La cena
Un altro pomeriggio spariva, insieme al tramontar del Sole.
Ero appollaiata accanto alla finestra, con una calda tazza di caffè in mano, forse l'unico oggetto che avevo portato con me dalla vecchia casa. Facevo colazione solo con quella tazza rossa e sciupata, non me ne separavo mai, fin dall'infanzia, eppure non riuscivo a ricordare quale parente lontano me l'avesse regalata.
Bevvi il caffè amarognolo fino all'ultima goccia, non mi alzai dalla poltrona fino a quando non rimase solo un leggero filo di zucchero, sul fondo della tazza.
Avevo bisogno di una spinta energetica, per affrontare la serata che si prospettava.
Avevo lavorato tutto il giorno e la notte prima, beh la notte prima avevo dormito a malapena due ore e sicuramente non mi aspettavo di recuperare quella notte, le ore perdute.
Salì al piano di sopra e mi chiusi dentro la cabina armadio. Non ero sicura di cosa indossare, ma sapevo di certo che avrei optato per un vestito, magari lungo e morbido, oppure attillato e seducente, o ancora sgargiante e pompato.
Provai tutte e tre le opzioni, nessuna delle tre mi convinceva abbastanza, così mi lasciai trasportare dall'istinto e indossai un abito bianco morbido, scendeva lungo il mio corpo leggiadramente, quando camminavo la gonna si muoveva a tempo con i miei passi e il velo sfiorava le mie caviglie, solleticando la pelle.
Scelsi delle scarpe bianche, di una tonalità più accesa rispetto al vestito ed infine mi guardai un'ultima volta allo specchio.
C'era sempre un dettaglio scombinato nel mio aspetto, potevano essere ciocche fuori posto, o una spallina calante sul braccio, o un po' di mascara lasciato attorno agli occhi, o sopra alle palpebre, perché non avevo la mano ferma, ed era una vera e propria lotta usare il pennello per definire le ciglia... Insomma c'era sempre un piccolo dettaglio fuori posto, ma quella sera non mi saltò niente all'occhio e restai contenta del risultato ottenuto.
Tornai al piano inferiore ed aspettai, comodamente seduta sul divano, l'arrivo di Alex.
Sentivo il bisogno di placare l'ansia intera, giocherellai con l'oggetto materiale più vicino a me, che in quel momento risultò essere la tracolla della borsetta.
Scorrevo su di essa, tendendola con l'indice e il pollice, era un movimento veloce, ma sentire al contatto il camoscio morbido, mi rilassava.
Qualcuno bussò alla porta e già sapevo chi fosse. Mi alzai di scatto dal divano e sistemai un'ultima volta il vestito, controllai frettolosamente che fosse tutto apposto e andai ad aprire.
Alex era bellissima, sorrisi alla vista del suo abito scintillante, un po' trasparente, sempre di quel colore nero alla quale Alex non sapeva rinunciare.
Aveva arricciato i capelli, le ciocche erano ondulate e creavano sfumature lungo tutto il capello.
Eravamo l'una davanti all'altra, ma ambedue non trovavamo il coraggio di dire niente, forse i nostri occhi parlavano per noi.
-Stai molto bene stasera Chapman.- Usò il cognome come parola provocatoria, parlò con un certo tono di voce, aggiungendo quel pizzico malizioso, che era solita usare.
-Anche tu Alex.- Risposi con più disinvoltura, mentre lei prendeva quell'uscita come scusa per stare insieme dopo cena, io la interpretavo come un modo per stare insieme, ma questo a lei non lo confessai.
-Vogliamo andare?- Fece un passo all'indietro, spaziando il viale e lasciandomi gentilmente passare avanti.
Camminai qualche passo di fronte a lei e mi domandai se mi avesse fatto avanzare, solo per poter guardare il mio di dietro... Ogni volta che Alex spuntava nella mia mente, era impossibile che non venisse accompagnata da un pensiero perverso.
Salì sulla sua macchina sportiva e mi lasciai scivolare nel sedile esclusivamente in pelle, un odore familiare morse audacemente il mio olfatto.. Era il profumo di Alex, quello che circolava nel suo ufficio, o che ritrovavo nei miei vestiti. Permisi a quel caldo odore di coccolarmi.
-Guidi tu?- Chiesi sorpresa, se Alex era tanto spericolata in auto, quanto nel sesso, allora non era sicuro che saremo arrivate integre al ristorante.
-Non ti fidi?- Domandò sorridendo, mentre con la mano metteva in moto la macchina, facendo girare le chiavi con accurata precisione. Si sistemò comodamente sul sedile, sembrava una pilota professionista, non una semplice donna che si concede del tempo per uscire.
-Si mi fido.. solo che.. che preferisco allacciare la cintura.- Non eravamo ancora partite e già tremavo all'idea di schizzare via per le strade illuminate di New York.
-Guido da quando ho diciotto anni Piper. Non devi preoccuparti. So quello che faccio.- La sua mano scivolò sulla mia coscia e la strinse con estrema delicatezza, rassicurandomi con un sorriso di conforto.
-Non hai paura?- Chiesi con troppa decisione. Avrei dovuto tenerlo per me, ma alcune volte era un impulso più forte di me e le domande, o risposte, uscivano senza che lo volessi.
-Paura di cosa?- Il suo sguardo si scurì, succedeva sempre così quando diventava perplessa, o confusa, o arrabbiata.
Non sapevo come rispondere, forse avrei semplicemente dovuto cambiare argomento, ma alla fine volevo saperlo.
-Della macchina.. Sai ho.. ho letto su internet che i tuoi genitori sono morti per colpa di un incidente e...- Più parlavo e più il suo sguardo si scuriva, era come se parlare della sua famiglia la riportasse indietro nel tempo e c'era qualcosa che voleva cambiare nel corso degli eventi, ma non capivo cosa.
-Ah.. Ti sei informata..- Non era felice che fossi venuta a conoscenza del suo passato, tramite fonti generiche. Strinse il volante fra le mani, ma non diede a vedere il suo disagio, o almeno tentò di nasconderlo, ma l'aria nell'auto si era appesantita.
-Devi sapere Piper, che il mio passato mi ha insegnato a sfidarle le paure e non a soccombere ad essere.- Detto questo premette il piede sull'acceleratore e schizzammo via, in un forte ruggito.
Macinavamo la strada, guardavamo in faccia la velocità e le ridevamo addosso, io con le mani alzate fuori dal finestrino, rivolte verso il cielo stellato e la risata di Alex sopraffaceva il rumore del motore.
Fu un momento selvaggio, nel quale ci lasciammo completamente andare come ragazzine felici, che tornavano a casa dopo il coprifuoco, ma che erano troppo euforiche per preoccuparsi delle conseguenze.
Arrivammo al ristorante intorno alle nove e ci accomodammo ad un tavolo, che Alex aveva riservato per noi.
Il posto era un po' fuori città, dove le luci di New York faticavano ad arrivare e si estendevano prati alle nostre spalle e non gli incombenti grattacieli.
-Ti piace?- Domandò Alex guardandosi intorno, dal suo sguardo capì che era già stata in quel posto.
-Molto pittoresco.- Le nostre mani erano vicine sul tavolo, ma nessuna delle due trovava il coraggio di sfiorarsi, era come se fossero due bambine ingenue, che non sapevano come rapportarsi l'una con l'altra.
Sentivo la necessità di stringere il suo dolce palmo fra le mie mani e accarezzare la pelle chiara sul suo dorso.
Fui io a fare la prima mossa e azzardai, afferrando la sua mano nella mia.
Gli occhi di Alex guizzarono sulla nostra stretta, inizialmente notai il suo disappunto, la mano era rigida contro la mia, ma poi si rilassò lentamente e sciolse i muscoli, alleggerendo la presa e intrecciò le nostre dita.
Era come un uccellino che imparava a volare, dapprima cadeva in picchiata, ma lentamente spiegava le ali e spiccava il volo.
-Ti concedo una domanda.- Disse improvvisamente, avvicinandosi a me con la sedia.
-Scusa come?- Ridacchiai, non capendo la sua strana affermazione.
-Ho detto che ti concedo una domanda, solo una. Puoi chiedermi qualsiasi cosa.- Alzò la testa verso il soffitto, era chiaramente una cosa nuova per lei e la metteva in una posizione scomoda parlare del suo privato, ma apprezzai immensamente lo sforzo che fece per me.
Avevo mille domande per lei, avrei voluto chiederle di tutto, scoprire ogni stranezza, ma l'unica domanda che continuava a ripetersi nella mia mente era solo una e quella le chiesi.
-Perché non ti innamori? È successo qualcosa che ti ha imposto dei limiti?- Sussurrai debolmente vicino alle sue labbra, mentre il io mio respiro accarezzava il suo.
-Sono due domande.- Sottolineò, toccandosi nervosamente il lobo dell'orecchio. Incrociò le gambe sotto al tavolo e con la punta della scarpa toccò la mia gamba. Anche un semplice e superfluo contatto, scatenava in me fuochi d'artificio.
-Non ho mai amato nessuno, ma sono consapevole di aver fatto soffrire tante persone.. E forse è questo a darmi dei limiti. Il sesso non implica complicazioni, finché si tratta solo di attrazione fisica, ed io voglio soltanto questo.- Sapevo che tipo era Alex, quale relazione stesse cercando, ma sentirne la conferma mi faceva stare tremendamente male.
-È così anche con me?- Desideravo sapere se per lei fosse diverso con me, perché io la sentivo quella forte connessione fra noi, quel legame capace di far tremare ogni cellula del mio essere.
Era impossibile che anche lei non lo sentisse.
-Piper..- Avvicinò le labbra alle mie, ed io mi lasciai trasportare dal suo sospiro accaldato
-Piper sono tre domande.- Sussurrò maliziosamente e passò il labbro superiore contro il mio, lasciando un soffice bacio nel mezzo.
-Ho capito..- Annuì, abbassando lo sguardo, indecisa se essere contenta, o dispiaciuta per questa sua frase.
-Risponderò ad un'altra domanda stanotte, quando saremo solo io e te.. nel mio letto.- I capelli le ricaddero sulla schiena, mettendo in evidenza lo scollo, dal quale si intravedeva il seno.
Ridacchiai alla sua affermazione, avevo inteso che avremo passato la notte insieme, ma poi ripensai attentamente attentamente a tutte le parole che aveva detto e mi resi conto che aveva sottolineato la parola mio.
Avremo passato la notte a casa sua?
Era una cosa che faceva con tutte, oppure no...?
Dio era tutto così meravigliosamente incasinato.
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