era riuscito a reggere la perdita di moglie e figli.

Per fortuna la morte mi ha liberato dai miei li­miti mentali e dalle mie preoccupazioni.

Mi chiamo Isaac Juarez e ho realizzato il sogno che avevo da bambino, un modesto sogno per un modesto uomo.

Ora sono nuovamente a casa mia, al Morrison Hotel. Vorrei poter fare qualcosa per rimediare, ma ormai non è più possibile.

Quel ch'è fatto è fatto.

FINE

Bạn đang đọc truyện trên: Truyen247.Pro