XV
Agosto era in procinto di finire e i corsi dell'ultimo anno stavano per ricominciare. Il lavoro in biblioteca si era concluso per Alessandro nel migliore dei modi, poiché egli aveva catalogato e messo in ordine più di ventottomila volumi, impresa, questa, che non sfuggì all'occhio vigile del direttore. Infatti, era riuscito anche a portare a casa una paga ben più che dignitosa e non vedeva l'ora di poter ripagare il debito che i suoi amici si erano assunti in sua assenza. Sapeva che, essendo giunti ben oltre la scadenza del termine perentorio che Paolo gli aveva assegnato per saldare gli arretrati, i suoi compagni avevano già sicuramente sistemato il problema. Nutriva una fiducia talmente incondizionata nei confronti dei suoi amici, da aver subito accantonato la questione "affitto", dandola già per risolta.
L'autunno quell'anno sarebbe arrivato prima del previsto e, a proposito di ciò, Alessandro non nutriva alcun dubbio, dato che la temperatura si era già abbassata di molto e dagli alberi iniziavano prematuramente a cadere le prime foglie marroni. Mentre era intento a osservare come la natura si cambiasse di abito fuori dalla finestra della sua cella, Alessandro avvertì all'improvviso un brivido corrergli lungo tutta la schiena, e istintivamente i suoi occhi si posarono sul comodino. Lì sopra giaceva, silenzioso, il libro che il direttore gli aveva ordinato di leggere; non avendo niente di meglio da fare, iniziò a sfogliarne distrattamente le pagine, per poi tornare a fissare la copertina rossa.
Un libro avrebbe davvero potuto rivoluzionargli la vita? Se sì, in che modo questo sarebbe stato possibile? Tali idee gli sembrarono talmente irrealizzabili e bizzarre, al punto che decise di mettere alla prova le parole del direttore, ma solo per poterlo informare in seguito che con lui si era sbagliato di grosso.
Così, dopo essersi messo comodo sulla sedia in corrispondenza della scrivania, iniziò a leggere le prime pagine di quello scritto.
"Quando starai leggendo queste righe, io sarò già morto, ma non mi avrà ucciso il naturale decorso del tempo, no. A quelli come me non è concesso il lusso di morire di vecchiaia. Sto scrivendo queste righe mentre sono rinchiuso in una cella, stretta ed angusta, nella contea di Portsmith e tra pochi giorni verrò impiccato sulla forca per tutti i crimini che ho commesso nel corso della mia breve, seppur intensa, vita.
Il mio nome è Alex Ethios e sono nato il 21 Dicembre 1842, in un piccolo paese sulla costa Occidentale, da padre ignoto e da madre contadina. Sulla mia infanzia c'è ben poco da dire, poiché non ricordo granché, se non che sono stato accudito con tutto l'amore e le cure possibili da mia madre, il cui affetto ha supplito degnamente alla mancanza di una figura paterna. Non mi è mai mancato niente e forse fu proprio questo il motivo per il quale, qualche anno più tardi, mi ritrovai a camminare per una cattiva strada, di quelle che, una volta imboccate, non è più possibile ripercorrere a ritroso.
Quando arrivai a compiere quindici anni, iniziò a maturare in me l'idea che la vita tranquilla che avevo condotto fino a quel momento, non avesse più nulla da offrirmi; così, dopo aver terminato degli studi molto sommari, dai quali appresi i rudimenti della storia del mio paese, le regole grammaticali di base e poco altro ancora, decisi di avventurarmi in città. Salutai la mia povera madre, e partii armato solo della mia buona volontà e del mio coraggio, il quale, in fin dei conti, non mi è mai mancato.
Una volta giunto alle porte di Hervest, ovvero la capitale dello Stato in cui vivevo, mi si parò davanti agli occhi un mondo completamente nuovo. Avevo sempre immaginato che tutte le città fossero simili a quella nella quale vivevo io, con pochi edifici e campi sterminati; pertanto, il ritrovarmi immerso in un continuo via vai di persone e l'essere circondato da palazzi che si estendevano in altezze ben maggiori rispetto a quelle che ero abituato a vedere, sconquassò il mio animo, facendomi sentire, però, allo stesso tempo tremendamente eccitato. Se solo avessi saputo che cosa mi avrebbe aspettato in quel dannato posto, sarei corso indietro a gambe levate, per tornare alla mia vita tranquilla in fattoria.
Ignaro di quello che sarebbe stato il mio futuro, mi diedi subito da fare, arrivando a trovare lavoro come ragazzo delle consegne. Mi svegliavo la mattina presto, quando la città era ancora immersa nell'oscurità, e calpestavo ogni centimetro di quelle strade, recapitando lettere, pacchi, alimenti e qualsiasi altra cosa ci fosse necessità di consegnare, il tutto fino alle prime luci del tramonto. Grazie al fatto che ero cresciuto in campagna, correre su e giù per la città non rappresentava poi una grande fatica per me e, per di più, in poco tempo incominciai a conoscere ogni singolo vicolo della capitale. Riuscivo a muovermi benissimo tra la gente, essendo minuto e leggermente più basso del normale, caratteristica questa che anche in seguito mi sarebbe tornata molto utile.
Un giorno come tanti, mentre stavo effettuando una normale consegna nei pressi di una casa chiusa, vidi un uomo che strattonava violentemente una ragazza di qualche anno più grande di me. Inizialmente rimasi per qualche secondo immobile, senza sapere cosa fare, ma poi, quando l'energumeno sferrò i primi schiaffi e calci verso la sventurata, non esitai un attimo e sfoderai dalla tasca il piccolo coltello che ero solito usare per liberare i pacchi dalle corde usate per il trasporto. Con la velocità che mi aveva sempre contraddistinto, corsi verso i due e conficcai violentemente il coltello nella gamba dell'assalitore, il quale si gettò subito a terra, gridando come un indemoniato, mentre il sangue che zampillava dalla ferita scorreva a bagnare la terra arida.
Ero più che mai intenzionato a tagliare la corda, quando dall'entrata del bordello emerse una donna sulla sessantina, vestita con un appariscente abito nero, la quale stringeva tra le mani una piccola pistola, puntata in direzione dell'uomo riverso al suolo. Osservai i suoi tratti somatici, e mi fu subito evidente che fosse stata una gran bella donna in gioventù, di quelle che riuscivano a far coesistere autorevolezza e bell'aspetto in una sola persona. Il tono con cui intimò a me e alla ragazza di entrare in casa non lo dimenticherò mai: ci parlò come se stesse parlando a due dei suoi figli, ma con una voce perentoria a tal punto, che non ebbi il coraggio di obiettare nulla e mi rifugiai all'interno del bordello, lasciando che lei tenesse sotto tiro l'uomo da me ferito, senza perderlo di vista per un solo istante.
Rientrò poco dopo anch'ella nell'edificio in cui ci eravamo nascosti, portando a tutti noi brutte notizie. Il tizio al quale avevo conficcato il coltello nella gamba, altri non era che Robert Curton, fratello acquisito di James Curton, uno dei più temibili fuorilegge di tutto lo stato. Chiunque, nel raggio di cento miglia, conosceva quel nome ed era da folli pensare di poterla fare franca.
All'udire quella notizia venni subito preso dal panico e la testa incominciò a girarmi così forte, tanto che per non svenire dovetti appoggiarmi al primo mobile che trovai. L'anziana signora, che rispondeva al nome di Yvette, mi disse che mi avrebbe nascosto per un po' di tempo all'interno della casa, ma che quella sarebbe stata solo una situazione provvisoria poiché, se avessi avuto intenzione di rimanere vivo per qualche anno ancora, avrei dovuto abbandonare la città il più in fretta possibile. Così, mi fece accompagnare in stanza dalla ragazza che avevo salvato dalla violenza di Robert Curton, la quale per tutto il tragitto non mi staccò gli occhi di dosso, nemmeno per guardare davanti a sé.
Una volta giunti in quella che sarebbe stata la mia sistemazione provvisoria, scambiammo due chiacchiere veloci, escamotage che adottai per togliermi dall'imbarazzo di quella situazione. La ragazza mi disse di chiamarsi Julie e di avere diciassette anni, cosa che mi lasciò piuttosto sorpreso dal momento che ne dimostrava tranquillamente almeno una ventina. Era la figlia di una prostituta più anziana che anni addietro aveva lavorato anch'essa in quella casa, prima di decidere di abbandonarla per sempre, per scappare con un cliente del quale si era perdutamente innamorata. Non aveva mai conosciuto suo padre e, visto che mi ritrovavo nella sua stessa situazione, anche io le raccontai qualche particolare delle mie vicende familiari.
Quella che sarebbe dovuta essere una breve chiacchierata, proseguì per ore, fino a quando non arrivò Yvette a riprendere la ragazza per portarla da un cliente che aveva richiesto espressamente la sua presenza. Che ragazza dolce era Julie! Era stata capace di farmi dimenticare totalmente in quale tremenda situazione mi trovassi, ma non appena andò via, ripiombai nella disperazione più totale. Sapevo di avere le ore contate e mi sarei dovuto inventare qualcosa in fretta per risolvere quel gran casino che, involontariamente, avevo creato. Con quei pensieri nella testa, caddi in un sonno profondo.
Verso le quattro del mattino, intravidi nell'oscurità dell'ambiente circostante la porta della mia stanza che si apriva lentamente, emettendo un cigolio che mi fece mettere a sedere di scatto sul letto. Era finita, non avevo scampo, erano già riusciti a trovarmi, pensai. Prima di poter emettere anche il minimo suono, una figura indistinta mi balzò addosso stringendomi la bocca con entrambe le mani, per impedirmi di urlare. I miei occhi si erano da poco abituati al buio e quando tra le tenebre riconobbi Julie, tirai un profondo respiro di sollievo e ricaddi all'indietro esausto.
Senza pronunciare alcuna parola, incominciammo a baciarci e i vestiti scivolarono via dai nostri corpi poco a poco, con grande facilità. Feci l'amore per la prima volta e non fu come mi era stato descritto, ma molto meglio perché Julie non solo sapeva alla perfezione quello che doveva fare, ma era anche sorprendentemente brava nel farlo. Andammo avanti tutta la notte, prendendoci giusto qualche pausa tra una volta e l'altra per rimanere abbracciati a scaldarci con il calore emesso dai nostri corpi. Rimasi impressionato dai suo occhi, i quali continuavano a guardarmi con lo stesso desiderio e con la stessa passione della mattinata appena trascorsa, mentre mi accompagnava in stanza. Poi, quando uno dei due non riusciva più a sopportare l'attesa, afferrava l'altro e si ricominciava senza sosta, fino all'amplesso di entrambi.
Quella notte fu la migliore di tutta la mia vita tanto da essere stata la causa di ciò che diventai negli anni seguenti. Se non avessi trascorso quella notte con Julie, sarei stato pronto ad affrontare quello che sarebbe successo il giorno seguente.
Purtroppo, però, il ricordo di ciò che avevo vissuto, mi rese insopportabile la perdita dell'inaspettata felicità che avevo avuto la fortuna di ottenere."
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